IX.

Fu l'abito che indossava? o furono le sue braccia, che le maniche scopriron fin quasi al gomito, nell'atto in cui ella s'appoggiava al cassettone? o fu il suo viso, dai lineamenti un po' stanchi? o non fu, piuttosto, la volontà del caso, il quale aveva stabilito che di là cominciassi a soffrire?

Fatto è, che potei d'un tratto afferrare un'impressione, e definirla colla rapidità del lampo.

Veniva spesso nella mia camera, Lidia, dopo le cure dell'abbigliarsi e prima della colazione; mi chiedeva che cosa si sarebbe fatto nella giornata, se ci saremmo occupati delle visite, se a teatro v'era qualche spettacolo interessante; anche, mi chiedeva s'io l'amassi ancora, come nei primi tempi.

Ella cominciò, stavolta, dopo il saluto:

—Credi ci convenga render la visita ai signori Cortalancia?—

S'era appoggiata al cassettone col semplice scopo d'ammirarsi nello specchio. Io, di fianco a lei in una poltrona, mi dimenticai d'osservare se quello scopo era giustificato da qualche vestaglia nuova, da qualche bizzarra acconciatura dei capelli. Risposi:

—Perchè non si dovrebbe render la visita? I Cortalancia sono persone rispettabilissime.—

Lidia chinò la testa a guardarsi le dita bianche e magre; si tolse e si rimise un anello.

—Mi parevano molto noiosi,—disse.

—Non sei ancora abituata a sopportar le persone noiose?—domandai.

Quindi mi morsi le labbra; il momento che noi attraversavamo rendeva la domanda piena di pericoli.

—Sono abituata!—fece Lidia, continuando ad ammirarsi nello specchio.—E non è inutile aumentare il numero?

—Ogni persona che si trascura, diventa un nemico,—sentenziai.

Lidia sospirò, passandosi la mano dietro la nuca a lisciarsi dei capelli che supponeva scomposti; ma come non si decideva a togliersi dalla sua positura, me le avvicinai, le tenni le mani per l'estremità delle dita, e fissandola in viso:

—Làsciati ammirare!—dissi.

Aveva realmente una vestaglia nuova, alla Pompadour, con fiori sul petto; un nastro azzurro le girava attorno alla testa, pettinata secondo la foggia greca. Sentii le sue dita fredde, vidi le braccia scoperte, il viso bianco dagli occhi mavì; in uno sguardo, riassunsi tutta la venustà di quel corpo giovanile.

E afferrai l'impressione di lunga stanchezza che quel corpo giovanile mi produceva.

—Piaccio?—Lidia domandò con frase solita, ma con insolita freddezza.

—Piaci,—risposi, lasciandola

Ritornammo al nostro posto.

—Se si potesse ricevere in veste da camera, sarebbe una buona cosa,—osservò Lidia, sorridendosi nello specchio.—Credo d'esser più bella!

—Ah!… Ce n'è bisogno?…—

Un fiore, dal petto passò nelle mani della donna, che cominciò a sfogliarlo e a pelarlo con molta cura.

—Non c'è un bisogno pressante,—ella rispose,—ma la vanità è senza limiti. Dunque, renderemo la visita ai Cortalancia. Stasera c'è teatro?

—Non ho ancora i giornali. Anche a teatro vorresti andare in veste da camera?

—Oh, lì!—ella fece, con un gesto di trionfo.—Abbiamo gli abiti scollati, per la Scala!

—Nessuno t'impedisce di ricevere pure in abito scollato!—

Lidia modulò una risatina di sprezzo pel mio suggerimento che credeva serio, e se ne andò, alzando le spalle e dimenticando di chiuder la porta.

Era certo; la stanchezza cominciava a proiettar la sua ombra nelle nostre anime. Era anche logico; tutti gli amori finiscono, come cosa mortale, e il nostro non poteva già trovar nella legge, oltre la tutela, l'eternità; bensì, era la legge assurda, che prestava la prima e fingeva credere alla seconda.

