XIX.
Dannato viaggio!
Io credo di non aver più sentite le distanze colla nervosa acutezza d'allora. Movimenti di passeggeri e di treni; chiacchiere di viaggiatori; paesaggi; fermate e ripartenze lente come agonie; mormorio d'acque intorno al battello; giuoco di colori naturali sullo specchio del lago, nel profilo dei monti; giuoco di colori artificiali nel volto e nelle vesti delle signore che mi stavano intorno; tutto aveva posto e si collocava nebulosamente nel mio cervello accanto a un pensiero unico e sanguinoso: Lidia mentiva nella sua lettera.
Arrivai inatteso, verso mezzogiorno. Allo sbarco, un gruppo variopinto d'uomini e signore osservava la solita manovra dell'approdo; io, confuso tra la folla sopra-coperta, distinsi immediatamente nel gruppo Lidia al fianco d'Ettore Caccianimico; ella guardò i passeggeri, non mi vide, si volse a pronunciar qualche parola con Ettore.
Il ponte fu gettato, vi passai, e arrivai innanzi a Lidia e ad Ettore quasi di sorpresa.
—Tornato!—esclamò la donna, stendendomi la mano.—Perchè non ci hai scritto?
—Non sapevo,—mormorai, con uno sguardo sintetico a Lidia.
Come s'era vestita stranamente! Aveva un abito chiarissimo e senza linee precise, secondo il gusto dominante; ma una fascia alta color viola cupo le serrava il busto, ricadendo sul fianco sinistro a ravvivar la tinta pallida dell'abito. Il cappello grande, col pizzo tutt'intorno, lasciando scorgere ben poco del suo viso delicato, dava alla carnagione in compenso un tono d'ombra soavissimo. Lidia non aveva guanti nè gioielli; portava le scarpette di panno bianco.
Mi posi al suo fianco, incamminandoci, mentre Ettore le si metteva all'altro lato.
—Il conte Sideri sta meglio?—domandò Ettore.
—Mi pare,—dissi.—In ogni modo, non potevo più resistere alla temperatura della città.
—Non fai conto di ripartire, speriamo?—osservò Lidia con sollecitudine.
—No, no,—risposi.—Aspetto anzi Gian Luigi, che ha promesso di raggiungerci.—
Lidia salutò in quell'istante due signore affacciate al balcone d'una villa.
—Sono conoscenze nuove,—mi spiegò poscia.—Ho fatte molte amicizie in questi giorni e non trovo tempo a restituir le visite. La povera mamma è disperata, perchè quando non ho l'umore per le chiacchiere, incarico lei di sostituirmi. Oggi, per esempio, l'ho mandata in montagna col papà a una gita che mi spiaceva: torneranno per l'ora del pranzo.—
Appena fui nella mia camera, rilevai una novità. Dall'uscio comunicante aperto, la camera di Lidia presentava un tale aspetto, di disordine che non v'era d'uopo di soverchia intelligenza per capire come la donna non l'abitasse più: vi mancavano i suoi oggetti d'abbigliamento e il misterioso profumo ond'ella nobilitava i luoghi che l'accoglievano.
Lidia mi raggiunse quasi sùbito e leggendo sul mio volto un'interrogazione, disse:
—Non te ne ho avvertito nella lettera per dimenticanza: ho mutato camera: sto al primo piano, presso la mamma. Fu un'idea mia, credendo ti saresti trattenuto molto in città….
—Un'idea stranissima,—risposi.
—Ma no: questa camera non si prestava a un arredo un po' elegante, mentre l'altra è diventata così simpatica. Stasera tornerò qua sopra: tu lo permetti, non è vero?—
Gli occhi di Lidia brillarono: ella stava non seduta, ma appoggiata al letto, colle gambe stese, il busto ritto, la testa in avanti verso di me. Io l'avvicinai sorridendo.
—Te ne avrei pregato,—risposi. E aggiunsi in tono ilare:—Dunque, grandi mutamenti su tutta la linea? Gite, conoscenze, feste, visite?…
—Ti dispiace?—domandò Lidia premurosa.
