MCCCCLXXXIII

Anno diCristo MCCCCLXXXIII. Indiz. I.
Sisto IV papa 13.
Federigo III imperadore 32.

Unironsi in quest'anno quasi tutti i potentati d'Italia contra de' Veneziani, per obbligarli a desistere dalle offese di Ercole Estense duca di Ferrara. Ma, per quanto vedremo, ad altro non servirono i loro sforzi che a far maggiormente conoscere qual fosse allora la potenza della repubblica veneta, la qual sola a tanti nemici fece fronte con giugnere infine a formare una pace di suo gran decoro e vantaggio. Erano i collegati il papa, il re Ferdinando, il duca di Milano, i Fiorentini, il duca di Ferrara, il duca di Urbino, il marchese di Mantova, i signori di Faenza, Forlì, Pesaro, Carpi, ec. Ci lasciò il Corio [Corio, Istor. di Milano.] la lista della lor quota di combattenti. Nello stesso mese di gennaio, a dì 15, arrivò a Ferrara Alfonso duca di Calabria, menando seco alcune squadre d'uomini d'armi, e circa cinquecento di quei Turchi che egli avea preso, e poi tolto al suo servigio dopo la liberazione d'Otranto. Ma non andò molto che cento cinquanta di costoro desertarono al campo de Veneziani. Colà similmente giunsero le milizie del papa: laonde Ferrara, alle cui porte continuavano tuttavia ad arrivar le scorrerie dei nemici, cominciò a respirare. Ad Argenta e a Massa di Fiscaglia ebbero due sconfitte essi Veneziani colla prigionia di moltissimi, a' quali, secondo la consuetudine degl'Italiani, fu data la libertà. Altre non poche scaramuccie succederono; e perciocchè niun frutto aveano prodotto le lettere ed esortazioni pontifizie per mettere fine alle ostilità dei Veneziani contro Ferrara, il papa nel dì 25 di maggio [Sanuto, Istor. di Ven., tom. 22 Rer. Ital.] nel concistoro fulminò le scomuniche contra di loro, e sottopose all'interdetto tutte le lor città e terre, reclamando indarno il cardinal Barbo patriarca d'Aquileia, perchè si facesse ora un gran peccato e sacrilegio ciò che dianzi non solo per pubblico consentimento del papa, ma anche per suo ordine, era tenuto per giustissimo e ben fatto. Da tale sentenza appellarono i Veneziani al futuro concilio, nè lasciarono per questo di seguitar la guerra; anzi maggiormente si accesero ad essa, e condussero al loro soldo Renato duca di Lorena, pretendente al regno di Napoli, con mille e cinquecento cavalli e mille fanti. Marino Sanuto ci lasciò la serie di tutti i lor condottieri d'armi, e de' combattenti non men dell'armata della lega, che di quella de' Veneziani. Intanto riuscì a Lodovico il Moro di dar fine alla guerra da lui fatta ai Rossi nel Parmigiano.

Ma perciocchè il Ferrarese disfatto non potea più sostenere la guerra, e secondo la politica militare si ha da far la guerra, se mai si può, in casa de' nemici, e non nella propria [Corio, Istor. di Milano.]; fu risoluto che lo Stato di Milano la rompesse dal canto suo co' Veneziani, e tanto più per non trovarsi altra via migliore da salvar Ferrara, che quella d'una potente diversione. Perciò il duca di Milano e il marchese di Mantova dichiararono la guerra a' Veneziani nel mese di maggio. Costanzo Sforza signor di Pesaro, lasciato in questi tempi il generalato de' Fiorentini, passò al soldo dei Veneziani; ma per poco tempo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.], perchè nel mese di luglio fu rapito dalla morte, con lasciar dopo di sè nome di valoroso capitano e di splendidissimo signore, siccome ancora un figliuolo bastardo legittimato di poca età, nominato Giovanni, che, per concessione del pontefice, gli succedette in quel dominio. Dacchè lo Stato di Milano ebbe sfidati i Veneziani, Roberto San Severino lor generale determinò di passar l'Adda, ed entrar nel Milanese, dove gli era fatta sperare una sollevazion de' popoli. Passò nel dì 15 di luglio; ma, chiarito che niun movimento si facea, tornossene, senza far altro, indietro. Allora Alfonso duca di Calabria, creato capitan generale della lega, spinse l'esercito suo, nel mese d'agosto, sul Bergamasco e Bresciano, e dipoi venne sul Veronese con Federigo marchese di Mantova. Moltissime terre e castella di que' territorii furono prese. Asola assediata nel settembre, e bersagliata con molte artiglierie, in fine capitolò la resa, e fu consegnata ad esso marchese. Il duca di Ferrara ne ripigliò anch'egli molte delle sue, e in varii siti ebbero delle percosse i Veneziani, fuggendo sempre l'accorto lor generale Roberto le occasioni d'una giornata campale. Ma con tutto questo si cominciò a vedere una gran languidezza nell'operare del duca di Calabria, che niuna impresa conduceva a fine; nè, per quante istanze facesse il duca di Ferrara d'essere aiutato a ripigliare Rovigo e le altre terre di quel Polesine e le confinanti, nulla mai potè ottenere; di maniera che terminò con tante belle apparenze l'anno presente in aver saccheggiato un ampio paese, ma senza alcun sodo vantaggio di quella lega appellata santissima, perchè era compreso in essa il pontefice. Nell'ultimo dì di febbraio di quest'anno [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] diede fine al suo vivere Guglielmo marchese di Monferrato; e perchè non restò di lui prole maschile, ebbe per successore nella signoria Bonifazio suo fratello minore. Furono novità in Genova nel dì 25 di novembre [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.]. Paolo Fregoso cardinale ed ambizioso arcivescovo di quella città, congiurato con altri della sua famiglia, aspettò che Batistino Fregoso doge di quella repubblica venisse a visitarlo. Venne, e il ritenne prigione nelle stanze dell'arcivescovato; ed avendolo colle minaccie della vita costretto a dargli le fortezze, si fece poi egli in quel giorno proclamar doge, e rinnovò la lega coi Veneziani.