L'abitudine aveva avvelenata la sorgente del piacere; l'idea piatta di rappresentar noi una simmetria legale con uno scopo determinato illanguidiva e smagava tutto quanto era spontaneità; impendeva sui nostri cuori, ne regolava i battiti, non ci lasciava la freschezza dell'improvviso. La legge era tra noi, coprendoci; mezzana stranissima che scemava le forze a luogo d'eccitarle.

Quale amarezza in fondo ai nostri baci! Un'amarezza; non dolore, non uggia irreverente; una delusione fisica e morale, pesantissima, che avrebbe rotto in lacrime, se tal linguaggio di sentimento ci fosse stato possibile.

Soffrivamo ambedue, Lidia ed io; ella, non arrivando a capire ciò che provava; io, arrivandovi troppo; ella, tormentata dall'indeterminatezza del mistero; io, da impeti subitanei. Se m'arrivava d'un tratto, acuto, inesorabile, il pensiero di poter io pretendere da lei e imporle l'amore che in altra donna avrei meritato per elezione,—il mio abbraccio si snodava, il suo corpo mi pareva cosa, non esempio di giovane bellezza. L'avrei respinta, Lidia, con brutalità, perchè incarnava il dovere e il diritto, il principio e la tradizione, la valvola di sicurezza della società mostruosa fatta per la massa.

Lidia sentiva così bene tutto questo, da non maravigliar di nulla. Aveva lasciata la sua casa ed era entrata nella mia…. con entusiasmo? con gioia irrefrenabile? No; con amore e illusioni, morte le quali, restavale in animo una congerie di teorie ridicole insegnatele da' suoi; teorie di cui intuiva la falsità non meno che il pericolo d'ammetterla. Assisteva allo svolgersi di teorie nuove, sentiva il rombo di nuove idee soffiate dal secolo morente, e considerando la nostra simmetria decrepita, s'impauriva di rappresentare ella medesima una di quelle idee agonizzanti, a ringiovanir le quali non la sua bellezza, non la sua fresca età, non il suo fascino raddoppiato mille volte, sarebbero bastati mai.

Per una crudele ventura, quello sboccio di desolanti sensazioni combinò col folleggiar del carnevale, che un gruppo di volonterosi aveva tentato richiamare alla gaiezza antica; e in tutta la mia vita non trovo memoria d'allegria più funebre, di spigliatezza più voluta, d'ipocrisia più sconfortevole che quelle dominanti allora per le vie e le piazze di Milano.

Sotto i nostri balconi, sul Corso Venezia, passavano i carri stranamente mascherati da una fantasia stanca, talvolta dolorosa nelle sue allusioni; e carrozze piene d'ubbriachi, e musiche di straziante festività, e una folla muta, ostile, che non amava i coriandoli e s'atteggiava a compassione dei falsi gaudenti. Dopo il passaggio d'un carro mascherato, l'odore acre del gesso rimaneva, e della polvere; arrivavan sui nostri balconi palate di coriandoli, nembi di confetti, attràttivi dalla presenza di Lidia e d'altre signore; due volte, una mano di cavalieri eleganti lanciò una colluvie di fiori, e furon, sul balcone, braccia levate in alto ad afferrarli, risa discrete per il vano tentativo. Le donne sole, con quell'inscienza che han del bambino, poteron forse divertirsi.

Lidia, il viso riparato da sottile e forte veletto e il corpo da un abito chiuso e bianco, pareva agire per febbre; intorno a lei, i sacchi di coriandoli si vuotavan magicamente; il suo braccio, fragile e vigoroso, lanciava quel gesso con maestria sulla folla stupida, contro i carri che la mala sorte obbligava a fermarsi.

Le amiche, pure in abiti bianchi e difesa la faccia, imitavan Lidia, animandosi, impazientendosi delle lacune fra l'un carro e l'altro. Verso le cinque, i coriandoli arrivavan per entro le finestre, ingolfandosi nelle camere con violenza; alcune signore dovettero cedere il posto.

