I.
Avevano finito di pranzare, con una serata calma e afosa, sulla spiaggia di Lido.
Intorno ai due amici, sedute ad altri tavolini, eran donne in gran parte, vestite elegantemente con abiti leggeri i quali lasciavan trasparire le rosee carni delle braccia e della gola.
Venivano a quando a quando da quei gruppi femminili ondate di profumi e a quando a quando un fruscio di sottane. Allorchè furono accesi i globi della luce elettrica, una tinta violacea si distese sui volti, sui capelli, sulle vesti; ma le cene volgevano al termine e i raggi illuminavano le coppe e le bottiglie; l'allegria si diffondeva tra quella sinistra luce.
Il mare era tranquillo; un minuscolo lume rosso si moveva sulla linea dell'orizzonte, assai lentamente.
— È una nave, — disse Aurelio Sangiorgi, il quale osservava il viaggio silenzioso del piccolo lume. — E va, va, si perde lontano. Vedi?...
Dal mare spirò una brezza soave, che faceva pensare a una fanciulla, la quale accarezzasse la fronte degli spettatori, camminando in punta di piedi.
— Ora è scomparso, — disse Ladislao Bariola.
Aurelio Sangiorgi sospirò. Si sarebbe detto ch'egli fosse tutto preso dallo spettacolo del mare e della sua nave impercettibile, se poco prima non avesse fissato con la stessa intensità le lampade elettriche e poi le coppie che cenavano ai tavolini più prossimi, e infine il lume vagabondo.
In verità il suo sguardo voleva fuggir la vista di Giorgina Sangiorgi, che poco discosto, elegantissima e gaia, cenava con alcuni giovanotti forestieri.
E mentre Aurelio e Ladislao discorrevano distrattamente, la moglie d'Aurelio versava qualche goccia di sciampagna sopra un piattino di fragole inzuccherate, e rideva con terribile naturalezza.
Alla scena, molti fra i gruppi di commensali sparsi qua e là si divertivano crudelmente.
Era notorio che due anni prima, Aurelio s'era diviso da Giorgina per colpa di lei; e che Giorgina pur non dandosi ad alcuno, si prendeva il gusto di recarsi nei luoghi frequentati da Aurelio per farlo testimonio della vita ambigua, che le aveva allontanato le donne caute, e raccolti intorno i gaudenti.
Quella sera, la femmina graziosa, al cospetto del mare ampio, innanzi alla tavola sulla quale troneggiavano ancora i trionfi delle frutta e le coppe umide, attraeva invincibilmente gli sguardi.
Il cappello bianco dalla tesa amplissima gettava sul suo viso un solco livido come una cicatrice; ma quando Giorgina alzava il capo e si buttava un poco indietro per ridere, il volto era battuto dalla luce piena e apparivano i denti piccoli e aguzzi. Non era bella; era giovane e procace; le poppe costrette nel busto francese s'indovinavano sotto la batista del corpetto traforato.
Aurelio pareva inchiodato sulla seggiola; gli amici avevan pagato e fumavano la decima sigaretta; avevan fatto portare il caffè, e poi i liquori e poi un altro caffè diacciato. Ma Aurelio non accennava ad andarsene; lo strazio che i maldicenti facevano in quell'ora del suo nome, e ch'egli indovinava, quasi l'aria gliene portasse l'eco, doveva inebbriarlo d'una ebbrezza malsana.
— Io partirei pure, — egli disse a un tratto, — e me ne andrei lontano, con tanta gioia!...
— Basterebbe, per il momento, andarcene lontano di qui, — osservò Ladislao.
Aurelio si decise.
I due amici si alzarono e si avviarono, girando fra i tavolini.
Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce alta. Quando Aurelio passò, immediatamente tutti tacquero, quasi colti da una stupida prudenza.
Aurelio rasentò la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione perfetta d'indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi. Trovò un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro, poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si fermò ad accarezzarne il bel mantello:
— Tutù, fannullone incorreggibile!...
Tutù si drizzò, inarcando la schiena e strofinandosi ai calzoni chiari d'Aurelio, che sorrise e uscì.
Ma non appena furono nel viale, egli afferrò Ladislao per un braccio.
La luce elettrica sul viale si diffondeva con minor violenza che sulla terrazza dei bagni, e lasciava qua e là il dominio alla bella ombra dei platani e delle acacie.
Qualche brigata di maschi e di femmine si dirigeva alla spiaggia, in attesa della luna, che già all'orizzonte s'affacciava rossa e tonda fra le nuvole.
— Hai visto? — disse Aurelio con voce rauca. — Hai visto? Con un branco di libertini si mostra in pubblico! E vestita che pare seminuda! E beve sciampagna, e fuma sigarette e ride chiassosamente e fa smorfie e strizza l'occhio a quei quattro farabutti che l'accompagnano! E profumata fin nei capelli!...
L'altro non rispose, e i due amici procedettero qualche tratto senza parlare.
Ladislao guardava l'ombra del suo compagno, che si disegnava a terra in obliquo, larga e tozza accanto alla sua, lunga e sottile; e scoperse così che Aurelio doveva aver le gambe un poco storte.
Questo rilievo inaspettato lo fece ridere.
