II.

Il cavaliere Maurizio Dossena chiamò sua figlia Nicoletta, una mattina di giugno, per annunziarle che la villa vicina era stata presa in affitto da quel famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro, del quale anch'ella aveva udito parlar qualche volta a Milano.

Il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro,—Maurizio lo rammentava intanto alla figliuola,—viveva separato dalla moglie, aveva dato scandalo come giuocatore sfrenato, ed era continuamente in lite coi creditori, con la famiglia sua, con la moglie, con la famiglia della moglie.

Ed arrivava da Parigi

—Da Parigi!—ripetè solennemente il cavaliere Maurizio.

Prese un grosso libro di sulla scrivania, lo levò in alto, lo lasciò ricadere, perchè il tonfo sottolineasse con terribilità il nome della città di perdizione.

A Parigi, il conte Fabiano, in un anno o due di soggiorno, aveva dato un forte tracollo al suo patrimonio. Ne tornava per trovar danaro e forse per riprendere le vecchie liti con la famiglia. Viveva nel frattempo in campagna, come vive il lupo nella caverna fin che gli ricresca il pelo; ma non ci sarebbe rimasto molto, fortunatamente; la campagna è noiosa per uomini di tal fatta.

Era bene che Nicoletta sapesse tutto ciò. La villa del conte confinava con la villa Dossena; i due giardini guardavano la strada e avevano in comune il tratto di spiaggia e di lago che si stendeva loro innanzi.

Ora, Nicoletta doveva essere prudente; perchè il cavalier Maurizio e la moglie non desideravano punto di conoscere quel personaggio. Occorreva dunque evitarlo, e quando fosse stato necessario, anche rinunziare alle passeggiate sulla spiaggia.

Nicoletta vestita di bianco, un gran cappello di paglia ornato di papaveri sulla chioma nera a riflessi azzurrini, ascoltò la discorsa di suo padre freddamente.

C'era da tempo, da due anni almeno, un malinteso tra il padre e la figlia.

La fanciulla aveva sognato un giorno, ancor bambina, di darsi all'arte; il palcoscenico l'attraeva; s'era messa a studiare, prima di nascosto, poi palesemente, per essere attrice. Ma quando aveva affacciato quel suo desiderio, era avvenuta una scena in casa.

Il padre non sapeva capacitarsi che Nicoletta bella, pura, intelligente, chiamata alla felicità, poichè un giorno avrebbe potuto disporre di centomila lire di rendita, sognasse un sogno così stravagante. La madre se n'era accorata, scusando la figlia con l'ignoranza del mondo, ma guardandola da quel momento con occhi inquieti, come si guarda una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.

Il teatro! La folla! I pericoli del palcoscenico! La intimità con gli uomini! L'arte di rappresentar le passioni più colpevoli!…

—Basti il dire,—osservò il cavalier Maurizio,—che l'Alfieri ha osato scrivere Mirra pel palcoscenico. E sapete chi era Mirra?

Nè la moglie nè la figlia, innanzi alle quali Maurizio esalava il sentimento della sua indignazione, sapevano chi fosse Mirra; ma la moglie Carlotta alzò le mani e gli occhi al cielo, scandalizzata; e Nicoletta alzò le spalle, tranquillamente.

—Mirra!—andava ripetendo il cavaliere Maurizio.—Mia figlia dovrebbe un giorno rappresentare la scellerata donna con tutte le astuzie che assicurano gli applausi. Mirra!

—Ma che Mirra!—esclamò Nicoletta, arrischiando.—Son cose che si scrivono, ma che non si rappresentano.

—Se ne rappresentano di peggio!—incalzò la signora Carlotta, la quale non sapeva che di là dalla passione di Mirra non s'era inventato ancor nulla.

—E insomma,—concluse Maurizio risolutamente—fin che tua madre è viva, fin che tuo padre è vivo, il palcoscenico no!

Levò la mano destra chiusa a pugno, e ripetè la frase che gli pareva sintetica:

—Il palcoscenico no!

Per due anni dai sedici ai diciotto, Nicoletta si provò a lottare; vano sforzo contro volontà strapotenti che la fiaccavano, perchè la fanciulla si sentiva sola di fronte a tutta la famiglia, a tutti i parenti i più lontani, a tutte le conoscenze e le amicizie di casa.

La signora Carlotta portava intorno la passione di sua figlia per il palcoscenico come un mendicante porta in giro il suo moncherino, per ispirar pietà e ribrezzo; e si faceva compiangere largamente e suscitava la simpatia che si riserba alle grandi sventure. Il padre ne parlava come un giuocatore di Borsa parla della guerra imminente che gli farà perdere una fortuna. I parenti non ne menavan rumore, ma ne discorrevano senza posa, sottovoce, come d'un mal di famiglia o d'una piaga nascosta.

Nicoletta sentiva d'essere malamente amata; non già perchè si contrastava il suo desiderio, ma pel modo chiassoso e villano con cui si contrastava, ma perchè pesava sulle sue fragili spalle una riprovazione, palese o tacita, sproporzionata alla causa, ma perchè si ribellava, s'offendeva della figura che volevan formarle: la figura d'una ribelle sconsigliata, d'una piccola sciocca vanitosa, d'una ingrata senza cervello.

S'ostinò per due anni a dire: «Il palcoscenico sì» mentre suo padre urlava: «Il palcoscenico no!».

