X.
La signora Anna Arrigoni, giunta a Brescia, trovò la figlia Francesca aggravatissima; e pochi giorni di poi, la giovane sposa moriva. Fu per tale ragione che la signora Anna si stabilì a Brescia; volle allevare ella stessa il bimbo della figlia sua e dar mano alla casa, poichè il genero non poteva togliersi ai suoi affari.
Estella e Tullio furono rapidamente ripresi dalla vita d'ogni giorno. Tullio si gettò al lavoro con rabbia, tentando di obliare e illudendosi in pari tempo che con una volontà sovrumana, con uno sforzo tenace avrebbe raggiunto la ricchezza di cui aveva bisogno per tornare a Bellagio, ripresentarsi a Estella e ricondurla seco per sempre; ma a mano a mano ch'egli procedeva, il tempo affievoliva il ricordo, la volontà declinava, lo sforzo si faceva ordinario.
E passarono dieci anni, senza che Estella e Tullio si vedessero; dieci anni, lunghi nei giorni di patimento, fugaci nelle poche ore di gaudio e di piacere.
Un giorno a Firenze, mentre una giovane signora bionda stava affacciata alla finestra dell'albergo e guardava in giardino, un uomo passeggiava pei viali, fumando e fermandosi qua e là a osservare i cespi di rose e sul prato una tempesta di margherite gialle.
Era, sì, mutato; alla barba e ai capelli si mescolavano numerosi fili argentei; rughe precoci gli solcavano la fronte, e un'espressione strana animava il suo volto. Ma la signora lo riconobbe alla prima occhiata; e senza riflettere, discese, entrò in giardino, andò incontro all'uomo, che s'era chinato a raccogliere qualche margheritella.
Egli alzò il capo, udendo il fruscìo della veste sulla ghiaia; e d'un subito, alla sveltezza della figura, alla luce che veniva da quegli occhi ceruli, anch'egli riconobbe la signora.
Un largo sedile era a ridosso d'una magnolia lussuosa. Essi presero posto e parlarono.
La signora bionda s'era fatta incontro all'uomo con un subitaneo tumulto nel cuore, il volto imporporato da una fiamma di verecondia quasi timorosa. Nulla aveva essa perduto del riserbo e della grazia d'un giorno. Era diventata più bella, ma l'anima rimaneva sempre chiarissima e dolce.
L'uomo era sorridente e freddo. La sua parola incalzava, facile ai madrigali, ricca di adulazioni e di lusinghe, accorta e calcolatrice, tanto che la donna lo interruppe.
— E lei, — disse, — non ha preso moglie?
— Io? — egli rispose ridendo. — Ah no! Ho rinunziato al matrimonio, perchè diffido di tutti e non ho alcuna inclinazione alla famiglia, che è una noia e un impaccio. Meglio vivere divertendomi e lasciando che si sposino gli amici....
Rise ancora, con un riso sinistro. Allora la donna capì l'espressione del volto, che le era parsa strana: libertinaggio; e chinati gli occhi perchè egli non potesse leggerle nello sguardo lo spavento per la cruda rivelazione, stette ad ascoltarlo, notando che anche la voce di lui era diversa da quella d'un giorno, divenuta rauca e mordace.
— Lei ha fatto bene a maritarsi, — egli diceva. — Ma noi uomini possiamo sfuggire agevolmente a questa sorte e io tento sfuggirla con la cura più meticolosa.... Del resto, alla mia età, pochi pericoli mi insidiano ormai, in questo campo.... Ma lei è felice; i suoi magnifici occhi hanno uno sguardo tanto calmo, che dicono la pace e la soddisfazione.... Io l'ammiro molto.... La sua bellezza è nobile e squisita....
Mentr'egli parlava, la signora andava osservando che una mano di lui, posata sopra un ginocchio e guantata, rimaneva sempre immobile, come inerte, come lignea. Egli s'accorse di quello sguardo insistente, quasi interrogativo, e disse, con accento breve d'indifferenza:
— Mi guarda? Ho perduto la mano, in rissa, una notte....
Fu stupito vedendo che la signora impallidiva.
— Ebbene, — soggiunse, — che c'è? À la guerre comme à la guerre....
— La mano sinistra! — esclamò la donna quasi con un grido. — Non ricorda più nulla?
— Che cosa devo ricordare? — egli domandò ancora sorpreso.
— Nulla, ha ragione! — ripetè la donna con voce spenta.
— Lei si ferma a lungo qui? — egli continuò. — Permetterà che ci vediamo?
I suoi occhi acuti circondavano e cinghiavano il bel corpo agile della signora.
Ma questa si alzò di scatto.
— No, — rispose. — Non mi fermo; dovevo partire stasera, ma partirò subito.... Raggiungo mio marito a Londra.
Gli tese la mano; egli la strinse, freddo, perduta ormai ogni speranza di seduzione.
Così si lasciarono, e nella vita non s'incontrarono mai più.
IL DIALOGO DELLE BAMBOLE.
È venuto il cronista a dirmi:
— Si rammenta, direttore, di quella giovane bionda, che alcune sere fa, a teatro, era in un palco di fronte al nostro?... L'hanno trovata morta, a letto.... Si è uccisa iersera. Ascolti.
Ascolto. Risuonano le voci rauche degli strilloni, che gridano per calli e per campi, lontano e vicino: Il supplimento! Il supplimento!
Supplemento di non si sa che cosa, è un foglietto a due centesimi, che si pubblica in occasione d'avvenimenti drammatici, e che il popolino compera e legge con avidità. Il supplemento narra oggi la morte della giovane bionda, che ho visto a teatro.
Non era sola a teatro. Dirimpetto a lei sedeva un uomo sulla trentina, il cui volto bruno, e l'espressione decisa risaltavan nettamente sul fondo d'oro opaco del palchetto.
La sua compagna aveva annodati i capelli in trecce strettissime attorno alla testa, quasi per costringere l'impeto e nasconder l'opulenza della chioma, che sotto i raggi della luce elettrica mandava bagliori aurei. Era assai giovane, la sconosciuta; e a quando a quando posava le mani sul parapetto del palco, mani guantate di bianco, lunghe e sottili.
— Vuol venire a vederla? — mi chiede il cronista.
— Che? A vedere il cadavere? La ringrazio!
Il giovanotto sorride; ha visto tanti cadaveri, tanti spettacoli di lutto con l'occhio indifferente, che la mia avversione gli pare bizzarra.
— Perchè si è uccisa? — domando.
— Per il silenzio.
Guardo il cronista che non batte ciglio.
— Per il silenzio di chi? — interrogo.
— Per il silenzio della città, pel silenzio di Venezia....
— Il silenzio uccide?
— Pare....
— Ci sarà un'altra ragione, via! Quel giovanotto che l'accompagnava era suo marito?
— No, signore. Era il suo amante....
— Allora l'amante l'avrà tradita, abbandonata.... Di silenzio non si muore....
Ma non ho ancora affermato questo principio, che già ne dubito.... Perchè non si muore di silenzio? Perchè il silenzio non deve uccidere? Che sappiamo noi di ciò che sente l'anima d'un altro?
Vado alla finestra, scosto la cortina, e guardo. Piove; piove da stamane, lentamente, lentamente, e tutto il campo sul quale prospettano le finestre del giornale luccica d'acqua. Laggiù, a sinistra, rade figurette nere salgono e scendono il ponte; un bambino col cappotto bigio e il berretto rosso torna dalla scuola, e tiene in mano un piccolo paniere.... Poi il ponte resta qualche minuto deserto, e tutto il campo è deserto.... Le finestre delle case di fronte son chiuse e dentro non vi si vede che nero.... Ah questa Venezia immobile e taciturna, come è diversa da quella che conoscono gli stranieri, tripudiante nelle luci primaverili, calda e sensuale!... Eppure qui nascono, in questo silenzio, le più gaie e le più voluttuose donne del mondo....
— Io ho interrogati tutti, il portiere, il direttore dell'albergo, la cameriera che la serviva abitualmente, e tutti mi han detto che si lagnava d'una cosa sola, del silenzio.... Ce silence, ce maudit silence!
— Han trovato danaro?
— Sì; milleduecento lire.
— E l'amante?
— L'amante è partito da tre giorni, ma deve tornare domani....
— Lei è molto ingenuo, — osservo al cronista. — L'amante non tornerà nè domani nè doman l'altro: la ragazza lo sapeva, e si è uccisa....
— Scusi, direttore, — mi rimbecca il giovanotto. — Con quelle milleduecento lire poteva raggiungerlo.
— Se avesse saputo dov'era, naturalmente....
— E allora? Ci son tanti uomini, tanti giovani.... — mormora il cronista.
— Lei pensa che la ragazza doveva darsi a lei? Avrebbe fatto un buon negozio, disgraziata!... Non ci sono tanti uomini, come non ci sono tante donne; qualche volta, c'è un uomo solo, c'è una donna sola; ed è la volta in cui ci si uccide....
— Talchè, lei crede, direttore, che si sia uccisa perchè l'amico l'ha abbandonata?
— Non credo nulla....
— E tutti dicono invece che si è uccisa pel silenzio, — insiste il giovanotto.
Io non rispondo e ascolto. Ascolto, — cosa strana, — il silenzio, che è quasi materiale, quasi tangibile, che si può ascoltare come uno strepito.... È il silenzio delle campagne sepolte sotto la neve, quel silenzio che disperderebbe senza eco la voce più forte.... Ecco d'un tratto, di lontano, vien l'onda metallica d'uno scampanìo affievolito, velato, sordo; poi cessa, a poco a poco, e il silenzio si stende di nuovo, implacabile, senza confine.... Ecco ancora: il grido gutturale d'un gondoliere, che gira con la sua gondola l'angolo d'un palazzo: Sta....i! E null'altro, per un quarto d'ora, per un'ora, forse fino a domani.... L'acqua cade monotona e sul ponte passano adagio adagio, guardando i gradini lubrici, le figurette nere.... Perchè non si sarebbe uccisa, abbandonata e sola in questo insopportabile manto di silenzio, straniera fra stranieri?
— Come si chiamava?
— Wanda, era polacca; diciannove anni; fuggita di casa con quel signore che lei ha visto a teatro.... Ha lasciato una lettera per la sua famiglia, e si è tirata un colpo di rivoltella al cuore....
— Male; si sbaglia quasi sempre; meglio in bocca o alla tempia; meglio di tutto, una rivoltella per ciascuna tempia....
— Direttore, lei ha fatto studi speciali? — mi chiede il cronista esitando.
— Non si sa mai....
— Con una rivoltella sola, Wanda non ha sbagliato! — dichiara il giovanotto trionfalmente.
— L'ammiro. Aveva il polso fermo.
— Le polacche non ischerzano! — dichiara di nuovo il giovanotto.
E la frase mi fa ridere. Se ben mi ricordo, deve avere avuto un'amante polacca, l'anno scorso, incontrata a una pensione di Lido. Egli parla da conoscitore....
— Non si è mai lagnata della partenza del suo amico, Wanda Zablinsky, — insiste. — Ma sempre del silenzio, della malinconia, della pioggia.... Diceva d'avere imaginata una Venezia tutta diversa, tutta diversa.
— Voleva il caldo in dicembre? Fa caldo a Varsavia, in dicembre?... Perchè l'ha condotta a Venezia, quell'imbecille? Doveva condurla al Cairo....
— Ma il silenzio? A Varsavia questo silenzio non c'è!
— E se il silenzio le faceva tanto male, perchè non è partita? A Londra, a Parigi, a Roma, a Napoli, c'è il rumore, il bel rumore che vi fa vivere della vita altrui, e vi fa dimenticar la vostra....
— S'è perduta, s'è smarrita, è rimasta, ed è morta, — dice il cronista.
— Lei parla come una pietra tombale.
Ma non parliamo più, nè io, nè lui. L'ombra è discesa repentinamente dal cielo bigio, e nell'ombra splendono sul campo i fanali a gas, illuminando il lastrico bagnato; qua e là, dentro le finestre, rilucono le lampade a petrolio....
— Viene a vederla? — riprende il giovane.
— Andiamo.
Il cronista m'accompagna per le calli dove non sempre si può tener l'ombrello aperto, in causa della strettezza; e incontriamo pochi viandanti, appena riconoscibili alla fioca luce del gas. In verità, per godere questa ombra e questo silenzio, occorre un'anima temprata alla solitudine e sicura di sè; per non soffrirne, un'anima indifferente e molle.... Che importano il silenzio e l'ombra a questi veneziani miei amici, che hanno qui le case, la famiglia, la gioia?... La loro gioia è sepolta nell'ombra e nel silenzio, come lo scrigno dell'avaro in un sotterraneo misterioso.
Ma Wanda Zablinsky non aveva più nulla: fuggita di casa per un uomo, e abbandonata dall'uomo pel quale era fuggita, la famiglia lontana, la gioia perduta.... E il silenzio l'ha presa tutta e l'ha schiacciata.
Mi fermo. Il cronista è innanzi all'albergo; parla col portiere, poi col direttore. Quest'ultimo mi viene incontro, e mi saluta.
— Non lascio passare nessuno, — dice. — Ma lei, la stampa non ha barriere.... Abbiamo telegrafato alla famiglia.... Se ne parlerà ancora molto? Queste chiacchiere ci recano danno.... Io avrei piacere che la si finisse.... Fortunatamente abbiamo pochi forestieri, in questa stagione.... Che caso! È dispiaciuto a tutti.... Un caso di nevrastenia; non poteva sopportare il silenzio. Povera bambina! Le signore hanno mandato fiori, molti fiori.... Vedrà.... È al numero trentaquattro, secondo piano....
Salgo. La porta del numero trentaquattro è vigilata da una guardia di città, che mi lascia passare, riconoscendo il cronista.
E varcata appena la soglia, un profumo denso mi si precipita incontro, un profumo di violette, di tante violette, che la stanza illuminata ha preso il colore d'ametista carico. Violette dovunque, sciolte sul cassettone, sul tavolino, sparse a terra, annodate a guisa di ghirlanda intorno allo specchio, il quale rifletteva ieri l'imagine della fanciulla e rifletterà domani l'imagine d'un passante annoiato.
E che silenzio! Veramente il silenzio è assai greve in questa camera. Ce silence, ce maudit silence! Le finestre guardano sul Canalazzo, che una bruma pesante ha invaso; non si vede più nulla, e la notte è calata prima del tempo. S'ode battere ritmicamente una goccia dalla grondaia sulla tettoia che ripara l'entrata dell'albergo: è un colpo isocrono, esatto, che segna il tempo come un pendolo, e dice che piove, che continua a piovere.... E null'altro. Ho guardato ogni cosa: c'è sul cassettone un pettine di tartaruga chiara costellato di strass, che scintillano tra le violette; più qua un nodo di velluto nero, disposto forse per esser messo tra i capelli, e un piccolo specchio da mano, chiuso in una cornicetta d'avorio.
Ho guardato ogni cosa; all'altro lato della camera è il letto col cadavere, ma non ho ancora osato gettarvi lo sguardo, e sento gli occhi del cronista che immobile nel mezzo della camera deve fissarmi con curiosità, non comprendendo la mia ripugnanza.
E infatti, ho torto.
Non c'è nulla di ripugnante nello spettacolo che mi si para innanzi, quando a capo scoperto mi avvicino al lettuccio d'ottone rilucente. Wanda è distesa, le mani lungo i fianchi, i capelli lunghissimi tutti sciolti; indossa un abito di velluto nero, che dà un risalto terribile al pallore del volto, e tramuta i capelli in un vero fiume d'oro lucido. Ha gli occhi chiusi, cerchiati d'azzurro, e le labbra bianche.
E le donne, dopo averla composta, l'hanno quasi sepolta sotto le viole, cosicchè il letto e i guanciali paiono una distesa di fiori su cui la giovane si sia adagiata per riposare.
— Ma che cosa è? — dico stupito, sottovoce.
Presso il volto della morta vedo un altro visetto con gli occhi aperti, sorridente, un visetto da bimba, che il cumulo delle viole m'aveva di prim'acchito nascosto.
— È la sua bambola, — mi risponde il cronista sottovoce. — L'hanno trovata al suo fianco e ve l'hanno lasciata.
La bambola! È una bambola bionda, vestita di velluto nero, come la fanciulla; e ride con gli occhi aperti, mettendo in quel muto spettacolo ferale una nota di vita, un'espressione ribelle di vivacità, che fa pensare alla bambola come a persona vera.... Era la sua amica, e le si è stesa al fianco, e sarà seppellita con lei. Gli occhioni azzurri mi fissano allegri e ingenui, quasi dicessero: — Non rattristarti: io e Wanda stiamo bene, riposiamo tra queste viole belle; è molto piacevole riposare così.... Io l'ho vista piangere ed ora dorme tranquilla; io so tutti i suoi segreti, e so che ha fatto bene a morire.... Non risvegliarla: lasciala passare!... —
La bambola sembra veramente felice di trovarsi con la padroncina, con tanti fiori, e i suoi occhi ridono e il suo visetto roseo ha un significato di soddisfazione quasi comica.
