MDXXV

Anno diCristo MDXXV. Indiz. XIII.
Clemente VII papa 3.
Carlo V imperadore 7.

Per l'ostinato assedio di Pavia si trovarono in mala positura non men gli assediati che gli assedianti. Avea bensì Antonio da Leva prese le argenterie delle chiese d'essa città, ed anche dei particolari, con far battere moneta, dove si leggevano queste parole: CAESARIANI PAPIAE OBSESSI. MDXXIV. Ma non tardò a tornare il bisogno, a cui riuscì di piccolo refrigerio la somma di tre mila ducati d'oro che il marchese di Pescara, in tempo che fu fatta una concertata sortita, seppe far passare nella città per mezzo di due vivandieri. Con tutto ciò il savio Leva tante promesse e conforti adoperò, che tenne in dover la sua gente, ancorchè più volte minacciassero di rendere la città ai Franzesi, e crescessero poi le loro angustie pel difetto dei viveri, con ridursi a cibarsi di carne di cavalli, cani, gatti ed altri abbominevoli cibi. Non si sentiva meglio di polso il re Francesco, perchè era molto scemata la sua armata per le diserzioni e malattie, e specialmente per la sconsigliata spedizione del duca d'Albania verso il regno di Napoli. Quanto all'esercito imperiale, più ivi che altrove si penuriava di danaro, nè altro s'udiva in quelle milizie che querele e proteste d'andarsene, e senza voler più fare la guardie. L'eloquenza e buona maniera del marchese di Pescara li ritenne, con promettere specialmente di venir fra poco ad un fatto d'armi, in cui senza fallo riporterebbero vittoria, e nuoterebbero poi nell'oro e nell'esplicabil bottino del vinto esercito franzese. Verso la metà di gennaio arrivarono al campo cesareo secento cavalli borgognoni ed altrettanti tedeschi, tutti ben in ordine. Poi da lì a non molto giunsero ancora sei mila fanti tedeschi, inviati dall'arciduca Ferdinando. Scrive l'Anonimo Padovano che sul principio di quest'anno vennero di Germania sei mila fanti tedeschi, condotti da Carlo duca di Borbone, i quali andarono a Lodi, ricevuti con somma allegrezza dal marchese di Pescara. Poi parla di altri cinque mila di là parimente venuti sul principio di febbraio. Comunque sia, certo è che un grosso rinforzo pervenne al campo cesareo. Allora fu che il vicerè Lanoia, d'accordo con tutti i capitani, prese la risoluzione di provar le sue forze con quelle del re Cristianissimo, e di tentare con ciò la liberazione di Pavia, la quale ben sapevano essere ridotta all'agonia. Fecesi conto che l'armata sua fosse composta di mille e ducento cavalli fra borgognoni e tedeschi, di ottocento cavalli leggieri, di undici mila fanti tedeschi, e di fanti sette mila fra italiani e spagnuoli, senza la numerosa guarnigione di Pavia. Stette esso vicerè quattro giorni in Lodi, aspettando che il duca d'Urbino colle milizie venete venisse ad unirsi seco; ma indarno l'aspettò. Indi passò a Marignano, e poscia a Sant'Angelo, castello posto fra Lodi e Pavia, dove era stato inviato dal re Francesco Pirro Gonzaga con mille fanti e ducento cavalli. Il misero castello fu preso a forza d'armi con istrage di quel presidio dal prode marchese di Pescara, che poi lo diede in preda a' suoi soldati.

