MDCL
| Anno di | Cristo MDCL. Indizione III. |
| Innocenzo X papa 7. | |
| Ferdinando III imperadore 13. |
Nel dì 24 del precedente dicembre avea papa Innocenzo aperta la porta santa e dato principio al giubileo romano, che si vide poi celebrato con copioso concorso di gente. Se grande fu la divozion de' popoli, maggiore ancor fu la pietà e carità del vecchio pontefice, il quale con profusion di limosine accolse i poveri pellegrini, assistè alle loro mense, lavò loro i piedi, eccitando coll'esempio suo a fare altrettanto la nobiltà romana. Varii principi della cristianità si portarono a partecipar di quelle indulgenze. Trovavasi in questi tempi lacerata la Francia dalle fazioni, sedizioni e guerre civili, senza rispetto alcuno al medesimo giovinetto re Luigi XIV; nè restava luogo a quella corte di sostenere gli affari suoi in Italia. Ciò considerato dal consiglio di Spagna, e dai ministri del re Cattolico in Milano e Napoli, fu presa la risoluzione di snidar da Piombino e Portolongone i Franzesi. Erano divenute quelle due fortezze un ricettacolo di corsari, che infestavano tutto il Mediterraneo. Cominciò dunque a farsi in Sicilia, Napoli e Milano gran preparamento di navi e di combattenti. Per questo minaccioso apparato restavano in apprensione il gran duca Ferdinando e i Genovesi; ma cessò ogni lor sospetto, allorchè videro messi alla vela tanti legni approdare ai lidi di Piombino. Sopra quella flotta venivano spezialmente don Giovanni d'Austria, come generalissimo di mare, il conte d'Ognate vicerè di Napoli, e il principe Ludovisio, a cui aveano già i Francesi tolta quella città e principato. Fu dato principio all'assedio di Piombino, e le artiglierie cominciarono a bersagliar quella mura; ma sostenendo con vigore i lor posti, e facendo di tanto in tanto sortite i Franzesi, lentamente procedevano le offese. La state bollente e l'aria malsana di quel basso paese cominciarono a far guerra agli assedianti, con vedersi languire quegli ancora che dianzi andavano con tanto coraggio incontro alle palle e spade nemiche. Sicchè i comandanti, dappoichè furono rinfrescati di gente, che di mano in mano veniva al lor campo, giudicarono meglio di tentar tutto, e di passare alle scalate e agli assalti, che di veder perire l'armata di sole malattie. Ributtati più volte con istrage dei più arditi, pure sì ostinatamente continuarono questo giuoco, che vittoriosi entrarono nella città. Ritiraronsi allora nel castello i Franzesi; ma perduta la speranza di soccorso, da lì a non molto con patti onorevoli ne aprirono le porte agli Spagnuoli.
Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il duca di Tursi. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla forza la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani, sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio, che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva, e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Adelaide di Savoia, sorella del regnante duca Carlo Emmanuele II, col principe Ferdinando primogenito di Massimiliano elettor di Baviera: funzione che fu solennizzata con varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel 1652 in Baviera.