Ma intanto Nicoletta si guardava intorno, apriva gli occhi, sentiva il peso di quelle parentele borghesi che vivono tra il danaro e il fasto, pel danaro e pel fasto; che costruiscon palazzi in modo che si capisca che costano molto; che ogni cosa fanno per gli spettatori con una ostentazione cocciuta di ricchezza e di potere; che sono larghe e liberali fino all'insolenza davanti alla platea, e grette e timide e ingenerose non appena cala il sipario. La fanciulla ne ebbe un grande accoramento; non v'era a sperar nulla di nuovo; anche la sorte di lei era segnata dalla nascita; e si piegò con amarezza: non parlò più d'arte e di palcoscenico; era vecchia, a diciott'anni le grandi attrici hanno già quasi un nome; ella sarebbe giunta in ritardo, quand'anche fosse avvenuta per miracolo la conversione di suo padre e di tutto il parentado.

Ma il lungo periodo di contrasti e di dispute, l'abitudine a osservare la famiglia come un manipolo d'avversarii spietati, la differenza scoperta tra la mentalità di quelli e la sua, le lasciarono un solco nell'anima.

Colei che doveva essere la grande artista, oscillante come una fiamma nell'aria, si chiuse in sè stessa; desiderava qualche cosa ch'ella stessa non avrebbe potuto dire, ma che doveva farle una vita a parte, una qualunque cosa meno cognita, meno sicura, meno tradizionale, meno crassa della placida sorte riserbata a una signorina borghese e ricca.

Sembrava gelida, e ardeva.

Le avevan messo accosto da qualche tempo il giovane Duccio Massenti, trovato al ballo d'una famiglia amica.

Aveva ventisei anni, possedeva una discreta fortuna, portava il titolo di conte. Non era nè brutto, nè bello; di figura media, coi capelli chiari, gli occhi castani, il mento ornato da una piccola barba a punta, mancava d'una espressione decisa e significante; ma era gentile e compito.

Nicoletta capì; e di tutti i giovani che le stavano intorno, il conte
Duccio fu immediatamente il meno gradito alla fanciulla.

Egli rappresentava agli occhi di lei la soluzione cognita, sicura, tradizionale e crassa della placida vita d'una signorina borghese: aveva in più, al confronto d'altri uomini incaricati di risolvere la vita d'altre signorine borghesi, il titolo di conte; il quale piaceva molto al cavaliere Maurizio, faceva diventar lustri gli occhi della signora Carlotta, ma non aveva eccitato la fantasia della fanciulla.

Dopo pochi mesi di conoscenza, Nicoletta lo rimproverò un giorno, perchè egli aveva osato scegliere la sua campagna in vicinanza della villa Dossena.

—Che cosa viene a fare?—gli domandò Nicoletta ruvidamente.—Io non godo un poco di libertà che in campagna.

—Ma appunto per questo,—rispose Duccio, sorridendo,—appunto per questo spero che potremo conoscerci meglio….

—S'inganna,—interruppe Nicoletta.—In campagna, io sto sempre sola; vado, vengo, passeggio, esco in barca e in carrozza, e non dò conto a nessuno di ciò che faccio. Sto benissimo così: sono felice soltanto quei pochi mesi e non muterei nulla alla mia vita per nessun patto.

—Saprò farmi tollerare,—rispose il conte col suo sorriso, che diventava impacciato.

—Non ci si provi neppure!—consigliò Nicoletta.—E del resto, perchè vuole conoscermi meglio? Non mi conosce abbastanza?

—A dir vero, credevo,—osservò Duccio,—di conoscerla abbastanza. Ma ella mi prova col suo acerbo rimprovero e con la sua severità che sono ancor lontano dal sapere tutto il suo carattere.

—Ho un carattere molto antipatico. Glielo dico io per la prima,—rimbeccò Nicoletta.

—Vorrei essere sicuro che non è antipatico soltanto per me,—rispose
Duccio timidamente.

La fanciulla rise.

—Oh no,—disse,—è per tutti! Ma se vuole che per lei sia meno antipatico che per gli altri, non venga in campagna; mi lasci tranquilla….

Il conte si rabbuiò in viso.

—Forse,—arrischiò,—disturberei?…

Nicoletta lo guardò sorpresa, arrossendo.

—Spero che lei scherzi!—rispose freddamente.

—La ringrazio,—disse il giovane respirando meglio.—E allora, non verrò a disturbarla in campagna!

—Tocca a me ringraziarla,—esclamò Nicoletta, stendendogli la mano.

E annunziò anche a suo padre e a sua madre, francamente, quello stesso giorno, che aveva pregato il conte di non annoiarla troppo e di lasciarla libera in campagna.

—Non so perchè tu ci dica questo,—osservò Carlotta.

—Come?—rispose la fanciulla stupita.

—Ma sì,—spiegò Maurizio,—perchè ci dai questa notizia? Il conte non ci disturba se è vicino, e non ci offende se sta lontano.

—Credevo che vi occupaste di lui,—confessò Nicoletta.

—Io?—esclamò Carlotta.

—Io?—esclamò Maurizio.

—E allora tanto meglio!—proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio.—Tanto meglio per tutti. Me ne sbarazzerò più presto.

La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un'occhiata di suo marito la fermò.

Bisognava lasciar correre l'acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una questione acuta come s'era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva quella figliuola, se davvero l'amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a persuaderla, come pel palcoscenico.

Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.

Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.

Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i miracoli del conte Fabiano, e s'avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la cioccolata.

Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere ancor fresco e odoroso per l'umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.

Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s'era attardata per aspettar la figliuola.