Lidia resisteva; irriconoscibile, tanto era soffusa di polvere. Io, dietro di lei, passandole, sul morir del giorno, i fiori dopo i coriandoli, l'osservava con inesplicabile tristezza; ella gettava i fiori febbrilmente, con un sorriso rigido sulle labbra.

A un tratto, mi porse ancora le mani, senza guardarmi, perchè vi mettessi altri fiori, e indugiando io, Lidia si rivolse, vide i sacchi e le ceste vuote:

—Finito!—ella esclamò, scrutandomi negli occhi.

—Finito!—risposi.

Sorridemmo ambedue; ma la parola aveva un senso largo d'angoscia.

Non v'erano tra noi se non queste allusioni; perchè così fresco era il ricordo di gaudî e di sogni, che l'aria ne pareva piena e ospite la casa; quella casa la quale, nel medesimo tempo, vicino ai ricordi conservava tutta la storia delle modificazioni sopravvenute a sfatare i gaudî e a corrompere i sogni.

Il carnevale, nonostante numerosi inviti a feste, era scorso per noi monotono. Lidia si schermiva con ostinazione dal prender parte a divertimenti serali; aveva ricevute più visite della sarta, la signora alta e magra col neo posticcio, la quale sperava di ottener molte commissioni, di ripetere il periodo felice dei capolavori di seta e di raso; ma neppur la dialettica della sarta era riuscita a smuover Lidia dal suo proposito, sebbene i tentatori giornali di mode le presentassero dei figurini superbi, che chiamavano un breve lampo negli occhi di lei.

Continuavano i martedì; qualche pranzo agli intimi, donna Teresa e Pietro; qualche sera al teatro; e nella settimana grassa, Lidia aveva voluto gettare i coriandoli forse per soddisfare ad un desiderio delle amiche meglio che ad uno proprio.

Ciò era riuscito strano e molesto a Pietro Folengo.

—Ma, figlia mia,—egli diceva,—questo non si usa. Due sposi novelli devon farsi vedere, devon prendere viva parte ai trattenimenti della stagione.

—Perchè?—domandava Lidia.

—Perchè questo si usa, perchè tutto il mondo ha sempre fatto così….—

Lidia aveva allora il suo piccolo riso di sprezzo, che importunava Pietro; le ragioni addotte eran per costui insuperabili; non gli pareva umana cosa il sottrarsi a ciò che si usa, a ciò che il mondo ha sempre fatto; mentre Lidia, assai più moderna, si rideva bellamente degli usi e costumi che non le quadravano.

Veniva poi donna Teresa, la quale illuminava il proprio tramonto di tutti i belletti e di tutte le pomate cognite in Europa e fuori; e si stringeva vie più nel busto, e studiava metodi arguti per distruggere l'adipe senile. I suoi consigli erano sospirosi.

—Se fossi io al tuo posto, cara Lidia, con quei tuoi vent'anni! Perchè non vai al ballo di casa Cortalancia? Ma è possibile che non ti sorrida un gran trionfo? Non c'è nessuna delle tue amiche, elegante e bella come te; hai qualche dispiacere?—

Lidia scoteva il capo, e da quelle insistenze usciva sempre più testarda a vivere fra le quattro pareti di casa.

Un piccolo malessere di Lidia aveva servito a darmi un'idea delle straordinarie mutazioni che la verità può subire, conservando la propria forma.

Il medico aveva detto:

—La signora è un po' delicata e deve guardarsi dalla malaria che domina la città; c'è nella signora qualche accenno d'anemia, facile a combattersi.—

Lidia s'era impadronita trionfalmente di quelle due frasi e non le aveva mutate d'una parola; ma ripetendole ad ogni occasione, aveva dato loro un significato di minaccia quasi simbolico. Non si poteva aprire una finestra, senza che la donna si portasse il fazzoletto alla bocca per salvarsi dalla malaria; nè avveniva mai che Lidia si guardasse nello specchio senz'accagionare all'anemia il pallore del viso, e la striscia azzurrognola sotto gli occhi.