— Non ha lasciato lettere? — chiedo sottovoce.
— Una lettera, che fu sequestrata, alla famiglia. Mi pare d'averglielo detto.
— E all'amante, nulla?
— Nulla.
— Bene. Il disprezzo!
E non so perchè, questo mi fa tanto piacere che m'accorgo di parlare ad alta voce.
— È tornata alla bambola! — concludo con voce più sommessa.
A vederla così bianca, così bionda, così giovane, composta nell'abito di velluto nero, chiuso al collo severamente, si pensa che l'amore sia un frutto ancora acerbo per lei, e che la bambola le convenga meglio.
La straniera abbandonata nella città del silenzio è tornata alla bambola, come alla sola amica verace.
Ieri sera, hanno avuto un colloquio: tutt'e due bionde e vestite di velluto, tutt'e due smarrite e ingenue hanno scambiato i loro piccoli pensieri.
— Io sono sola, — ha detto la fanciulla. — E soffro, soffro molto. Che devo fare?
— Io non soffro, — ha risposto la bamboletta di cera e legno. — Sono allegra perchè non ho cuore che batta. Senti che rido?
— Il mio cuore batte troppo, batte orribilmente, e mi fa male.... Non posso ridere.... Vedi che piango?
— Perchè non lo fermi, il tuo cuore? Fermalo, se ti fa male, e potrai ridere, dopo.
— Tu credi?
— Sì: io ho visto una volta un orologiaio, presso la vetrina in cui vivevo prima che tu mi comprassi, ho visto un orologiaio il quale ha fermato il suo orologio, che avanzava e correva disperatamente, che batteva come il tuo cuore.... Il cuore non è il tuo orologio? E se è pazzo e ti fa male, tu devi fermarlo.
Allora la fanciulla ha adagiata la bambola sul letto, e ha preso l'arma.
— Aspettami. Ora lo fermo.
E posando il capo sul guanciale presso il capo della bambola, ha lasciato partire il colpo.
— Ecco, il cuore è fermo! — ha detto la bambola. — È fermo, e non ti fa più male. Dormiamo.
La fanciulla s'è addormentata per sempre, e la bambola, con quel suo lieve riso, con gli occhi azzurri sbarrati, ne vigila il sonno e mi guarda per dirmi che tutto va bene.
— Usciamo! — mormoro sottovoce. — Lasciamole stare!...
Raggiungiamo la soglia e apriamo cautamente la porta; ma prima d'abbandonare la camera color d'ametista, spengo la luce elettrica.
— Così dormiranno meglio, — osservo al mio compagno.
Egli annuisce con un cenno del capo, senza comprendere; e usciti dall'albergo, riprendiamo in silenzio la via, per le calli taciturne e oscure....
LA FILOSOFIA DI MINNI.
Minni tornò a casa verso le cinque d'una pesante giornata sciroccale. Aveva fatto gli acquisti pel pranzo e recava un paio d'involtini con la carta rosea, tenendoli nella piegatura delle braccia. Senza curarsi della folla che si stendeva da piazza Colonna a piazza Barberini, aveva percorso tutta la strada col passo svelto e leggiero, temendo d'essere soprappresa dalla penombra del crepuscolo.
E giunta a casa, in quella strana via Campania, che, a un passo da Villa Umberto e da via Veneto, sembra ancora la strada d'un villaggio, non selciata, deserta, popolata la sera dai gatti, Minni salì una scala ed entrò nella sua camera al primo piano.
Ella abitava da lunghi mesi col marito quella vasta camera mobigliata in via Campania. Nel mezzo era il letto di ferro, assai largo; a destra, Minni aveva improvvisato un gabinetto da toeletta con un bel lavabo e mille piccole cose per l'abbigliamento; a sinistra, un'agrippina, sulla quale Minni aveva drappeggiato una stoffa di seta a colori vivaci; e v'era la tavola da pranzo, che si trasformava poi in tavola da lavoro, e disposte ai capi, due poltroncine. Così in quell'angolo, la sala da pranzo succedeva al salottino, secondo le ore; e una grande lampada a petrolio illuminava e riscaldava il luogo, poichè non v'era stufa.
Minni, bionda e graziosa, una di quelle donne il cui corpo stupisce per l'esatta perfezione delle linee e la cui anima chiude insospettati tesori d'energia, stese la tovaglia, mise sulla tavola due piatti, due posate, due bicchieri; e sopra un piatto più grande espose tutto il pranzo: salame, formaggio, ulive, una scatola di sardine. Poi v'erano una bottiglia d'acqua, un fiaschetto di vino, il pane.
Minni guardò un istante quei poveri preparativi, e per renderli meno tristi, piantò in mezzo alla tavola un vasetto di vetro con un mazzolino di fiori. Accese la grande lampada a petrolio, che doveva riscaldar la camera, e aspettando l'ora che il marito facesse ritorno, sedette sull'agrippina a leggere.
Leggeva un romanzo nel quale i milioni danzavano una ridda vertiginosa con le avventure più gaie. Da tempo, Minni leggeva soltanto per non pensare, per non sentire la miseria immeritata, e appena la distraevano dalla lettura le grida e gli schiamazzi dei monelli, i quali verso l'imbrunire s'impadronivano delle strade circostanti e facevano chiasso sino a sera.
Alle sette, ella udì aprir l'uscio nel corridoio, e indi a poco s'aperse la porta della camera, ed entrò Giorgio.
— Buona sera, Blì! — egli disse.
Dacchè l'aveva sposata, Giorgio s'era fatta l'abitudine di chiamar Minni, con i vezzeggiativi più curiosi. Il nome di lei, Emma, era diventato Minni, e le era rimasto; ma ogni poco, Giorgio glielo mutava con voci monosillabiche, nelle quali egli metteva un senso d'amore e di protezione come per un bambino.
— Quante belle cose avete comperato! — disse Giorgio, gettando un'occhiata alla tavola, mentre si levava il cappello e il soprabito.
Minni sorrise debolmente.
— Hai fame? — ella chiese.
— No, niente, sono stanco! — rispose Giorgio, avvicinandosi e baciandola sulla bocca. — Una noia spaventevole, tutto il giorno. E tu?
— Io ho fame. Ora preparo il caffè, e poi mangiamo.
Ella andò ad accendere la macchinetta pel caffè, e Giorgio sedendo sull'agrippina diede un'occhiata al libro che Minni aveva deposto sulla tavola.
— “Sì principe, — lesse Giorgio ad alta voce — il mio banchiere è pronto a rilasciarvi subito uno chèque di trecentomila franchi. Non avete che da dare un ordine„.
— Ma quanto è stupido, Mì, questo vostro libro! — disse Giorgio chiudendolo.
— Son tutti lo stesso, — osservò Minni.
— Io credo che gli chèques non esistano! Sono esistiti mai, al mondo, i banchieri e i principi?... Ne ho perduta l'abitudine....
— Anch'io! — disse Minni. — Non credo più al danaro.
— Il male si è che ci credono gli altri! — mormorò Giorgio.
Minni sedette a tavola, e l'uomo guardò la sua piccola moglie nella quale egli aveva riposto tanta tenerezza, alla quale egli si sentiva invincibilmente legato da un'affezione e da una gratitudine senza limiti.
La giovane apparteneva a famiglia già ricca e aveva conosciuto con Giorgio e gustato gli agi della vita; poi una serie di rovesci, alcune speculazioni infelici, una causa civile promossa da alcuni parenti, avevano piombato l'una e l'altro nelle più crudeli strettezze, quasi nella miseria.
E Minni era rimasta ferma, aspettando con coraggio il ritorno alla ricchezza, obbedendo alle necessità di quel periodo di sventure, lavorando d'ago con le piccole mani che in altri tempi eran cariche di gioielli, dimenticando tutte le cure, tutte le mollezze, tutte le superfluità in mezzo alle quali e per le quali sembrava vivere un giorno.
Ella mangiava ora con Giorgio il misero pranzo, ed era tranquilla. Giorgio si levò a darle un bacio.
— Sei molto carina! — egli disse. — Ti voglio molto bene, lo sai?
Ella alzò le sopracciglia con un significato di dubbio.
— Non far la scettica, suvvia! — esclamò Giorgio, il quale non perdeva la calma se non quando si dubitava della sua parola. — Sai che ti voglio bene; molto, troppo!...
Giorgio era di giusta statura, un po' pallido, con occhi chiari, dallo sguardo mobile e vivace. I capelli e i baffi aveva neri, la fronte alta, il mento breve. Vestiva un abito scuro, lucido nei gomiti, opera di un modesto sarto, che aveva la botteguccia in via Sardegna; ma Giorgio indossava fieramente il suo abito invecchiato, come un giorno aveva indossato la marsina con la gardenia all'occhiello in casa della duchessa di Monfalcone.
— E voi siete mia, tutta mia? — egli riprese, — siete tutta mia?
— Che meraviglia, — disse Minni pacatamente. — Non sai come io ti amo?
— Sta bene, sono soddisfatto, — dichiarò Giorgio, con un'affermativa della testa e uno schioccar della lingua, che fecero ridere Minni.
Ella era veramente tutta sua, quantunque sdegnasse o non osasse dirglielo sempre. Innanzi a quell'uomo che toccava la trentina, e dopo sei anni di matrimonio, ella sentiva ancora una specie di soggezione delicata; orgogliosa e timida, sapeva amare pertinacemente e conservar tuttavia qualche cosa di quella verecondia, che acuisce la compiacenza dell'uomo e non gli permette di giungere rapidamente alla sazietà.
Minni era innamorata di Giorgio e non glielo aveva mai detto, non aveva forse mai trovato il coraggio di dirglielo; quand'egli la interrogava, ella gli rispondeva con una frase indiretta. Egli sentiva l'amore nei suoi baci, nel suo gesto, fors'anco nei capricci non infrequenti, coi quali ella si divertiva a irritarlo, per giungere poi a una riconciliazione tumultuosa e piena di voluttà.
E dentro all'anima, vigile e inquieta, Minni serrava anche una gelosia sfrenata per Giorgio, del quale non era sicura, conoscendone le abitudini giovanili, lo scetticismo allegro, il gusto per l'avventura difficile e intricata.
Non aveva a lodarsi niente, niente, di lui. Egli pareva un sentimentale, e ingannando involontariamente sè stesso e gli altri con quella maschera di sensibilità gentile e delicata, riusciva a piacere; piaceva in modo speciale “a quelle oche di ragazze„, come diceva Minni nelle sue ore di gelosia; le quali oche lo sapevano pure ammogliato, ma gli sfarfallavano intorno, per curiosità o per civetteria, non imaginando a qual brutto giuoco giuocassero.
Tutto il periodo d'agiatezza trascorso con Giorgio era stato per Minni una strada seminata di triboli e d'inquietudini. Aveva sorpreso e interrotto parecchi idillii, che Giorgio aveva annodato qua e là, con una scaltrezza acuta e irritante; non era arrivata ad assodar nulla di grave, ma era uscita da quella sorda lotta con tanto timore, che i primi rovesci finanziarii, in grazia dei quali Giorgio aveva dovuto rinunziare alla sua futile e piacevole vita, erano stati accolti da Minni con una rassegnazione, che somigliava a un compiacimento.
Nella tristezza, nel disagio, nel dubbio dell'avvenire, Giorgio era almeno interamente e veramente suo; viveva al suo fianco, la confortava, sentiva il dovere di non darle altri crucci, il bisogno di proteggerla; e in questa certezza, Minni trovava molta consolazione.
Mentre prendevano il caffè, Giorgio disse:
— Domani, gran pranzo al restaurant! Mi sono fatto anticipare metà dello stipendio: cento lire. —
Minni non parve molto sollecita di accettare.
— Abbiamo bisogno di tante cose, caro, — ella osservò. — Tu devi farti accomodare il soprabito, che ha la fodera strappata.
— È bellissimo, di fuori! — esclamò Giorgio, alzando le spalle, e gettando un'occhiata al soprabito, che pendeva dall'attaccapanni.
— E io devo farmi qualche cosa per l'inverno, una giacca e un cappello, — seguitò Minni, sicura di vincerlo.
— Allora, niente pranzo? — disse Giorgio rattristato. — Ancora formaggio, salame e ulive? E pensare che io non ho alcuna vocazione per imitar gli anacoreti della Tebaide!... Andremo a pranzo al restaurant: una rondine non fa primavera. Tanto più poi, ora che....
Si morse le labbra e tacque, accese una sigaretta, e incominciò la sua passeggiata, tra il letto e il cassettone, dalla finestra alla porta.
— Ora che cosa? — incalzò Minni, guardandolo.
— Nulla: sciocchezze.
— Hai qualche notizia che non vuoi dirmi. Perchè non vuoi dirmi?... È una bella notizia? indovino?
E Minni gli andò incontro, lo fermò, lo fissò negli occhi.
— Siete una bambina. Scì! — egli disse chinandosi a baciarla sulle labbra. — Volete sapere tutto, tutto, anche quello che non esiste....
Minni tornò tristemente alla tavola, sparecchiò, chiamò la servetta della casa perchè lavasse i piatti e le posate. Per piegar la tovaglia, Minni si faceva aiutare da Giorgio, e l'uno a un capo, l'altra all'altro, tiravano, stendevano, se la strappavano di mano: qualche volta, Giorgio la buttava addosso a Minni, e afferrata la donna, se la portava tra le braccia ridendo, così avvolta nel manto bianco.
Ma quella sera, ella non chiamò Giorgio: fece da sola, e poi riprese il libro, si stese sull'agrippina, e cominciò a leggere la storia del principe e dei suoi milioni.
Giorgio seguitava a passeggiare e a fumare, sogguardando d'ora in ora il viso rannuvolato di Minni; prevedeva una gragnuola di rimproveri.
— Dimmi, — egli si decise finalmente, sedendo ai piedi dell'agrippina sopra un piccolo sgabello e carezzando le ginocchia della donna — dimmi, vuoi sapere?...
— Oh no, non me l'hai confidato subito, e ora non m'importa più! — ella rispose, fingendo di continuar la lettura.
— Ascoltami dunque, — seguitò Giorgio, mentre le toglieva il libro dalle mani. — Ma devi promettermi di non credere una parola.
— Come?
— Sì, non voglio che tu t'illuda con delle speranze. Non v'è ancor nulla di certo, e tutto può sfumar da un giorno all'altro. Sarebbe troppo bello, troppo bello, se le cose avvenissero come io spero. Dunque, non crederai, non galopperai con la fantasia, non ti tormenterai coi progetti.... È inteso?
— È inteso, — ripetè Minni, che vibrava già di speranze, e sentiva già la fantasia accendersi e partire.
Allora Giorgio raccontò che Riccardo Pizzi, il proprietario della cartiera presso la quale egli era impiegato, l'aveva proposto a un gruppo di azionisti come direttore d'una grande casa editrice, che si voleva fondare a Milano e che avrebbe assunto proporzioni colossali. Le trattative erano avviate bene; duravano da più che quindici giorni e si sarebbero concluse fra breve; ma v'erano parecchi altri candidati a quel posto, alcuni fortemente protetti da raccomandazioni cospicue, altri da parentele e da simpatie.
— Insomma, — concluse Giorgio, — non c'è da sperare nulla, capisci?
— E ti darebbero un grosso, grosso stipendio? — interrogò Minni, che sperava già tutto.
— Così! — disse Giorgio, aprendo le braccia quant'erano lunghe. — Uno stipendio principesco. Non so ancora, ma un grosso stipendio c'è, e la partecipazione agli utili, e mille vantaggi.... Partiremmo subito....
— E che bravo, quel tuo Pizzi! — esclamò Minni.
Giorgio rise.
— Povero Riccardo, tanto buono! — disse poi. — Non lo lascio mai tranquillo, non passa giorno senza una baruffa, ma mi vuol bene, e vorrebbe vedermi più su, più in alto, felice, allegro.... E tu, non soffrirai a lasciar Roma per Milano?
— Mi comprerai una bella pelliccia! Non avrò freddo. E in casa, un bel fuoco; e andremo a teatro, e io potrò mangiare i marrons glacés.
Giorgio si alzò d'un tratto, e riprese a passeggiare, accendendo un'altra sigaretta. Scosse bruscamente la testa, per cacciar la tentazione di sognare, di lasciarsi travolgere dalle illusioni, che lo avevano già tante volte ingannato.
— Ora non parliamone più, — disse, tornando alla donna. — Vedi che domani potremo uscire a pranzo.
— Sì, e dirai a Pizzi che io sono molto, molto contenta, e che gli voglio proprio bene!
— Oh là, là! — esclamò Giorgio ridendo. — Non faccio, io, queste ambasciate!
Ma ormai l'abbrivo era preso, e mentre Giorgio ascoltava il miagolìo dei gatti di via Campania, Minni snocciolò tutti i suoi progetti, e come avrebbe addobbata la casa, e dove avrebbe passate le vacanze estive, e in qual maniera avrebbe rifatto la sua guardaroba....