Varie disavventure intanto occorsero al re Cristianissimo. Due mila fanti italiani, che venivano al suo campo, furono disfatti sull'Alessandrino da Gasparo del Maino governatore di Alessandria. Parimente Gian-Lodovico Pallavicino, che s'era fortificato in Casal Maggiore con due mila fanti e quattrocento cavalli (l'Anonimo Padovano gli dà tre mila fanti e cinquecento cavalli), da Ridolfo da Camerino colle genti del duca di Milano fu sconfitto e fatto prigione. Ma peggio accadde. Riuscì a Gian-Giacomo de Medici, che poi fu marchese di Marignano, di occupar la terra di Chiavenna, posseduta allora dai Grisoni. Fu cagione questa novità che sei mila Grisoni, che erano nel campo franzese, chiedessero congedo, nè maniera vi fu di ritenerli: il che mise non poca costernazione nel resto dell'armata franzese, per altro verso assai debole e smilza. Imperciocchè il re Francesco nella Certosa di Pavia, attendendo solamente a' vani piaceri e divertimenti, senza curarsi di assistere alle rassegne de' soldati, si credea di avere un gran numero di combattenti, e veramente li pagava, come se gli avesse; ma, per negligenza de' suoi ministri e frode de' suoi capitani, mancanti di molto erano tutte le compagnie. In questi medesimi tempi non godeano miglior vento gli affari del duca d'Albania, giunto nelle vicinanze di Roma col corpo di gente franzese. Gran tumulto fu in quelle parti, essendosi specialmente scoperto che gli Orsini andavano d'intelligenza con esso duca. Aveano anche unito circa quattro mila uomini del lor partito, e marciavano per congiugnersi con lui; ma i Colonnesi, fautori della parte imperiale, con molta cavalleria, e forse con sei mila fanti (il Guicciardini li fa molto meno), andarono ad assalirli a San Paolo fuori di Roma, e diedero loro una solenne rotta, inseguendoli fino a ponte Sant'Angelo: il che avendo cagionato gran terrore in Roma, poco mancò che il papa non si ritirasse in castello. Finalmente nel dì 14 di febbraio l'esercito cesareo in Lombardia si accostò sì da vicino a quello de' Franzesi, dove già s'era ritirato il re, che gli assediati in Pavia, già ridotti agli estremi, si avvidero con loro gran gioia di poter sperare il soccorso. Le azioni gloriose fatte in questa occasione da Francesco Ferdinando Davalos marchese di Pescara, che si potè chiamar l'Achille e l'anima dell'armata cesarea, non è a me permesso di riferirle distesamente. Dirò solamente, che avendo egli inviato Alfonso Davalos marchese del Vasto suo cugino, e giovane valorosissimo, ad assaltare un bastion de' nemici, nello stesso tempo egli, spianata la fossa in altro sito, con valore e industria mirabile spinse entro Pavia centocinquanta cavalli, cadaun d'essi con un valigino pieno di polvere da fuoco: il che fu d'incredibil aiuto ad Antonio da Leva, che n'era già rimasto senza. Così nel dì 20 di febbraio gli riuscì con felice tentativo di spignere nell'afflitta città gran copia di vettovaglia; e nel dì seguente espugnò un altro bastione, con portarne via sei pezzi d'artiglieria.

Stavano in questa maniera a fronte le due armate nemiche; la franzese stretta ne' suoi forti trincieramenti, ma col cuor palpitante, di modo che il suddetto marchese di Pescara ebbe a dire al vicerè Lanoia, essergli fin qui sembrato di combattere non con uomini, ma con femmine. Gran parte de' capitani, ed anche il papa per mezzo di Girolamo Leandro vescovo di Brindisi suo nunzio, e con più lettere andavano consigliando il re Francesco, che, schivata ogni battaglia con gente disperata, si ritirasse di là dal Ticino, assicurandolo in tal guisa della vittoria; perchè, mancando le paghe agl'imperiali, in breve si sarebbe ridotta in nulla la loro armata. Il re di testa cocciuta impuntò, parendo