MCCCCLXXXVII

Anno diCristo MCCCCLXXXVII. Indiz. V.
Innocenzo VIII papa 4.
Federigo III imperadore 36.

Persisteva Boccolino usurpatore di Osimo nella sua ribellione, e durava l'assedio posto a quella città dal cardinal Giuliano dalla Rovere. Per quanto facesse il papa affin di ridurre costui all'ubbidienza con intenzione di perdonargli, non potè mai smoverlo [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Anzi questo mal uomo, piuttostochè restituire al pontefice la città, fu detto che avea spedito a Baiazette imperador de' Turchi, ed essere stato in accordo con lui di consegnargli Osimo. Ora fu interposto dal papa Lorenzo de Medici, il quale sì destramente maneggiò questo affare, che l'indusse a cedere quella città collo sborso d'alcune migliaia di ducati d'oro [Raynaldus, Annal. Eccles.]. E, chiamatolo a Firenze, gli usò di molte finezze, con inviarlo poi per sua maggior sicurezza a Milano. La sicurezza fu, che Lodovico il Moro il fece impiccar per la gola. Mosse in quest'anno [Nauclerus, Langius, Sabellicus, et alii.] guerra ai Veneziani Sigismondo duca d'Austria. L'esercito suo venuto addosso a Rovereto, terra allora de' Veneziani, se ne impadronì. Costrinse anche la rocca a rendersi, e vi restò prigione Niccolò de' Priuli, ivi podestà per la repubblica. Furono inviati Roberto San Severino e Giulio Varano signor di Camerino colle lor genti per opporsi ai Tedeschi. Trovò il San Severino abbandonato Rovereto [Corio, Istoria di Milano. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e, venuto alle mani coi nemici nel dì tre di luglio, ebbe la peggio, con restarvi prigioniere Antonio Maria suo figliuolo. Poscia, dacchè egli si vide rinforzato da molte migliaia di combattenti venuti da Venezia, fabbricò un ponte sull'Adige, con disegno d'andar a mettere l'assedio a Trento. Ma, passate che furono nel dì 9 d'agosto disordinatamente le sue genti, ecco i Tedeschi arrivar loro addosso con gran furia, ed attaccar la battaglia. Atrocissimo fu il combattimento ed era in forse la vittoria, quando sopraggiunsero mille Tedeschi, già posti in aguato, che urtarono sì fieramente le schiere dei Veneziani, che le misero in rotta. Parte fu uccisa, parte si annegò fuggendo nell'Adige, essendosi, per la troppa folla, rotto e sommerso il ponte. Roberto San Severino, combattendo valorosamente e trafitto da più colpi, lasciò ivi la vita. Trovato il suo corpo, pomposamente gli fu data sepoltura in Trento, e per cura poi de' suoi figliuoli fu condotto a Milano. Questa disavventura servì di stimolo ai saggi Veneziani di procurar la pace col duca d'Austria. I capitoli d'essa, sottoscritti nel dì 13 di novembre, son riferiti da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Vent., tom. 22 Rer. Ital.].

Tolta fu negli anni addietro la città di Sarzana ai Fiorentini, a' quali riuscì di tener forte Sarzanello, rocca fabbricata da Castruccio, e che servì ne' tempi addietro a tenere in freno la città medesima [Ammirati, Ist. di Firenze.]. Non aveano essi Fiorentini mai dimesso il pensiero di ricuperar quella città; e giacchè faceano preparamenti per questo, i Genovesi li prevennero coll'inviar le loro soldatesche all'assedio di Sarzanello sotto il comando di Gian-Luigi del Fiesco. Ebbe ordine Niccolò Orsino conte di Pitigliano, e generale dei Fiorentini, di soccorrere quella rocca. Fu così ben condotta l'impresa nel dì 15 d'aprile, che non solamente furono obbligati i Genovesi a sciogliere quell'assedio, ma fu anche sconfitto l'esercito loro dal conte, con restarvi prigioniere lo stesso Fiesco, ed Orlandino suo nipote figliuolo d'Obietto. Ciò fatto, l'armata fiorentina si strinse intorno a Sarzana, e, ricevuti nuovi riforzi di gente, già si preparava a dare un generale assalto, quando gli assediati, per prevenire l'imminente pericolo, nel dì 22 di giugno esposero bandiera bianca, e capitolarono la resa. Per ricuperazione di quella città somma fu la consolazione de' Fiorentini, e non minore la gloria di Lorenzo de Medici, perchè in persona assistè a quella impresa. Per lo contrario, in Genova una tal disavventura, e il timore che i Fiorentini pensassero a maggiori progressi, furono cagione [Corio, Istor. di Milano.] che Paolo Fregoso cardinale e doge di quella città prese la risoluzione di rimettere Genova sotto l'alto dominio del duca di Milano, con ritenerne egli il governo. Ottenutone il consenso da' primarii cittadini, e mandato a trattarne a Milano con Lodovico Sforza, restò ben tosto il Fregoso consolato. Pertanto, alzate in Genova le bandiere del duca Gian-Galeazzo, i Fiorentini non pensarono da lì innanzi a molestare il Genovesato. Maggiormente in quest'anno si diede a conoscere la mala fede di Ferdinando re di Napoli [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]: cioè, contro ai patti chiarissimi della pace stabilita col papa, più che mai si rivolse a perseguitare i baroni del suo regno, e a negare il censo pattuito ad esso papa pel regno di Napoli. Nel dì 10 di giugno fece egli imprigionare Pietro del Balzo, principe d'Altamura, Girolamo San Severino principe di Bisignano, Giovanni Caracciolo duca di Melfi, il duca di Nardò, i conti di Lauria, d'Ugento, di Melito, ed altri signori [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Mandò papa Innocenzo VIII il vescovo di Cesena a Napoli a dolersi di tanta perfidia. Il re sbrigò il nunzio con poche parole, e meno rispetto di chi l'inviava. Il buon pontefice, che amava la pace, nè voleva imbrogliare l'Italia in una nuova guerra, non passò oltre a più gravi risentimenti: e intanto, per attestato del Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], il crudelissimo re con diversità di morti levò di vita tutti quegl'infelici baroni, a' quali aggiunse ancora Marino Marzano duca di Sessa. Si credette poscia di poter giustificare negli occhi del mondo tanta inumanità, con dare alle stampe i loro processi, e mandarli a tutte le corti, quasichè si dovesse prestar fede ai processi di un re che non avea fede, e non fosse manifesta cosa l'aver egli contravvenuto agli articoli della pace fatta col papa. Dio non paga sempre in questo mondo, e sono occulti i giudizii suoi. Ma se è mai permesso d'interpretarli, è allora che si tratta del gastigo della crudeltà. Infatti vedremo che Dio non differì molto di privar lui di vita, e tutta la sua prosapia del regno. Certo non sarà giammai degno di reggere popoli chi non sa mai perdonare. Essendo in questi medesimi tempi insorte liti fra Carlo duca di Savoia e Lodovico marchese di Saluzzo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], quest'ultimo restò spogliato di tutti i suoi Stati. S'interpose Carlo VIII re di Francia, e procurò che quegli Stati fossero depositati in terza mano, finchè si conoscesse quel che esigesse la giustizia. Non era men degli altri pontefici di que' tempi desideroso Innocenzo d'ingrandire Franceschetto Cibò suo figliuolo; e però gli procurò in quest'anno l'accasamento con Maddalena figliuola di Lorenzo de Medici, e nipote di Virginio Orsino, pel qual parentado gli Orsini non solo rientrarono in grazia del pontefice, ma diventarono de' suoi principali confidenti.