Ciò era grazioso, dapprima, rendendola quasi più fragile nel mio concetto; poi, divenne meno grazioso; e infine non fu grazioso per niente, quando l'anemia e la malaria furono usate da Lidia ad ogni scopo, e presero vita e consistenza di spettri che passavano instancabili ne' suoi discorsi e parevano essersi collocati stabilmente a guardia della sua alcova.

Gli amici avevano accolta la diagnosi del medico quasi come una notizia gravissima; raddoppiavan di cortesie verso Lidia e mi guardavano con profondo significato per inculcarmi che da me dipendeva la vita di lei. Le amiche erano state indulgenti, perchè tutte avevano alla lor volta qualche indisposizione civettuola di cui si servivano con impareggiabile maestria e che probabilmente ponevano esse pure a guardia dell'alcova. Gustavano la rinuncia di Lidia ai trattenimenti mondani; una signora, assidua frequentatrice di balli, di teatri, di concerti e perfino di conferenze, aveva applaudita Lidia caldamente, assicurandole che non v'era nulla più doloroso di quanto si chiama piacere; e guardando la faccia di suo marito, io me n'era sùbito persuaso.

Ma fui veramente sorpreso quando, il sabato grasso, Lidia accettò un invito dei signori Caccianimico.

—Faccio un'eccezione per loro,—ella disse.—È vero, Sergio, che faremo un'eccezione?…

—È verissimo,—risposi, nascondendo alla meglio il mio stupore.

Appena Clara ed Ettore Caccianimico partirono, domandai a Lidia:

—Tu intendi veramente andare a quel ballo?

—Ma che!—rispose Lidia.—Non avrei nemmeno un abito decente….

—E allora?…

—Sai,—disse la donna con aria esperta;—rifiutar sempre è noioso, diventa quasi una parola d'ordine; ho accettato per far cosa nuova; stasera scriverò un viglietto, pretestando un'indisposizione!—

Bisognava punirla; assolutamente, questa donna mi credeva condannato a seguire i suoi capricci, senza tener conto de' miei; accettava e declinava gl'inviti, li faceva accettare e declinare da me con un'indifferenza da bambina, come fosse identica missione accompagnarla al ballo o tenerle compagnia presso il caminetto. Bisognava punirla, immediatamente.

—Bella idea!—esclamai.

—Non ti pare?—fece Lidia, senza rilevar l'inflessione ironica delle mie parole.

La sera medesima, verso le dieci, mi ritirai in camera colla scusa di rispondere a qualche lettera.

—Mandami Andrea. Lo incaricherò di portare un viglietto ai
Caccianimico,—disse Lidia.

—Andrea serve a me per il momento,—risposi.—Lo manderai più tardi; così il pretesto sembrerà meno studiato.—

Andrea, il domestico, aveva disposto nella mia camera l'abito di società, e gli oggetti per un minuzioso abbigliamento. Dal giorno del mio matrimonio non avevo più indossato l'abito nero, e, scoperto che questo può servire anche in occasioni allegre, ero divenuto gaio, d'improvviso, attendendo colla maggior cura a farmi elegante.

Alle undici, seguito da Andrea colla mia pelliccia aperta fra le mani, ricomparvi nel salotto di Lidia.

—È inutile mandare il viglietto,—dissi.—Porterò io le tue scuse.—

Lidia alzò il capo, e impallidì nel vedermi.

—Che cosa fate voi, lì?—domandò ella al domestico.

—Tiene la pelliccia,—spiegai.—Guarda, cara, se questa cravatta è messa bene.

—Benissimo,—rispose la donna, levando gli occhi al soffitto.—Vai in casa Caccianimico?—

—Certo. Non m'hai obbligato a promettere che si sarebbe fatta un'eccezione per loro?—

Infilai la pelliccia, misi il cappello e uscii, dopo avere stretta la mano di Lidia, che aveva senza dubbio moltissime cose interessanti a dirmi.

