XIV.
A pranzo, ella mangiò con molto appetito, senza accorgersi ch'io toccava appena le vivande e preferivo il vino al cibo.
Ero troppo solo, nel mondo, circondato da insidie e da cause non mai stanche di dolore; non avevo amici e mia moglie era un'estranea che poteva diventare una nemica. Un'estranea, certamente, dacchè i suoi gusti non somigliavano a' miei, la sua educazione s'era fatta entro le chiuse pareti d'una casetta borghese, e la mia, viaggiando, sognando, osservando uomini e luoghi diversi; avevo una donna, la cui speranza di comprendermi vacillava e cadeva, senza lasciar traccia di rammarico.
Di tutto quanto ci si poteva aspettare dalla nostra unione, un sol fatto era incontestabile, per sanzione di legge: la signorina Lidia Folengo era diventata la signora Lidia Lacava Folengo; nulla più, e troppo poco al confronto delle nostre libertà perdute.
Geltrude entrò a metà del pranzo, portando a Lidia un viglietto arrivato allora.
La donna lo aperse, lo lesse, lo mise in tasca, e disse a Geltrude:
—Va bene. Non c'è risposta.—
A me:
—È Angela Tintaro che mi scrive.
—Che esagerazione!—esclamai seccato.—Quando non viene a trovarti, ti scrive; quando non ti scrive, ti manda dei fiori. Almeno potrebbe sceglier delle ore più adatte, per annoiare il prossimo!—
Lidia strinse le labbra senza rispondere. Da quella lettera, originò subito un mutamento in lei, palesissimo, per quanto ella volesse nasconderlo; cosicchè, fui tratto a domandare, contro le mie abitudini, che cosa Angela Tintaro le scrivesse.
—Le solite storie,—rispose Lidia con negligenza affettata.
Ma la lettera le rimase in tasca.
—Tuo padre ha finalmente deciso di partire per Cairo, accettando l'impiego offertogli,—dissi.
—Ha fatto bene,—mormorò Lidia.—Ecco: Cairo è una città che vedrei con piacere.
—Niente c'impedisce d'accompagnarvi tuo padre quando vi si recherà, sui primi dell'anno venturo.
—Resterò ben sola, dopo,—riflette la donna sbadatamente.
Eravamo in due a finger di mangiare, adesso: anche Lidia faceva una cattivissima accoglienza alle portate che Geltrude recava; attribuii l'improvvisa svogliatezza al pensiero doloroso di veder partire presto i Folengo, ed ebbi cura di non domandare spiegazioni.
Tuttavia, il pranzo si trascinò così malamente, che respirai di sollievo, quando la tavola fu sparecchiata; i giornali costituivano per noi in quell'ora e nei giorni d'impaccio, una salvezza molto apprezzata da ambedue…. Stavo per ricorrervi, quando Lidia mi domandò con voce un po' tremante:
—Sei andato ai Giardini, oggi?—
Mi bastò un'occhiata alla donna per comprendere; ella preparava quella domanda da qualche tempo, e studiava il modo di lanciarmela quando meno l'aspettavo, perchè non potessi ricostruirne il movente; l'impazienza l'aveva però tradita, e troppo breve tempo era scorso dall'arrivo della lettera all'interrogazione perchè non vi scorgessi una stretta relazione.
—Sono andato ai Giardini,—risposi.—Mi pare d'avertelo già detto.
—Con chi?—fece Lidia, guardandomi fissa.
—La signora Angela Tintaro si assume dunque l'incarico d'una polizia segreta?—domandai ironicamente.—Ho trovata la signora Uglio, che si recava da tua madre, e come io ne veniva appunto, ella ha rimandata la visita, e chiacchierando l'ho accompagnata ai Giardini, invece.
—La signora Uglio,—disse Lidia, coll'intonazione con cui ci si fa a raccontare una lunga storia,—è fra le persone che tu m'avevi proibito di ricevere; anzi, nel caso poco probabile ch'ella mi facesse visita, mi avevi pregato di non contraccambiarla…. E d'un tratto tu le servi da cavaliere e ti mostri in pubblico al suo fianco, ai Giardini, nell'ora più frequentata?
—Sono convenienze a cui un uomo non può sottrarsi,—mormorai ipocritamente.
—Benissimo. E che cosa avresti detto tu, se le parti si fossero invertite? se fossi andata io a passeggio col signor Giorgio Uglio?—
Alzai le spalle, irritato.
