MDCLXVIII

Anno diCristo MDCLXVIII. Indizione VI.
Clemente IX papa 2.
Leopoldo imperadore 11.

Oltre all'avere il re Luigi XIV nel precedente anno ridotte alla sua ubbidienza varie città e piazze della Fiandra, giacchè un bel giuoco a lui faceva la minorità del re di Spagna Carlo II, e la poca provvidenza dei suoi ministri: nel presente, mentre mostrava di dar orecchio ai trattati di pace, avendo anche accettato per mediatore papa Clemente IX, all'improvviso, durante anche il verno, cioè nel dì 2 di febbraio, s'inviò alla volta della Franca Contea. Non si aspettavano gli Spagnuoli insulto alcuno in quella parte, perchè non pretesa ne' manifesti del re di Francia. In diecisette giorni Besanzone, Dola e tutte le altre piazze forti di quella provincia vennero in potere del re. Aprirono allora gli occhi i potentati vicini; e conoscendo che se non si metteva argini a sì gran torrente d'armi, e ad un re di sì buon appetito, che non direbbe mai basta, ognuno se ne avrebbe a pentire: Leopoldo Augusto, i principi dell'imperio, gl'Inglesi, Olandesi e Svezzesi, o trattarono o conchiusero leghe. La corte allora di Francia, a cui non compliva di tirarsi addosso l'invidia e nemicizia di tante potenze, accortamente, prima che seguissero maggiori impegni, volle farsi onore col buon pontefice Clemente (il qual certo avea accordato molte riguardevoli grazie alla Francia) mostrando che in riguardo suo condiscendeva di buon cuore alla pace. Questa infatti fu conchiusa in Acquisgrana nel dì 2 di maggio, restando in potere del re Cristianissimo il meglio delle piazze conquistate in Fiandra. Fu restituita agli Spagnuoli la Franca Contea tal quale era; ma non quale era stata. Perciocchè, prevedendo il re Luigi che dovea restituirla, smantellò tutte le mura e fortificazioni delle fortezze, ne asportò le artiglierie, le munizioni ed armi, e fin le campane. Secondo il calcolo degli Spagnuoli, ascese questo danno ad otto milioni di lire di Francia, e altri ne dovettero poi essi impiegare in rimettere bronzi, armi, magazzini e fortificazioni, per tornar poscia in breve a tributar tutto ad un re confinante, troppo ambizioso e manesco. Riuscì in questo anno all'ottimo papa Clemente di ottenere dal re Cristianissimo che si abbattesse in Roma la piramide ivi alzata per colpa di pochi in obbrobrio di tutta la nazione corsa, con far anche il papa levar via una croce posta davanti la chiesa di Sant'Antonio con iscrizione poco favorevole alla memoria del re di Francia Arrigo IV. Calde ancora erano le istanze dello zelante papa allo stesso monarca per soccorsi in aiuto di Candia, a cui minacciavano l'ultimo eccidio l'armi turchesche. Contribuì il re danaro, affinchè i Veneziani assoldassero gente in Francia, e somministrò navi per condurla nell'Arcipelago. Concorsero volontarii a questa impresa molti della primaria nobiltà franzese, e cento cinquanta uffiziali riformati. Il duca della Fogliada unì ducento gentiluomini, il conte d'Arcourt della casa di Lorena, ottocento buoni soldati, e circa due altri mila si misero sotto le lor bandiere, e andarono ad imbarcarsi col conte di San Polo.

Fin qui il marchese Francesco Villa Ferrarese, generale del duca di Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani, militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero i Veneziani venir di Francia il Mombrun marchese di Santo Andrea, di setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono soccorsi alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba, e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante. Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza, troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale Francesco Morosino in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo, contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni, de' mortari e bombe continuamente risonavano, e le mine e i fornelli sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.

Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa, di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli, ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento soldati scelti spediti dal gran mastro. Memorabile riuscì fra l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la morte della duchessa Isabella d'Este rimasto vedovo Ranuccio II duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze nozze colla principessa Maria d'Este, sorella della defunta duchessa, e figlia anch'essa del già Francesco I duca di Modena. Con suntuose feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo, e da esso provennero poi due principi, cioè Francesco ed Antonio, che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno papa Clemente IX conoscere sempre più la grandezza dell'animo suo, perchè nello stesso di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito Tommaso Rospigliosi suo nipote, giovane di grande espettazione, mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano don Luigi Ponze di Leon governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e pro interim fu appoggiato quel governo al marchese de Los Balbases Paolo Spinola, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando il marchese di Mortara, il quale dopo tre mesi parimente compiè la carriera del suo vivere.