— Ma tu, — s'interruppe — tu avrai molto da lavorare, di'?
Più tardi, in letto, presso la cara donna bionda che s'era addormentata cingendogli il collo con le braccia, Giorgio pensò che quella vita umile, quella povertà fieramente sopportata, avevano un senso di poesia forse indimenticabile.
E sentendo il cuore di Minni battere tranquillo, sciolse adagio le braccia della donna, dispose meglio sotto la testa di lei il guancialetto di seta azzurra, e la baciò piano piano sulle labbra e sugli occhi.
*
Ma per più d'un mese, non si ebbero altre notizie. Le trattative con Riccardo Pizzi e con Giorgio Spinarosa furono interrotte, perchè sembrava che a Milano non fossero tutti d'accordo sulle proporzioni, sullo scopo, sui particolari della impresa che volevasi tentare.
L'inverno calò a Roma abbastanza rigido: vi fu perfino una nevicata di ventiquattr'ore, e Minni stette molto in casa, a leggere, ad agucchiare. Non appena v'era un po' di sole, ella andava a Villa Umberto col suo libro, sedeva su una gradinata in Piazza di Siena, e vi rimaneva fino al tramonto, allorchè il parco meraviglioso cominciava a diventare umido.
E allora Minni correva in qualche negozio a far le provviste, o passava da una rosticceria di via del Tritone a comperare un pollo allo spiedo e certi involtini di carne e di riso, che si chiamavano “supplì„, e che facevano ridere Giorgio a vederli.
— Supplì, supplì, supplizio davvero! — esclamava. — Te l'avevo detto, Mì, di non sperare! Non ne azzecchiamo una, piccoletta mia! I milanesi ci hanno abbandonato anche loro, e bisognerà pensare ad altro: scommetto che il direttore è stato scelto, la Casa fondata, e intanto non ci levan di pena, e ci menano garbatamente pel naso. —
Minni piangeva. Era stanca di quella lotta contro la miseria, che non aveva nemmeno il diritto d'andar per le strade con gli abiti a brandelli, e che doveva ostentare un sorriso, nel timore d'incontrare occhi indiscreti. Minni vestiva ancora con eleganza, grazie a un risparmio rigoroso, e benchè schivasse gli incontri, era tuttavia così accurata nell'abbigliamento, in ogni minuzia della sua eterna toilette grigia, da potere sfidare la curiosità crudele delle amiche e degli indifferenti.
La sua figurina aggraziata dava risalto a ciò che indossava, e la vanità femminile era salva, quantunque sempre sospettosa.
Ma la monotonia di quella vita senza mai un piacere, senza mai un'ora di distrazione, pesava sul cuore della donna giovane e ne irritava i nervi. La sua compagnia in casa eran le grida, gli schiamazzi, la musica selvaggia dei monelli di via Campania; e fuori di casa, un libro qualunque preso a prestito in una biblioteca circolante.
A poco a poco, ella aveva conosciuto tutti i passeggiatori abituali di Villa Umberto: coppie d'amanti, vecchi e signore col cagnolino, damine accompagnate da una serqua di marmocchi e di bambinaie, pensionati meditabondi, ricche annoiate che passavan pei viali in carrozza, sognando probabilmente i sogni più vacui.
Qualche volta entrava al giardino del lago, e stava a guardare le anitre e le oche, invidiando la loro vita incosciente. Pel giardino del lago i passanti erano radi, e in quelle giornate d'inverno si diffondeva una malinconia tenue, fatta quasi sacra dal silenzio prolungato; il libro posava sulle ginocchia di Minni, ed ella si perdeva a fantasticare, mentre le anitre diguazzavano nel laghetto e si rizzavano a batter l'ali.
Se le veniva il pensiero di Giorgio, ella si confortava un poco; perchè Giorgio non mutava d'umore, non perdeva speranza, non dubitava mai. Egli aspettava qualche cosa, e sarebbe stato impacciato a dire che cosa fosse, ma aspettava con una fiducia tanto strana, tanto ostinata, da snebbiar le paurose apprensioni della donna.
— Siamo troppo giovani per andare a fondo! — egli diceva.
No, non voleva andare a fondo, Giorgio Spinarosa. La sua anima ricca d'orgoglio, il suo corpo robusto, si ribellavano all'idea che la vita dovesse oscuramente naufragare in quella miseria. Egli voleva, egli doveva fare. Fare; fare qualche cosa di bello, di grande, qualche cosa difficile, da lasciare Minni intontita per la meraviglia.
Per questo, la presenza di Giorgio era tanto cara a Minni; e quand'egli tornava a casa per la colazione e pel desinare, la fronte della moglie si spianava; egli chiacchierava, rideva, raccontava aneddoti, e non parlava quasi mai dell'avvenire, così esso gli sembrava certo e vicino.
— Coraggio, Mì! Ancora un poco. I milanesi ci aiuteranno.
— Ma dicevi, l'altro giorno, che ci hanno abbandonati!...
— No; malinconie del quarto d'ora. Io li conosco: prima di gettarsi a una impresa, ci riflettono; e poi vi si mettono con l'unghie e con i denti, e giungono dove vogliono.
— E Pizzi come la pensa? — domandava Minni.
— Pizzi lavora per me; tutte le sue conoscenze di Milano sono ai miei ordini. Anche ieri, il conte Virgili, che sarebbe il più forte azionista, gli ha scritto di pazientare; la cosa si farà, e io non sarò dimenticato. Voglio regalarti una pelliccia così grande, da formarti uno strascico, e tutti chiederanno per le strade: “Chi è quella pelliccia che cammina?„ Del resto, amica mia, se questo progetto dovesse fallire, verrà dell'altro....
— Che cosa?...
— Dell'altro, dell'altro! Non so.... —
E Giorgio faceva in aria un gesto largo, che riassumeva tutte le possibilità, tutte le aspettazioni, tutto l'avvenire.
Ma la donna era rimasta silenziosa, meditando.
Il conte Virgili! Ella lo aveva conosciuto a Roma, o a Firenze, non ricordava più; ricordava però ch'egli era vedovo, con una figliuola di ventidue anni, Virgilia Virgili, che poteva piacere; era alta e diritta. “È un bel pioppo!„ aveva detto una volta Giorgio, parlando di lei. E aveva una selva di capelli bruni, che le piovevan sugli occhi glauchi. Male avvezzata dal padre, ricca, capricciosa, educata all'americana, audace e scaltra, s'era messa a scherzare con Giorgio, e scherzava troppo, orribilmente, non come una fanciulla vereconda, ma come una donna procace.
Poi era venuta la povertà, e Giorgio aveva sfuggito la giovane, per superbia.
Ora eccola ricomparir nella loro vita; quel demonio era ben capace di persuadere suo padre a favore di Giorgio e di far cadere su di lui la scelta, per richiamarlo a Milano e tornare alle schermaglie d'una volta.
Minni ricordava con terrore segreto la bocca della fanciulla, una bocca grande con labbra tumide color di corallo, una bocca fatta apposta per mordere e per divorare.
*
Ma i giorni passavano; qualche volta, la lampada a petrolio non era sufficiente a riscaldar la camera, e Minni stava sull'agrippina, avvolta in uno scialle, freddolosa e triste; oppure si coricava presto, subito dopo cena, e dormiva, faceva la cura del sonno, a pugni stretti.
Dormire era tutta la felicità concessa dalla sorte; dormire significava riposar dai pensieri, arrestar la fantasia, non precorrere il tempo e non ricordare il passato; ma quando il giorno grigio entrava dalla finestra, pareva recare sul guancialetto di Minni una tediosa baraonda di cure e di spaventi.
E si alzava piano, piano, per non destare Giorgio; occupava un'ora ad assettarsi, e raccolti i capelli con un nastro azzurro, preparava il caffè, poi svegliava Giorgio, il quale aveva l'abitudine d'aspettare ad occhi chiusi ch'ella lo chiamasse, perchè lei era il suo orologio.
Egli non era mai stato così buono come in quel tempo; le altre donne non esistevano per lui. Gli si era piantata nel cervello l'idea fissa di strappare Minni a quelle sofferenze, e l'idea gli bastava, gli riempiva la vita, lo faceva austero. Nascondeva le ansie più crudeli e cominciava a dubitare a sua volta del trionfo imaginato. Ogni giorno, appena arrivato alla cartiera, andava da Riccardo.
Riccardo Pizzi, un giovane di ventisei anni, dalle forme erculee e dal placido volto, aveva da solo aiutato Giorgio, dandogli un impiego nell'amministrazione della cartiera; ma i caratteri dei due uomini parevano fatti apposta per non andar d'accordo.
Riccardo nervoso e pigro; Giorgio, nervoso e veemente; Riccardo ideava gli affari che Giorgio criticava spesso e tentava qualche volta d'impedire, parendogli che l'amico s'ispirasse a un ottimismo pericoloso.
In due anni di vita comune, Giorgio aveva dato tante prove di sollecitudine e di perizia a Riccardo, che questi se n'era fatto il consigliere, pure arrabattandosi per difendere i propri disegni, e strillando contro Giorgio, che voleva persuaderlo d'aver torto. La loro amicizia era una continua guerra, ma si volevano molto bene, e Riccardo si rammaricava di non poter offrire a Giorgio un lauto stipendio e di vederlo ridotto a un impiego di tanto inferiore alla sua capacità e al suo ardire.
— Ebbene, niente? — chiedeva Giorgio, ogni mattina, appena giunto alla cartiera fuor di Porta Salaria.
Riccardo si stringeva nelle spalle, dolente di non poter dare la più piccola notizia.
E il silenzio ostinato di quegli azionisti, il tempo che passava, la melanconia di Minni, cominciavano a scuotere anche la fede di Giorgio.
Ma egli aveva in cuore una forza quasi mostruosa: non credeva alla sventura, nè al pericolo, nè alla morte. Dopo un istante di dubbio, l'animo gli si spalancava non alla speranza, ma alla certezza; e Riccardo l'aveva udito più volte canterellar le romanze delle opere in voga, stonando insolentemente.
Era allegro e diffondeva intorno l'allegria, cosicchè Riccardo Pizzi stava ad ascoltarlo stupito, credendo che Giorgio avesse ricevuta la notizia lungamente attesa.
— Perbacco, io t'invidio! — diceva Riccardo.
— Hai ragione, — rispondeva Giorgio. — Hai ragione d'invidiarmi, perchè vedrai....
— Vedrò?
— Vedrai, vedrai! La vita non è che una cosa, e io sento che riuscirò ad afferrarla e a tenerla. Vedrai che io saprò impadronirmene!
*
Un giorno, un tepido giorno di febbraio, mentre col libro sulle ginocchia stava guardando le ochette che guazzavano nel lago di Villa Umberto, Minni vide comparirle innanzi Giorgio, tranquillo come di solito, la sigaretta fra le labbra.
— Addio, Trill! — egli disse sorridendo. — Vieni: voglio condurti a fare una passeggiata in carrozza: e poi andremo all'Aragno e ti comprerò molti dolci....
— Che cosa c'è? — esclamò Minni, alzandosi dal sedile di pietra.
— Nulla: non c'è nulla, — rispose Giorgio. — Vieni: troveremo una carrozza fuori del giardino!
— Ma tu sei pazzo, caro! — osservò la donna. — Sai che non possiamo far queste spese....
Giorgio passò il braccio sotto il braccio della moglie, e così s'avviarono.
— È una mia idea, — egli rispose. — Credo che mi porterà fortuna: una bella passeggiata, e poi molti dolci! Sono stufo di tante privazioni e di tanta economia: voglio cambiar metodo, e spendere tutto ciò che ho in tasca.... Vedrai che le cose andranno meglio!
Ma la donna sentiva ch'egli non era sincero, e quando furono in carrozza, cominciò a tempestarlo di domande: era seguita qualche novità? avevano scritto? c'erano almeno speranze?
Giorgio sorrideva, negando. Nulla!
— Va alla Banca d'Italia! — ordinò al cocchiere, appena la carrozza ebbe oltrepassato i cancelli del parco.
Minni battè le mani, trattenendo un grido.
— Oh Giorgio, — esclamò. — Come sei cattivo! Perchè non vuoi dirmi?...
— Non voglio dirti che cosa? Vado alla Banca d'Italia a trovare un mio amico cassiere.... Te lo presenterò: è un giovanotto simpaticissimo.
La donna scosse il capo.
— No, no, — disse. — Non è vero! Tu mi nascondi qualche cosa, e io voglio sapere. Voglio sapere, o piango!
Giorgio diede in una risata, accarezzando le mani della moglie.
— Ebbene, — dichiarò, — vado a riscuotere un vaglia di duemila lire per Riccardo....
Ma vedendo Minni rabbuiarsi e il caro volto coprirsi della solita espressione di tristezza, Giorgio non ebbe il coraggio di prolungare lo scherzo.
— Suvvia, hai indovinato! Le duemila lire sono per me!
Questa volta, egli temette che Minni gli svenisse tra le braccia.
— Coraggio! — disse con accento tra serio e scherzoso. — Son duemila lire che la Società mi manda pel viaggio e pel trasporto....
— Oh Giorgio, com'è bello! — esclamò la donna con voce soffocata.
— Pel trasporto del mobiglio che non abbiamo! — seguitò Giorgio ridendo. — Te l'avevo detto, Mì?... Ero sicuro di riuscire.... Lo sapevo da tre giorni, del resto, e aspettavo che il denaro fosse giunto per dirti ogni cosa....
Tacque; gli occhi della donna s'erano inumiditi dalla gioia: il suo pensiero galoppava, il cuore le batteva veloce, ed ella avrebbe voluto baciare subito Giorgio, ma erano in carrozza scoperta e il Corso formicolava di uomini e di vetture.
Minni guardò attentamente il marito.
— Da tre giorni? — ella ripetè. — Da tre giorni sapevi tutto?
— Sì, non v'è nulla di strano! Attendevo il denaro per farti questa sorpresa. —
Minni fissò nuovamente Giorgio. Qualche volta l'anima di lui le faceva paura, e quella padronanza di sè medesimo la stupiva. Egli era potuto rimaner tranquillo per tre giorni, senza che il suo viso lo tradisse, senza che una parola, un accenno, un'esclamazione gli sfuggissero dalle labbra; impassibile e sicuro, aveva taciuto...!
— E non eri contento, non eri felice? — chiese Minni.
— Contento senza dubbio; ma d'altra parte, non meravigliato affatto, perchè io sapevo che avrei vinto.... E se non avessi vinto ora, avrei vinto più tardi!... Noi non dobbiamo colare a picco. —
E quasi involontariamente, canterellò piano, a fior di labbra:
“Io son Titania, la bionda....„
— Che pazzo! — disse Minni con un sorriso. — E quando partiremo?
— Fra otto giorni. Addio, Roma; addio, bella Roma! Ti dispiace, Mì, di lasciare Roma?
— No, abbiamo tanto sofferto!... —
Giorgio non aggiunse parola. Avevano molto sofferto a Roma, e a lungo; ma che cosa li attendeva a Milano? soltanto una larga agiatezza era certa; al di là non si vedeva, non si sapeva nulla. Un turbinìo di lavoro e di battaglie, forse un turbinìo di gioie e di dolori, fors'anco un cumulo di delusioni....
Giorgio si scosse quando la carrozza si fermò innanzi al palazzo scialbo e massiccio della Banca d'Italia, e lasciando Minni in vettura, egli scese.
La donna, rimasta sola, s'abbandonò interamente al sogno; ideò l'avvenire in mille modi, e a un tratto le venne il pensiero che Giorgio avrebbe conosciuto molte donne, avrebbe rivisto Virgilia, sarebbe stato accolto in tutte le case, ricominciando la vita d'avventure, che la povertà e la disgrazia avevano interrotto.
Minni sentì nel cuore un turbamento crudele. Quali donne avrebbe egli conosciuto? L'ospitalità lombarda, così pronta e cordiale, gli si sarebbe subito offerta, e lo spirito alacre e animoso di lui avrebbe subito creato intorno a Giorgio molte amicizie....
Fra quelle donne ancora ignote, egli avrebbe forse incontrato colei che doveva piacergli ed amarlo; sul volto impassibile, nessuno avrebbe potuto leggere l'ansia della conquista, la gioia del trionfo, gli spasimi della gelosia.... Oh Giorgio sapeva ingannare, come sapeva essere audace e leale! E lei, Minni, sarebbe vissuta fra le torture del dubbio....
— Avrai molto, molto da lavorare? — ella chiese, mentre Giorgio risaliva in carrozza e sedeva al suo fianco.
— Va all'Aragno! — disse Giorgio al cocchiere; poi volgendosi a Minni, rispose: — Sì, molto, specialmente sui primi tempi, giorno e notte, finchè tutto sia ben disposto....
Dal petto di Minni sfuggì un tale sospiro di soddisfazione, che il marito la guardò con meraviglia.
