MDXXI

Anno diCristo MDXXI. Indiz. IX.
Leone X papa 9.
Carlo V imperadore 3.

Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da Carlo V imperadore, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero. Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente eresia di Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza, e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito. Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori: passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità. Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche nella Navarra, già occupata da Ferdinando il Cattolico, si fecero più commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in addietro ai Franzesi. Ora Francesco I re di Francia che si sentiva pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la Navarra, per renderla, diceva egli, ad Arrigo re fanciullo, il cui padre Giovanni era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini, che a dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente, fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto, se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di papa Leone X che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al duca Alfonso, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra. Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto mio, tralascio.

Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano: certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio una lega con Carlo V imperadore a difesa della casa de' Medici e de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato di Milano, questo si desse a Francesco Maria Sforza, figliuolo del fu Lodovico il Moro, il quale se ne stava tutto dimesso in Trento, aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di Napoli ad Alessandro, figlio bastardo di Lorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi. Alfonso duca di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè, come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere, e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla, per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche Girolamo Morone, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè era in Francia il Lautrec, il signor dello Scudo suo fratello, vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel dì 24 di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese. Vi restò morto Alessandro Trivulzio, e gli altri se ne fuggirono. Lo Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona; corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il bisognevole.

Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia, i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri cinque cento, sotto il comando di Teodoro Trivulzio e di Andrea Gritti legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio l'armata pontifizia il Lautrec mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello, e da Federigo signor di Bozzolo. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo Stato di Cristoforo Pallavicino, a cui tolse anche la vita, perchè accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova Ottavino Fregoso e i Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno. Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla giovò. Chiamò papa Leone a Roma Prospero Colonna, il quale era stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio Federigo marchese di Mantova con titolo di capitan generale della Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole; e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa, perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior parte della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava lo Scudo il signor di Lautrec suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata, composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte le loro misure. Era stato fin qui paziente Alfonso duca di Ferrara, mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui papa Leone X, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati, bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso di Modena il conte Guido Rangone, e poi sciogliessero l'assedio di Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione.

Aveva intanto il papa fatto assoldare dal cardinale di Sion, chi dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno, e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler combattere co' Franzesi, per essere con loro in lega. Prospero Colonna adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro, siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore, colà comparve il cardinal Giulio de Medici, spedito dal papa con titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il Colonnese e il marchese di Pescara, e desse calore alla impresa. Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de' collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè il cardinale di Sion e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori. Restò allora ben confuso il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava il danaro per pagarli. Imperciocchè il re Francesco dopo avere sì superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a Carlo imperadore, si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno seguente l'esercito collegato in vicinanza di Milano, essendo stato spedito avanti il valoroso Ferdinando di Avalos marchese di Pescara con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani con Teodoro Trivulzio e Andrea Gritti. Si combattè, ma venne meno il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo, come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè occorse di più, perchè il Lautrec la notte, lasciato ben guernito il castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi. Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di Prospero Colonna, e non con minore del marchese di Pescara, che in quella occasione fece mirabili prove di sua persona.