—Sì, sì, buon giorno!—ripetè Carlotta, brontolando.—Hai fatto un bell'affare, tu!

Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la cestina d'argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne fosse andato.

—Ho fatto un bell'affare, io?—domandò quindi a sua madre.—E quale sarebbe?

—Sarebbe!—ripetè Carlotta col broncio.

—Oh Dio, mamma!—esclamò la fanciulla annoiata.—Non cominciamo; non farmi ripetere venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.

Il candore con cui Nicoletta sosteneva un'accusa vaga, disarmò la signora.

—Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole,—spiegò infine.—Ma stordita e bizzarra come al solito.

Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.

—Ma no,—disse sua madre.—Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?

—Il papà me lo ha detto or ora; il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro. Famoso lo ha chiamato il papà, perchè è carico di debiti e si accapiglia con sua moglie. E mi ha detto anche di schivarlo quanto sarà possibile.

—È sottinteso,—assentì la signora.—Ma capisci quale sciocchezza hai commesso?

—Io?—esclamò Nicoletta sbalordita.—Gli ho detto io di far debiti e di accapigliarsi con sua moglie?

—No: ma vedi quali vicini abbiamo?—osservò la madre con improvvisa dolcezza.—La villetta non poteva essere affittata da un altro?

—Oh, da mille altri!—rispose Nicoletta ridendo.—E che me ne importa?

—Eh no, no! Un altro la voleva; io lo so,—disse la signora sempre dolcemente, con un piccolo sorriso.—E per colpa tua, è andato tutto in fumo.

—Signore Iddio, vi ringrazio!—esclamò Nicoletta.—Duccio! La voleva Duccio! Ora ho capito; e io l'ho pregato di star lontano…. È di questo che mi accusi?… Ma ne sono molto soddisfatta, devo confessartelo. Ti figuri una vicinanza simile?

—E perchè no? Il conte Duccio Massenti è uno squisito gentiluomo, la cui compagnia avrebbe fatto piacere a tutti.

—Fuori che a me!—interruppe Nicoletta.

—E tuo padre e tua madre non contano nulla, allora?—domandò la signora Carlotta, aggrottando le sopracciglia.

—No: in questo caso non contano proprio nulla,—ribattè Nicoletta.—Perchè Duccio non sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch'egli vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a due, col papà o la mamma all'orizzonte, per decoro…. Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L'uno e gli altri non ci riguardano!

—Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu?—gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.

Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l'orlo di quella, assaporando la cioccolata che rimaneva.

Era un poco sorpresa dall'impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.

—Che cosa voglio?—ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa.—Chiedimi piuttosto che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È troppo presto: non lo conosco.

—Sfido io!—esclamò con un largo gesto la signora Carlotta.—Se lo mandi lontano, ogni volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!…

—Segno che non m'interessa!—dichiarò la fanciulla semplicemente.

Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:

—Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.

La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della sua disapprovazione.

—Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo?—disse.—Che desideri? Un Re? Un Imperatore? Sei sempre con la testa all'arte e al palcoscenico?

—Non è questo, non è questo!—osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi nel vuoto.—Non distinguo tra un matrimonio e l'altro…. Non ti saprei dire….

La madre riconobbe d'essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.

Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:

—Non esci?—chiese alla figliuola.—Il tempo è bello; c'è un poco di vento, ma non infastidisce troppo.

—Sì,—rispose Nicoletta.—Ora vado.

E invece d'avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il vento faceva tremare.

Che cosa voleva?

Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.

Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d'animo, pensava Nicoletta; uno stato d'animo doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d'animo che non ammette definizioni, perchè ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.

E suo padre e sua madre non potevano capire simili fantasie.

III.

Qualche cosa che non fosse troppo comune…

Ella credette sognare, vedendo sbucar d'un tratto da una siepe del giardino e correre verso di lei uno svelto bambino tra i sette e gli otto anni.

Era vestito di bianco; i calzoncini chiusi al ginocchio lasciavan nudi i polpacci: un berretto di panno sui capelli neri era un poco inclinato verso l'occhio destro.

Teneva in mano una canna alta e flessibile, da cui gocciolava l'acqua. E fermatosi sul limitare, squadrò un istante Nicoletta per comprendere con chi avesse a fare; poi disse, ben sicuro:

—Signorina….

Nicoletta s'era alzata, arrossendo.

—Vieni ad aiutarmi,—seguitò il fanciullo, appoggiandosi alla canna e guardando attentamente Nicoletta.

—Che vuoi, caro?—disse questa.—Che ti è avvenuto?

Il fanciullo la fissava con un poco di meraviglia, ascoltandone la voce calda e carezzevole. Poi, invece di rispondere, interrogò:

—Perchè sei diventata rossa?

—Io?—esclamò confusa Nicoletta.—Son diventata rossa?

Ma egli si distrasse, e seguitò, accennando giù, in fondo al giardino, verso il lago:

—La mia goletta è andata troppo lontano. Ho cercato di riprenderla e non ci riesco. Ci vuole una canna più lunga, e son venuto a domandartela.

Ella sorrise.

La parola di lui era chiara e precisa, come era dritto e fermo il suo sguardo.

—Davvero?—esclamò Nicoletta.—Andiamo a vedere!

E prontamente uscita in giardino, prese la destra del fanciullo nella sua sinistra.

—Vieni ad aiutarmi?—egli disse contento.—Vieni! Vedrai; è un bel bastimento; l'ha comperato il babbo a Parigi.