— Sei contenta ch'io abbia da lavorare? — egli domandò.
— Sono felice: vorrei che tu non avessi nemmeno un'ora di riposo....
Ma appena pronunziate queste parole, si morse le labbra, e guardò Giorgio con lo sguardo turbato.
— Io non amo che te, e amerò te sola, sempre! — egli disse, accarezzandole le mani.
Poi, volendo egli stesso sfuggire alla visione dell'ignoto, cominciò a parlare di ciò che avrebbe fatto a Milano, dell'opera vasta e difficile che lo aspettava. E così discorrendo, i suoi occhi si oscuravano, quasi tutta l'energia dell'anima vi si raccogliesse in una torbida potenza.... La cosa, quella cosa vile e infida ch'è la vita, egli la teneva in pugno e l'avrebbe foggiata a suo piacere, usando la forza e la lusinga, la dolcezza e la violenza. Udiva nelle orecchie risonare un canto di gioia.
Parlava ancora e ancora Minni stava ad ascoltarlo con voluttà, quando la carrozza giunse sul Corso e si fermò innanzi all'Aragno.
La notizia della prossima partenza di Giorgio Spinarosa s'era propagata in quei giorni tra i suoi amici; e non appena egli fu seduto, molti vennero a complimentare lui e Minni.
Giorgio non aveva ancor potuto misurare tutta la viltà dell'anima umana, e fu sbalordito. C'era della gente ch'egli salutava appena con un cenno del capo, e che gli si protestava d'un tratto devota e obbediente; altri, i quali avevan temuto nei giorni della sventura, ch'egli li richiedesse d'un favore e perciò evitavan di salutarlo o almeno di fermarsi, gli si precipitavano ora incontro, adulandolo con un'insistenza fastidiosa.
— Era giusto, era giusto, — diceva qualcuno. — Ti si doveva una riparazione, il riconoscimento del tuoi meriti.... Bravo! sai, volevo raccomandarti mio fratello, ma ne parleremo domani....
— Oh, caro Spinarosa! Io cercavo di lei per presentarle le mie felicitazioni. Conosce mio cugino? Credo che mio cugino, pratico di cose commerciali, potrebbe essere utilissimo!... Se non la disturba, lo manderò da lei prima ch'ella parta....
— Di', Giorgio! Ricordati che ti sono stato sempre amico.... Mi contenterei di tanto poco! Un posticino piccino, piccino....
Minni, che assisteva a quella sfilata e mangiava intanto certi dolci con la crema, insudiciandosi le mani come un bamberottolo, finì per nausearsene; per nausearsi degli uomini e dei dolci.
— Andiamo, — ella mormorò sottovoce a Giorgio. — Sono molto stanca!
— Hai visto? — disse Giorgio, quand'ebbero ripreso posto in carrozza. — Hai visto quelle canaglie, come strisciano? E una settimana fa, avremmo potuto morir di fame e di freddo, senza ch'essi stendessero la mano.... Ah no, rimanete qui, perdio! Io vi dimenticherò; è tutto quello che posso fare per voi....
Minni tacque. Ella era molto stanca davvero, e ripercorrendo in carrozza le strade note, Via Mercede, Capo le Case, Porta Pinciana, e ricordando i giorni in cui andava a comperar da cena, un po' di sardine e un po' di ulive, fu presa da una nera melanconia.
Che cosa li attendeva a Milano? Quali donne avrebbe Giorgio conosciuto? Sarebbe stato sempre così buono come in quel tempo?
Rivide la bocca ardente e vorace di Virgilia Virgili, e sentì un brivido.
Rientrando in casa, i suoi occhi caddero sulla cara lampada a petrolio che illuminava e riscaldava la camera; salutò il letto nitido ed ampio, e l'agrippina, e la piccola tavola su cui si stendeva la tovaglia, che Giorgio qualche volta gettava indosso alla sua donna, come un manto.... Avvertì che il dolore e la povertà avevano strette le loro anime con un nodo tenace, cui l'agiatezza e il godimento avrebbero allentato o sciolto per sempre.
— Mì, quanti dolci avete mangiato oggi! — disse Giorgio sorridendo, e togliendo a Minni il cappello, per baciarla sulla chioma bionda.
Minni girò l'occhio intorno, smarrita; e sentendo un'angoscia nuova salirle alla gola, nascose il volto nel petto di Giorgio, e mormorò con uno scoppio di lagrime:
— Ahi, Giorgio, come si stava bene, come si stava bene, qui! —
L'AMORE DEGLI ALTRI.
Iginio Malaspina, detto Gin dagli amici, accavallò una gamba sull'altra, soffiò dalle nari il fumo della sigaretta e lanciò a Silvio Baldeschi una sguardata velatamente ironica.
— Laura sarà qui tra breve, — disse. — È uscita da poco tempo con la carrozza, e non può tardare. Mi dispiace che tu aspetti.
Nella voce di Gin si sarebbe potuto rintracciare quello stesso lieve sarcasmo che gli si leggeva nell'occhio. Era sui cinquant'anni, alto e contesto di nervi, i capelli fulvi, i baffi tagliati all'americana, la mandibola inferiore sporgente. Innanzi a lui, Silvio pareva un fanciullo, pallido, nel cui sguardo passava un'onda di sentimento piuttosto che di volontà.
— Sono lietissimo di barattare quattro parole con te, — rispose, non curandosi nemmeno di dare un'espressione sincera a quella bugia d'obbligo.
— Fuma! — disse Gin, avvicinandogli sulla tavola, intorno a cui stavano seduti, il barattolo delle sigarette. — Mia moglie sapeva che saresti venuto a farle visita?
E pensò nel medesimo tempo:
— Anche lui! A qual punto è arrivato?
— La contessa? — rispose Silvio, con lo stesso fare distratto. — Mio Dio, sì, credo di averle detto iersera a teatro....
— Ed è uscita! — interruppe Gin. — Ma stamane ci hanno avvertito che la zia Lorenza è indisposta, e Laura è dovuta andare a trovarla....
Da otto anni, da quando aveva sposato Laura, Gin s'era visto passare innanzi una sfilata di giovani, d'uomini maturi, anche di vecchi, i quali tutti, l'un dopo l'altro, avevano tentato di portargli via la moglie. Li conosceva benissimo; i più volevano Laura per vanità, perchè aveva fama di virtù quasi selvatica; altri per provare, per il romanzo; pochi per amor vero, quantunque non tenace nè profondo. Cominciavano scherzando, spiegavano le stesse arti, s'accaldavano vie più, eran messi a dovere e se ne partivano, o s'acconciavano a diventare amici. “Vengono grassi e se ne vanno magri„, pensava Gin, accarezzandosi i baffi rossastri per nascondere la bocca che sorrideva. Tutti quei postulanti ignoravano l'orgoglio senza freno di Laura, la quale avrebbe dato odio invece d'amore all'uomo che fosse stato capace d'impossessarsene.
Silvio Baldeschi era diverso. Gin non avrebbe potuto dirne la ragione, ma lo sentiva.
E aspettando Laura, lo intratteneva quel pomeriggio con una discorsa politica, in cui spiegava una facondia inutile, perchè Silvio la pensava come lui.
L'impazienza del giovane non si tradiva che al movimento continuo con cui batteva del piede sinistro sotto la tavola il tempo d'un galop impercettibile. Il tumulto intimo ond'era travagliato da più mesi e il contegno di Gin, la squisita cortesia del quale lasciava capir tuttavia ch'era uomo con cui bisognava fare i conti, lo turbavano sempre, serrandolo alla gola. E a un tratto il volto di lui s'illuminò per una gioia, che non gli era stato possibile dissimulare.
Un domestico, apparso sul limitare del salotto, annunziava:
— La signora contessa avverte che sarà qui tra pochi istanti.
Le labbra dell'uomo rosso e beffardo si schiusero a un sorriso fugace. Egli s'aspettava che Silvio balbettasse.
Ma il giovane, il quale aveva cominciato a rispondere a Gin, chiuse forte nella destra il sigillo con cui si spegnevano gli avanzi delle sigarette, e sfilò la sua tesi sui partiti politici, senza balbettare, ritoccando qua e là gli argomenti di Gin. Il piede aveva cessato di battere il galop; un lieve pallore si era dipinto in volto a Silvio Baldeschi.
— È diverso! — pensò Gin.
E si alzò per andare incontro a Laura che entrava.
— L'amico Baldeschi ti aspettava pazientemente, — egli disse.
Laura sorrise al giovane, che divenuto tranquillo, era balzato in piedi prima di Gin, al fruscìo delle gonne.
Laura non contava trent'anni ancora; dritta come il suo orgoglio.
— Ti chiedo scusa, Baldeschi! — disse Gin, salutando Silvio con un gesto familiare della mano. — Arrivederci, Laura!
E uscì.
Era piuttosto irritato che triste. L'amore di Silvio, un vero amore quale Gin non aveva mai supposto, un amore disperato che aveva preso il giovane, squassandolo come una pianta indifesa sotto la tempesta, irritava l'uomo rosso e beffardo. Egli non amava la moglie; il suo carattere, aspro nel fondo e ignaro di tenerezza, gli concedeva soltanto d'essere superbo e soddisfatto di Laura. L'amore degli altri, di tutti gli altri, giovani, maturi e vecchi, per la donna che gli apparteneva, gli era sembrato, fino a quel giorno, strano e ridicolo. Da quel giorno, cominciava a sembrargli minaccioso, lo turbava nei suoi facili giudizi, lo costringeva a pensare a Laura in maniera nuova, a guardarla con una curiosità inquieta. Ella sapeva gli spasimi di tutti quegli uomini, la disperazione di Silvio, e non aveva mai detto parola. S'erano intrecciate e snodate intorno a lei le vicende di più drammi intimi, e non aveva mai detto parola. Il marito non poteva chiedere che la fedeltà di lei.
Quando Gin tornò a casa dalla sua passeggiata, Laura gli disse:
— Abbiamo a pranzo Silvio Baldeschi, stasera.
— Va bene.
— E il Della Torre, Enrico Landi, il Mapelli e il Castiglioni.
— E signore? Neppur una?
— Neppur una! — ripetè Laura ridendo. — Signore più di rado che sia possibile. Non mi fido che degli uomini.
— Mi dispiace di non poter dire altrettanto! — mormorò Gin.
— E che puoi dire? — interrogò Laura, andandogli incontro.
— Nulla. Tu sai che non ho mai dubitato. Ma non è merito degli uomini che vengono qui.
Laura avanzò e lo guardò negli occhi.
— Non ti sono stata sempre fedele? — chiese dolcemente.
— Sì, bella! — rispose Gin, sfiorandole con una mano i capelli bruni e lucidi, una foresta domata. — Sempre bella e sempre fedele.
Tacque un istante, poi fu ripreso dal suo bisogno di sarcasmo.
— Non so se a buon mercato, — soggiunse.
Laura gli gettò uno sguardo lungo, e non rispose. Allora Gin fu stupito di sè stesso, perchè improvvisamente, impensatamente, quasi con un tremito nella voce, riprese:
— Non ti piacerebbe che viaggiassimo un poco! Un poco, lontano, in Oriente, a capriccio, dove tu vorrai?
Laura inarcò le sopracciglia, attonita, e rise:
— Oh, oh! — disse. — Che cosa pensi. Gin?... Vado a vestirmi. Metterò un abito rosso, tutto rosso di fiamma. Ti piacerò?
— Va, fiamma rossa! — fece Gin, accomiatandola con un'altra carezza sui capelli. — Ma quel viaggio avrebbe del buono; un bel viaggio lungo....
La donna scosse il capo, e uscì ridendo.
A pranzo fu veramente la fiamma rossa, la bella fiamma costante, che scalda o brucia il cuore. Inguainata nell'abito amaranto dolcemente scollato, Laura si sentiva molto lontana da quegli uomini, i quali tutti, l'un dopo l'altro, le avevano offerto il loro amore. E l'eleganza della fiamma rossa, che imprigionando la bianca venustà delle linee, avvivava il carnato del volto e del petto, turbò gli invitati. Si punzecchiarono un poco, illudendosi di poter essere amati da Laura non appena avessero tolto di mezzo i rivali.
Silvio Baldeschi era allegro: entrando, non aveva detto parola a Laura del suo abbigliamento, quasi non l'avesse notato; rideva e parlava con disinvoltura, guardava indifferentemente la giovane, suo marito, gli amici, tra cui non pareva degnarsi di temere avversarî. Ma di tanto in tanto, col piede sinistro batteva il ritmo del galop impercettibile, sotto la tavola, e qualche gesto si mutava bruscamente in uno scatto.
Quattro degli invitati giuocarono a bridge dopo pranzo. Laura stette a conversare con Silvio Baldeschi, seduta al suo fianco, sul medesimo divano; e perchè i giuocatori parlavano alto negli intervalli e ridevano, Laura e Silvio s'arrischiavano a parlare essi pure quasi alto.
Silvio le disse:
— Parole d'un morente. La mia vita, per ventiquattr'ore, sarà nelle vostre mani.
Gin udì. In piedi, fingendo seguire le vicende del giuoco, volgeva le spalle. La voce secca e breve di Silvio che giuocava un più formidabile giuoco, lo penetrò a fondo. Laura aveva forse risposto con un gesto o con gli occhi. Gin non udì che questo di lei, detto leggermente:
— È mai stato al Cairo, Baldeschi? Noi ci andremo, Gin e io, quest'anno.
— Buon viaggio! — rispose Silvio ridendo.
Gin si volse e, avvicinatosi ai due, parlò d'un'escursione ch'egli aveva compiuto venti anni prima in Egitto.
— Vent'anni! — esclamò Laura, alzandosi per servire il tè. — Mio marito parla di venti e trent'anni or sono con un coraggio invidiabile.
— Venti e trenta e quaranta! — insistette Gin. — È la civetteria dei vecchi; ricordare meglio dei giovani, e vivere come i giovani.
Silvio si morse le labbra per non rispondere una frase insolente.
La serata non ebbe altro di notevole; forse, verso l'ultimo, Silvio trovò maniera di dir qualche parola minacciosa a Laura, perchè la donna sembrò un istante turbata a Gin. Ma più tardi la udì nella sua camera da letto cantare graziosamente a mezza voce un'aria dell'Histoire d'un Pierrot.
L'indomani ella non uscì di casa tutto il giorno; nel pomeriggio fu singolarmente irrequieta.
— Io vado al Circolo, — le disse Gin, passando dal suo salottino.
La giovane stese una mano per trattenerlo.
— No! — interruppe. — Non uscire, Gin. Tienmi compagnia....
— Come? — esclamò Gin sorpreso. — Non devo uscire? Sai che ci son le elezioni al Circolo....
— Esci, allora, se vuoi! — rispose Laura bruscamente.
Gin si volse al domestico, il quale gli teneva il soprabito, e ordinò:
— Avverti Giacomo che stacchi. Non esco.
— Ti ringrazio, Gin, — mormorò Laura. — Puoi uscire dopo le sei e giungere ancora in tempo al Circolo per le tue elezioni; non è vero? Adesso fammi compagnia. Non vi piace la presidenza del Circolo e volete mutarla; me lo ha detto iersera il Della Torre; e per chi voterai, Gin?
Gin parlò del Circolo, della presidenza vecchia e della nuova, poi di Turchetto, un baio irlandese da sella, che zoppicava, e di altre piccole cose. Fu più del consueto attento e gentile con sua moglie, si trattenne a prendere il tè nel salottino, il che non avveniva da anni; e verso le sei, invece di uscire, discese con Laura in giardino e andò a trovare di nuovo Turchetto, il quale aveva ricevuto la visita del veterinario.
Dopo pranzo, tra le nove e le dieci, venne la notizia. La portò un servo, il quale, essendo stato mandato a impostare delle lettere, s'era imbattuto nel cocchiere di Enrico Landi e aveva udito da lui i particolari del fatto. Il servo sentì il dovere d'avvertirne rispettosamente Gin.
— Che cosa c'è? — disse Laura, vedendo che alle prime parole del domestico, Gin era impallidito e aveva fatto cenno di tacere.
— C'è che.... Silvio s'è ferito, stasera, maneggiando la rivoltella.... Non è vero, Antonio?
Laura si drizzò in piedi, aggrappata alla tavola, e fece alcuni passi vacillando....
— Esco, Laura, — soggiunse Gin, — vado a prendere notizie.
Laura si fermò e ricadde sulla poltrona in cui stava prima seduta. Non vedeva bene, non sapeva dire se Gin e il domestico fossero tuttavia sul limitare; una nebbia nerastra invadeva il salotto, le luci delle lampade illanguidivano, s'udiva un tintinnìo lontano, insistente. L'odore d'un fascio di rose traboccanti da una catinella argentea sulla caminiera, era insopportabile; morivano!...
Quando fu per istrada, Gin si domandò perchè fosse uscito; poteva tornarsene e dar la notizia a Laura senz'altro, poichè Antonio aveva parlato chiaro, era informato bene. Tuttavia fermò una vettura, vi salì, si fece condurre a casa di Silvio.