—Quale assurdità!—esclamai.—Il torto è appunto quello di supporre che le parti si possano invertire sempre; quanto ho fatto io, era logico e necessario; ma ciò non sottintende logico e necessario che tu faccia altrettanto col signor Uglio…. È un modo di ragionare questo, di cui t'ho mostrata parecchie volte la falsità…. Ormai, dovresti risparmiarmelo.
—Benissimo,—ripetè Lidia.—Splendida poi l'idea di non dir nulla….
Ciò fa supporre molte cose….
—Per esempio?
—So io,—concluse la donna seccamente, alzandosi.
—Saresti gelosa?—
Lidia si rivolse, come ferita; appuntò le mani sulla tavola, e avvicinando il viso al mio, dichiarò a bassa voce:
—Gelosa? Vorrei che tu avessi dieci amanti, non una!—
V'era nella frase tutto il disprezzo di cui vibrava la donna per la mia condotta di quei giorni; e la rabbia frenata e accumulata nelle notti d'obbedienza sua e di fredda prepotenza mia; l'uno e l'altro sentimento davano alle parole un significato profondo, che mi colpì in pieno cuore, come innanzi a qualche cosa di definitivo, d'irreparabile.
Non trovai sùbito una formola di protesta; rimasi sotto lo sguardo di Lidia, turbatissimo, quasi un colpevole, e quando riuscii a scuotermi da quel fascino angoscioso, Lidia fu chiamata da Geltrude, che annunciava la visita del conte Gian Luigi.
Solo nel tinello, in mezzo alla luce grigiastra del dopopranzo, fui colto a un tratto da un impeto di dolore, dalla sensazione raccapricciante che deve afferrar l'uomo in mare, chiuso in un'ondata gigantesca. Quel solo giorno m'aveva portato un séguito di piccole e grandi angustie, intollerabile; nell'istesso momento, ero combattuto da opposte idee, da disegni contrarî, i quali sollevavano tutto il mio sistema nervoso, piombandomi nel dubbio,—malattia orribile di cui non avevo mai sofferto.
Si poteva la oltraggiante dichiarazione di Lidia collegare al suo mutamento, che mi pareva derivasse da un'influenza estranea? Intendeva ella farmi capire la propria indifferenza a qualunque mia colpa, per assolversi ella medesima d'una simpatia colpevole?
Senza dubbio, senza dubbio alcuno, Lidia sentiva questa simpatia.
Dominato da tal pensiero, m'avvicinai all'uscio, che metteva nella sala, ove Lidia era con Gian Luigi; una voce fresca, tranquilla, ben modulata,—la voce della donna—mi riempì di maraviglia. In me, la breve scena del dopopranzo aveva generato un lungo strascico di riflessioni; in Lidia era scivolata, quasi sopra un'anima di marmo, non impedendole di mostrarsi cortese, frivola, anche civettuola, come potevo capire da certe sue risatine, gorgheggiate argutamente. Se tutto questo era finzione, meritava ch'io me ne impensierissi peggio che se fosse stata insensibilità.
Nella sala non erano accesi i lumi ancora, quando io v'entrai.
Lidia e Gian Luigi stavan sul divano, ai lati opposti; ma l'ombra della sera calante m'impediva di scorgerne bene il viso; chiaro non si vedeva che l'abito di Lidia. Quando i lumi furono portati, rilevai qualche cosa d'insolito in Gian Luigi e ne fui impressionato d'un'impressione confusa, oscillante fra la curiosità e il dispetto.
Gian Luigi era abbattuto e pallido; dacchè era giunto, non avevo sentita la sua voce che per salutarmi; faceva le spese della conversazione Lidia, la quale aveva una facondia febbrile, ascoltata dall'uomo con deferenza, approvata da me con qualche cenno del capo, ma incapace a snebbiare il corruccio che pareva esistere fra noi….
—Se vuole la rivincita di iersera,—disse Lidia a Gian Luigi, accorgendosi che da qualche istante era distratto….
Si levarono ambedue e si portarono innanzi al tavolino verde, prendendone dal tiretto le carte e i gettoni.
—Stasera sono formidabile,—mormorò il Sideri finalmente.—Accetterei qualunque avversario.
—Non vendere la pelle prima d'ammazzar l'orso,—diss'io.