— Rido di me, sai? — disse immediatamente. — Io credeva che tu guardassi il mare e la nave e il cielo, e tu guardavi invece tua moglie! E come; ne hai visto perfino le smorfie!
— Non era possibile resistere! — confessò Aurelio. — Non era possibile ch'io non mi domandassi quale di quei quattro imbecilli dormirà stasera con Giorgina.
— E che t'importa? — osservò Ladislao rudemente. — Essa non ti appartiene più. Tu l'hai cacciata di casa perchè aveva un amante, ed ella si tiene l'amante. Non puoi chiedere che ti sia fedele oggi, libera e abbandonata, se non ti è stata fedele ieri, amata e protetta.
Aurelio Sangiorgi borbottò qualche frase che Ladislao non riuscì a capire; quella logica brutale non gli garbava.
Ladislao ascoltò lo scricchiolìo della ghiaia sotto i loro piedi, e si mise a ridere di nuovo.
— Che hai? — disse Aurelio infastidito.
— Pensavo che tu ti lagni delle minuzie più trascurabili, e perchè beve sciampagna e perchè fuma sigarette e perchè ride. E non dici nulla delle noie che ti dà questa donna, ostentando lo spettacolo della sua perdizione e facendo sogghignare tutta Venezia a tue spese!
— La sua perdizione, la sua perdizione! — mormorò Aurelio. — Che ne sappiamo noi?
L'altro si fermò di botto.
— Ma lo dicevi tu stesso, un momento fa! — esclamò sbalordito.
— Io diceva che commette delle leggerezze! — dichiarò seccamente Aurelio. — Quanto ai ghigni di Venezia, questo è proprio l'ultimo dei miei pensieri, anzi non ci ho pensato mai. Della opinione pubblica io non mi curo; dirò meglio, l'opinione pubblica per me non esiste. L'opinione pubblica è rappresentata da un pugno di malfattori fortunati o di sciocchi paurosi.
Egli parlava, fermo presso il tronco d'un platano, i cui rami lo avvolgevan d'ombra; e Ladislao lo ascoltava stupito per tanta sincerità.
Aurelio Sangiorgi doveva infatti la sua fortuna a una singolarità morale, alla incredibile noncuranza della stima altrui, al disprezzo largo e sicuro della pubblica opinione.
Egli aveva voluto essere ricco, e s'era arricchito tenendo d'occhio il Codice, a schivar le trappole del quale non solo gli giovava la furberia innata, ma lavorava una schiera d'avvocati che studiavan per lui e ch'egli pagava bene.
Ardito e tenace, pronto e inflessibile, prodigiosamente attivo, faceva paura; il suo nome figurava in parecchi aneddoti di rapacità sfrenata ch'egli non curava di smentire, che anzi lo divertivano e gli erano utili perchè gli creavano una leggenda per la quale in breve non avrebbe trovato chi osasse stargli di fronte.
Aveva accumulato un patrimonio in dieci anni, e travolto ormai dalla passione del danaro e dal bisogno d'attività, seguitava la sua vita febbrile d'affarista. Egli poteva dar principio a una dinastia di plutocrati; se in altri tempi si diceva che avrebbe potuto finire in carcere, ormai per la sua esperienza e più ancora per la somma di segreti e d'interessi che stringeva in pugno, quel pericolo era svanito.
— Dove andiamo? — chiese Ladislao, mentre Aurelio ripiombato nel silenzio s'incamminava nuovamente al suo fianco. — Vuoi che andiamo a teatro?
Eran giunti alla fine del gran viale, e per recarsi a teatro dovettero tornare indietro. Nessuno aggiunse più parola; Ladislao squadrò due o tre volte il suo compagno, tozzo, biondo, rubizzo, che dava imagine d'un campagnuolo credenzone piuttosto che d'un affarista pericoloso.
— Che c'è a teatro? — domandò Aurelio, come scuotendosi.
C'eran quattro o cinque canzonettiste, le quali, in gonnelle corte dai colori chiassosi, dimenavan le braccia biaccate e le gambe serrate nelle maglie; il pubblico si divertiva alla vista delle ragazze e ne guardava avidamente le ascelle e i ginocchi.
Ladislao disse questo ad Aurelio, che non trovò nulla da osservare; ma quando furono innanzi al teatro, pregò l'amico:
— Fammi un favore; entra pel primo, e vedi se ci fosse Giorgina. Io ti aspetto qui.
La precauzione era troppo naturale perchè Ladislao si rifiutasse al lieve servigio; un altro incontro con la moglie impudica, sotto gli occhi del pubblico numeroso e pettegolo, avrebbe dato ad Aurelio una nuova tortura.
Ladislao entrò in platea, guardò attentamente le signore che avevan posto nelle poltrone, e uscì subito ad avvertire Aurelio.
— Non c'è Giorgina!
— Ah! — mormorò l'altro. — Sei ben sicuro?
— Sicurissimo; puoi star tranquillo.
Egli credeva di vedere Aurelio avviarsi al teatro; ma questi invece gli voltò le spalle.
— Allora, — disse, — è inutile!
E tornò sul viale, incamminandosi di nuovo verso la terrazza dei bagni.