cosa vergognosa ad un par suo il levarsi da quell'assedio e il mostrar paura. E perciocchè sapeva le deliberazioni de' nemici di voler venire ad un fatto d'armi, mandati di là dal Ticino tutti i carriaggi, mercatanti, vivandieri ed altra gente inutile, si preparò a riceverli. Ora nella notte precedente al dì 24 di febbraio, festa di San Mattia, e giorno che altre volte si provò poi propizio all'imperador Carlo V, si mise in ordinanza di battaglia l'esercito cesareo, e qualche ora avanti giorno, dopo aver gittate a terra circa sessanta braccia del muro del Barco, vi entrarono, ed, avviandosi verso Mirabello, ebbero all'incontro le schiere del re Cristianissimo. Anche Antonio da Leva spinse fuor di Pavia a quella danza quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Fu ben terribile ed ostinato il combattimento, ma quasi tutto in rovina de' Franzesi. Gli Svizzeri, che non menarono le mani collo ardore degli anni addietro, furono rovesciati; il resto non attese che a cercar la salute colla fuga. Il re Francesco, valorosamente combattendo, e cercando indarno di fermare i fuggitivi, dopo aver ricevuto due leggieri ferite nel volto e in una mano, ammazzatogli il cavallo, vi restò sotto, nè mai si volle rendere a cinque soldati, che, riconosciutolo agli ornamenti delle armi per signore di alto affare, il voleano vivo e non morto, per isperanza di grossa taglia. Se crediamo al Giovio, fu confortato ad arrendersi al Borbone; ma egli, fremendo all'udire il nome di quel traditore, disse che chiamassero il vicerè Lanoia, a cui si diede a conoscere e si arrendè. Il ricevette egli prigione dell'imperadore, e dopo avergli baciata la mano, e aiutatolo a rizzarsi, il condusse sopra un ronzino nel castello di Pavia, dove fu nobilmente alloggiato e curato. Intanto continuarono i cesarei ad uccidere o a far prigioni; e perchè i Franzesi altro scampo non aveano che pel Ticino, moltissimi d'essi incalzati dai nemici lasciarono la vita in quel fiume. Secondo lo scandaglio di chi scrisse gli avvenimenti d'allora, rimasero estinti in quella memorabil giornata otto in dieci mila del campo franzese, fra quali l'ammiraglio Bonivet, il Palissa, il Tremoglia, l'Aubignì ed altri uffiziali del primo ordine; e prigioni, oltre al re Francesco, il re di Navarra, il Bastardo di Savoia, Federigo da Bozzolo ed assaissimi altri capitani e gentiluomini. Laddove degl'imperiali vogliono alcuni che non perisse più di settecento persone. L'Anonimo Padovano scrive due mila persone, e fra queste un solo capitano di conto, cioè Ferrante Castriota marchese di Santo Angelo. Presso il Rinaldi, negli Annali Ecclesiastici, le lettere del Giberti datario davano trucidati dodici in tredici mila Franzesi, e sette mila annegati nel Ticino. Aprì ben la bocca questo monsignore. Salvossi prima anche della rotta totale, e non senza grave suo biasimo, con sole quattrocento lancie il signor di Alanson verso Piemonte; ma, appena giunto in Francia, vi terminò i suoi dì. Teodoro Trivulzio, ch'era alla guardia di Milano, nel dì medesimo della rotta se ne partì in fretta, seguitandolo alla sfilata i suoi soldati. Tutto il carriaggio del re e le sue artiglierie vennero in potere de' vincitori; e sì grande fu il bottino, che ogni menomo soldato ne arricchì. Pensò poi il vicerè Lanoia di mettere il re prigioniere nel castello di Milano; ma non piacendo al duca di Milano un sì pericoloso ospite, fu egli poi condotto nella rocca di Pizzighittone, con accordargli per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quei che erano rimasti prigionieri. Il marchese di Pescara con due ferite, l'una nel viso, l'altra in una gamba, fu portato a Milano, dove stette gran tempo in mano dei medici e chirurghi.

