MCCCCLXXVII
| Anno di | Cristo MCCCCLXXVII. Indiz. X. |
| Sisto IV papa 7. | |
| Federigo III imperadore 26. |
Era restato vedovo Ferdinando re di Napoli, e tuttochè avesse figliuoli grandi, e il primogenito Alfonso duca di Calabria si trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai il re di Aragona e Sicilia Giovanni approvato che fosse pervenuto al bastardo re Ferdinando il regno di Napoli, regno conquistato col sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza fin qui durasse fra loro [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Diede il re Giovanni nell'anno presente al re Ferdinando Giovanna sua figliuola in moglie. Per tal via fra questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per tale occasione, stato spedito colà il cardinale Rodrigo Borgia con titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20 del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di dicembre di quest'anno [Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] papa Sisto fece la promozione d'alcuni nuovi cardinali. Uno d'essi fu Giovanni d'Aragona figliuolo del medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati, e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi tempi Carlo da Montone, figlio naturale di quel Braccio che già vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò a quelle parti [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini, non avessero ottenuto il lor patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo cessasse dall'offenderli.
Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione di Genova [Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto dell'estinto duca di Milano Galeazzo Maria. Specialmente i Fieschi per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè dunque fu morto esso duca, Matteo del Fiesco fece massa di gente, e con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo [Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.], entrò di notte con una scalata in Genova, gridando: Libertà. Tutto il popolo fu per lui in armi. Sopravvennero poscia Obietto e Gian-Luigi fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso di tal sedizione, la duchessa Bona mise tosto in ordine circa dodici mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto il comando di Roberto da San Severino, capitano di gran credito in questi tempi. Seco erano Lodovico il Moro ed Ottaviano, zii del picciolo duca, e inoltre Prospero Adorno, il quale, già confinato in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo, in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il suddetto Prospero Adorno. Era allora il principal ministro di Bona duchessa di Milano Cecco Simonetta Calabrese, personaggio d'insigne attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali onori da Francesco Sforza, ottimo discernitore dell'altrui abilità. Avea per fratello quel Giovanni Simonetta, che ci diede la Vita di esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma cotanta sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano con occhio bieco i principi zii del duca, cioè Sforza duca di Bari, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, perchè da lui tenuti stretti, non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo. Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro partito Roberto da San Severino, voglioso anch'esso di metter mano negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello Donato del Conte, ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione, e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti. Non ebbe così favorevole la fortuna Ottaviano Sforza, che parimente se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri fratelli Sforza, cioè Sforza duca di Bari al suo ducato in regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a Perugia: con che tornò in Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata occupata la signoria di Faenza a Galeotto de' Manfredi da Carlo suo fratello [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Ebbe ordine Giovanni Bentivoglio dalla duchessa di Milano di prestare aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal re Ferdinando. Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno presente [Cronica MS. di Bologna.] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani, saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia, e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il verno, se ne ritornarono in Bossina.