X.
Il romanzo di Gian Luigi Sideri era rimasto intonso alcuni giorni sul mio tavolino da lavoro; poi, nel cumulo di lettere e di giornali che quotidianamente vi si deponevano, io non l'aveva più trovato, senz'inquietarmene, poichè mi rammentava una delle prime cause di broncio con Lidia e temevo che, leggendolo, rinascessero i sogni e i rimorsi, or di nuovo snebbiati.
Fui quindi assai perplesso allorchè Gian Luigi Sideri comparve ad uno dei nostri martedì. Io non aveva conoscenza delle frasi vaghe, usate per un autore dagli ammiratori che non hanno letti i suoi libri; e se anche tal vocabolario mi fosse stato familiare, mi mancava il coraggio d'adoperarlo, non sapendo se Gian Luigi se ne sarebbe contentato o se non, piuttosto, avrebbe volute le impressioni particolari delle varie scene e dei caratteri descritti.
Gian Luigi tornava dalla Riviera Ligure, ove la leggenda lo figurava occupato in nuovi lavori; ma l'aspetto sano, la tinta viva, l'occhio limpido, il sorriso tranquillo che vi aveva acquistati, mi sembravan resultare da un larghissimo ozio, meglio che dal lavorio intellettuale.
S'inchinò due volte innanzi a Lidia; una volta innanzi alle altre signore; delibò compiacente le lodi degli amici e si divertì a lasciarsi osservare come persona assicurata ai posteri; finì coll'accomodarsi sul divano, di fianco a Lidia.
Gian Luigi aveva una statura più bassa della media; ma non era tozzo e non produceva effetto sgradevole; anzi, la esiguità delle forme gli prestava un che di svelto e d'arguto, certamente simpatico. Bruno, dagli occhi grigi; testa proporzionata, fronte alta, significante capacità d'intelletto; labbra sensuali e colorite, indicatrici di tendenze epicuree; baffi ritti e puntuti, a cagion della moda. Egli vestiva con gusto e senza la cura minuziosa dell'uomo incapace ad altro; come dissonanza inevitabile in ogni cosa sua, portava quel giorno una cravatta gialla, di foggia molto discutibile.
Fugacemente notai che, seduto a fianco di Lidia, Gian Luigi si trovava in posizione svantaggiosa, perchè appariva più piccolo della donna.
Io era tuttavia sotto l'impressione della festa di ballo e delle sue conseguenze con Lidia; rispondevo male alle interrogazioni che mi si facevano e se non fosse stata la visita di Gian Luigi avrei raggiunte le mie camere al primo pretesto.
Guardavo le donne.
Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente oggi, a distanza d'anni, direi quasi con un semplice corrugar di ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.
Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi loquaci, e mancavan d'ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento d'un artista che lo scalpello ha tradito.
E mi volgevo alle altre,—poche, tre o quattro,—nelle quali v'era armonia e disposizion di forme da sostenere un'analisi, dopo aver soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza; forse m'erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia; ma tutte, a una, a una, rappresentavano l'altra, l'incognita, la donna su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.
Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere il posto di Lidia; e,—ammettendo per un istante una concessione al potente bisogno di cambiare,—sentivo che avrei avuto il cattivo coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine, io sarei stato capace di dire: «Vi voglio, non già perchè siete voi; ma perchè non siete Lidia».
Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad apprezzarla.
Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo studiare, provando certi curiosi impeti d'afferrarle alle spalle e di rovesciar loro la testa all'indietro, per baciarne la gola bianca.
Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente; perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie prestabilite dal mondo,—avevan finalmente trovate e la definizione e la categoria, mettendoci con un gemito fra gli «esemplari»; quel giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme dell'esemplarità.
La fiamma d'un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d'una di quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era contrazion di muscoli, ma lene conquista d'espressione, di cui la bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli altri.
La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e di fronte a me, ch'ero all'altro lato; ma ella teneva il capo rivolto a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar Lidia e Gian Luigi.
Parlavano di letteratura.
