MDXIX
| Anno di | Cristo MDXIX. Indizione VII. |
| Leone X papa 7. | |
| Carlo V imperadore 1. |
Nel dì 12 del presente anno terminò il corso di sua vita Massimiliano re dei Romani: principe che in pietà, clemenza ed altre virtù, non si lasciò vincere da alcuno, e che vide ben favorita la sua casa dalla fortuna, ma senza ch'egli sapesse profittar d'altre favorevoli occasioni che esigevano più costanza, maggiore attività e miglior uso del danaro ch'egli prodigamente spendeva, senza poi trovarlo al bisogno. S'egli fosse più lungamente vissuto, era da sperare che il suo zelo e potere avesse estinto in fasce lo scisma incominciato da Lutero, il quale appunto, nell'interregno, prese maggior vigore. Grandi maneggi furono fatti dai due principi che sopra gli altri aspiravano a quella gran dignità, cioè da Carlo V re di Spagna, delle due Sicilie, delle Indie Occidentali, e signore della Borgogna, de' Paesi-Bassi e d'altri molti Stati, nel quale era caduto eziandio tutto il retaggio della nobilissima casa d'Austria per la morte del suddetto avolo suo; e Francesco I, re del floridissimo regno di Francia, duca di Milano, e signore di Genova. Studioso cadaun di essi di guadagnare i voti degli elettori, e spezialmente il re Francesco con grosse offerte di danari (che questa sola buona ragione aveva egli dal suo canto) cercò di ottenere il pallio. Ma perchè l'essere Carlo di nazion germanica, portava nelle bilance di ognuno troppa superiorità alle pretensioni dell'altro; e perchè ai principi della Germania recava più timore la potenza unita di un re di Francia, che la disunita di Carlo Austriaco; perciò nel dì 28 di giugno con bastanti voti restò proclamato re di Germania e re de' Romani, ossia imperadore eletto, esso Carlo V. Nei secoli addietro non prendevano i re di Germania il titolo d'imperadore, se non dappoichè aveano ricevuta la corona romana, siccome si è potuto vedere in tanti esempli de' secoli antecedenti. Cominciò Massimiliano ad intitolarsi imperadore eletto, trovandosi in vari suoi documenti questo titolo, benchè in altri si vegga quel solo di re de' Romani. Ma Carlo V da lì innanzi altro titolo non usò che quello di eletto imperador de' Romani. Nel che è stato imitato dai suoi augusti successori, con lasciar anche nella penna la parola eletto. Perciò a me ancora sarà lecito di chiamarli tali in avvenire, ancorchè niun d'essi, fuorchè lo stesso Carlo V, ricevesse o ricercasse mai l'imperiale corona di Roma. Non fu difficile agl'intendenti delle cose del mondo il presagire, che poco sarebbe per durar la pace fra il novello Augusto e Francesco re di Francia, per gara di gloria, o per interesse di Stato. Si trovavano amendue giovani e potenti: l'esaltazione dell'uno era troppo rincresciuta all'altro. Il Belcaire [Belcaire, Rerum Gallic., lib. 16.] fa un ritratto di questi due principi. Egregie doti concorrevano in Francesco, ma insieme due considerabili vizii, cioè un eccessivo desio di gloria, congiunto con una somma stima di sè medesimo, e una smoderata libidine. Della sua grazia spezialmente godeano gli adulatori. Il gravar di nuove imposte i sudditi, per far sempre nuove guerre, a lui pareva un nulla; nel che cominciò a non voler punto ascoltare il consiglio de' pari e de' parlamenti, con gloriarsi ancora di aver egli cavato dalla minorità, ed esentato dai tutori il regno di Francia. In Carlo V all'incontro si univa la gravità con un perspicace ingegno, con molta moderazion delle passioni, e con altre virtù atte a formare un insigne rettor di popoli, se non che anche in lui l'amor della gloria il portò sempre alle guerre, e talvolta ad anteporre l'utile all'onesto. L'emulazione di questi due monarchi, che poi passò in odio, non produsse nell'anno presente alcun litigio tra loro, ma si andò disponendo per partorirne.
