MDCLXI
| Anno di | Cristo MDCLXI. Indizione XIV. |
| Alessandro VII papa 7. | |
| Leopoldo imperadore 4. |
Fu questo l'ultimo anno della vita del cardinal Giulio Mazzarino. Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò; laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii. Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese, e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del cardinale di Richelieu, se non sante e giuste, certamente utili al regno; ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico, violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso i nemici, ch'egli si studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in quella massima: Che il mondo bisogna comperarlo. Per cagione di questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu. Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il re Lodovico XIV molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi lo sposalizio di madamigella Margherita Luigia, figlia del defunto duca d'Orleans, col principe di Toscana Cosimo de Medici. Il duca di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato Alfonso IV duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli, per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un principe, che fu poi Carlo II re di Spagna.
Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè papa Alessandro VII, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro le sue galee. Gli avea lasciato il cardinal Mazzarino ducento mila scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno l'imperadore Leopoldo che i Veneziani aspiravano a questo boccone; ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale Francesco Morosino, con cedere il comando a Giorgio Morosino, il quale, desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni. Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi: dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra. Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene poi mai più indietro.