Fui così sùbito, così largamente punito della mia piccola vendetta, da credere a una giustizia invisibile e sicura. Perchè, non appena entrato nella sala ove Ettore Caccianimico e la sua signora apparivano circondati da una folla elegante,—sentii che i varî profumi ivi sparsi mi facevan male; un male strano, che si sarebbe detto risvegliasse la mia sensualità.

La vista di donne scollate, ingemmate, ostentatrici di bellezze che avevano un padrone e ne cercavano un altro, mi atterrì con questa scoperta: io aveva bisogno d'una di quelle donne; d'una qualunque, purchè non fosse Lidia, non le somigliasse in nulla; avevo bisogno d'una donna della quale ignorassi e il sorriso e la voce e il corpo. Finalmente, alla presenza di femmine nuove l'angoscia che mi circolava da un pezzo nelle vene come una malattia, scoppiò e prese il suo vero aspetto: io m'irritava di Lidia non perchè rappresentasse la legge o il principio o la tradizione; ma perchè io la sapeva tutta, dal gesto insignificante all'ultimo anelito. Mai la poligamia mi parve più saggia cosa e più sana che allora.

Conscio di simile rivelazione e messomi in avviso, provai ad avvicinar quelle signore e ad analizzare il senso ispiratomi; notai che le brune mi piacevan meglio, e le audaci e le esperte; quelle, infine, le quali eran tutto l'opposto fisico e morale di Lidia; notai pure che, sull'istante, avrei commessa una follia per conquistarne una, e al domani poco mi sarebbe importato di non più vederla e di saperla morta.

Era la grave, dolorosa necessità di cambiare, che m'invadeva con forma così assorbente e mi disponeva l'animo a una passione per la prima venuta; io trovava nel mio stato il perchè di certi adulterî che m'eran parsi altre volte decisamente inesplicabili.

Uscii da quel ballo uno degli ultimi, conservando ancora in tutta la persona un residuo di profumo avvelenatore, e nel cervello vivissima l'impressione dei corpi femminili ignorati.

Albeggiava lividamente e faceva un terribile freddo.

Non avevo bisogno di guardarmi intorno per sapere come agissero gli uomini che avevano avuta la mia rivelazione, tosto o tardi. Alcuni si mettevano le mani nei capelli, si torcevano il cuore, e tradivano; altri dubitavano sulla scelta, la determinavano con pertinacia, e tradivano; molti non dubitavan punto, si fermavano alla cameriera, e tradivano. Io era fratello di tutti costoro, in quella notte; ma non sarei stato loro fratello nella conclusione.

Io avrei mantenute le promesse fino all'ultima, avrei compiuto il mio dovere fino allo strazio; perchè volevo altrettanto ed esigevo fino allo strazio i miei diritti.

Ma dunque, se il bisogno di cambiare era assoluto, anche Lidia soffriva le torture cui ero in preda? Ecco perchè non aveva voluto ella recarsi alle feste; a me era stata necessaria la prova; a lei era bastato l'istinto, il fiuto inestimabile della donna—per sentire il pericolo.

Rientrato in casa, un barlume di luce proveniente dalla mia camera, m'inquietò, credendo avessi dimenticata accesa la lucerna o i bracci dell'armadio, fin dalla sera prima; apersi la porta, e mi fermai sulla soglia d'un tratto.

Lidia era là, addormentata, vinta dalla stanchezza; s'era seduta in una poltrona, reclinando la testa sui guanciali, e come io aveva quel mattino una curiosa tendenza a ricostruire sensazioni e fatti, riuscii a indovinare quant'era avvenuto. Lidia, assai probabilmente, aveva tentato di coricarsi e di dormire; poi, non potendo reggere al bisogno di dirmi le cose interessanti che la sera prima aveva dovuto tacere per la presenza del domestico,—s'era avvolta nell'accappatoio ed era venuta nella mia camera.