—Per nulla. Ciò vuol dire che la tua salute è buona.
—Discreta, sì. E poi c'è un'altra novità….—
Io sussultai, preparandomi a una tenera notizia; le mie braccia istintivamente si stesero verso la donna….
—Una novità,—ripetè questa.—Studio l'inglese.—
Lasciai cadere le braccia, ritornando allo specchio innanzi al quale mi ravviavo la barba.
—Ah, è qui tutto?—dissi.—E con chi?
—Col Caccianimico.
—Da quando?
—Oh dalla tua partenza: cinque o sei giorni soli.
—Meglio così; perchè queste lezioni mi dispiacciono.—
Lidia crollò le spalle, abbandonando la sua positura incomoda e venendomi al fianco.
—Per qual motivo?—chiese ella.
—Ettore non avrà più tempo, adesso.
—Se non fa nulla tutto il giorno!
—Appunto. È una crudeltà distoglierlo da simili occupazioni per delle sciocchezze.—
Lidia ebbe un moto di stizza, dicendo nell'allontanarsi:
—Come si può fare? Io non oserei ripetere al Caccianimico il tuo ordine.
—Va bene,—risposi.—Lo dirò ad Ettore. Sei contenta?—
La donna mi guardò e comprese essere vana l'insistenza.
—Dovresti accompagnarmi giù,—pregò calma e affettuosa.
Giù, ella aperse la porta del suo piccolo appartamento e mi vi precedette.
Le camere eran due. La prima, un salottino fatto per l'intimità: a sinistra il divano a due posti, con innanzi la tavola carica di gingilli, e sull'impiantito di legno un tappeto alto e silenzioso: la parete di fronte era occupata dal caminetto chiuso, e la parete principale s'apriva a due grandi finestre, che davan su quel terrazzo dal quale Lidia m'aveva gettato il fatale telegramma; tra l'una e l'altra finestra, uno scaffaletto ove i ninnoli stavan presso numerose fotografie. Ma ciò che al luogo prestava un caro significato di raccoglimento, era un gran vano che doveva essere stato un'alcova, presso l'entrata. La tappezzeria vi era più scura: una piccola tavola col servizio da tè e due piccole poltrone formavano tutto l'arredo: ma vi eran diversi quadri alle pareti, e in un angolo, sopra una specie di sgabello, una pila di libri francesi, di novissima pubblicazione.
—Qui prendiamo il tè,—disse Lidia, accennando.
Io guardai un'altra volta le due poltrone, e seguii la donna nella seconda camera.
Non vi rilevai nulla di speciale: era la sua camera da letto, solita in villa: il letto bianco dalla coperta a ricami rossi, il tavolino d'abbigliamento colla superficie in cristallo e un grande specchio ovale trattenuto al disopra da un grifo d'oro; l'armadio, qualche mobile per sopportare altri gingilli…. Fra i gingilli, un libro, una grammatica inglese, e nella grammatica una lettera del Caccianimico, aperta.
—E qui dormo!—fece Lidia.—Era necessario questo cambiamento, finchè tu non v'eri. Quell'uscio mette nella camera della mamma; così ci teniam compagnia, la notte. Sai che ho paura dei temporali!—
Nella grammatica inglese una lettera del Caccianimico, aperta; aperta, quindi leggibile a tutti: eppure, avrei pagato non so che per leggerla io pure; se l'avessi fatto sùbito, come per distrazione, la cosa sarebbe venuta naturalissima; ora, bisognava darle un significato dal quale rifuggivo.
—E adesso,—mormorò Lidia venendomi incontro,—vorresti lasciarmi sola? Debbo mutar d'abito per il pranzo.—
Voce nuova: gentilezze nuove; peggio ancora: le braccia di Lidia mi ricinsero il collo, e le sue labbra s'unirono spontaneamente alle mie…. Ebbi come un lampo innanzi agli occhi, un sussulto di felicità mi chiamò vivamente il sangue al cuore…. Se quelle moine fossero state sincere! S'ella avesse saputo trasformarsi d'un tratto e trasformare anche me, perduto già in altri desideri, perchè ella era perennemente eguale!