Tanta prosperità dell'armi cesaree in Italia quanto rallegrò i sudditi dello imperadore in Ispagna e Germania, altrettanto riuscì disgustosa ai principi italiani, temendo essi, che la crescente potenza di Cesare minacciasse ormai gli Stati di cadauno. Perciò papa Clemente e i Veneziani più degli altri cominciarono a trattare di unirsi, per non restar preda alla sospetta ambizione altrui. Maggiormente poi crebbe la loro gelosia dacchè videro condotto in Ispagna il prigioniere re Cristianissimo. Imperocchè mandò ben ordine l'imperadore, ch'esso re fosse condotto a Napoli; ma il re Francesco, sperando di poter meglio maneggiar la sua liberazione se potesse abboccarsi coll'imperadore dimorante in Ispagna, si raccomandò per essere trasportato colà, e procurò da Parigi tutte le precauzioni per la libertà e sicurezza del trasporto. Pertanto sul fine di maggio, scortato esso re da trecento lancie e da quattro mila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove imbarcatosi, con dieci galee genovesi ed altrettante franzesi, ma armate dagli Imperiali, in compagnia del vicerè Lanoia arrivò poscia a Madrid. Restò il marchese di Pescara, durante la lontananza del Lanoia, vice-capitan-generale dell'esercito cesareo. Prima ancora della partenza d'esso re, il papa, dopo aver conosciuto che il far leghe allora contro del vittorioso imperadore, era non men difficile che pericoloso, cominciò a trattar con esso d'accordo. Lo conchiuse infatti per mezzo di Gian-Bartolomeo da Gattinara nel dì primo di aprile, e pubblicollo solamente nel dì 10 di maggio. Innanzi la detta conclusione il duca di Albania, che stava accampato nelle vicinanze di Roma, udita che ebbe la disavventura del re cristianissimo, cercò la via di levarsi d'Italia, per timore d'esserne cacciato dai ministri cesarei del regno di Napoli e dai Colonnesi. Licenziata dunque parte delle sue genti, ed imbarcatosi col resto sulle galee della Francia e del pontefice, fece vela alla volta della Provenza. Ora fra i capitoli della lega poco fa accennata del papa coll'imperadore, uno de' principali, e che forse diede ad essa il primario impulso, perchè Clemente la procurasse, fu che il vicerè avesse da adoperar le forze cesaree per obbligare Alfonso duca di Ferrara a rilasciare alla Chiesa la città di Reggio e la terra di Rubiera, da lui ricuperate dopo la morte di papa Adriano VI, come cose sue e dell'impero, da cui ne era egli investito. Questa avidità di spogliare il duca non solo di que' due luoghi, oltre a Modena, tuttavia occupata dall'armi pontificie, ma eziandio della stessa città di Ferrara, nata a' tempi di Giulio II, e continuata in Leone X, era passata anche in papa Clemente VII, non si sa se per la mondana gloria di dilatar le fimbrie della temporal potenza dei papi, oppure per segrete mire d'ingrandir la propria casa: giacchè egli intendeva ad innalzare Alessandro ed Ippolito, ambedue bastardi, l'uno di Giuliano Juniore de Medici, e l'altro di Lorenzo de Medici già duca d'Urbino. Ma restò delusa questa sua indebita cupidigia; perciocchè il vicerè Lanoia, trovandosi in gravi angustie per mancanza di denaro da pagar le truppe, avea, molto prima per mezzo del medesimo Gattinara, trattato col duca Alfonso, e ricevutane in prestito la somma di cinquanta mila scudi d'oro, con promessa d'assisterlo a ricuperar gli Stati dipendenti dal romano imperio. Il perchè nè lo stesso Lanoia, nè l'imperadore vollero ratificare questo capitolo, siccome pregiudiziale alle ragioni di esso imperio. Si mosse ancora il duca di Ferrara nel mese di settembre, con intenzion di passare personalmente in Ispagna, per esporre ivi a Cesare l'ingiustizia di chi non solo gli riteneva il suo, ma anche cercava con trattati di torgli il resto. Giunto egli a San Giovanni di Morienna, mai non potè impetrare il passaporto da Lodovica regina madre reggente di Francia, e gli convenne tornarsene indietro.