—Il suo romanzo mi ha veramente entusiasmata,—diceva Lidia a Gian Luigi.—Tutto vi è nuovo; dal titolo al pensiero che vi domina fino alla chiusa. L'ho letto due volte.—
Io non sapeva fin allora quale dovesse essere la vendetta che Lidia mi aveva minacciata; ma ero stato tranquillo, pensando che forse non la sapeva nemmen lei. Avevo osservato semplicemente, da quella notte di sabato al martedì, una durezza insolita nelle parole della donna, qualche sarcasmo su tutto quanto la circondava, e sebbene io non fossi personalmente attaccato, indovinavo che il sarcasmo e la durezza eran per me e non avrebbero tardato a trovare il loro indirizzo preciso.
Nel veder Lidia così cortese verso Gian Luigi, mi si delineo alla mente, chiara ed innegabile, l'essenza della vendetta promessa; e ne sorrisi, trovando ch'era un po' vecchia. Lidia si riprometteva d'eccitar la mia gelosia, come aveva imparato assistendo alle commedie d'antico repertorio; non le negavo la capacità a fingere la sua parte con maravigliosa intuizione; bensì, negavo a' suoi sforzi l'esito ch'ella ne sperava.
Io non sarei stato geloso di simpatie volute; ella, dopo la sua rappresentazione, avrebbe semplicemente ottenuto di allontanarmi da lei, e di farsi considerare piuttosto volgaruccia nelle sue trovate.
—Ho scritto come dettava dentro,—rispose Gian Luigi.
—Secondo il sistema di Dante Alighieri,—notai, sorridendo.—È ancora discreto. Io non ho letto il tuo romanzo, perchè sono….—
Stavo per dire: occupatissimo, il che avrebbe servito a confermar la definizione di marito esemplare; ma mi corressi a tempo, e continuai:
—Perchè sono un po' impaurito da quel tremendo titolo: Il lastrico dell'Inferno! Ci ho pensato, e mi è parso conveniente sentir prima le impressioni di mia moglie.
Mi accorgevo d'aver detto un mucchio di sciocchezze, secondo la fatalità di chi sbaglia dal principio; e non mi restava che sperare in un aiuto di Lidia. L'aiuto venne così:
—Tua moglie,—disse Lidia con quell'ombra di sarcasmo che rimaneva tra me e lei,—tua moglie ti ha consigliato più volte a leggere quel bellissimo romanzo. È tutto imperniato sull'adagio: di buone intenzioni è lastricato l'inferno; e pieno di sapore filosofico.—
Lidia non m'aveva mai parlato di quel libro; non solo; io ignorava perfino lo avesse letto.
Ella non poteva quindi mentire con maggiore impudenza e con fine più crudele; fui preso da una terribile vertigine di smascherarla, ma non soccorrendomi sùbito una frase elegante e velenosa, che rimanesse tra me e lei come il suo sarcasmo, trovai miglior partito rispondere a Gian Luigi:
—Un'idea curiosa e originale, davvero! Di buone intenzioni è lastricato l'inferno! Certo, se ne può fare un poema d'angoscia o un capolavoro di satira….
—È l'una e l'altra cosa,—disse freddamente Lidia, colla tranquillità delle donne che non han mai capito nulla.
Gian Luigi fece un gesto, sorridendo, quasi a declinar l'elogio smisurato.
—Mi son guardato intorno, ho cercato di dire la verità; ed ecco tutto!—egli concluse modestamente.
—Ed ora, sta preparando qualche cosa di nuovo?—domandò la bruna, seduta presso il caminetto.
—No: sono piombato nell'ozio più vergognoso,—disse Gian Luigi volgendosi verso di lei.
Non so come, respirai di piacere. Gian Luigi oziava; ciò me lo rendeva simpatico.
—È stato a Sestri, non è vero?—chiese Lidia.—Me lo annunciò Sergio.
—Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz.—
M'ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: «Sì, fratello: io seguo il mio triste destino d'appassionata». E di quegli occhi, di cui credevo aver tradotta finalmente l'espressione, io studiava i possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell'angolo, ov'era Lidia, continuasse il discorso d'ammirazione e di vanità.
Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l'ombra serale precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto la bruna dal sorriso consolatore, e l'altra dagli occhi mesti.
Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo. Donna Teresa era rimasta a casa, un po' indisposta. E un penoso silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.
Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della forchetta; assaggiava appena le vivande ch'ella medesima aveva voluto le prescrivesse il medico, perchè ormai l'anemia e la malaria dominavan la sua vita; e benchè io l'avessi più volte interrogata, non aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.
—Vediamo, figli miei,—disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e me.—Che cos'avviene?
—Niente!—dissi io.
—Niente!—disse Lidia.
—Come, niente!—esclamò Pietro con la sua logica di ferro.—Niente produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è l'effetto!
—Un broncio? Ma non siamo stati mai di migliore accordo!—io risposi.
—Mai, proprio mai!—confermò Lidia, terminando con attenzione la curva d'un geroglifico.
Pietro s'accarezzò i favoriti, come quando stava per dire qualche bella cosa.
—Trovate il modo d'intendervi su questi niente così disastrosi,—egli consigliò.—A' miei tempi non s'usavano!—
Quindi passò a raccontar di nuove instanze che la Casa commerciale di
Cairo gli faceva, obbligandolo a prendere una decisione.
—Quando entreresti in carica?—domandò Lidia.
—Fino al prossimo anno non se ne parla, rispose Pietro,—ma capisci —che una volta data una promessa, il tempo non conta, e un uomo serio —deve mantener la parola.—
Io non feci alcuna osservazione, credendo aver bastantemente criticato quel disegno assurdo di lasciar l'Italia e di correr venture a cinquantasei anni, pel solo ùzzolo della novità; anche Lidia tacque.
Nell'appressarmi alla finestra, levate le mense e restando Pietro e Lidia innanzi alla tavola,—lo spettacolo della sera, già assai dolce e limpida, m'istigò un vivo desiderio d'uscire e veder gente.
Le carrozze passavan numerose, coi lucidi fanali proiettanti, nell'amplissima via; correvano a trasportar uomini e donne al piacere e alla soddisfazione di mille vanità, cui avevo imparato a irridere senz'esser convinto del loro nulla. Mi scoprivo d'un tratto ancor troppo giovane per rinunciarvi e, in fondo, l'innocenza di quei godimenti mondani, creati per vedere un poco e per esser molto veduti,—mi sembrava il loro più bello elogio; non s'era mai sentito dire che, all'uscir da una festa o da un teatro, le signore avessero abbandonato il marito per cader fra le braccia degli ammiratori; bensì, ai teatri e alle feste, si tessevano le fila prime degli inganni: ma se le feste e i teatri non fossero stati, gl'inganni non si sarebbero tessuti egualmente? L'indole è tutto.
Una sola occhiata a Lidia mi persuase che avrei parlato indarno. Ella andava irrigidendosi ogni giorno più nella risoluzione di sfuggire il mondo; e come il passato carnevale s'era sottratta agli inviti, ora si sottraeva a qualunque proposta di svago. Varie amiche l'avevan pregata di prender parte a delle gite; la campagna nei dintorni di Milano, che lasciava il suo manto invernale per ricolorirsi a poco a poco, era deliziosa, e allettava a farvi delle escursioni; ma Lidia aveva da qualche tempo assunto per divisa il motto: questo m'è indifferente,—ch'ella ripeteva a frustrar qualunque insistenza.
Non partecipai, dunque, la mia idea a Lidia, acconciandomi a subire la conversazione di Pietro. Egli difendeva il Ministero; dacchè io lo conosceva, Pietro non aveva fatto di meglio, ne' suoi discorsi di politica; taceva solo fra una crisi parlamentare e l'altra; quando il Ministero era costituito, se ne estasiava, ripetendo le considerazioni dei giornali officiosi, quantunque pochi giorni avanti si fosse estasiato d'un Ministero affatto opposto. Ma Pietro Folengo era ministeriale per costituzione psicologica e avversarlo sarebbe stato come fargli un salasso.