Trovandomi di fianco a uno specchio, mi vi osservai e mi confrontai con Gian Luigi, che pareva anche maggiormente pallido, colla testa curva sulle carte e la fronte illuminata dalla lampada.
Indubbiamente se non fossero state certe rughe agli angoli degli occhi, e la radezza dei capelli presso le tempia, Gian Luigi avrebbe dimostrato meno anni di me; la sua testa aveva un'impronta aristocratica, la quale io non possedeva affatto…. L'essere di statura piccola non faceva poi grave danno all'estetica, e in ogni modo, se tal danno si voleva ammettere, era pareggiato in me dalla mia barba rossastra, che m'invecchiava.
Poteva avere importanza questo per Lidia? No; ma poteva averne moltissima un altro fatto: il Sideri era un osservatore scrupoloso della forma, un uomo incapace di dire un'insolenza cruda; le insolenze le diceva, ma con tal giro di parole da farle rassomigliare a frecce avvelenate e ricoperte di bambagia….
Simile uomo, se avesse voluto assumersi la missione di confidente, avrebbe trovate le formalità più rispettose….
—Molto indovinato, molto parigino,—egli diceva in quell'istante a Lidia, accorgendosi allora ch'ella portava una vestaglia nuova, e gettandole un'occhiata sintetica, da conoscitore.
L'osservazione mi parve audace, se non sconveniente; forse perchè un lampo di vanità soddisfatta brillò negli occhi di Lidia. Che Gian Luigi potesse risvegliare nella donna la tendenza alle frivole soddisfazioni, già in lei così viva sui primi tempi, e dispersa nelle angustie del matrimonio? Qualunque ne fosse il valore, questo avrebbe adombrato un predominio dell'uomo sull'animo di Lidia e m'avrebbe fornito un mezzo di studiare fin dove il predominio arrivasse.
Contento e quasi riposato da tale induzione, m'accomiatai da Lidia e dall'ospite, raggiunsi la mia camera, mutai d'abiti, e uscii di casa.
La serata era placida; il corso Venezia, male illuminato, staccava anche meglio nello sfondo il corso Vittorio Emanuele, dove le lampade elettriche spandevano una luce piacevole, qua e là più viva per il concorso d'altre lampade nelle vetrine.
Quantunque avessi una meta e il desiderio di giungervi, mi dilungai prendendo la via più allegra; m'internai sotto i portici, ove la memoria e l'abitudine mi ricordavano come tre correnti vi passassero in tre ore diverse del giorno; al mattino, una fiumana di ragazze che si recavano al lavoro; nel pomeriggio, una fiumana di signore che ostentavano in sè l'opera manuale di quelle ragazze; nella sera e nella notte, una fiumana di perdute. Un formicolar vasto e romoroso di gente era nella Galleria; poi, piazza della Scala diminuiva sùbito l'intensità di quel movimento, che andava spegnendosi sul corso Alessandro Manzoni, ove la luce non era sì viva, e la gente era poca.
Innanzi alla casa di Laura Uglio, mi fermai; certo, il marito di Laura non c'era; egli aveva l'abitudine d'uscir presto e di tornar tardi, dacchè Laura s'era ammalata e aveva così interrotto l'idillio, che formava la mia sarcastica ammirazione a Pallanza…. Io sarei dunque salito a prender notizie, narrando insieme come una lettera d'Angela Tintaro avesse svelata a Lidia la nostra gita innocente di quel giorno; mi sarei trattenuto poco, se Laura non insisteva. Se Laura insisteva, mi sarei trattenuto molto…. Chi sa? Laura era bruna e mi amava ancora…. Nel frattempo, Giorgio Uglio…. Sorridendo, considerai la reciprocità fatale cui dava luogo un primo adulterio, senza ricordarmi che tale reciprocità minacciava anche la mia casa, dove avevo lasciato Gian Luigi con Lidia.
Quando, inoltrandomi sotto l'atrio, pensai rapidamente alle infedeltà comode e vili, cui un salotto chiuso e l'occasione propizia potevan dar luogo,—m'arrestai di colpo, quasi m'avessero piantato un coltello nel fianco; voltai le spalle, tornai in istrada, e mi gettai in una carrozza da nolo che passava.