—Che sapor di rosa il tuo bacio!—dissi.—Poi mi morsi le labbra, poichè questa era una frase della morta Laura.—Ti aspetto in giardino,—aggiunsi, uscendo.
Invece, quando fui in giardino, un istinto più forte mi trasse a passarne il cancello e ad avviarmi sulla strada per Intra. V'era dovunque un delizioso profumo d'olea fragrans; i muri di cinta ai lati, coprivan già d'ombra benigna la strada, così dilettevole e propizia alle meditazioni, ch'io mi trovai ad Intra quasi senz'avvedermene.
Analizzavo il bacio di Lidia; s'ella non mi fosse stata cognita, l'impressione deliziosa prodottami da quell'abbraccio improvviso, avrebbe avuta una giustificazione; ma perchè io conosceva Lidia di fronte alle forme dell'amore, l'impressione era puerile, non potendo attribuire lo slancio affettuoso della donna a un desiderio di darsi, forse l'unico desiderio, forse l'unica forma amorosa per rallentare se non distruggere il processo de' miei sospetti e le dissonanze d'indole che ci torturavano…. Quel bacio era stata una spensieratezza o una malignità, ed io n'era rimasto vittima come a diciott'anni.
Avrei dovuto attendermi ben altro, ben più ammalianti seduzioni da una donna che stava per tradirmi: (ormai avevo classificata Lidia così, mettendola al mio fianco in quel Circolo sul quale avevo fatte profonde meditazioni, giorni addietro). Bene ammalianti seduzioni doveva ella sfoderar come artigli, per ingannarmi e chiudermi gli occhi, perchè noi ci eravamo amati troppo in fretta e le seduzioni naturali eran già esauste!
Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumulare delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere.
Una barca approdò alla riva, mentre formulavo quel chiaro indirizzo di condotta…. Allungai un po' la testa dalla soglia del caffè ove m'ero seduto, e vidi Ettore balzare agilmente sul greto, salir la piccola ascesa fino all'altezza della strada, e dirigersi alla mia volta.
Egli sedette al mio tavolino esprimendo il piacere d'avermi incontrato. Io lo guardava con intensità: era costui che insegnava l'inglese a Lidia e le scriveva; era costui che nella caverna de' miei sospetti veniva a prendere il posto di Gian Luigi Sideri; dovevo badare stavolta a non ingannarmi, a dedurre con facilità, cernendo i fatti significanti da quelli comuni ai quali il mio amore prestava un significato fittizio.
—Spiegami,—egli disse ridendo,—il mistero della tua scomparsa. Ai funerali non ti ho visto: quando hai telegrafato, credevo in qualche intrigo; poi, quando sei ritornato, non ho saputo più che dire.
—Naturalmente,—risposi.—Tu sei avvezzo a interpretare con malignità ogni cosa, ed è questo il metodo più sicuro per non capire le azioni semplici. Ho trovato a Milano il conte Sideri molto indisposto, e mi son trattenuto qualche tempo.
—Malignità,—fece Ettore, alzando le spalle.—Non fui più maligno degli altri; perchè ti debbo avvertire che le tue stranezze fecero una cattiva impressione qui.
—A chi?
—Ai tuoi suoceri, per esempio. È sopravvenuto un fatto gravissimo, nella tua assenza. Si è parlato molto della defunta, e siccome se ne parlava fra gentildonne, s'è sgranato un rosario diabolico di cattiverie: la si è accusata d'inganni, di vita libera, di galanterie che passavano il segno, di sregolatezze mostruose; tutto ciò perchè qualcuno voleva compiangerne la fine.
—Si è osato questo?—esclamai.