La stufa spenta lasciava il luogo assai freddo; la lampada quasi esausta, l'illuminava imperfettamente; e quella donna rannicchiata nella poltrona, coi capelli sparsi, gli occhi chiusi, la faccia pallida, il corpo tutto come piegato da una violenta angoscia,—pareva la superstite d'una cupa tragedia.

Inoltrai cautamente; levai la lucerna dal cassettone e la posai sulla tavola; mi tolsi il soprabito, il cappello, e gettai i guanti per terra; cominciavo a snodarmi la cravatta, quando un lieve romore mi fece volger la testa. Lidia, appoggiato un gomito sul letto e stringendo coll'altra mano un bracciuolo della poltrona, mi guardava fissa da qualche istante.

—Buon giorno!—le dissi.—Sono rientrato ora.

—Lo so,—rispose Lidia con voce velata.—E io ti aspetto qui da mezzanotte.

—Ti sono gratissimo di questa sorpresa,—mormorai.—Ma potevi coricarti; non prendere freddo; coricarti nel mio letto.

—Nel tuo letto?—esclamò Lidia, balzando in piedi.—Che cosa credi, dunque!—

C'è sempre stato in me un istinto che io suppongo derivato dalle mie tendenze letterarie; un istinto a vedere il quadro e la plastica in ogni cosa; guardai Lidia perciò con sincera compiacenza; ella pareva una leonessa ferita, dritta nel fondo della camera, gli occhi pieni di sdegno; bellissima.

—Perchè fingi, Sergio?—ella disse.—Perchè fingi di non capire quel che ho sofferto?

—Che hai sofferto?—ripetei, colpito dalla voce tremante.—Io non poteva imaginare….

—Ah, non potevi imaginare,—esclamò Lidia, avvicinandosi.—Non potevi imaginare che trattandomi peggio d'una cameriera, mi avresti fatto male…?—

Notavo con dolore che le nostre voci si udivano squillanti nella calma del mattino.

—Ti prego di moderarti,—osservai.—Tutto si può dire con pacatezza.

—Voglio ch'Ella mi risponda,—fece Lidia.—Voglio mi dia ragione della sua condotta.—

Lidia, usando quel tono freddo e straniero sapeva d'irritarmi quanto le era possibile; perciò scattai:

—Non ho ragioni a dare; non le darei, nemmeno se la mia condotta fosse meno onesta di quel che è!—

Lanciata la frase, non mi restò che pentirmene allorchè Lidia piegò quasi sotto un gran colpo e cadde di nuovo nella poltrona. Vi fu un lampo d'intervallo; quindi sentii i singhiozzi della donna, e la vidi nascondere il viso tra le mani.

—Ah, è troppo!—ella diceva a frasi rotte.—Non l'ho meritato! Io fuggirò da questa casa.

—Via,—feci appressandomi e mettendo una mano sulla spalla di Lidia.—Ti ripeto che non avrei supposta simile interpretazione d'un fatto innocentissimo. Sono andato dai Caccianimico, perchè tu avevi promesso di andarvi, e mi doleva mancare verso un buon amico qual'è Ettore per me. Una volta là, non ho potuto non trattenermi fin tardi.—

In quell'istante, mentr'ero curvo su di Lidia e le mie labbra toccavan quasi la ricca massa de' suoi capelli,—mi passò innanzi agli occhi rapidissima una visione informe e tronca di quelle donne che avevo incontrate al ballo; parevano riunite in gruppo e perciò non riuscivo a distinguer l'una dall'altra, ma vedevo capelli bruni, occhi neri, busti scollati e ritti; serrai le palpebre e la visione passò.