A persuasione poi di Girolamo Morone, andò un bando, che sotto pena della vita niun Milanese fosse offeso. Venuto il giorno, comparvero davanti al Colonna, ai legati e al marchese di Mantova dodici nobili ambasciatori a dar la città, e a pregare che fosse preservata da ingiurie pubbliche e private. V'entrò il Morone, prendendone il possesso a nome di Francesco Maria Sforza, già riguardato qual duca, e restò egli quivi al governo con titolo di luogotenente. Si fece conto che più di tre mila fanti veneti lasciassero in quel conflitto la vita; e gli altri Veneti, consistenti in altri tre mila fanti, trecento lancie e circa ottocento cavalli leggieri, parte furono presi, parte si dissiparono colla fuga la notte; di maniera che totalmente si perdè l'esercito loro. Seguitarono l'esempio di Milano le città di Pavia e Lodi. Parma e Piacenza si diedero ai ministri del papa. Fu spedito il marchese di Pescara con dieci mila fanti e cinquecento cavalli dietro a' Franzesi, ritirati a Como; ma il Lautrec, lasciato ivi un presidio sufficiente, s'incamminò col resto de' suoi verso Cremona, intese bensì per istrada che anche quella città aveva alzate le bandiere sforzesche; tuttavia, perchè si tenea forte la cittadella, v'entrò, e ricuperò la città, con fare il miracolo di non inferire alcun male a que' cittadini. Piantate intanto il marchese di Pescara le batterie contro la città di Como, poco stette quel popolo a capitolar la resa con patto che fossero salve le persone e robe tanto degli abitanti che de' Franzesi. Ma, entrati gli Spagnuoli, misero a sacco l'infelice città, con grande infamia del marchese, il quale poi col tempo fu chiamato a duello come colpevole di questo sfregio fatto alla pubblica fede. In una parola, a riserva di Cremona, d Alessandria, del castello di Milano e di qualche altra fortezza, il resto dello Stato di Milano venne in potere di Francesco Sforza, non senza grave affanno de' Veneziani, che, oltre allo aver perduto il loro esercito, restavano, per ragion della lor lega col re Cristianissimo, esposti ad evidenti pericoli. Ma non era da paragonar la cattiva lor positura con quella di Alfonso duca di Ferrara, giacchè egli, dopo la caduta dei Franzesi, non vedea più maniera di salvarsi in mezzo a queste vicende. Alla sempre vigorosa brama di papa Leone di torgli Ferrara, s'era aggiunto uno straordinario sdegno, per aver egli frastornato dianzi l'acquisto di Parma. Si era il duca ritirato a casa, dappoichè fu venuta sul Reggiano l'armata collegata, e poco stette a provar gli effetti della collera pontificia. Vennero l'armi di esso papa al Finale, a San Felice, e riacquistarono quelle terre. Presero anche il Bondeno, con tagliare a pezzi il presidio, e dare il sacco a quel luogo. Dall'altra parte, verso la Romagna occuparono altri ministri del pontefice Lugo, Bagnacavallo, con altre terre del duca, e poscia Cento e la Pieve. Furono anche mossi i Fiorentini ad impadronirsi della provincia della Garfagnana di là dall'Apennino, composta di circa novanta comunità, che s'era fin qui mantenuta fedele al duca; e riuscì ancora al Guicciardini di ridurre all'ubbidienza di Modena la picciola provincia del Frignano, finora costante nella fede verso il duca. Ma neppur questa bastò a papa Leone. Pubblicò egli allora un fierissimo monitorio contra d'Alfonso, dichiarandolo ribello, colle frangie d'altri titoli obbrobriosi, e mettendo l'interdetto alla città di Ferrara, per aver egli occupato le terre del Finale e San Felice spettanti alla Chiesa romana; quasi che avessero i pontefici acquistata indulgenza plenaria in ispogliar quel duca delle imperiali città di Modena e Reggio; e fosse poi enorme delitto, s'egli tentava di ripigliare il suo, cioè terre a lui indebitamente tolte, e delle quali era investito dagl'imperadori. Tuttochè sentisse il duca il soverchio abbassamento de' suoi affari; pure, irritato al maggior segno dal veder adoperate contra di sè anche l'armi spirituali, non potè contenersi dal mettere fuori colla stampa un manifesto, in cui palesò al mondo gli oltraggi, le insidie e le mancanze di fede di papa Leone X per conto suo, e privo affatto di giustizia il procedere della corte di Roma contra di lui. E perciocchè sapea essere stabilito nella lega del papa coll'imperadore, che, cacciati i Franzesi da Milano, si avessero a volgere l'armi sopra Ferrara, senza neppure aspettare di aver prese tutte le fortezze di quello Stato: da uomo forte si accinse a ben munire e provveder di vettovaglie quella città. Prese anche al suo soldo quattro mila Tedeschi, ed accrebbe le milizie italiane, risoluto di vendere caro la propria rovina, giacchè aspettava a momenti l'armi imperiali e pontificie alle mura di Ferrara. Certamente non fu mai la nobilissima casa d'Este in tanto pericolo di naufragio, come in questo frangente. Ma chi con segrete ruote regola il mondo tutto, eccoti che, con far nascere un'inaspettata scena, fece non poco cangiare aspetto alle cose d'Italia.