—Non solo,—continuò Ettore freddamente.—Ma alla conversazione assistevano i tuoi suoceri, i quali hanno strepitato per dieci, alla rivelazione. L'idea che simile donna avesse l'adito in casa loro e la loro confidenza, li ha fatti arrossire fino alla radice dei capelli; Pietro Folengo era già stato al funerale, e se n'è pentito amaramente; donna Teresa aveva già sparsa qualche lagrima, e l'ha ricomprata accusando la morta della più odiosa ipocrisia. Ti dico, un pandemonio.
—E…. mia moglie?—chiesi titubando.
—Questo verrà dopo,—continuò Ettore, il quale sembrava voler procedere col massimo ordine.—L'irritazione dei signori Folengo si rovesciò sulla sua testa, perchè supponevano che tu fossi a ragguaglio della vita intima della morta, e n'eran confermati dalla freddezza fra te e Giorgio Uglio…. Qualcuno, a Milano, s'incaricò di soffiar nell'orecchio del signor Pietro non so quali storie: un passato legame tuo colla povera defunta, un riavvicinamento pericoloso in questi ultimi tempi.
—Angela Tintaro, senza dubbio!—osservai.
—Non so; ma è certo che, più o meno chiaramente, i signori Folengo ti fanno l'accusa di non aver loro aperti gli occhi e d'aver permesso che la donna così colpevole passasse la soglia della casa ov'era la tua fidanzata e se ne facesse un'amica. Non tengono conto dell'ostracismo a cui la condannasti più tardi e non capiscono come tu abbia potuto sopportare ch'ella continuasse nella loro intimità, quando tu non la volevi in casa tua….
—Queste osservazioni sono state fatte alla tua presenza?
—No, pur troppo,—sospirò Ettore.—Io non le avrei sofferte…. Le seppi per caso….
—E mia moglie?
—La tua signora ti ha difeso strenuamente; si è proclamata sicurissima della tua buona fede, ed ha osato tentare una discolpa della morta….—
Ettore s'arrestò per guardare l'orologio.
—Sono le cinque,—disse.—Vuoi che ritorniamo?
Ritornammo lentamente, dandoci il braccio.
—Sicchè,—ripresi,—Lidia non ha creduto nulla di queste calunnie?
—Lo puoi capire dall'accoglienza d'oggi; mi è parsa felicissima di rivederti.
—Sì, felicissima,—ripetei a malincuore, pensando al trasloco della sua camera da letto.—E durante la mia assenza?…
—Io le ho tenuto compagnia quanto potevo, e non le ho mai sentito elevare un dubbio sulla verità delle tue parole…. Anzi, per distrarla, avevo cominciato a darle qualche lezione d'inglese, la lingua elegante ch'ella desiderava conoscere….
—Me lo disse, infatti….
—Ma l'allieva e il maestro ne son già ristucchi,—seguitò Ettore, ridendo.—Ci fermeremo così all'I am, thou art….—
O costui era l'ottimo fra gli amici, o il peggiore degli ipocriti; nell'un caso e nell'altro, un uomo avveduto per annunciarmi con tanta semplicità quanto io voleva chiedergli…. Quelle lezioni d'inglese mi sembravano sospette ed eran tali, in ogni modo, da eccitare i comenti maligni degli estranei; Ettore l'aveva capito meglio di Lidia, evitandomi così il rincrescimento di parlarne ancora.
Sulla soglia della villa, gli strinsi la mano freddamente, angustiato da quel dilemma fra l'amico e l'ipocrita che mi ripromettevo di snodare al più presto.
Si pranzava in giardino, plebeamente, sotto un chiosco di verzura più inestetico di quanti avevo visti nelle osterie del sobborgo. Attorno alla tavola, scintillante d'argenteria e di stoviglie, eran già seduti i signori Folengo e Lidia.
—Ben tornato!—esclamò Pietro, alzandosi a stringermi la mano.
Io lo baciai sulle guance e ripetei la sacra cerimonia con donna
Teresa. Quest'abitudine rivestiva un carattere orientale a cui i miei
suoceri annettevano grande importanza. Quindi baciai sulla fronte
Lidia, piena di sorrisi e di gioielli.