Parigi! Il nome della città richiamò alla mente di Nicoletta gli ordini e i consigli di suo padre. Non v'era più dubbio; ella teneva per mano il figlio del conte Traldi; già l'aveva indovinato al primo vederlo, e aveva arrossito d'impaccio, sapendo che non poteva accoglierlo in casa.

—Come ti chiami?—ella chiese avviandosi con lui verso il cancello.

—Bruno,—egli rispose.

—Bruno Traldi di San Pietro,—ella seguitò.—Non è vero?

—Come sai?—egli interrogò ridendo.

—Me lo hanno detto.

—Mi avevi già visto?

—No. Mai. E tu?

—Io ti ho vista ieri, in carrozza. Son belli i tuoi cavalli.

La guardò levando il capo; poi soggiunse:

—Mi piaci.

—Che strano, che strano fanciullo!—pensò Nicoletta.

Ma Bruno aveva già ripreso:

—Come ti chiami, tu?

—Nicoletta Dossena.

—Nicla,—corresse prontamente Bruno.

—Nicla; come vuoi,—assentì Nicoletta sorpresa.—Lo hai inventato tu….

E ripensò:

—Che strano, che strano fanciullo!

Erano usciti, avevano attraversato la strada, tenendosi per mano; ambedue vestiti di bianco, lieti sotto il sole, camminando presto, già amici fidati.

Giunti sulla riva, Bruno indicò il bastimento; una goletta a due alberi e a due rande, armata di cannoncini di bronzo, carica di soldatini di piombo, alcuni dei quali davan del naso nella schiena dei compagni.

—Se ne va!—disse Bruno ridendo.—Ora come facciamo?

E tolta la mano dalla mano dell'amica, chiese di nuovo:

—Quanti anni hai?

—Diciotto,—rispose Nicla.—E tu?

—Quando sono savio, il babbo dice che ne ho sette,—rispose Bruno.—Quando sono cattivo, dice che ne ho otto, perchè a otto anni bisogna essere uomo.

—Tra i sette e gli otto, dunque,—rilevò Nicla sorridendo.—E perchè sei cattivo?

—Ah!—rispose Bruno sbuffando.—Come si fa?…

E c'era in quel sospiro tanta noia, tanta impazienza, che la fanciulla non rise….

—Non stanno mai tranquilli,—soggiunse Bruno.—Ho visto tutto il mondo….

Nicoletta non aggiunse parola. Aveva visto tutto il mondo!

—Andiamo, signorina,—riprese Bruno.—Bisogna fare qualche cosa pel bastimento.

—Io ti propongo questo,—disse Nicla seriamente.—Vedi la barca laggiù? È mia. Quando il bastimento sarà più lontano ancora, noi entreremo nella barca, io remerò, e la raggiungeremo.

—Sì: tu remerai e io con la canna lo farò tornare,—assentì Brunello gioiosamente.—Lasciamolo andar lontano, più lontano ancora, fino ai monti….

E guardava verso ponente le montagne che si disegnavano nere sull'azzurro, e pareva con gli occhi valicare le vette e fissare altri paesaggi sconfinati, altri monti, e fiumi e praterie e valli e città.

La goletta vacillava sull'onda e le vele sbattevano al vento insieme al piccolo tricolore di poppa.

Nicla e Bruno tacevano, ma si scambiavano un'occhiata di tratto in tratto sorridendo a vedere il bastimento che si dilungava a poco a poco.

—Allora, non conosci neanche il mio papà?—disse Bruno improvvisamente.—Egli sta in quella villa cinericcia, che è presso la tua.

—Villa Florida,—indicò Nicla.

—Sì, villa Florida. E la tua come si chiama?

—Villa Carlotta. È il nome della mia mamma.

—La mia mamma si chiama Clara Dolores.

—È un bel nome,—osservò Nicla.—E la tua mamma è bella?

—Credo,—rispose Bruno.—Anche tu sei bella.

Nicla avvampò in viso.

Non aveva mai udito da anima viva simili parole, e quantunque venissero da un fanciullo innocente, ne sentiva la molestia.

—Ora andiamo,—disse Brunello.—Conducimi a riprendere il bastimento….

Sciolsero la barca lunga e sottile, raccolsero a prua la catena, spinsero nell'acqua.

Bruno, salito per primo, si volse ad aiutare Nicla, porgendole la mano; e partirono, la fanciulla remando prima a sciaroga e poi adagio verso la goletta, e Bruno, seduto a' suoi piedi, guardando piuttosto la nuova amica che il bastimento, raggiunto con pochi colpi di remo.

—Eccolo!—disse Nicla, inchinandosi sul bordo e stendendo il braccio.

—Lascialo,—ordinò Bruno.—Rema ancora. Andiamo più avanti!

Nicla obbedì, accelerò la cadenza dei remi.

Quando allargava le braccia e quando le ritraeva a sè coi remi per puntar contro la pedagna, il busto eretto e la linea del corpo si staccavano nitidi sul fondo azzurro: e dal basso in alto, Bruno la vedeva candida nel cielo turchino.

Egli non parlava più; sembrava, coi grandi occhi neri velati, sognare.

Aveva sentito che Nicla non era come le altre; era invece come una fata, che sempre lo avesse conosciuto ed atteso; e provava, il ribelle a tutti i baci e a tutte le carezze, un timido desiderio di toglierle i remi dal pugno e di ricoverarsi tra le sue braccia, per chiudere gli occhi e reclinare la testa sul petto di lei.

Anche Nicla sognava, abbandonata alla cadenza uguale, ascoltando il tonfo e lo sgocciolìo dei remi e il cigolare d'una forcola.

