MDCLXXVII

Anno diCristo MDCLXXVII. Indizione X.
Urbano VIII papa 5.
Ferdinando II imperadore 9.

Dappoichè colla pace di Monsone fu posto fine alle perniciose controversie della Valtellina e del duca di Savoia coi Genovesi, tornò la quiete in Italia, e solamente si leggevano con piacere, benchè con disparità di genii, le guerre della Germania, e i progressi e le vittorie dell'imperadore Ferdinando II debellatore di tutti i suoi nemici. Cominciò anche a recare un dolce divertimento ai curiosi novellisti l'assedio della Rocella, a cui diedero in quest'anno principio l'armi del re Cristianissimo Lodovico XIII, dopo aver cacciati gl'Inglesi con loro gran danno da que' contorni. Vantavasi la Rocella d'essere come la metropoli e l'asilo dei malcontenti del regno di Francia, e come capo della repubblica degli ugonotti sparsi per tutto quel regno; nè si mostrava bene spesso dipendente in parte alcuna dall'autorità regale. L'essere quella città creduta inespugnabile per la sua situazione sulle coste dell'Oceano, e per le tante sue fortificazioni, la faceano rispettare fin dagli stessi suoi monarchi. Ma ciò non trattenne l'industrioso cardinale di Richelieu dal persuaderne l'assedio al re Lodovico: assedio che riuscì poi famoso anche ai secoli avvenire. Avendo in questi tempi l'arciduca Leopoldo d'Austria, fratello dell'imperador Ferdinando, rinunziati al nipote Guglielmo i vescovati d'Argentina e Passavia per voglia di maritarsi, venne a Roma, trattò e conchiuse il matrimonio con Claudia de Medici, che di sopra dicemmo rimasta vedova del principe d'Urbino. La condusse ad Inspruch, dove per più giorni furono fatte magnifiche feste. Poscia a dì 21 di novembre Eleonora Gonzaga moglie dell'Augusto Ferdinando solennemente in Praga ricevette la corona di Boemia. Alcuni giorni dopo anche Ferdinando III figlio del regnante imperadore, già coronato re d'Ungheria, aggiunse anch'egli con gran pompa a quella corona l'altra d'esso regno boemico. Lagrimevole spettacolo all'incontro vide la Puglia in quest'anno, perchè nel dì 30 di luglio un terribil tremuoto diroccò la città di San Severo con altri non pochi luoghi circonvicini; e si fece conto che in quelle rovine perissero diciassette mila persone: durissima pensione, a cui sono di tanto in tanto soggette le deliziose provincie del regno di Napoli per tanto zolfo chiuso nelle viscere loro.

Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico valore e della saviezza, si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. Ferdinando duca di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava don Vincenzo suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò, ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere quel matrimonio, aspirando a sposare Maria sua nipote, figlia del già duca Francesco suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare, perchè i passati disordini cotanto sconcertarono la di lui sanità, che si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.

Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia Carlo Gonzaga, figlio di quel Lodovico Gonzaga, che fratello minore di Guglielmo duca di Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito, e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di Nevers, spedì per le poste in Italia Carlo duca di Rethel suo figlio, che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere a Mantova in tempo che il duca Vincenzo si trovava all'ultimo di sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto Carlo duca di Nevers, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio. Stavano attentissimi a questo avvenimento l'imperador Ferdinando, trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli ai proprii interessi; ma che per conto degli Austriaci rimasero imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato di Mantova anche don Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, perchè nipote dell'altro celebre don Ferrante, che fu fratello di Federigo duca primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo. Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue pretensioni sopra quello stato Margherita Gonzaga duchessa vedova di Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di dilatar la potenza di quella corona.

Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio della casa Gonzaga, era Carlo Emmanuele duca di Savoia, principe mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati. Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di Margherita sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi per questo fine agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con don Gonzalez di Cordova, deputato pro interim al governo di Milano, dappoichè il duca di Feria fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice Urbano VIII che i Veneziani e gli altri principi d'Italia non aveano bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto per quelle della principessa Maria da lui sposata, veniva ad essere legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.