Potè passare, quantunque tra i parenti e i curiosi che ingombravano la palazzina Baldeschi un personaggio che rappresentava l'autorità giudiziaria si mostrasse assai severo nel concedere il passo fino alla camera di Silvio.
— Conte Iginio Malaspina, — dichiarò Gin. — Non vorrà respingere il migliore amico del defunto?
Il funzionario s'inchinò, e Gin, preso animo, soggiunse, prima d'entrare:
— Si sa il motivo?... Ha lasciato lettere?
L'altro si strinse nelle spalle.
— Non una parola, signor conte. Qualcuno ha detto nevrastenia acutissima.
— Acutissima, — ripetè Gin confermando. — È naturale.
E varcò la soglia, si diresse al letto su cui era composto il cadavere. Rimase immobile a guardarlo, col cappello tra le mani, senza riconoscere quelli che stavano in un angolo della camera a singhiozzare.
Per Laura, per la sua donna, per la fiamma rossa, per l'orgoglio!...
Aveva la fronte spaccata e la ferita diventava enorme, prolungata da una riga di sangue che filava giù per la tempia destra, giù per la guancia, fino all'angolo delle labbra. Era placido, ma bianco, interamente bianco nel volto.
Per Laura, una giovinezza florida spezzata a ventisei anni, come se Laura fosse stata la gioia, l'ebbrezza, tutta la vita medesima, tutto un avvenire impareggiabile! Egli, Gin, aveva preso il tè con lei poche ore prima, e assai quietamente le aveva fatto qualche carezza; e poteva quando voleva, farle indossare o farle togliere l'abito rosso con cui era apparsa l'ultima volta agli occhi di Silvio; ed era sua, come una cosa bella, da otto lunghi anni, e per altri anni, per sempre, sarebbe stata sua, a suo capriccio, a suo gusto.... Silvio Baldeschi n'era morto.
Gin si scosse e andò con un turbamento sincero a baciar la mano alle signore che singhiozzavano, a condolersi con gli uomini.
— È terribile, è terribile! — egli disse, gettando ancora uno sguardo alla fronte bianca spaccata.
Quindi uscì, riprese la vettura e tornò a casa. In verità, non sentiva più nulla; un prepotente, con la minaccia della morte, aveva voluto rubargli l'amore di Laura; poi si era ucciso, mantenendo la parola.
— Era un buon giuocatore! — pensò Gin.
Non sentiva più nulla, se non il desiderio di rivedere Laura subito, d'assicurarsi che era a casa, scombuiato puerilmente dal pensiero assurdo che potesse non esservi più. E non trattenne un largo respiro di sollievo quando la trovò nella sua camera, distesa a metà sul letto, gli occhi chiusi.
Gin s'avvicinò cautamente, e s'indugiò a guardarla come capisse infine tutta la malinconia leggiadra di quel volto, che per lui non aveva maschera d'orgoglio ed era dolcemente femmineo. La chiamò sottovoce. Ella sbarrò gli occhi senza muoversi, glieli fissò in volto senza parlare, poi li richiuse.
— Ebbene, Laura, — disse Gin, chinandosi fin quasi a metter la testa presso la testa della giovane. — Si giuocava un giuoco d'inferno intorno a noi, la vita di qualcuno, la mia, forse la tua. E una vita è scomparsa....
Tacque; percorse di nuovo con lo sguardo tutta la bella persona agile e forte.
Di sotto le palpebre chiuse di Laura sfuggivano le lagrime e scendevano lungo la guancia. Gin aveva visto poco prima filare il sangue giù per la guancia di Silvio. Lagrime e sangue per lui, per il suo amore e per il suo diritto. L'uomo aspro e beffardo, che non aveva detto quasi mai parole care alla sua donna, sentì una vampa di gelosia ardergli il cuore, e le sue labbra si dissuggellarono.
— Ti amo, Laura, — disse con un'esitanza timorosa. — Mi ami, tu?
E aspettò la risposta trepidando, come avesse chiesto l'amore a una donna nuova, che non aveva mai conosciuta prima di quel giorno.
Laura stette con gli occhi chiusi e la testa reclinata sul letto, ma allungò un braccio, ne ricinse il collo di Gin, trasse questi a sè, e gli mise la bocca sulla bocca, in silenzio.
NINNÌ NON È GELOSA.
In piedi innanzi al grande specchio, nella sua camera da letto, ha tolto i pettini dai capelli che sono balzati giù, neri e violenti, per le spalle; poi li ha raccolti, li ha fermati ancora in una massa scomposta; e di nuovo li ha liberati, lasciandoli fluire da tutte le bande.
Siccome questo giuoco ha il potere d'irritare sordamente suo marito, Ninnì lo ha fatto tre volte, ed è in via di farlo la quarta. È vestita, o meglio è avvolta in una vestaglia della quale poco si capisce; un'ondata, una spuma di merletti la circonda intera, e le braccia un po' magre sbucano da quella groviglia di trine, alzandosi ora a sciogliere i capelli, ed ora a riappuntarli. Mentre lavora così assiduamente, finisce un lungo discorso:
— Potevi dirmelo, vedi? Potevi dirmelo che andavi da quella scempia; ci sarei venuta anch'io! Non indovino perchè tu vi sia andato solo, o indovino troppo.... Già, è una stupidina; e per ciò ti piace.... Basta che una donna sia stupida perchè tu le faccia la corte.... Sei un sentimentale.... Mi rincresce dirtelo; con quelle tue arie da moschettiere, non sei che un sentimentale, e di quindici in quindici giorni mi tiri fuori un'amicizia nuova; naturalmente per una donna.... Adesso tocca alla Marnoldi.... Non so intendere, poi, come tu vada a perderti colla Marnoldi. Una volta non potevi soffrire le bionde, e questa è così bionda che pare si sia messa in testa una parrucca di stoppa....
— Ninnì — interrompe Giorgio con voce calma. — Non farmi una delle solite scene!...
Giorgio è seduto in una poltroncina, le mani nelle tasche, le gambe distese. La poltrona è, come la tappezzeria della camera, bianca a triplici righe d'incarnato, e il sole che entra da una bifora, inonda gaiamente tutta la stanza.
L'uomo è vestito con un abito di mattina color d'avorio; i suoi occhi seguono l'instancabile ginnastica di Ninnì, la quale ha annodato la quarta volta i capelli, e sta per liberarli di nuovo. Dal battere delle palpebre e da un certo moto delle labbra, si intuisce che lo sforzo di Giorgio per padroneggiarsi è grande.
— Lascia stare Ninnì ti prego! — dice la signora bella. — Quando ne hai fatta qualcuna o mediti di farla, mi contorni di Ninnì, e siamo pari. È ridicolo! Anche ieri a tavola, davanti al duca di Telmi e alla Gualchieri mi hai regalato tre o quattro Ninnì, dei quali non sentivo alcun bisogno.
Tace; i capelli sono scappati per la quinta volta. Giorgio ha acceso una sigaretta e guarda con attenzione il soffitto dove, tra nuvole pallide, è dipinta una pioggia di fiori, che un putto ridanciano butta all'aria da un gran canestro. Dal mezzo pende un grappolo di lampadine elettriche, il cui raggio è velato la notte con una fitta frangia d'oro e rosa.
— Scene? — esclama Ninnì di repente, come si ricordasse. — Scene di che?
— Scene di gelosia, — spiega Giorgio pacatamente.
Ninnì s'è rivolta con un balzo; anzi ha fatto un giro su sè stessa....
Ha il viso bianco, capriccioso, ardito, che può piacere e non piacere; ma la linea dall'omero al fianco, dal fianco al ginocchio, dal ginocchio al piedino s'intravede, ed è stupenda. Giorgio l'ha sposata per la linea e centomila lire di rendita.
— Gelosa? Gelosa io?... T'inganni, Cocco! — ella esclama, con uno sfavillìo nello sguardo.
C'è questa differenza tra marito e moglie. Il marito dice Ninnì alla moglie quando vuol quietarla e blandirla; la moglie dice Cocco al marito quando è furiosa e ogni altra maniera d'aizzarlo, compresa la cascata dei capelli, non ha sortito alcun esito.
Infatti a sentirsi chiamar Cocco, come un pappagallo, Giorgio ha dato un guizzo e le sue mani hanno stretto nervosamente i bracciuoli della poltrona; ma è riuscito a vincersi ancora. Così, dritta, gli occhi luccicanti d'ira, le narici frementi, i capelli abbandonati a fiotti, vestita e non vestita, Ninnì è veramente bella; Giorgio non ha alcuna voglia d'attaccar briga, perchè Ninnì è veramente bella.
— Ah tu credi ch'io sia gelosa? — ella esclama con una risata un po' stridula. — Ma no, caro, t'inganni! Gelosa della Marnoldi! Non mi degno! Ho troppo orgoglio, io, troppa dignità, per discendere a queste bassezze. Non ti piaccio, non ti garbo, ne preferisci un'altra? E sta bene. Come dite voi? De gustis e coloris....
Giorgio interrompe con un gesto, quasi volesse cacciarsi le mani nei capelli.
— Non est disputando, — conclude imperterrita Ninnì. — Gelosa no, davvero! Soltanto, questo voglio ed esigo: che se hai una favorita, non me la metta sotto il naso; che tu non vada a trovarla, solo, in giorni in cui non riceve, e poi venga a dirmelo. Se godi le petites entrées della Marnoldi o di qualunque altra sciocca, sii discreto anche con me, sopratutto con me!... Non mi pare di domandar troppo! Ma gelosa no, gelosa no davvero! Non sono stata mai gelosa di alcuna, se pure mille volte più bella di me. Io sono corazzata dal mio orgoglio, e mi vergognerei d'un sentimento così volgare.
Giorgio accende un'altra sigaretta.
— Oh, io sarei gelosa! — prosegue Ninnì, avvicinandosi al marito. — Come puoi tu pensare questo? Mi conosci ben poco, se supponi che io mi pieghi fino a contrastarti a un'altra. Ti piglino pure, ti rapiscano anche: s'accorgeranno presto che non metteva conto di portarti via alla tua povera moglie!... Gelosa!... E così mi conosci? Già, bisogna confessarlo; a conoscere una donna, tutti, presto o tardi, arrivano, fuor che il marito. Il duca di Telmi mi conosce meglio di te; se dicessero al duca di Telmi che io sono gelosa....
Giorgio s'è alzato di scatto; e frenandosi immediatamente, affondate le mani nelle tasche della giacca, è uscito senza volgersi. Poi ha dato ordine di sellare ed è andato a fare la sua passeggiata a cavallo.
Ninnì non è gelosa. Il più spesso ha torto, ma quando dice che non è gelosa, non le si potrebbe negar ragione.
Basta che Giorgio faccia l'elogio non di una donna, ma d'un abbigliamento femminile, perchè il cuore di Ninnì sanguini in silenzio; e non dice verbo, la giovane, e non si spiega. Ma alzando gli occhi, Giorgio vede un piccolo muso e una piccola fronte corrugata.
— Che hai?
— Niente.
— Non vai a vestirti?
— No: grazie.
— Come, non usciamo? Non volevi fare una trottata?
— No; va tu. Io ho un po' d'emicrania.
Non si esce. Allora, pazientemente, lentamente, con un lungo lavorìo d'inquisizione, Giorgio comincia a indagar la causa dell'emicrania, che è cattivo umore, che è dispetto. E Ninnì tace. Tace una, due, dieci volte, fin che Giorgio trova la via, e con accorta sbadataggine ritorna al discorso di prima:
— Sicuro; la Palmieri sta benissimo con quel suo abito grigio tutto attillato.... È una figuretta, come dire? una figuretta elastica, magra, ma gentile; e quel suo abito grigio.... Che hai? Ti senti poco bene?
Ninnì, sdraiata sul divano, col capo all'indietro, ha dato un sobbalzo; le sue piccole mani si son chiuse a pugno. Sembra che le tanaglino le carni, e Giorgio sorride leggermente.
— Giorgio, te ne prego, finiscila! — grida Ninnì quasi implorando. — Finiscila con quella tua Palmieri, con quella tua figuretta elastica e gentile!... Ho capito, ho capito: l'abito grigio è una meraviglia.... Tu non hai occhi che per le altre; se l'avessi indossato io, quell'abito grigio, non te ne saresti neanche accorto.... Ma io non ho la figuretta elastica, si sa, la figuretta gentile....
— Tu sei tutta adorabile, — dice Giorgio, chinandosi per baciarla.
— Tutta adorabile! — ripete Ninnì, respingendolo bruscamente. — E quando vede le altre, lui, saltella come una cavalletta.... E per chi, poi? Per quella Palmieri che ha due piedi i quali mi rammentano gli sky e due orecchie a ventola.... Che orecchie!... Non sono gelosa, sai? Non mi degno....
Ninnì non è gelosa; non si degna.
Una volta ha fatto una cosa molto semplice. Era a pranzo con Giorgio, sola; non c'erano invitati; e Giorgio tornato dal tè della principessa Gualchieri, s'era messo a lodarne la bocca, soltanto la bocca dalla linea sinuosa, dalle labbra vive e lievemente ombrate per una impercettibile pelurie....
Ninnì ha fatto allora una cosa semplice: afferrato un lembo della tovaglia, ha rovesciato a terra piatti, bottiglie, bicchieri, posate, salierine, vasetti da fiori, quanto v'era sulla tavola, mentre il domestico che serviva, restava duro e impassibile ad attendere gli ordini.
— Non sono gelosa! — ha dichiarato poi. — Ma che tu, anche davanti ai domestici, senta il bisogno di mostrarti quale sei, un libertino, è cosa veramente insopportabile!
Per Ninnì, tutto è insopportabile. Sfugge i convegni mondani quanto le è possibile, perchè l'esperienza le ha insegnato che un marito e una moglie per bene son come due estranei in società e non devono mai trovarsi insieme, se non vogliono essere uccisi dal ridicolo. Il marito si occupa delle signore, mentre gli uomini gli corteggiano la moglie. E ne viene per Ninnì un martirio atroce; deve difendersi da molti esperti ganzerini che la circuiscono con madrigali e con dichiarazioni, e deve aver l'occhio a Giorgio; ma il più spesso Giorgio è in una sala e Ninnì in un'altra; la giovane non può correre a cercarlo, nè svelare l'angoscia che la rode, e le leggi mondane le impongono di star ferma, di sorridere e di rispondere e di dare il braccio al duca di Telmi e di ballare col principe Gualchieri e di farsi accompagnare al buffet da un terzo (mio Dio, Giorgio è con la Marnoldi!), e di essere gaia, spensierata, amabile, un po' civetta, un tantino scettica. Che cosa le manca?
Le manca Giorgio, ai balli e ovunque. Vorrebbe essere il bicchiere ch'egli reca alle labbra, il libro che tien fra le mani, il lastrico su cui posa il piede, e vorrebbe nello stesso tempo ch'egli fosse libero e potesse vivere con piacere.... Vorrebbe molte cose contradditorie, e un bel giorno arrischia di perdere interamente la testa.
Durante una passeggiata a cavallo ha notato che la premura di Giorgio per la marchesa Rusticucci oltrepassa il segno della convenienza, e che tra l'uno e l'altra si scambiano occhiate e sorrisi, che Ninnì definisce per “terribili„. Fa tutta la sua cavalcata senza schiudere labbro, non badando affatto al duca di Telmi, il quale s'affretta a essere con lei così premuroso come Giorgio è con la marchesa, ma non gli toccano, al più, che sorrisi gelidi, e Ninnì si dimentica anche di ringraziarlo.
All'indomani piomba dalla marchesa Rusticucci. Questa non riceve ed è anzi per uscire, ma udendo il nome di Ninnì, le va incontro, le tende le mani amichevolmente: e Ninnì le dice con voce rauca:
— Ti piace Giorgio? Ti piace mio marito? Vuoi portarmelo via?
Al veder la faccia scombuiata dell'altra, capisce lo sproposito che ha commesso, e aggiunge subito:
— Oh te ne supplico, perdonami!... Non sono gelosa; ma gli voglio tanto bene!... Sono venuta in casa tua a offenderti.... Ti domando perdono....
La marchesa che ha dieci anni più di Ninnì, i capelli biondi un po' tinti e un po' finti, e parecchie date fatali nel suo calendario, sorride, se la stringe al petto e la racconsola; anzi la conduce a passeggio in carrozza perchè si distragga, ed è molto buona con lei.... Ma avverte Giorgio, più tardi:
— Quella vostra pupa bisognerà educarla, se non volete che un giorno o l'altro vi dia qualche seccatura. Non è ancora dressée....
Per dresser la piccola tigre, Giorgio fa sforzi sovrumani, e non vi riesce.