Rapiva il fanciullo sbucato dal giardino, e lo teneva perchè non corresse più il mondo.

Tornato da paesi remoti con gli occhi foschi entro i quali mille vicende oscure s'eran riflettute e le cuspidi dei campanili e il volo dei colombi, era venuto a cercarla, balzandole innanzi d'un tratto, sorridente e fiducioso.

Un'ora prima, l'uno non sapeva dell'altra; ambedue credevano la vita più mesta che non fosse.

Nicla abbassò gli occhi a guardarlo.

Egli dondolava un poco sul fondo della barca ad ogni brivido dell'onda, e Nicla sorrise, abbandonati i remi.

Bruno si levò in piedi, si puntellò alle ginocchia della fanciulla e le posò due baci sulle guance; ella lo baciò in fronte e lo tenne stretto fra le braccia.

—Vedi come siam lontani,—disse, accennando la riva e la goletta che s'era fatta piccina sull'acqua.

Bruno, immobile tra le braccia dell'amica, con la testa appoggiata alla guancia di lei, volse gli occhi a guardare in silenzio.

—Su!—fece Nicla, reggendolo dolcemente.—A cuccia ancora! Torniamo a casa!

Egli s'acquattò di nuovo ai suoi piedi.

Incontrarono la goletta a metà via e la raccolsero a bordo.

—Ci vedremo ancora, signorina?—chiese Brunello a un tratto.

—Quando vorrai,—rispose Nicla.

—Io voglio sempre.

—E allora tu mi aspetterai sulla riva, io ti vedrò, e uscirò a prenderti.

—Anche tu mi vuoi sempre?

—Quando sei savio.

—Quando ho sette anni,—riflettè Bruno.

Tacque un poco, indi riprese:

—Tu, che vuoi fare?

—Come?—domandò Nicla, che non aveva compreso.

—Io voglio guidare i cavalli e scrivere le memorie di viaggio. E tu?

—Io?—ripetè Nicla.

Stette un poco a pensare, poi rispose umilmente:

—Non so.

Bruno la guardò sorpreso.

—Non ti piace nulla?

—Molte cose mi piacciono, ma non so come averle. Mi piace essere sola e libera. Comprendi?

—Anche senza di me?—chiese Bruno scorato.

—Tu hai la tua mamma e il tuo papà,—osservò Nicla.

—Ah!—disse Bruno, senza gioia.—E per questo non mi vuoi?

—Ti voglio. Ma sarà per poco. Il tuo babbo ti condurrà ancora lontano.

—Chi sa?—mormorò Bruno con un accento in cui era tutto il dubbio inconsapevole del destino.—E allora non mi dici che farai?

—Volevo essere un'artista, e me lo hanno proibito,—disse Nicla con esitazione, quasi stesse confidandosi a un giudice.

La barca strisciò sulla sabbia e la fanciulla ritirò ì remi perchè la prua toccasse la riva. Scesero, legarono, tiraron la prua più in alto.

—Un'artista!—ripetè Bruno, mentre lavorava a passar la catena nell'anello ch'era sulla spiaggia.—Di quelle che cantano? Io le ho viste a Parigi, quelle che cantano, e venivano anche a casa mia. Ma tu non hai le unghie dipinte e l'acqua d'odore nei capelli….

—Oh, no, no, Bruno, che dici?—esclamò Nicla stupita.—Io volevo essere una grande attrice.

—Ah, è più bello; un'attrice, che fa la commedia e la tragedia, e ti fa ridere e ti fa piangere: so com'è; ho visto; è molto difficile, ma a me piace.

—Sì, la commedia e la tragedia, ridere e piangere!—assentì
Nicla.—L'arte, insomma, non le unghie dipinte.

—E allora, quando cominci?

—Mai,—rispose la fanciulla.—Il mio papà e la mia mamma non vogliono.

—E perchè? Il mio papà mi lascerà guidare i cavalli e scrivere le memorie.

—Tu sei un piccolo uomo, che può tutto,—rispose Nicla.—Io sono una donna che non può nulla. Mi hanno detto le ragioni per le quali una signorina non deve essere attrice; e sono giuste.

Bruno, che s'era messo a sedere a prua e stava ascoltando con le mani in mano, parve incredulo.

—Una signorina non deve far la commedia e la tragedia e far ridere e piangere?—interrogò.—Allora le attrici non sono mai signorine?

—Non puoi capire!—rispose Nicla sorridendo.—Si tratta forse di pregiudizi!: ma è così.

—Che cosa sono i pregiudizii? E allora non farai nulla?

—Nulla. Farò la signora, come le altre.—disse Nicla.—Sarò forse contessa.

—Come la mamma?

Nicla osservò attentamente Bruno, aspettando con ingenuità il suo giudizio.

—Ma questo,—egli seguitò,—non fa nè ridere nè piangere. Non diverte nessuno!…

—Oh, hai ragione!—esclamò Nicla con un breve sorriso.—Non diverte nessuno.

—Addio,—disse Bruno staccandosi dalla barca.—Più tardi, io tornerò sulla riva, e se mi vorrai, uscirai a prendermi.

—Sì, verso le cinque; prima fa troppo caldo. Addio, Bruno!

—Addio, signorina!

—Chiamami Nicla!

—Addio, Nicla!

Stese le braccia, attirò a sè il viso della fanciulla e la baciò sugli occhi, sull'uno e sull'altro sapientemente. Poi si mise a correre, si volse a salutar con la mano, e scomparve oltre il cancello della villa Florida.