Grandi maneggi intanto si faceano in Parigi e in Madrid per la liberazione del re Francesco, tutti nondimeno indarno, perchè esorbitanti pareano non meno a lui che alla regina sua madre le condizioni, colle quali aveano da comperarla. Perciò esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse per non averlo mai l'imperadore degnato d'una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione. Nei medesimi tempi non mancarono novità in Italia. Vedeva Francesco Sforza duca di Milano d'essere oramai ridotta tutta la sua autorità ad un solo nome, perchè gli Spagnuoli erano veramente i padroni dello Stato di Milano, nè giammai avea potuto ottenerne l'investitura da Cesare; e sebben questa era stata spedita, pure gli veniva esibita a condizion di pagare in varie rate, per quanto dicono, un milione e ducento mila ducati d'oro, per qualche compenso alle tanto maggiori spese fatte dall'imperadore per iscacciarne i Franzesi: pagamento impossibile dopo tanta desolazione di quello Stato. Faceano compassione anche i popoli, perchè non poteano più reggere agli aggravi e all'insolenza degli Spagnuoli. Ora Girolamo Morone, primario consigliere del duca, cominciò segretamente a trattare di liberar il suo padrone da questi ceppi. Non vi volle molto a sapere, che il marchese di Pescara si trovava disgustatissimo dell'imperadore e del vicerè Lanoia: epperò si azzardò il Morone a proporgli di cacciar gli Spagnuoli da Milano, e di far lui poscia re di Napoli. Al che si mostrò disposto il marchese, quando vi concorressero i Veneziani e il pontefice. Si fece il tentativo col Senato veneto, che si mostrò propenso ad entrare nel proposto progetto, nè il papa ne fu alieno, e andò molto innanzi questo trattato. Non si potè poi decidere se il marchese sulle prime acconsentisse daddovero, con pentirsene dipoi, oppure se anche allora fingesse. La verità si è, che egli infine avvisò di queste mene l'imperador Carlo, e ricevè ordine di provvedere. Fece il Pescara circa la metà d'ottobre venire a Novara il Morone, ed, avendo fatto ascondere Antonio da Leva dietro ad un arazzo, acciocchè tutto udisse, parlò molto con esso Morone di quella pratica, e poi fattolo imprigionare, il mandò nel castello di Pavia. Quindi, come se il duca Francesco ne fosse consapevole, e perciò decaduto da ogni suo diritto, l'obbligò a consegnargli Cremona, e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzighittone; ed, entrato in Milano, costrinse quel popolo a giurar fedeltà a Cesare, mettendo dappertutto uffiziali in nome dell'imperadore, con restar solamente al duca il castello di Cremona e quel di Milano, dove egli abitava, che fu ben tosto serrato intorno con trincieramenti da esso marchese. Non si può esprimere l'incredibil dolore che questa novità e violenza recò a tutti i popoli dello stato di Milano, e in quanta confusione restassero i principi d'Italia, veggendo scoperti i lor segreti disegni, e massimamente perchè oramai si toccava con mano, non aver l'imperadore acquistato quello Stato per amore di Francesco Sforza, ma per proprio vantaggio, contro i chiari capitoli della lega precedente. Però si cominciarono nuovi maneggi fra le potenze italiane, e colla regina di Francia reggente, da cui era stata già stabilita in quest'anno una nuova lega con Arrigo re d'Inghilterra. Sul fine poi di novembre ebbe fine la vita di Francesco Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, in età di soli trentasei anni, che tanto credito di valore e di senno avea conseguito nelle guerre passate, onde veniva tenuto pel più sperto generale d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma dipinto dal Guicciardini per altiero, insidioso, maligno e odiato dagl'Italiani per le sue doppiezze in pregiudizio dell'infelice duca di Milano. Restò vedova di lui Vittoria Colonna, donna per la beltà del corpo, e vieppiù per quella dell'animo, celebratissima da tutti i poeti e scrittori di allora. In luogo suo fu dato il comando dell'armi ad Alfonso marchese del Vasto, suo cugino (appellato da altri nipote), giovane di grande animo, prudenza e fede.