Egli era sincero, in principio, raccontava tutto: “La tale mi piace; Tizia si veste bene; Sempronia riceve con molto garbo„. Ma non è stato possibile seguitar per la via. Agli occhi di Ninnì, ogni donna menzionata da Giorgio con parole lusinghiere era un'amante, cosicchè si sarebbe detto che egli ne seducesse una la mattina e una la sera. Allora Giorgio non ha più aperto bocca, e si è guardato accuratamente dall'esprimere un'opinione intorno alle amiche di sua moglie; e questa cautela ha dato per frutto che ogni qualvolta Ninnì ha scoperto che Giorgio è andato a trovare la Marnoldi o la Palmieri ed è stato zitto, il silenzio del marito le è parso indizio certissimo di tradimento.
Giorgio s'è anche provato a discutere, dimostrando a Ninnì ch'egli l'adora ed è fedele; che se non fosse fedele, non sarebbe tanto sciocco da additar con espressioni ammirative proprio quelle che non dovrebbe mettere in troppa luce; che un po' di galanteria, d'innocuo corteggiamento, è necessario al ben vivere....
— È necessario? — ha osservato Ninnì. — E allora, te la troverò io, la donna da corteggiare per il ben vivere.... Deve essere simpatica a me.... Te la troverò io....
E l'ha trovata, con immenso stupore di Giorgio.
Egli credeva che sua moglie dovesse comparirgli innanzi un giorno con qualche amica gobba o guercia o almeno sessantenne; e non è a dirsi la meraviglia di lui allorchè dalle preferenze concesse, dalle espressioni di simpatia, dall'intimità ostentata, ha potuto comprendere che Ninnì si fida di Tatiana Cordiglieri.
Tatiana Cordiglieri è un'importazione; figlia del principe Sebastow, — al Caucaso i grandi proprietari hanno tutti il titolo di principe, o se lo prendono, insieme col treno che li conduce all'estero, — Tatiana ha ventitrè anni, e da due è sposa al vecchio conte Cordiglieri, deputato al Parlamento.
Si sa che l'on. Cordiglieri ha fatto enormi sacrifici pecuniari per il partito liberale-conservatore, il quale lo rimerita chiamandolo “l'illustre Uomo„ con l'U maiuscola; i partiti restituiscono sempre i quattrini a questa maniera. E l'illustre Uomo se n'è compensato, sposando Tatiana Sebastow, della quale erano assai più tangibili e sicuri i milioni che il titolo di principessa.
— Corteggiala pure, — ha detto Ninnì a Giorgio quasi sfidandolo. — È una slava; carattere fiero, dritto, leale.... Le slave son meglio delle italiane; non si lascian pigliare all'amo del sentimentalismo; poi sono fredde e logiche, e non mancano ai loro doveri....
Giorgio si è chiesto invano quando e come sua moglie abbia appreso tanta scienza etnografica; ma ha visto che Tatiana è molto graziosa: carnato scuro con occhi cilestrissimi; capelli castani a riflessi dorati; statura al disotto della media, per le quali stature sono state scoperte apposta le statuette di Tanagra. E gode una libertà sconfinata, perchè l'onorevole Cordiglieri deve aver delle slave la stessa opinione che Ninnì.
Tatiana ride spesso, di tutti e di tutto; ma nervosamente, con qualche improvviso sprazzo di malinconia, che indica una lacuna nel suo sentimento, un dubbio nella sua vita, una volontà oscura e inquieta, che potrebbe chiarirsi domani. Le piace molto l'Italia, e in un anno ne ha imparato la lingua, che parla con lieve accento esotico, dimenticando spesso gli articoli e le doppie, e moltiplicando le dentali, ma piacevolmente.
— Caro Giorgio Nicolajevic, — dice talora sorridendo. — Io farò qualche follia per il vostro magnifico paese....
— Speriamo, speriamo! — risponde Giorgio con umiltà.
E a Ninnì rende conto delle sue impressioni.
— Hai ragione; è un carattere di ferro. Come vuol bene a suo marito! Non vede altri al mondo, e sarebbe ridicolo corteggiarla.
— Sarebbe ridicolo anche perchè è brutta, — risponde Ninnì. — Non mi dirai che quella pelle di rame con quegli occhi di porcellana e i capelli di tutti i colori siano gli attributi d'una bella donna. Ma è tanto buona e tanto seria, poveretta, che io le voglio bene come a una sorella....
L'on. Cordiglieri è a Roma, in procinto di fare altri sacrifici pel partito liberale-conservatore; l'illustre Uomo sta guadagnandosi anche l'I maiuscola. Ha lasciato Tatiana in provincia, perchè la sua giovane moglie, dopo averla sognata da lontano, ha sentito d'un tratto una certa avversione per la capitale, e teme che l'aria non le convenga.... Sta benissimo dov'è, tra Ninnì e Giorgio che le tengono una così bella compagnia.
Giorgio, specialmente, le tien compagnia. Da quando per imprevisto decreto di Ninnì, Tatiana è diventata sua sorella, Giorgio s'è fatto più assiduo e audace, ne parla senza timore, si abitua al suo tè troppo aromatico e alla sua automobile troppo veloce; non fa una gita con Ninnì se non abbia al fianco Tatiana, rassegnandosi a far qualche gita con Tatiana anche se non ha al fianco Ninnì.
— È peccato, — osserva questa un giorno,-è peccato che non sia felice. Si capisce che non è felice, non è vero? perchè muta così bizzarramente d'umore....! Io so; le manca un bimbo, un piccolo bambino che dia uno scopo alla sua vita.... Se avesse un bambino, sarebbe felice....
Giorgio non risponde, e accende una sigaretta.
La Marnoldi, la Rusticucci, la Palmieri, tutte quelle che Ninnì chiamava con pochissimo rispetto “le favorite„, non dicono mai parola di Tatiana Cordiglieri; hanno il silenzio ironico e si divertono a chiedere a Giorgio se veramente il tè si dice ciai in russo e se “ti amo„ si traduce proprio Ya lublù tibià.... Giorgio sta duro ed evita d'incontrarle.
Il duca di Telmi serra più dappresso Ninnì, che si stupisce della sua costanza quasi rabbiosa. Egli è attento, ostinato, longanime; ma quando gli viene alle labbra una insinuazione sulla condotta di Giorgio, se la ringóia, lisciandosi la barba stupenda.
Poi, d'un tratto, passa un'ombra di malinconia nella vita di Ninnì.
— Sai? — annunzia a Giorgio. — Perdiamo Tatiana!... Va a Roma, a raggiungere suo marito. Così, improvvisamente, bruscamente; non è più d'un mese, mi diceva che non avrebbe messo piede a Roma fin che suo marito non fosse venuto a prenderla; aveva paura delle febbri, come tutti gli stranieri che non ci sono mai stati.... E ora, eccola che parte!... Mi dispiace molto, molto; le volevo bene, te l'ho detto, come a una sorella.... E non tornerà, vedrai; si abituerà a Roma....
— Tornerà, — dichiara Giorgio pacatamente. — Non trovo affatto strano che una moglie raggiunga il marito. Avrà qualche cosa da dirgli....
Segue un breve silenzio; Ninnì si raccoglie a meditare, aggrondata la fronte e riunite le labbra a un piccolo muso.
— Giorgio!...
— Che hai?
— Non l'avrai mica disgustata con la tua corte? Non le avrai snocciolato le solite sciocchezze della figuretta gentile ed elastica? Con le slave non si possono dire queste cose.... Mi dispiacerebbe per lei, intendiamoci; parlo per lei, non per me. Io non sono gelosa....
— Non sei gelosa, lo so, non ti degni!... Ma ti pare, Ninnì? Corteggiare una tua sorella? E poi così fredda e logica, così diversa dalle italiane, così nemica del sentimentalismo?... Ah, bisogna dirlo alto: le slave non mancano ai loro doveri....
E perchè Ninnì non gli veda gli occhi che ridono, Giorgio s'inchina ad accendere la sigaretta, tenendo il cerino tra le mani chiuse a coppa, come se nel salotto soffiasse un vento infernale....
LA SIGNORINA EMPIASTRO.
Pochi giorni prima di prendere congedo dalla famiglia Grifi, l'istitutrice si degnò di confidarsi con la cameriera. Era un'istitutrice francese, la quale parlava l'italiano con sufficiente esattezza; e doveva essere sostituita da un'istitutrice inglese, la quale parlasse il francese con sufficiente esattezza.
— Io sono contenta d'andarmene, — disse Mademoiselle. — Non posso lagnarmi della signora e del signore, che mi han trattato sempre bene. Ma la signorina! Come fate voi a resistere? Come si può starle vicino senza impazzire? In un anno, ho percorso tutta una Via Crucis che non dimenticherò più. Me ne vado, e sono contenta. Sono contenta di lasciar la casa e la signorina Empiastro....
La cameriera, stupefatta a udir così definita brutalmente la piccola Nora Grifi, non trovò risposta; ma il soprannome di signorina Empiastro per la fanciulla di sedici anni tutta gentile, le parve disgraziato e ingiusto.... E quando Mademoiselle se ne fu andata coi molti bei regali che i signori Grifi non mancarono di farle, la cameriera osò aprirsene con Nora.
Andò una mattina, come di solito, a svegliarla assai presto; e mentre la giovinetta, appoggiata ai guanciali, i capelli bruni sparsi sugli omeri, centellava la sua cioccolata, e guardando fuor dalla finestra aperta a piè del letto, sorrideva al bel sole e al cinguettìo insolente dei passeri in giardino, la cameriera le chiese se non le dispiaceva che Mademoiselle avesse lasciata la casa.
— No, vedi, non me ne importa nulla! — rispose Nora scuotendo il capo. — Non me ne importa nulla, perchè non potevo volerle bene.... Avevo provato a volerle bene, ma mi sono accorta che la infastidivo, che non intendeva rinunziare per me alla sua poca libertà, che mi guardava come avessi voluto incatenarla.... E allora, non le ho voluto bene....
Restituì il vassoio alla ragazza e gettate le coltri, infilati i piedini nelle pianelle, avvoltasi nell'accappatoio color di fiamma viva, s'avviò per correre al suo bagno.... Ma si fermò di repente, come pensierosa, mentre la cameriera la guardava nella dorata luce solare, dritta e fresca a guisa d'un fiore porpureo.
— La colpa è mia! — disse Nora a mo' di conclusione. — Io non so voler bere. Stanco tutti. Ho stancato la mamma e il papà e Mademoiselle e le mie amiche.... Mi chiamano la signorina Empiastro....
— Come, lei sa?... — esclamò la ragazza sbalordita.
— Lo sai tu pure, mi sembra?
— Me lo ha detto Mademoiselle ieri l'altro.... — balbettò la cameriera.
— Vedi? Lo sanno e lo dicono tutti!... La signorina Empiastro significa una fanciulla che ha bisogno di voler bene, e non sa voler bene coi dovuti riguardi, e si attacca troppo, e annoia e infastidisce e irrita.... Io sono la signorina Empiastro....
Spiccò un salto, a pie' pari, come un puledro che caracollasse, e prima d'entrare nell'alcova, si affacciò alla finestra, guardò i cimi degli alberi agitati dallo svolazzare dei passeri, li salutò con molti cenni del capo e rise; poi scomparve. La cameriera udì il tuffo nell'acqua, e corse a deporre il vassoio per tornar nell'alcova ad asciugare la fanciulla.
In casa, Nora Grifi comandava; le mettevano al fianco una istitutrice d'un qualunque paese che non fosse italiano, e la lasciavano sbizzarrire. La mamma e il papà non la vedevano che all'ora della colazione e del pranzo, e perchè v'eran quasi sempre invitati, si scambiavano anche in quell'ora poche parole. Tutto il resto della giornata era libera; studiava il piano, faceva molti sgorbi all'acquerello o col lapis, andava a passeggio con l'istitutrice, s'indugiava in giardino, ch'era la sua più cara proprietà e veniva coltivato da lei, leggeva i romanzi permessi, sbrigava la corrispondenza con qualche amica lontana, e si comprava tutto ciò che le aveva destato una curiosità, la quale non durava più di ventiquattr'ore. Aveva comperato un grammofono, una bicicletta, una macchina per proiezioni, una gelatiera istantanea, gli oggetti più strani dei quali aveva appreso le virtù e le meraviglie dagli avvisi delle riviste; poi li aveva regalati per far posto ad altre compere....
Non comperava se non per andar nei magazzini e nei negozi a vedere molta roba accatastata; era il suo divertimento del pomeriggio; le piaceva l'odor del cuoio, delle stoffe seriche, delle confetterie, e ne inventava ella stessa, sentendo l'odore dell'argento e dei merletti e dei gioielli. Qualche volta in un negozio s'imbatteva nella mamma, che dopo averle detto una parola garbata, raggiungeva la sua carrozza e la lasciava con l'istitutrice.
Nora non ricordava d'aver mai fatto una passeggiata lunga con sua madre. Quanto al papà, era giusto; aveva la Banca, la Borsa, e non poteva sciupar tempo con la signorina Empiastro, che gli si sarebbe appesa al braccio e avrebbe ciangottato una infinità di piccole sciocchezze per tutta la durata del passeggio.
I signori Grifi avevano lungamente sognato d'avere un erede; dopo quattro anni di matrimonio, era nata una femmina, Nora, e la delusione era stata cocente. La trattavan bene, le concedevano tutto, la guardavano con indulgenza; ma non si curavano di capirla, nè di farsi capire. Ella, del resto, aveva già le sue afflizioni: le istitutrici e i fidanzamenti. La casa era frequentata da gentiluomini brillanti, ufficiali di cavalleria e aristocratici che avevan vissuto. Di tanto in tanto, benchè Nora non avesse più di sedici anni, qualcuno si faceva innanzi, tastava terreno con la mamma e il papà, e si ritirava.
Piaceva, Nora. Era savia, nonostante la sua sventataggine; era bella, allegra, ricca, seducente per mille inconscie seduzioni femminili. E sua madre non per altro, se non per obbligo di coscienza, l'avvertiva ch'era stata chiesta la sua mano.
— Non per oggi, nè per domani, intendiamoci! — soggiungeva. — Sono disposti ad attendere un anno, due, tre....
— Ho capito! — esclamò una volta la fanciulla con inconsapevole cinismo. — Cominciano le prenotazioni, come per una première.
Toniolo Montalba, che aveva portato quel giorno un cartoccio di silene pendula, diede in una risata.
— Ha detto una cosa grande! — egli esclamò, accompagnandola poco dopo in giardino.
Per Toniolo Montalba, tutte eran grandi le cose che diceva Nora. Egli contava ventisei anni; era medico; alto, magro, pallido, intristito da una specie di pigrizia sentimentale, che pareva averlo addormentato innanzi tempo. Il destino gli si era messo contro, da un pezzo. Non ne indovinava una, quantunque, presa la laurea già da cinque anni, avesse una coltura e un'intelligenza eccezionali. Non aveva clientela; le donne lo guardavano ironicamente; gli uomini non lo consideravano per nulla. Guarita Nora da una bronchite minacciosa, era diventato amico di casa; lo si dimenticava un po', come un mobile; era inutile e necessario a un tempo. Aiutava Nora nei suoi esperimenti di giardinaggio, parlava poco e stava molto con le mani in mano, a meditare non si sapeva che cosa.
Nora era spesso accompagnata da lui, dall'istitutrice e da Trust, un barbone simile a un batuffolo di seta bianca. Toniolo aveva suggerito di far tutto un corredo a Trust, e Nora gli aveva fatto un corredo di nastri e di collaretti e di musoliere e di soprabiti per l'inverno; lo aveva calzato con quattro piccoli stivali a stringhe perchè potesse comparire degnamente in salotto e non insudiciasse i tappeti. Lo si udiva galoppare pei corridoi con quei quattro stivali, che facevano pensare all'avvicinarsi d'un elefante; e quando s'affacciava, era tale una risata, che Trust si metteva subito a sedere, guardandosi intorno stupefatto.
Venne l'istitutrice inglese, e venne insieme una proposta di fidanzamento del dottor Guidelli.
L'istitutrice, miss Evelina Towsend, era peggio di quell'altra: fredda, stecchita, meticolosa, si stupiva di tutto, voleva insegnare il risparmio alla fanciulla, deplorava che avesse tanto danaro, e coglieva ogni occasione per farle una lezione di morale.
Il dottor Guidelli, giovane e ricco, guardava molto la fanciulla e amava ascoltarne il chiacchierio; era per lei rispettoso, attento, sollecito, qualche volta improvvisamente timido.
— Che cosa pensi del dottor Guidelli? — le chiese la mamma, tanto per chiedere.
— Io? Proprio niente! Voglio comperarmi un paio di guanti bianchi filettati di rosso, che ho visto ieri. Ti pare che mi staranno bene?
— Ti staranno bene. E allora, il dottor Guidelli?
— Ma che devo farmene? Non ci ho già il dottor Montalba che mi aiuta a curare le aiuole? Tu vedessi quella sassifraga, com'è riuscita!
Dell'istitutrice si sbarazzò in maniera semplice. Litigò con lei perchè non le permetteva la sera di fare i “salti mortali„ sul letto, prima di coricarsi. Nora affermava che tutte le altre istitutrici glielo avevano permesso.