Dopo le parole d'Ettore, ero come un segugio in attesa. Presentivo una battaglia impossibile ad evitarsi, e m'irritavo che i signori Folengo non ripetessero a me le opinioni espresse all'indirizzo della defunta, la cui memoria avrei difesa con accanimento. Lidia taceva, passandomi il vino, la saliera, quanto chiedevo, con movenze amichevoli: poi si parlò della gita a cui avevan preso parte i miei suoceri, e gli episodî minuti, esagerati, piovvero in larga copia.
—La miglior camminatrice è la signora Giustiniani,—diceva donna Teresa.—Ella ha percorsa tutta la strada a piedi e non ha mai domandato di riposarsi.
—Parte domani, non è vero?—domandò Lidia.
—Va a Milano perchè suo marito ve la richiama.
—Questa signora,—mi spiegò Lidia chinandosi alcun poco verso di me,—è una simpatica giovane che ha il marito infermo. E hai notata, mamma, una stranezza?—
Donna Teresa affermò col capo.
—Non avevo ragione io?—continuò Lidia.—Proprio, una rassomiglianza non comune.
—Con chi?—domandai.
—Bisognerà pensare a far rimettere in ordine la camera che Lidia occupava prima,—disse Pietro a donna Teresa.
—Ci ho già pensato io,—mormorò Lidia, arrossendo brevemente.
E distratto da quel rossore, non insistetti a chieder con chi avesse una strana rassomiglianza la signora Giustiniani.
Si sorbì il caffè sulla terrazza; poi ciascuno prese posto in qualche angolo, nell'attesa del tramonto ampio e sanguigno. I signori Folengo in preda a un'inesauribile degustazione dell'intimità coniugale, s'appartarono, volgendoci le spalle e chiacchierando sottovoce; Lidia ed io rimanemmo lungamente appoggiati al davanzale: soffiava una fresca brezza, e lontana si stendeva una nebbia azzurrognola, entro cui le ville e i monti parevano spostati innanzi, isolati sull'acqua, come avviene dei corpi chiusi fra lucidissime pareti di ghiaccio.
La campagna giovava a Lidia, che in pochi giorni aveva presa una tinta bruna, assai piacevole; e le nuoceva nel medesimo tempo, comechè dovesse aiutare quella tendenza alla pinguedine, di cui io m'era avveduto e s'era avveduta anche la donna, ora angustiata dalla scoperta e impensierita….
Verso le otto, ci recammo alla villa Caccianimico, ove tutte le sere si radunavano gli amici.
Una bell'accolta di provinciali, in quel salotto, curiosamente impacciati di sedersi in un divano a molle e di prendere il tè col latte: per giudicarli, bastava un'occhiata ai colori onde le signore si pavoneggiavan nelle vesti, e alle cravatte degli uomini.
—Se queste son le tue nuove conoscenze, mi congratulo della scelta,—dissi a Lidia sottovoce.
Lidia crollò il capo, prendendo familiarmente da un vaso della caminiera una mano di garofani, che in un batter d'occhio s'appuntò sul davanti del corpetto.
—Sono miei?—chiese a Ettore.
—Sì signora,—fece questi, occupato a spinger nel mezzo il tavolino da giuoco.—Mi ha tolto il piacere di offrirglieli….—
La frase mi sembrò audace; gettai un'occhiata rapida intorno per vedere se fosse stata notata; ma tutti chiacchieravano gaiamente, ed ebbi l'intuizione che se fossi rimasto più a lungo a sorvegliar l'écarté di Lidia, avrei finito per esser notato io, peggio di qualunque frase.
Dall'angolo ove m'ero posto, confrontai il giuoco d'Ettore col giuoco di Gian Luigi e vi trovai spaventose differenze.
Non teneva la testa curva sulle carte, Ettore; non era triste nè pallido; i suoi occhi guardavan Lidia prima d'ogni altra cosa, poi venivano a cercar prudentemente i miei, e credendoli distratti o divertiti, ritornavano a Lidia.
Non avrei voluto che fosse: ma mi sembrava l'écarté potesse magnificamente sostituire qualunque lezione di qualunque lingua….