IV.

Tutti i giorni si videro così e più volte il giorno, ora allontanandosi con la barca, ora errando nel bosco di cerri e di castagni che si stendeva e si arrampicava su pel monte a ridosso del quale sorgevano le due ville.

L'esistenza di Nicla s'era tanto accomunata con l'esistenza di Bruno, che la fanciulla non desiderava più d'avere ospiti per distrarsi; e quando giungevano amici e amiche e ad essi doveva sacrificare i convegni con Bruno, le passeggiate dal pomeriggio fino al crepuscolo, durava fatica a dissimulare il suo malcontento.

Il bosco saliva aprendosi lungo il monte; era qua e là fitto d'ombra, qua e là libero al sole, con larghi spiazzi, con bruschi gomiti per dove s'ingolfava il vento, con vôlte ben conteste di fogliame e ben riparate. Terminava su di un poggio, donde si scorgeva lontano il lago, e sotto la valle umida, da cui fumigavano al tramonto fumi turchini di vapori e fumi densi di casolari che indicavano il tempo della cena.

Nelle ore più calde, Nicla e Bruno coi seggiolini pieghevoli, avevano il loro posto prediletto su una breve prateria, che i castagni tutt'in giro chiudevano e riparavano come grandi chiomati spiriti verdi; e nell'ora in cui il sole andava scomparendo di là dai monti, salivano sempre al poggio per udir le campane che annunziano da lungi il vespero, le campane degli armenti che si radunano e tornano alla stalla, le campane flebili che mormorano a fior d'acqua sul lago.

E osservavano di là i fiumi densi, i fiumi turchini, la verzura che digradava giù pel versante e si faceva a poco a poco bigia e poi nera; e ascoltavan qualche voce perduta che chiamava di tra le macchie; e guardavan cangiarsi il color delle acque, dall'argento pieno di mobili riflessi alle lividure dell'agata, al duro piombo senza luce.

Il lago diventava uno specchio magico, che d'ora in ora mutava, a seconda dell'aria e del sole; una conca bianca, azzurra, aurea, opalescente, quando tutta corsa da brividi leggeri e quando immobile come metallo.

Tornavano tenendosi per mano.

Si baciavano sul limitare del bosco e si lasciavano per rientrare ciascuno nella propria villa.

Nicla s'era chiesta che cosa poteva essere per quel fanciullo balzato così rudemente e gentilmente nella sua vita.

Egli aveva la madre e il padre; aveva nonni e zii; troppa gente che invece di farlo felice, lo rattristavano disputandoselo chi come un balocco e chi come un gioiello. Non aveva donne intorno.

La madre, a quanto Nicla aveva capito dai racconti del fanciullo, era un poco bizzarra e non costante nel suo affetto; ella pure incline ai dispendii e alla vita leggera. Le altre, conosciute a Parigi e altrove, quelle che giuocavano e si facevano calpestare da lui e se lo conducevano a casa come un cucciolo riottoso, non erano donne agli occhi di Nicla.

Avevan lasciato in quel piccolo cuore un torbido ricordo, ed egli le rammentava troppo d'improvviso, per un gesto o per una parola.

Nicla più d'una volta, nella dolcezza del suo idillio, n'era rimasta turbata sinistramente, quasi avesse visto passar nel caro bosco dei castagni, sotto la placida luce, un faunetto lascivo.

Un giorno in cui Bruno sedeva sulle ginocchia di lei e tutti e due leggevano un romanzo di viaggi, all'ombra dei pacifici loro alberi, il fanciullo la fissò a lungo.

Ella sentiva quello sguardo che la percorreva tanto vicino da non poter non rispondergli; ma teneva gli occhi sul libro e continuava a leggere ad alta voce, chiedendosi perchè Bruno insistesse così stranamente.

Era uno sguardo non più animato dalla devozione, ma freddo di curiosità ambigua, crudele di dubbio e d'impertinenza. E d'un tratto il fanciullo disse:

—Nicla!

—Ascolta, ascolta,—rispose Nicla, senza levar gli occhi, indovinando che bisognava distrarlo.—Ascolta com'è bello, ora che trovano il grande lago.

Bruno stese la mano aperta sul libro, perchè Nicla non leggesse più.

E disse, quasi a conchiudere un suo pensiero:

—Vuoi che ti baci dietro le orecchie?… Abbassa il capo, che ti bacio dietro le orecchie…. E dopo, farai così….

Con le labbra modulò un lieve lungo sospiro.

—Che dici?—esclamò Nicla, gettandolo quasi dalle ginocchia a terra, e guardandolo offesa.

Ma si trattenne; capì che non doveva chiarire alla mente del fanciullo la sconvenienza delle sue parole.

Lo prese per mano, lo condusse sul poggio a guardare la conca del lago in cui si riflettevano con ombre verdastre i monti.

E senza volerlo, a cuore chiuso, fu così fredda e diffidente, che Brunello sentì d'averla allontanata; ed egli ripercorse il bosco nella discesa, stretta la mano nella mano di Nicla e singhiozzando.

—Piangi?—gli chiese Nicla.

—Non mi vuoi più bene—egli borbottò tra le labbra raccolte in un grosso broncio.

—Ti voglio bene ancora, ti voglio bene sempre—lo rassicurò
Nicla,—ma oggi non sei stato savio, e torniamo a casa più presto.

Egli non protestò, accettando la punizione; ma Nicla fu stupita che non chiedesse perchè lo puniva. Il piccolo sapeva, aveva compreso.