— Facevamo le capriole insieme. Se lei non sa farle, almeno le lasci fare a me!
Miss Evelina Towsend non rispose. Nora s'arrampicò sul letto.
— Ha capito? — disse. — Voglio fare i salti mortali, perchè sono una buonissima ginnastica....
E puntò la testolina sul piano del letto, arcuandosi per darsi la spinta e rotolare dall'altra par....
— Signorina! — interruppe miss Evelina Towsend. — Io la prego di trovarsi una nuova istitutrice, perchè non posso assistere a simili follie scandalose.
Nora abbandonò subito la sua posa preparatoria e si mise a sedere sul letto. Era tutta chiusa dal collo fin oltre i piedini in una interminabile camicia da notte, che Nora chiamava la Transiberiana per la sua lunghezza, e che la faceva parere più bambina. Ma abbozzò un gesto solenne, dicendo come un Re:
— Accetto le sue dimissioni!
— Ha fatto una cosa grande! — commentò il dottor Montalba quando seppe di quel congedo. — L'inglese io non lo capisco....
— Bella ragione, che sciocco! — esclamò Nora. — Non l'ho mica mandata via per questo!
— In ogni modo, ha fatto una cosa grande! — ripetè Toniolo, mettendo la mano destra nella sinistra.
Miss Evelina Towsend fu sostituita da una istitutrice tedesca, Fräulein Dorotea Schönberg, una grossa barbabietola di trent'anni, con gli occhi immobili. Fräulein non faceva mai osservazioni. Fiutata la casa ricca, vi si piantò, per impinguare tranquillamente il borsellino fin che fosse venuto il momento di sposare un impiegato della Banca di Frankfurt am Mein, il quale cantava e beveva divinamente.
— Lei mi piace, perchè non si stupisce di nulla! — disse Nora un giorno.
— No, in verità.
— Io le vorrò bene! — promise la fanciulla, credendo di offrirle un gran regalo.
— Non troppo! — rispose Dorotea. — Non bisogna amare troppo le persone che si devono perdere!
La fanciulla rimase intontita; non aveva mai pensato all'economia della tenerezza.
— Se lei non si stupisce di niente — riprese — io domani andrò a passeggio vestita da uomo!
— Io credo che lei farà una bellissima figura, — replicò Dorotea placidamente.
Nora, che aveva contato sulle dimissioni di Fräulein, come gaio riscontro alle dimissioni di miss Evelina Towsend per “follia scandalosa„, rinunciò subito all'idea, e si rassegnò a tenersi l'istitutrice.
Ma non ebbe tempo nè a curarsene, nè a volerle bene, perchè la mamma in quei giorni fece un lungo discorso a Nora, un discorso prudente che concludeva con l'avvertirla come il conte Longari avesse posto gli occhi sulla fanciulla, e, da quanto se ne capiva, intendesse chiederne la mano.
— Longari! — esclamò Nora. — Io non so perchè tu voglia fidanzarmi con un uomo che ha un'orecchia più lunga dell'altra.
— Via, Nora, sono fantasie!
— Eh, no, non sono fantasie! E poi è calvo, ossia ha pochi capelli biondastri. E ci ho già il dottor Montalba che perde i suoi con una rapidità spaventevole. Tutto questo mi affligge!...
Nonostante quelle osservazioni, lasciò fare: giuocò per un anno alla fidanzata e ascoltò i discorsi del conte come aveva ascoltato le cantatine del grammofono, solo dolendosi di non poterlo far cessare a suo talento.
Ma il conte Silvio Longari guastò tutto, classificando il dottor Toniolo Montalba quale una persona che si doveva allontanare. La sua frequenza in casa, le sue funzioni di cane in soprannumero, l'intimità di cui godeva presso la famiglia Grifi, che lo reputava uno zero utile, infastidirono il conte; il quale, non per sè, ma per il mondo, espresse il desiderio che il dottor Montalba diradasse le sue visite.
— Bravo, proprio adesso che stiamo provando una coltura nuova per le gardenie grandifiore! — esclamò Nora. — Perchè non mi si mette a fare il geloso anche di Fräulein Dorotea? Eppoi, già, devo dirgliela, conte; io mi son fidanzata con lei per far piacere a mamma, e avevo osservato, fin da un anno fa, che ha pochi capelli.... In un anno, è stato un disastro: si guardi allo specchio, La prego!
Quando si seppe che il conte Silvio Longari s'era ritirato, le zitelle più anziane di Nora ebbero un brivido di gioia:
— È veramente la signorina Empiastro! — dicevano. — Li fa scappare tutti! Sì, bella, intelligente, fresca, ingenua, quel che si vuole, ma uggiosa, piena di capricci e di manie. Vedremo dove andrà a finire....
Anche la mamma s'infastidì per quel brusco scioglimento, dopo un intero anno di speranze. Il conte Silvio Longari meritava molti riguardi.
— Non ti confondere! — le disse Nora. — Sposerò quell'altro....
— Quell'altro? Quale altro? — chiese la signora Grifi atterrita all'idea che la figliuola avesse qualche simpatia di cui nessuno sapeva nulla.
— L'altro, quello che verrà.... Non ne salta fuori uno ogni sei mesi?... Pare che tutti pensino a sposarmi.... Ma che abbia molti capelli, sai, e mi lasci Trust e Montalba, perchè non voglio mica incomodarmi per i fidanzati!
L'altro tardò qualche tempo a saltar fuori. I fidanzamenti sfumati avean recato danno alla fanciulla e giovato alle amiche di lei, che si ripagavan delle passate ore d'invidia, illustrando il suo soprannome.
Toniolo Montalba diede una conferenza in quei giorni, sulla semeiologia dell'apparato respiratorio. Nora volle andare ad ascoltarlo, per divertirsi; s'era imaginata che la semeiologia avesse qualche attinenza col giardinaggio e l'orticoltura. La conferenza fu un fiasco: pochissimi ascoltatori, sparsi in una sala immensa e male illuminata, tra i quali Nora e Fräulein avevan destata una curiosità chiacchierona e irriverente. Nora aveva un cappello smisurato che distraeva l'oratore già intimidito dalla mancanza del pubblico. Il Montalba parlò male, si confuse, incespicò, trattenne l'uditorio per un'ora e un quarto senza mai animarlo; e nessuno si ricordò, a conferenza finita, di tributare a Toniolo i soliti quattro applausi.
Nora tornò a casa e pianse.
— L'ho rovinato io col mio cappello! — disse alla cameriera. — Ho sul cappello un maledetto esprit, che cava gli occhi e non sta mai fermo. È impossibile parlar bene di.... di.... quella cosa, davanti al mio cappello!
Toniolo non parve addarsi dell'insuccesso; tacque, meditò come al solito, con le mani in mano, e non disse neppure d'aver visto Nora e Fräulein alla conferenza. Diventato più pigro e trasognato, obbediva alla fanciulla con la docilità irragionevole di Trust.
Ma gli avvenimenti stringevano. La bellezza di Nora, che aveva ormai diciassette anni compiuti, era delicata e soave: la luce calda che ne illuminava gli occhi, era addolcita dall'ombra azzurrina delle ciglia, e un sorriso calmo, ingenuo, puro, attenuava la vivezza quasi procace delle labbra rosse. Snella e pieghevole, ardita e forte, si conservava tutta candida nel pensiero, diceva ancora sventatamente ciò che le passava pel capo, ignorando la civetteria e la doppiezza cortese.
Gli uomini cominciavano a guardarsi in cagnesco per lei. Il dottor Montalba aveva capito la necessità di farsi meno assiduo e men familiare. Tra il capitano Demarchi e il conte Sciffi, ambedue desiderosi di guadagnar le simpatie della fanciulla e di chiederne la mano, eran corse parole agre, e s'era accomodata la cosa a stento, per un riguardo a Nora e alla sua famiglia. La signorina Empiastro trionfava senza avvedersene; pericolosa senza pensarlo; tanto più invidiata e desiderata quanto meno s'occupava di uomini e di matrimonio.
— State attente, — si dicevan le amiche di lei. — Sposerà un principe, quella stupida!
La mamma cominciava a riflettere ella pure; qualche candidato lo rabboniva e lo licenziava da sola, alla lesta, come il professor Castelli, che aveva trent'anni più di Nora e farneticava di sposarsela, o il marchese di Serrati, il quale fabbricava il cognac italiano e si ubbriacava col cognac francese.
Ma di taluni altri bisognava pur parlare con la fanciulla, perchè eran candidati serii e desiderabili. E occorreva decidersi, per finir quella processione di spasimanti che ingombravan la casa e obbligavan la mamma a tener gli occhi sbarrati. A furia d'attendere e di procrastinare, ella si trovò ad averne tre in un colpo; uno aveva avanzato la sua domanda regolare; gli altri due, poichè la signora Grifi li fiutava ormai da lontano, la meditavano.
Nora ne fu costernata. Il tenente Gigino Corrieri aveva i capelli rossi.
— Digli che si tinga! — esclamò la fanciulla con un'irritazione subitanea. — Si tinga i capelli e i baffi e poi parleremo....
— Nora! — interruppe la madre. — Tu mi diventi tutti i giorni più bambina. Sei presso a diciott'anni, oramai, e devi pensare seriamente....
— Ma se non mi piacciono? Il tenente Corrieri, no. L'ingegnere Nicoletti è un giuocatore. Lo sai anche tu e si profuma come una donna.... Dove va a pescare i profumi, poi!... L'altro giorno sapeva d'albicocco. Il conte Gani vuole stabilirsi in campagna. Figurati: a diciotto o diciannove anni cominciare a vivere a Colombano sul Naviglio o ad Acquanegra sul Chiese!... Mandali via, mamma, non li voglio vedere! Non mi lasciano tranquilla, non mi permettono d'essere libera.... È una persecuzione!... Ci sono tante ragazze, e tutti corrono da me, come non ci fossi che io al mondo!
E Nora proruppe in un pianto così alto e così pieno, che Trust, il quale assisteva al colloquio coi quattro stivali d'obbligo, fece un piccolo galoppo e scomparve spaventato sotto il divano.
— Il fidanzato me lo sceglierò io! — riprese la fanciulla. — Brutto, sciocco e buono. Ecco il mio ideale.
— C'era un altro del quale volevo parlarti, — disse la mamma. — Il mar....
— Per carità! — interruppe Nora. — Un quarto?... Non voglio udire; mandalo via anche lui....
— Ma se non sai nemmeno chi sia!
— Me lo immagino. Il marchese Lombardi o il marchese Stagi.... Ce n'è una collezione, e io non posso più nè muovermi nè parlare, perchè non si dica che preferisco l'uno all'altro.... No, mamma, non ne facciamo nulla!... Andiamo, Trust!...
Trust sbucò da sotto il divano e seguì Nora che uscita dalla camera, s'avviava in giardino; l'istitutrice sbucò dalla sua stanza e seguì Nora e Trust. Tutti e tre giunsero in giardino silenziosamente, ciascuno pensando ai propri casi. I casi di Trust erano i più disperati, perchè non poteva galoppar bene sulla ghiaia con gli stivali, e nessuno si ricordava di levarglieli.
Nora si volse a Fräulein:
— Io mi taglierò il naso, un giorno o l'altro! — disse rabbiosamente.
— Ma si farà molto male! — rispose placida l'istitutrice.
— Così non piacerò più a quella caterva d'imbecilli!
Era irritatissima e guardava con rancore anche la bella sassifraga delle aiuole, ascoltando il galoppo zoppicante di Trust, che cercava il terreno più adatto ai suoi stivali.
Ma il volto di Nora si rasserenò d'un tratto, e un sorriso le comparve sulle labbra.
— Da dieci giorni! — ella disse, andando incontro a Toniolo Montalba, il quale, scortala in giardino, era entrato pel cancello semiaperto. — È stato dieci giorni senza farsi vedere.
— Ho.... ho avuto.... — balbettò il Montalba sorpreso dall'osservazione della fanciulla. — Ho avuto molta gente....
— Molti ammalati?
— No, molta gente. Dicevo che c'è molta gente per le strade....
Nora tacque, lo squadrò, lo vide con un cartoccio in mano.
— Che cosa mi ha portato? — disse.
— Sono i bulbi dei giacinti Pompon.
E tacque anche il Montalba a sua volta.
— Ora verrò più di rado, — egli riprese improvvisamente. — Lei si fa così.... così.... che la mia compagnia non è più adatta.... Si fa così....
Nora gli voltò le spalle e guardò Trust, che sedeva ai suoi piedi. Fräulein era ferma a pochi passi e leggeva un canto del Klopstock.
— È perchè mi faccio così.... e così.... non verrà più a trovarmi, che sciocco? — ripetè Nora, squadrandolo un'altra volta. — Io non sento mica soggezione per Lei, sa?
— Me ne accorgo! — rispose Toniolo ridendo.
La fanciulla tacque di nuovo; poi risolutamente gli si avvicinò.
— Lei potrebbe farmi un favore? — chiese.
— Ma certo; sarei felice, — rispose il Montalba stupito da quella domanda e dallo sguardo della fanciulla che pareva scrutarlo.
— Potrebbe farmi il favore di sposarmi? — domandò Nora con tranquillità.
Toniolo Montalba impallidì e diede un passo indietro.
— Signorina, — disse gravemente, — questo è un cattivo scherzo, non degno di lei!
— Non è uno scherzo, — ribattè Nora con la sua solita voce. — Se non le dispiaccio, faccia la domanda al miei genitori. Io sono torturata, assediata, perseguitata dai fidanzamenti: oggi se ne sono scoperti tre o quattro in una volta.... non mi è più possibile dire di no, non mi è più possibile vivere in casa mia.... Bisogna che mi sposi.... E nessuno mi piace. Non vorrei bene a nessuno, ne sono certa.... E io voglio poter voler bene....
Toniolo Montalba sedette sopra un ceppo adattato a seggiola rustica. Era ancora pallidissimo e guardava Nora con una specie di adorazione negli occhi, la quale gli illuminava tutto il viso.
— Ma.... — balbettò. — Io credeva che la mia conferenza sulla Semeiologia le avesse dato una cattiva idea di me....
— Non ha altro da dirmi? — esclamò Nora corrugando le sopracciglia....
— Sì, sì, ho molte cose da dirle! — esclamò Toniolo, saltando in piedi.
E impallidì nuovamente.
— Non va! — riprese. — Io non sono mai stato fortunato. La sua mamma non mi vuole....
— Non è mai stato fortunato perchè era solo, — osservò Nora. — Crede che io le avrei lasciato fare quella conferenza così sconclusionata sull'apparecchio respiratorio?
Toniolo Montalba rise, prese le mani sottili di Nora e le baciò ambedue, mentre Fräulein si avvicinava a grandi passi, con l'indice destro fra le pagine della Messiade.
— E se i suoi mi cacciano via? — domandò Toniolo, afferrato di nuovo da un'angoscia che gli mozzava il respiro.
— Mamma fa quel che vuole la signorina Empiastro! — dichiarò Nora solennemente.
Il Montalba le afferrò daccapo le mani e gliele baciò ancora, una dopo l'altra.
— Ma, signore! Ma, signorina! — esclamò Fräulein sbalordita.
— A domani! — disse Nora, salutando Toniolo e avviandosi per risalire in casa. — Venga domani, e combineremo tutto.
Poi si volse a Fräulein che le stava alle calcagna.
— Che cosa ha, Fräulein Dorotea? — chiese. — Non mi aveva detto che Lei non si stupisce di niente?
ADA E FOSCA.
Si somigliavano; ambedue eran magre, alte, coi capelli castani che si potevan dire quasi biondi; Ada aveva pure castani gli occhi, e Fosca li aveva grigi; ambedue ridevano volontieri, studiavano senza fatica e senza passione, andavano alla medesima scuola, e si mettevano accanto l'una all'altra, nello stesso banco. Parlavan poco, non disturbavano mai, erano sempre un po' trasognate, rispondevano alle interrogazioni meccanicamente, guardando il soffitto, come vi avessero letto ciò che dovevano dire.
Dolci e mediocri in ogni cosa, Fosca Giuntini e Ada Crivelli appartenevano a famiglie della borghesia milanese e avevan quanto bastava a far buona figura in ogni occasione, senza esser ricche. La direttrice dell'Istituto non se ne occupava mai, tanto la loro personalità era nulla e fuggevole; due ombre che si volevan bene, si confidavano i loro piccoli segreti, ridevano spesso e non destavan nelle altre allieve nè simpatia, nè avversione.
Ada Crivelli si sposò a diciannove anni con Vittorio Carminati, un giovane robusto, largo di spalle e di faccia, precocemente amico della tavola imbandita. Vittorio aveva due mani smisurate che ne dicevan l'anima e i gusti; non poteva con quelle mani tener nulla di fragile, nè fare una carezza leggera; una sola bastava a coprire tutto il pallido viso magro di Ada. Eran mani foggiate per calar come artigli, stringere, ghermire; e veramente il giorno in cui la famiglia di Ada aveva accolto la domanda di Vittorio, questi, afferrata la fanciulla alla cintola e levatala da terra, le aveva stampato in viso un bacio sonoro, ch'era parso il suggello d'un possesso ingordo.