Alle undici se ne andò; sùbito, Lidia mi disse:
—Vado a letto; mi sento poco bene.—
Si levò dalla sedia con apparente fatica, e finse trascinarsi fino alla soglia della sua camera. Qui, si rivolse e appoggiò una mano alla fessura della finestra, ch'era nell'angolo.
—Queste serramenta,—disse,—non potrebbero essere più cattive.
Soffiano aria da ogni dove.—
Tossì, portandosi il fazzoletto alla bocca, e uscì con andatura stanca.
Le parole eran quelle; ma il loro significato particolare m'era sufficientemente noto per non prendere abbaglio; senza muovermi dalla mia sedia, io sapeva che le serramenta funzionavan benissimo e che l'aria non vi soffiava punto, e che Lidia non era affaticata nè indisposta. Ogni sera, le parole mutavano, ma rimaneva il loro significato di preghiera; Lidia non voleva essere disturbata; la sua alcova era chiusa per me.
Da parecchio, ella non desiderava più il mio amore; ma era obbligata ad aspettare che io desiderassi il suo; leggiera prostituzione, inevitabile in tutte le buone famiglie amiche della quiete, nelle quali la donna si concede fredda per adempiere a' suoi doveri e non obbligare l'uomo a cercarsi una femmina altrove.
Lidia non mi conosceva così da indovinare che tale sommissione mi faceva somigliar la donna a una specie di medicinale vivente, di cui si prendon quelle dosi notturne che riescano a calmare i nervi; e non conoscendomi, l'ora di ritrarsi nella sua camera sembrava penosissima a Lidia; non si coricava più per riposare, ma perchè si sentiva poco bene; evitava d'incontrare i miei sguardi per timore di leggervi una domanda; talvolta faceva la storia delle sue indisposizioni; non si decideva a muoversi se non ben certa ch'io era compreso di tanti malanni.
Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia volta o non usciva di casa, prima d'esser passato nella camera di Lidia a salutarla.
Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti. Io m'avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza dubbio, ricco di luce e d'ombra.
Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L'astuta cameriera, un tipo segaligno di giovane trentenne,—conoscendo, i nostri usi dei migliori tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona, osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel quale Lidia non si sentiva poco bene.
—Vuoi leggere?—domandai, accennando il volume.
—Ah no, mio Dio!—esclamò Lidia.—Mi farebbe male alla testa.
—Buona notte.
—Buona notte.—
Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo.
Quell'esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.
—È inutile,—dissi,—tutto questo apparato. Lo so.
—Che cosa?—fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce.—Che cosa sai?—
Mi strinsi nelle spalle, incamminandomi verso l'uscio.
—Favorisci un istante,—ripetè Lidia.—Che cosa sai?
—Il significato di queste malattie d'imaginazione,—risposi, nel mentre mi fermavo e mi rivolgevo.
—Malattie d'imaginazione! L'anemia…. la malaria?…
—No; la freddezza, la stanchezza, la ripulsione. E dico ingiustamente: malattie; perchè questi sentimenti sono naturalissimi, d'una fisiologia irreprensibile….
—Ah ecco! La solita. Noi siamo malate, e loro pretendono una salute di ferro, un'invariabile disposizione a subire i loro capricci!
—È strano,—dissi,—come tu abbia già appresa la logica delle signore maritate, e il giro del periodo ad hoc. Noi; loro; i signori uomini; se facessimo noi altrettanto; frasi di prammatica.
—È vero o no,—rispose Lidia,—che tu mi vorresti come nei primi tempi?
—Come nei primi tempi!—esclamai, preso dalla nostalgia.—Se ciò fosse possibile….
—Ma ciò non è possibile, amico mio,—finì Lidia.—Perchè io ora sono malata.—
M'appressai di nuovo al letto, strinsi la mano di Lidia e la baciai; poscia uscii, mentre Lidia, dimenticando il mal di testa paventato, si disponeva a leggere tranquillamente il romanzo francese.
Ettore Caccianimico aveva previsto tutto ciò da un pezzo.
Noi ci eravamo amati troppo in fretta.