Donde veniva il faunetto? Quale strana perfida esistenza aveva avuto lui per testimonio?

Già la candida ignoranza dell'età era qualche volta soverchiata da istinti obliqui, da reminiscenze stravaganti. Pareva, a udirlo discorrere, che avesse conosciuto mille donne.

E tornava alla memoria di Nicla un delizioso quadretto del Castiglione, veduto in una galleria d'arte a Roma. In aperta campagna, sotto un roseo tramonto, un piccolissimo fauno s'avvicina in punta di piedi a una ninfa che dorme, e toltone cautamente ogni velo, ne occhieggia cupido le nudità.

Nicla guardava talora Brunello col senso di corruccio con cui aveva guardato offesa il piccolissimo fauno.

Perchè egli le sfuggiva di tanto in tanto.

Certi giorni era insofferente d'ogni tenera carezza; o dopo avere accolto un bacio, voleva baciare a sua volta, e baciava Nicla sulla bocca, indugiandovisi, premendo le labbra di lei con le proprie, sentendo ch'eran buone e fresche e che nessuno le baciava così, le aveva mai così baciate.

Poi il fanciullo tornava, il candore velava quelle precoci inquietudini, e in Nicla rinasceva la fiducia. Sentiva di potere accarezzare Brunello, di potere stringerselo fra le braccia, di poter maneggiarlo come cosa sua.

E voleva ostinatamente persuadere lui, persuadere sè stessa ch'egli era un bambino come tutti gli altri; voleva tacitamente fargli dimenticare ciò che aveva visto o intuito, e addormentare gli istinti, che le altre, le giovani sconosciute e perverse, avevano forse aizzato pel loro ozio.

Il bosco, il monte, il poggio erano lo scenario di quei piccoli drammi; e le risa e i pianti del fanciullo e le risa e le rampogne della giovane eran noti agli annosi alberi amici, che stormivano al vento, che stendevano il loro fogliame al tepore del sole.

I giorni di capriccio non eran pochi nella vita di Brunello. Talora non voleva nè leggere, nè udir leggere, non voleva correre, nè star quieto, nè guidare il suo cavallo ch'era Nicla, nè ascoltar le favole che lo avevano sempre dilettato.

E un giorno Nicla scattò:

—Che vuoi tu? Che vuoi tu, brutto ragazzo? che possiamo fare per te? Andremo a prenderti il sole e la luna e tutti i pesci d'argento che sono nel lago?

Sorrise e d'un tratto, con un'altra voce, più alta, più libera, che pareva un'onda cullante, con una voce in cui vibrava la sua bella giovinezza di cristallo, s'abbandonò a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l'affanno:
Ei le storie d'amor de' tempi andati
Ti ridiranno….

Bruno stava ad ascoltare, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa, con l'anima rapita; un piacere nuovo improvvisamente arricchiva la sua esistenza.

Non aveva mai udito recitare una lirica.

Il gesto, la voce, Nicla come uno stelo sul verde sfondo del prato; le parole numerate e misteriose, in cui correva una trepida musica e aleggiava il profumo d'un tempo che non era più; tutto spalancava un'ampia finestra sopra un mondo dai colori non mai visti, dai suoni ricchi e prodigiosi, tutto, tutto, formava una rivelazione grande.

Nicla fu a sua volta sorpresa dall'effetto che le due strofi e la sua voce avevan destato nell'animo del fanciullo.

Ella aveva recitato per giuoco, supponendo ch'egli non sentisse la parola sacra del poeta; ed egli era stato colto d'un subito, strappato alla realtà, avvolto in una nube di sogni.

—Ti piace?—disse Nicla osservando lo stupore di Brunello.

—Oh sì, sì!—egli esclamò, seduto ai piedi d'un grosso tronco.

—Hai capito?—interrogò Nicla.

—Sì,—rispose Brunello superbamente.—Sì.

—È impossibile che tu abbia capito,—rilevò Nicla sorridendo.—Poi ti spiegherò.

—Ho capito,—ripetè Bruno.—Non voglio che tu mi spieghi.

Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.

Ma intuì che il piccolo aveva ragione.

Perchè spiegare? Perchè determinare l'idea, circoscriverla, farla esatta, mentre Brunello sentiva, vedeva, viveva un suo mondo, sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva con gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe potuto indicargli se non rimpicciolendoli?

E Nicla seguitò:

Ti ridiranno il gemer de la rosa
Che di desìo su 'l tuo bel petto manca,
E gl'inni, nel tuo crin, de la fastosa
Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti
De l'ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
Temprano un ballo.

Bruno ascoltava senza più respiro.

Nicla fece una pausa, s'avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra le mani, lo baciò due volte.

—Ti piace, dunque?—ella disse, felice.—Più che le favole, più che giuocare al cavallo, più che stare sui miei ginocchi a leggere i viaggi?

—Io quando sarò grande—rispose Brunello solennemente—dirò anch'io così.

—Sarai anche tu poeta?—domandò Nicla.

E il piccolo, seduto ai piedi del tronco, ignaro che una formica impertinente gli correva sulla schiena, promise:

—Sì; anch'io!

—Hai dunque trovato la tua professione,—osservò Nicla ridendo.

Lo fece alzare e s'avviò con lui verso la discesa, perchè le campane da lungi mandavano l'eco dell'avemaria.

—Come sai tu queste belle cose?—domandò Bruno.—Come hai fatto a impararle?

—Le ho studiate nei libri e mandate a memoria. Non ti ricordi che io volevo essere attrice?