Dovevano andare, nel loro viaggio di nozze, lontano, all'estero; ma Vittorio s'era fermato a Como per tre giorni con Ada, e il viaggio aveva ripreso poi. Vittorio ne rideva come d'una superba gherminella a parenti e ad amici, e, per farla più graziosa, proibì ad Ada di dar notizie di sè durante quei tre giorni. Ada obbedì, provandosi a ridere ella pure dell'intermezzo non preveduto; e cercava di ridere così sgangheratamente come lo sposo, il quale voleva che mangiasse molto, che bevesse molto, che non istesse a guardare i monti e il lago e il sole e le ombre, tutte cose stupide, di cui una donna maritata doveva non far più caso, come delle passate malinconie da ragazza.
— Mangiare, bere, e divertirsi. Ecco la vita! — dichiarava Vittorio che aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, e ne sentiva la gioia ogni giorno.
Egli amava tanto i biglietti da mille, che quando il suo amministratore gli portava il prezzo dei fitti o il ricavato dei tagliandi o le somme delle uve e dei bozzoli e del grano, Vittorio si recava da Ada a farle vedere i “volumetti„; volumetti di carte da cento e da cinquecento, ch'egli lasciava cascar dall'alto sopra la tavola dello studio, perchè se ne sentisse meglio il peso.
E Ada guardava e s'interessava, prendendo tra le mani ancor gentili quei pacchetti, e lentamente sfogliandoli come fossero stati davvero volumi dalle pagine immortali.
— Ti piacciono, eh? — diceva Vittorio, ridendo. — Quanto bel mangiare, qua dentro!
E rideva anche Ada, già più accesa in volto e più pesante di forme. Dacchè era andata sposa non aveva sfogliato altri libri nè toccato il piano.
La casa dei coniugi Carminati era lucida, piena di roba; mobilia nuovissima nella quale i visitatori potevano specchiarsi; cantina zeppa di bottiglie e di fiaschi e di barili; dispensa capace, che aveva di tutto, in gran copia.
— Crepa di salute la casa, come noi! — dichiarava Vittorio ai suoi amici.
In quattro anni di matrimonio, Ada regalò a Vittorio tre figli, due maschi e una femmina, e perdette interamente la sua linea aggraziata; si fece larga di fianchi, rossa di viso, con un seno abbondante e molle che nessun busto poteva costringere; e diventò pigra, rimanendo a letto fin tardi, appisolandosi qualche volta dopo i pasti doviziosi. Amava poco i suoi bambini, ch'eran confidati alle cure delle persone di servizio; non si curava che di Vittorio, e si sforzava d'imitarlo nella gaiezza rumorosa e nell'inclinazione al ben vivere materiale.
I bambini giravano per casa, vestiti alla meglio, poco vigilati; non sapevan parlare che il loro dialetto e preferivan la cucina al salotto. Il maggiore, Pieruccio, s'intendeva già di pietanze e d'intingoli, diventava di mese in mese più rubicondo e mangiava tutto il giorno. Gli altri due, Claudino e Marietta, studiavan del loro meglio per tenergli dietro, e sovente erano inchiodati a letto tutti e tre da una potente indigestione.
Ada ne rideva. Si sa, golosi erano; somigliavano a papà e a mamma; ognuno faceva a gara a rimpinzarli, la cuoca, la serva, la servetta, i bottegai da cui si recavano con la cuoca a far le spese.... Forti e ben piantati, dovevan mangiare. E guariti appena da una gastrica, ripigliavano a diluviare fino alla gastrica successiva.
Marietta, la più piccola, ne morì un giorno, dopo una scorpacciata di crema, castagne, biscotti e frutta candite. Fu un gran dolore in casa, per più d'una settimana; in capo alla quale, avendo visto che Ada seguitava a piangere, specialmente dopo pranzo, Vittorio le battè su una spalla e le disse gravemente:
— Ora basta, non è vero? Non bisogna esagerare!
Per non esagerare, Ada si asciugò gli occhi, e di Marietta non si parlò più. Gli altri due, Pieruccio e Claudino, seguitarono a mangiare.
Un nuovo gran dolore provò Ada quando s'accorse che Giannina, la cameriera, era incinta. Giannina, piccola bruna di diciott'anni, credeva a tutto ciò che le dicevano, e non era stato difficile ingannarla promettendole un bel matrimonio.
Ada non volle ascoltar giustificazioni. Ella era onesta e adorava il marito, non vedeva uomini al mondo fuori del suo Vittorio. Per tagliar corto coi pianti e le suppliche e le genuflessioni di Giannina, le fece gettar le sue robe sulla strada, quantunque nevicasse. Lo scandalo era già durato troppo a sua insaputa e bisognava finirla con quella ragazzaccia senza pudore. Un po' di neve le avrebbe rinfrescata la fantasia.
Messa Giannina alla porta, Ada dovette bere tre bicchieri di Marsala, tanto era agitata; e Vittorio, tornato a casa, la compianse molto, la costrinse a mangiare un po' più del solito per riacquistar le forze, e la lodò per il suo sentimento morale.
Egli era felice perchè Ada ingrassava, si faceva rossa e tonda, rideva con la gola ampia e bianca, e dava la giusta importanza al buon cibo e al buon vino. Anche i bimbi, Pieruccio e Claudino, stupidi come tronchi e maleducati come scozzoni, s'allungavano e s'allargavano. C'era posto per tutti; onde, a distanza d'un anno dalla morte di Marietta, Ada regalò il marito d'un quarto bimbo, al quale fu posto il nome di Mario, per ricordo dell'altra.
Dopo quel parto, Ada, la quale non aveva più di venticinque anni, sembrò sfasciarsi: perduta ogni ambizione, si vestì alla meglio, rinunziò al busto, traboccò di grascia e s'ubbriacò di pigrizia. Aveva la casa piena di gente che veniva a gustar la sua buona tavola, ed ella non si pigliava nemmen la noia di render le visite, sapendo che i suoi amici, foggiati alla maniera di lei e di Vittorio, non avrebbero mancato, per quelle inezie di convenienze, ai succolenti banchetti.
Nella sua vita calma, uguale, monotona e lenta, fu un gran giorno quello in cui s'imbattè in una signora alta e sottile, pallidetta e fine, che comperava in un magazzino come Ada, una stoffa per abito da passeggio.
Ada andò scrutando e squadrando la signora, la quale s'appoggiava allo stesso banco e teneva nelle mani guantate un capo della stoffa, che il commesso le sciorinava innanzi. Andò scrutando e squadrando, Ada, poi si fece coraggio, s'avvicinò meglio alla signora, e le disse:
— Ma io non m'inganno. Tu sei Fosca Giuntini, non è vero?
La signora le lanciò un'occhiata rapida, dalla testa ai piedi, piuttosto sdegnosa; e l'altra comprendendo di non esser ravvisata, soggiunse:
— Io sono Ada Crivelli, oggi Ada Carminati. Ora ti ricordi?
Un lieve sorriso schiuse le labbra della signora, che offerse la mano all'amica. Fosca pareva ancor fanciulla, tanto era flessibile e fresca; i suoi capelli s'eran fatti un po' più oscuri e n'aveva guadagnato la luce limpida e pacata degli occhi grigi. Solo, quel suo piccolo sorriso, un sorriso breve e freddo, metteva una gran distanza tra lei e coloro ai quali ella sorrideva così.
— Mi ricordo, — ella disse. — Ma ti sei fatta maestosa, forte, e non potevo riconoscerti. Ho piacere d'averti incontrata.
— Ed io? — esclamò Ada. — Quante volte ho pensato a te, quante, quante! E non ti vedevo mai....
— Ho passato questi anni sempre in campagna, con mio marito, il conte Gino Fássini.... Siam tornati da poco a stabilirci in città.
— Maritata anche tu! E hai bambini? E sei felice?... E il conte?...
Fosca interruppe gentilmente, col piccolo sorriso breve:
— Vieni a trovarmi. Abito in via Cappuccio.
Tese la mano all'amica, e uscì svelta, leggera, preceduta da un commesso, che l'accompagnò fino alla sua carrozza.
Ada la seguì con gli occhi, attentamente. Era sbalordita. Che signora! Pareva nata principessa; e s'era fatta bella, bella davvero. Ada si sarebbe guardata dal dirlo ad alta voce, ma non poteva negarlo a sè stessa, e per la prima volta l'adipe, la mancanza del busto, il passo troppo greve per la sua età, le rincrebbero.... Cinque o sei anni addietro, ella e Fosca si somigliavano, facevan la stessa vita, ambedue alte, magre, un po' trasognate. E Fosca era tuttora agile, elegante, e aveva aggiunto alla grazia giovanile un'espressione di nobiltà semplice, che bisognava ammirare.
Ada ne fece un cenno quello stesso giorno a Vittorio, il quale scoppiò in una risata fragorosa:
— Magra? Agile? — disse. — Patirà la fame. Ci son delle signore che per avere la vita stretta non mangiano abbastanza. Le donne sottili, io non le posso vedere.... Tu sei perfetta.
Quando Ada, spinta da una curiosità invincibile, si recò a trovar Fosca, i suoi occhi si sbarrarono per veder bene, per veder tutto. Fosca abitava il palazzo Fássini, una casa tetra, che sapeva di vecchio; e ogni cosa sapeva di vecchio, dalla scalea di marmo con le balaustrate in ferro battuto, all'anticamera dal soffitto a cassettoni pallidamente dorati, ai mobili che avevan le spalliere rôse dai tarli e la stoffa serica sdrucita, agli specchi di grandezza mediocre la cui luce spenta pareva arrugginita dal tempo.
— Che trappola! — pensò Ada, mentre aspettava nel salotto penombroso. — Io non ci starei nemmeno dipinta.
E guardò Fosca, la quale entrava. Era vestita con un abito semplice di color rosa sbiadito, con la gonna corta; e del medesimo colore era il nastro con cui aveva leggiadramente raccolti i capelli in due bande; svelta, leggera, una fanciulla.
— Io me ne vado! — pensò Ada nuovamente, soffocata da quel senso di nobiltà schietta, che non sapeva definire e le pesava addosso.
Ma si trattenne, invece, per il garbo di Fosca, che le fece subito un'accoglienza molto gentile.
— Forse non ti piace la mia casa, — ella disse, indovinando l'angustia dell'altra. — È il vecchio palazzo Fássini, e Gino aveva qui tutte le memorie di sua famiglia. Era ipotecato, e per riscattarlo abbiamo condotto questi anni, sempre in campagna, una vita quasi di stenti. Ma ora siamo felici, perchè ci siam tornati e abbiamo ritrovato le cose vecchie, le buone cose che parlano al cuore.... Così, vedi, soltanto ora ci è stato possibile ricomperare cavalli e carrozze, e soltanto ora potrò andare a qualche ballo e a qualche teatro. Sono molto contenta. Ero contenta sempre, a dir vero, perchè Gino mi vuol molto bene, e abbiamo un bambino.
— Uno solo? — interruppe Ada. — Io ne ho avuti quattro, e tre son vivi.
— Uno solo, — ripetè Fosca.
— E ti sei acconciata a stentare in campagna? — soggiunse Ada. — Che idea!... Io ho sposato il mio Vittorio che è ricchissimo, e viviamo a modo suo. Egli mi ha detto fin dai primi giorni che bisogna mangiare, bere, divertirsi e ingrassare, e ho fatto del mio meglio.
Rise, con la gola ampia.
— Ah non ci son malinconie nè ipoteche in casa nostra! — riprese. — Buoni pranzi e buone bottiglie. Il cuoco è il personaggio principale, e abbiamo sempre amici, che chiacchierano e ridono. Verrai anche tu, spero, col conte? Mio marito se ti vedesse, direbbe che sei troppo magra....
— Ma io non devo piacere a tuo marito — osservò Fosca, tranquilla.
— Hai ragione! Del resto, hai conservato l'aspetto d'una signorina; sembra che tu abbia ancora diciannove anni. Non devi pesar più di cinquanta chili; io ne peso settantasei. Vittorio mi ha sottoposta a una cura di supernutrizione.
Rise di nuovo; ma sentì che Fosca era diventata fredda, e quantunque le sedesse al fianco sullo stesso divano, s'era come allontanata, guardandola con ingenuo stupore.
— Tuo marito non la pensa come il mio? — domandò Ada.
— Oh, no!
— È stato lui a foggiarti così fine, così delicata, così amica delle buone cose vecchie.
— Lo credo! — rispose Fosca con un sorriso aperto di compiacenza.
— Sei veramente una contessa, — osservò Ada — e stai bene in questo palazzo.
Fosca sorrise di nuovo senza rispondere.
E mentre Ada s'alzava, entrò correndo un bambino di quattro anni, biondo ed esile con un giro di bel merletto intorno al collo e tutto vestito di bianco. I suoi grandi occhi tra il grigio e il cilestre rispecchiavano un lembo di cielo placido. Stringeva sotto un braccio un orsacchiotto irto di pelo.
— Valfredo, — disse Fosca, — non vedi la signora?
— Guarda che bel pupo! — disse il piccolo ad Ada, stendendole una mano e piantandole con l'altra l'orsacchiotto sotto il naso.
— Valfredo! — ripetè Ada, mentre carezzava distrattamente il bambino. — È un bel nome.
— Sì, ricorre spesso nella famiglia Fássini. Valfredo IV. È per lui che abbiamo fatto tante economie, tante grosse, dure economie! — esclamò Fosca, attirandosi il bambino al petto e baciandolo.
— Arrivederci, cara, — disse Ada. — Devo fare ancora qualche visita.
Le due signore si abbracciarono. Avevano compreso che in quei brevi istanti un abisso s'era scavato tra di loro, e che mai più non si sarebbero cercate.
Ada uscì. Ma nell'anticamera sostò meravigliata.
Già arrivando aveva creduto d'intravedere; ormai vedeva, vedeva bene, e non s'ingannava.
La ragazza tutta linda, col grembialino candido, che le apriva la porta, era Giannina, la cameriera ch'ella aveva cacciato di casa.
— Aspetta, — disse. — Ho dimenticato....
E tornò indietro, raggiunse di nuovo il limitare del salotto.
Fosca, sdraiata sul tappeto, giuocava col bambino, che nascondeva l'orsacchiotto e poi glielo gettava e rideva così forte, che per meglio esprimere la gioia, si rotolava a terra.
— Fosca! — chiamò l'altra.
La giovane balzò in piedi, e andò incontro all'amica.
— Hai dimenticato qualche cosa? — domandò.
Ada le fe' cenno di parlar più cauta e la trasse in un angolo.
— Devo avvertirti, — disse sottovoce. — Bada che quella cameriera che tu hai, non è una ragazza onesta.
— Onestissima, t'inganni! — rispose Fosca pacatamente.
— Ti dico di no, — insistette Ada. — Io ne so qualche cosa: ha avuto un amante e deve aver avuto anche un figlio. Lo so, perchè mi è toccato cacciarla di casa.
Fosca sorrise.
— Ah, — fece, squadrando Ada, — sei stata tu a metterla sul lastrico, di pieno inverno, mentre era incinta?
— E che potevo farne? Dunque sai, allora?
— Sì; la poveretta venne al suo paese, dov'ero io con mio marito. La famiglia di lei la cacciò a sua volta. Noi l'abbiamo raccattata sulla strada, le abbiamo prestato assistenza, abbiamo pensato al suo bambino; l'abbiamo salvata, insomma. Ora è savia, buona, onesta, e si farebbe uccidere per me.
Ada stette un istante in silenzio, poi riprese:
— Non darle retta; alla prima occasione, tornerà daccapo.
— Tu non fai una bella azione, Ada! — osservò Fosca freddamente.
— Credo mio dovere avvertirti. Non è onesta, non può essere onesta!
— Ma perchè insisti, Ada? — chiese Fosca, ancor più fredda.
— Perchè? Perchè voglio renderti un servizio, e toglierti di casa una persona che non è degna di rimanervi.
— E toglier di bocca a una povera donna e al suo bambino un tozzo di pane, — seguitò Fosca sorridendo sdegnosamente.
— Ma no, — interruppe Ada, accaldata, ostinata a vincere quella resistenza. — Vedo che ti sei conservata fanciulla non soltanto all'aspetto, ma pur nel modo di giudicare.
— Tu mi dai della sciocca, — osservò Fosca tranquillamente.
— No; ma sei ingenua, inesperta, inconsapevole. Bada a quello che fai... Credi a me, che conosco le cose del mondo....
Fosca sfavillò dagli occhi grigi un lampo di sdegno, e parve quasi gettarsi all'indietro con un moto superbo del capo.
— Io so vivere, — disse. — Tu sai mangiare!
Ada si volse e uscì.