MCCCCLXXXI

Anno diCristo MCCCCLXXXI. Ind. XIV.
Sisto IV papa 11.
Federigo III imperadore 30.

Tanto il pontefice Sisto che il re Ferdinando attesero a far grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città d'Otranto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, Mattia Corvino re d'Ungheria, il duca di Milano, il duca di Ferrara, i marchesi di Mantova e di Monferrato, i Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi. Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte, nel dì 31 di maggio, Maometto II imperador de' Turchi, cioè colui che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea Alfonso duca di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici. Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de' Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i Cristiani. La nuova della morte di Maometto, e della discordia nata fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 23 Rer. Ital. Summonte, Istoria di Napoli. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In vigor della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca, servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte: A Costantinopoli [Raynaldus, Annal. Eccl. Jacobus Volaterranus, ubi supra.]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re Ferdinando, con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, e di Alfonso re di Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte Girolamo Riario nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi nell'anno seguente. Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in questi tempi era Roberto San-Severino [Corio, Istor. di Milano.]. Se per propria colpa, o di Lodovico il Moro, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio. Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata. Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere Costanzo Sforza signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già la repubblica veneta avesse voglia di romperla con Ercole duca di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire [Jacobus Volaterran., Diar., tom. 23 Rer. It.] che i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte Girolamo Riario, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore d'Imola e di Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno Francesco Filelfo, uno de' più insigni letterati che si avesse allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere, ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.], ebbe il Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre di lui fu Bartolomeo Platina, che tale era il suo nome, e non già quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di molta gente.