—Non sa dunque Ella,—rispose Lidia, guardandomi colle pupille improvvisamente asciutte,—non sa dunque Ella che talvolta basta una parola gentile a persuadere una donna? Se m'avesse detto che Lei desiderava recarsi da quei signori, non avrei pensato a fare un'obiezione. Ma Lei ha voluto prendersi giuoco di me, andandosene d'un tratto, senz'avvisarmi, schernendomi perfino col dire che avrebbe mandato Andrea più tardi a portare il mio viglietto.—

L'idea che Lidia aveva scritto un viglietto malizioso e grazioso rimasto ignorato sulla tavola per la mia cattiveria, mi colpì stranamente; provai un irresistibile bisogno di ridere e una tenerezza da fanciullo.

—Già, ho fatto male,—dissi.—Lo riconosco. Basta riconoscere il proprio torto?—

Lidia s'era alzata, cercando il fazzoletto; io lo raccattai da terra, e presi posto nella poltrona rimasta libera.

—Basta riconoscere il proprio torto?—ripetei, prendendo Lidia per le braccia e cercando di attirarla sulle ginocchia.

—No! No! No!—ella esclamò con veemenza. Io ho passata un'orribile notte, per Lei, e non l'ho passata dormendo, com'Ella potrebbe credere; mi sono addormentata sull'ultimo, per la stanchezza….

—E come l'hai passata, dunque?—domandai senza resistere allo strappo cui ricorse Lidia per togliersi alla mia stretta.

—L'ho passata meditando!—rispose la donna, mentre s'allontanava e si raggiustava l'accappatoio.

La frase mi turbò, e mi trasse alle labbra la risposta, che trattenni a forza. Anch'io aveva meditato; Lidia nell'angoscia dell'aspettazione, io nell'angoscia della folla…. E ambedue sopra un istesso argomento? Forse; ma Lidia non me l'avrebbe mai confessato, non avrebbe forse trovate le parole….

Ella si riprometteva certo una mia domanda; perchè dopo essersi guardata nello specchio, girò la testa verso di me.

—Non ho più nulla da dire,—mormorai.—Se non basta riconoscere un errore, non so che altro si possa attendere.—

Lidia proruppe nella sua risatina di sprezzo.

—Comodi, i signori uomini!—ella disse, prendendo a camminare per la camera.—Si levano i loro capricci, e poi riconoscono d'aver fatto male; con tale sistema pretendono il perdono. E se facessimo noi altrettanto?—

Sentivo che c'incamminavamo verso i paradossi femminili e non fiatai.

—Se facessimo noi altrettanto?—continuò Lidia.—Sarebbe una catastrofe, una vergogna, il finimondo, perchè non si ammette la possibilità d'un capriccio in noi…. Siamo fatte per la casa, diavolo! Pupattole eleganti, decorazioni da salotto, mummie senza nervi nè vibrazioni….

—Vi prego d'espormi i capricci che io vi ho proibiti,—interruppi.

—Ah certo!—disse Lidia con accento ironico.—Io posso comperare tutto quanto m'accomoda, vestirmi come mi piace, rimaner qui, o viaggiare…. E Lei crede che la vita d'una donna finisca lì?

—Non oso supporre che finisca altrove,—osservai.—Volete forse uscir sola di sera, andar sola a teatro, avere un appartamento da scapolo, tirar di scherma e correre lo steeplechase?—

Lidia si fermò, quasi sotto una staffilata; allungò l'indice della destra verso di me, e disse in tono minaccioso:

—Ricordati questo, Sergio: che tu ti pentirai delle tue parole e dei capricci di stanotte.—

Si diresse verso la porta. Ebbi la tentazione fugace di correre a Lidia e di fermarla; ma nell'atto che m'alzavo, dal mio abito salì quel profumo avvelenatore di che s'era impregnato alla festa; il profumo di dieci donne, le quali non erano Lidia, non le assomigliavano in nulla, non m'eran cognite se non nell'apparenza mondana.

E lasciai uscir Lidia.

Dalla via sorgevano i romori della città laboriosa. Tacitamente salutai i forti che trovavan l'opportunità di lavorare anche nella domenica di quaresima; chiusi le imposte, e mi coricai, più freddo e più tranquillo di quanto non avessi osato sperare.