Qual fosse l'ansietà di papa Leone per esaltare la propria casa, l'abbiam di sopra accennato. Ma ad altri tempi, e non ai suoi, era riserbato il compimento de' suoi desiderii. Cadde infermo in Firenze Lorenzo de Medici duca d'Urbino, suo nipote. L'Ammirati dice [Ammirati. Guicciardini.] di mal franzese, e che la sua lunga ed acerba infermità il trasse finalmente a morte nel dì 28 d'aprile. Io non so mai come nella Storia del Nardi [Nardi.] sia scritto che egli passò all'altra vita a' dì 4 di maggio del 1518. Sarà errore di stampa. Pochi giorni prima era pure morta di parto madama Maddalena sua consorte, con lasciare dopo di sè una figliuola che, appellata Catterina, vedremo, a suo tempo, regina di Francia. Dai più de' Fiorentini fu con interno segreto giubilo solennizzata la sua morte, perchè credenza vi era, che questo nipote pontifizio, il quale non solo primeggiava in quella città, ma n'era il principal direttore, pensasse a farsene signore. Sicchè terminata in lui la legittima discendenza di Cosimo de Medici il Magnifico, parve che venisse meno al papa ogni speranza di propagare ed ingrandir la sua linea; perciocchè è ben vero, che di Lorenzo restò un figlio bastardo, per nome Alessandro, il quale noi vedremo, a suo tempo, duca di Firenze; ma Leone X non ne facea in questi tempi molta stima, siccome neppure pensava a promuovere i discendenti da Lorenzo fratello del suddetto Cosimo, nella qual linea vivea allora Giovanni de Medici, personaggio di raro valore, a cui appunto nel dì 11 di giugno del presente anno nacque Cosimo che siccome vedremo, arrivò ad essere gran duca di Toscana. Perciò il papa riunì alla Chiesa il ducato d'Urbino, Pesaro e Sinigaglia, e solamente mandò a Firenze il cardinal Giulio de Medici, acciocchè ivi comandasse le feste, e conservasse il lustro e la potenza della casa de' Medici in quella nobil città. In ricompensa ancora delle tante spese fatte dalla repubblica fiorentina, per occupare e ricuperare in favore del defunto Lorenzo il ducato di Urbino, le concedette la fortezza di San Leo e tutto il Montefeltro.
Ma quantunque nella morte del nipote rimanessero troncate le idee del pontefice d'ingrandire la propria famiglia, non cessavano già, anzi presero dipoi maggior vigore le altre ch'egli nudriva di accrescere la potenza temporale della Chiesa romana, per emulazione alla gloria di papa Giulio II; giacchè, come nota il Guicciardini, l'ambizione de' sacerdoti non era in questi tempi, ed anche prima, da meno di quella dei secolari. Già vedemmo papa Leone più volte obbligato a restituire Modena e Reggio ad Alfonso duca di Ferrara. Invece di far questo, andava egli sempre meditando di spogliarlo ancora di Ferrara, e non già con armi manifeste, ma con insidie. E gli si presentò occasione di eseguir sì ingiusto disegno; imperciocchè fu preso il duca nel novembre di quest'anno da una lunga e pericolosa malattia, per cui si sparse voce che fosse disperata sua vita. Avvertitone il papa, e sapendo che il cardinal Ippolito fratello del duca, atto a sostener la città, si trovava al suo arcivescovato di Strigonia in Ungheria, diede commissione ad Alessandro Fregoso vescovo di Ventimiglia, abitante allora in Bologna, che, fingendo di voler entrare per forza in Genova, ammassasse genti d'armi, e se la intendesse con Alberto Pio, signor di Carpi, nemico giurato della casa d'Este. Con circa sei mila tra cavalli e fanti passò questo buon ecclesiastico, per effettuare l'ordito tradimento, verso la Concordia, facendo vista di volerla contro quella terra. Avea noleggiato eziandio molte barche, per passare il Po alla bocca del fiume Secchia. Ma Federigo marchese di Mantova, che stava attento agli andamenti di quelle soldatesche, venne scoprendo la mena, e per uomo apposta ne spedì tosto l'avviso al duca Alfonso suo zio. Stava allora senza sospetto il convalescente duca, nè tardò a raddoppiar le guardie e le precauzioni alla città, dove si trovò che circa quaranta braccia di muro di essa erano cadute. Si fecero anche ritirare all'altra riva tutte le barche destinate a quel tentativo: provvisione che indusse il vescovo Fregoso a ritornarsene indietro colle pive nel sacco. Poco fa si è nominato Federigo marchese di Mantova, e qui conviene avvertire, che, a' dì 20 di febbraio del presente anno, dopo lunga malattia, mancò di vita il marchese Francesco suo padre: principe che in tante azioni avea dati segni di gran valore, e col suo moderato governo s'era comperato l'affetto de' suoi popoli. Lasciò dopo di sè Federigo primogenito, che a lui succedette nel dominio; Ercole che fu poi cardinale; e don Ferrante che fu duca di Molfetta, Guastalla, ec., e gran nome acquistò fra i capitani del secolo presente.