Ero così offuscato, da non ammetter divario fra Laura e Lidia; perchè ammetterlo, se non ne ammettevo fra me e Gian Luigi?… Le notizie di Laura l'avrei prese l'indomani; ella mi amava e non a lei, quindi, doveva esser rivolta specialmente la mia attenzione,—bensì a Lidia, che non mi amava più…. Per ora, bisognava sfuggissi al destino dei mariti, i quali creano essi medesimi le occasioni alle mogli.
Nel mio salotto, non si giuocava; i gettoni e le carte erano abbandonate sul tavolino, qualcuna per terra. Lidia sedeva sullo sgabello innanzi al piano-forte; Gian Luigi sopra una poltrona, all'angolo estremo della camera.
—Mi manca l'ultima strofa,—diceva Gian Luigi.—Volevo trovare un pensiero grazioso, un po' francese, sa, una specie di birichinata elegante; ed è difficile….
—Sì,—rispondeva Lidia,—bisognerebbe armonizzar le parole colla musica. Finora, quel che ha fatto, mi piace molto.
—Hai composta una romanza?—domandai.
—Una cosetta delle solite,—disse Gian Luigi, senza stupirsi pel mio ritorno.—Una cosetta press'a poco così….—
Prese posto al piano, mentre Lidia ed io restavamo in piedi, ai fianchi di lui; guardò in alto un istante, quasi per ricordarsi, annunciò:
—Ecco….—
e cominciò la romanza, canticchiandone sottovoce le parole con una passione man mano più accentuata….
Lidia non lo guardava, ma lo guardavo io, dicendomi che in quel momento Gian Luigi m'era di gran lunga superiore, comechè procurasse alla donna un compiacimento intellettuale, ch'ella sembrava apprezzar molto, anche perchè noi eravamo i primi a conoscere quella composizione inedita, anzi non ancor finita.
—Molto buona,—dichiarai, quando Gian Luigi concluse.
—Bello specialmente quel passaggio dell'esordio alla prima parte,—confortò Lidia.
—Oh, una cosina francese, di nessuna importanza,—fece modestamente
Gian Luigi, richiudendo il piano.
Egli restò accoccolato sullo sgabello; Lidia ed io prendemmo posto innanzi al tavolino verde, rivolgendoci verso il Sideri.
—E di letteratura non ti occupi più?—domandai.
—Ora son troppo nervoso; a mala pena riesco a buttar giù le strofette che t'ho cantate. Vedremo poi….
—Eppure il successo del tuo romanzo avrebbe dovuto infiammarti,—mormorai di mala voglia, perchè il romanzo di Gian Luigi, letto di recente, non m'era piaciuto in nulla.
—Un artista non è un operaio,—sentenziò Lidia.—Non si può pretendere un lavoro fisso.—
Quali delicati riguardi per la produzione letteraria di Gian Luigi! E tuttavia, s'io avessi tentato d'emularlo, mi sarebbe accaduto di sentir Lidia esclamare:—«Ancora queste sciocchezze per la testa?»—come già l'aveva esclamato.
—Lavorerò in campagna,—promise Gian Luigi.—L'anno scorso a
Saint-Moritz ho appunto preparato il materiale….
—A Saint-Moritz!—ripetè Lidia, quasi ascoltasse quella notizia per la prima volta.—Ella era poco lontano da noi….
—Poco lontano…. relativamente,—fece Gian Luigi.
—C'era anche la signora Uglio, a Saint-Moritz, l'anno scorso, con dei parenti,—aggiunse Lidia.
—Non ve l'ho mai vista,—rispose il Sideri senza batter ciglio.
Le parole di Lidia mi fecero riflettere…. Dopo un anno ella ricordava, forse con desiderio, gli splendidi paesi testimoni della nostra più intima esistenza, e li ricordava per rimpiangere quasi che tale intimità non fosse stata interrotta da un estraneo…. Inoltre, rilevando il soggiorno di Laura e Gian Luigi nel medesimo luogo, aveva Lidia uno scopo? dubitava ella di qualche intesa fra i due? e se dubitava, che cosa poteva importargliene?
Quanto a me, credevo Gian Luigi in perfetta buona fede; se avesse incontrata Laura a Saint-Moritz, Laura non me l'avrebbe taciuto a Pallanza, ov'ella era in tutto il vigore della salute e della sfrontatezza.
Lidia non parve della mia opinione, ma non volle insistere; Gian Luigi parlò d'altre cose, e si accomiatò un'ora prima del solito, riprendendo quella tristezza che l'écarté e il chiacchierio di Lidia avevano alcun poco scemata.