Per quanto s'ha dai Giornali di Paris de' Grassi, cerimoniere del papa, riferiti dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.], e per quello che attestano altri scrittori [Guicciardini. Panvinio. Anonimo Padovano. Giovio.], non si può esprimere qual allegrezza provasse papa Leone all'avviso della presa di Milano, e di mano in mano alle nuove de' susseguenti acquisti. Non capiva in sè per la gioia d'aver depressi i Franzesi, e mirava con gaudio inesplicabil la già fatta ricuperazione di Parma e Piacenza, parendogli oramai di non essere da meno di papa Giulio II. Ordinò pertanto che si facessero gran feste in Roma, e venne apposta dalla Malliana in quella città per deliziarsi nei viva del popolo. Ma che? Nel dì 25 di novembre cominciò a declinar la sua allegria per qualche incomodo di salute, nel dì primo di dicembre improvvisamente, senza neppure poter ricevere i sacramenti della Chiesa, diede fine al suo vivere in età di soli quarantasei anni. Lunga disputa fu fra i medici s'egli fosse morto di veleno, per varii segnali osservati nel suo cadavero, e per altri motivi addotti dal Grassi e dal Guicciardini. Già abbiam detto che una fistola nelle parti inferiori gli facea guerra. Bastò ben questa ad abbreviargli la vita. Ma perchè chi è morto nulla più cura le cose mondane, neppure altri si curò di procedere oltre in questa ricerca. E così terminarono i disegni e le glorie di papa Leone X, il quale, per attestato del medesimo Guicciardini, ingannò assai l'espettazione che s'ebbe di lui, quando fu assunto al pontificato. Perciocchè se alcuno avesse potuto giovare alla Chiesa di Dio, certo si dovea sperare da lui: principe di mirabile ingegno, desideroso di cose grandi, dotato di non volgare eloquenza, e, prima del pontificato, amante della giustizia. Non gli mancava buon fondo di religione e pietà. Ma, trascurando egli ciò che avea da essere il principal suo mestiere, tutto si diede a farla da principe secolare, con corte oltremodo magnifica, con attendere continuamente ai passatempi, alle caccie, ai conviti, alle musiche, e ad accrescere il lusso dei Romani in forma eccessiva. Il Giovio, tenendo davanti agli occhi il detto di Tacito, lib. III, cap. 65 degli Annali: Praecipuum munus Annalium reor, ne virtutes sileantur, neque pravis dictis factisque ex posteritate et infamia metus sit: ben dipinse non men le sue lodevoli che biasimevoli qualità. Certamente fu egli con ragion celebrato per aver promosso il risorgimento delle lettere. Certo è ancora che non godè mai si bel tempo Roma cristiana, che sotto questo pontefice, ma con peggiorarne i costumi, essendosi anche inventate o praticate maniere poco lodevoli di cavar danaro, per soddisfare alla prodigalità di esso papa, per far fabbriche suntuose, e specialmente per suscitare e sostener guerre, quasichè possa essere glorioso ne' principi ecclesiastici quello che sovente è detestabile anche nei principi secolari. Nè solamente immenso danaro della Chiesa fu impiegato in quelle scomunicate guerre, onde restò esausto l'erario pontificio; si trovarono eziandio impegnate da papa Leone le gioie ed altre cose preziose del trono della Chiesa romana, oltre ad altri grossi debiti ch'egli lasciò, a pagare i frutti, dei quali ogni anno la camera pontificia spendeva quaranta mila ducati d'oro. E tutto questo per accrescere alla Chiesa suddetta un dubbioso patrimonio, che ai dì nostri si è veduto a lei tolto; quando nel tempo stesso sguazzava e si dilatava l'eresia di Lutero; e il fier Solimano imperador de' Turchi, scorgendo immersi in tante guerre i monarchi cristiani, formò l'assedio di Belgrado, baluardo della Cristianità in Ungheria, e se ne impadronì: dal che poi venne la rovina di quel vasto regno, e un'altra gran piaga al Cristianesimo. Scrisse bensì il giovinetto re di Ungheria Lodovico calde lettere all'imperatore, al papa e agli altri principi cristiani, implorando aiuto in sì gran bisogno; ma non trovò altro che compatimento alle sue disgrazie. Mi sia lecito il rapportare all'anno susseguente alcuni fatti accaduti sul fine del presente. Qui solamente ricorderò che nel dì 22 di giugno venne a morte Leonardo Loredano doge di Venezia, la cui prudenza in tempi tanto disastrosi a quella repubblica, venne sommamente commendata. Fu a lui successore in quella dignità Antonio Grimani.