MDVIII

Anno diCristo MDVIII. Indizione XI.
Giulio II papa 6.
Massimiliano I re de' Rom. 16.

L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale si unirono per atterrar la potenza della repubblica veneta, sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto avvenne che Massimiliano re de' Romani si era messo in pensiero di calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il proverbio del Soccorso di Pisa [Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS.]. Chiesto a' Veneziani il passo e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior fomento Lodovico XII, re di Francia, che con esso loro era in lega, perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad ingrossarsi di gente. Niccolò Orsino conte di Pitigliano, generale, fu spedito con Andrea Gritti provveditore a Rovereto, Bartolomeo di Alviano, altro generale, con Giorgio Cornaro alla difesa del Friuli. Mosso a questo rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia Gian-Giacomo Trivulzio.

Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni, ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano, entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23 di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva, scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono, ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel dì 30 d'aprile fu conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia.

Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui. Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, Giorgio d'Ambosia cardinale di Roano, personaggio di grande accortezza, primo mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai, per trattar ivi di lega con Margherita vedova duchessa di Savoia, munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di Ferdinando il Cattolico, principe che forse fu il primo a promuovere questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra Massimiliano Cesare, Lodovico re di Francia, e Ferdinando re d'Aragona, e per parte ancor di papa Giulio II, ancorchè il cardinal di Roano non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di entrarvi a Carlo duca di Savoia, ad Alfonso duca di Ferrara e a Francesco marchese di Mantova, i quali a suo tempo vi si aggiunsero anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti, che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico, altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de' Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del pontefice, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza, occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste. La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del cardinal di Roano. Pretendeva Massimiliano, chiamato ivi imperadore eletto, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima guerra. Così Lodovico re di Francia intendeva di riacquistare Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente il re Cattolico volea riavere i porti del regno di Napoli, già impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della Chiesa Romana.

Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni Lodovico Sforza, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati. E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni, corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de' suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar soccorsi a Pisa.