—Ah, è vero!—esclamò Bruno ridendo.

—E ne sai molte? Perchè un'attrice deve saper dire così bene?

—Non so se dico bene—rispose Nicla.—Ma avevo tanta passione, che certo sarei riuscita.

—E adesso—constatò fieramente Brunello—non dici che per me. Domani mi dirai ancora. Io non sapevo che nei libri ci fossero cose tanto belle, e la musica….

Nicla ebbe un piccolo sorriso.

La musica era ciò che Bruno aveva subito afferrato; la musica del verso era l'elemento nuovo della sua vita, e su quelle note egli si lasciava trasportare via, con voluttà.

Ma l'indomani, mentre la fanciulla, alla preghiera incalzante di
Bruno, aveva ripreso a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani,

s'interruppe d'un tratto.

Alle spalle di Bruno era comparso un signore tutto vestito di bigio.

Nicla gettò un'occhiata a lui, gettò un'occhiata a Bruno, e comprese.

—Oh, il mio papà!—disse Bruno volgendo il capo e alzandosi.

Il conte Fabiano s'avvicinò e inchinandosi lievemente, col cappello nella destra,

—Signorina—disse—non le sia sgradito che io le esprima la mia riconoscenza per l'affetto che dimostra al mio Brunello.

—Prego—balbettò Nicla confusa.—Egli mi tiene compagnia.

—Se non l'annoia, ne sono contento—seguitò Fabiano.

Nicla ricordò i consigli e gli ordini di suo padre, il cavaliere Maurizio; bisognava con quell'uomo, con quel personaggio rotto a ogni vizio, essere freddi e contegnosi. Ma come poteva ella respingere una parola di ringraziamento, come non esser turbata vedendo colui del quale tanto si parlava tra i borghesi timorati e guardinghi?

—Oh no, non mi annoia!—esclamò Nicla.—È molto savio!

—Vedi, papà?—disse Bruno con espressione di trionfo.

Il conte e la fanciulla sorrisero.

Ma Nicla era sbigottita.

Il padre di Bruno, alto e slanciato, oltrepassava d'un palmo la snella figura di Nicla.

Anch'egli come il figliuolo aveva occhi neri in un volto magro e olivastro; e quantunque non contasse che trentasette anni, già invecchiava, stretto nella morsa delle sue male abitudini. E ciò sbigottiva la fanciulla, abituata a veder visi tondi e rosei ed espressioni di placido contento.

I capelli di Fabiano eran più bianchi che neri; molti fili d'argento si mescolavano ai morbidi fili della barba corta a punta; e intorno agli occhi era una rete sottile di rughe, che apparivan quasi impercettibili screpolature quando i muscoli del suo mobile viso si contraevano in un'espressione pensosa o ironica.

—Egli è cresciuto selvatico e bizzarro—disse, accarezzando la testa di Bruno.—Lei, signorina, potrà fargli molto bene.

Detto questo, s'inchinò ancora, si coperse il capo, e proseguì la sua passeggiata per il bosco a passo lento.

—Vuoi andare col papà?—chiese Nicla a Bruno.

Egli guardò suo padre che s'allontanava e non si mosse.

—Dimmi la poesia,—rispose.

Nicla disse la poesia; ma andava nel frattempo pensando a quell'incontro.

Già sapevano in casa che ella aveva conosciuto il piccolo Traldi di San Pietro; e il cavalier Maurizio e la signora Carlotta ne avevano avuto occasione per una lunga predica.

Bisognava ormai confessare d'aver conosciuto anche il grande, il personaggio famoso che veniva da Parigi, come un modello del genere?

O l'incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata risparmiata un'altra ora noiosa di avvertimenti e di rimproveri?

In verità, fino a quel giorno, il conte s'era ben guardato dal richiedere non chiesto l'amicizia della famiglia Dossena.

Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante vecchia. Riceveva visite di gente che veniva da Milano, uomini e donne, che eran forse i suoi compagni di piacere. Usciva con questi a far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui, egli aveva l'aria di non occuparsi d'alcuno.

Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.

Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da Bruno, e giudicatala subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani fidate.

—Il papà ha detto che di mamma ne basta una—raccontò Bruno l'indomani—, ma che tu sarai mia sorella. E che tu sei come egli aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura. Allora tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il difetto dei bambini, è che per farli ci vogliono le mamme….

Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo carattere, ma si sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi, la fanciulla lo lasciava andare fino al primo intoppo, fin quando, cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto qualche sua opinione zoppicante.

Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:

—Belle cose ti dice il papà!

—Non è vero? Il papà dice sempre belle cose!—confermò Bruno ingenuamente.

—E la povera contessa?

—Quale contessa?—domandò Bruno.

—La tua mamma.

—Ma egli diceva così per la mamma, non hai capito?

—Ho capito, ho capito: e me ne dispiace molto.

—Egli diceva così perchè la mamma ora è in Isvizzera, ma deve venire a trovarci uno di questi giorni; e ciò secca molto il papà. La mamma mi vede, dice che sono magro, che sono malato, e vuole portarmi via. Il papà non vuole e dice che sono grasso e non sono stato mai così bene…. La mamma dice che….

—Ma tu preferisci la mamma o il papà?—interruppe Nicla di nuovo.

Bruno si mise il piccolo indice dritto attraverso le labbra.

—Non sta bene domandare queste cose!—dichiarò sottovoce.

—Io non domando per curiosità!—rimbeccò Nicla.—Voglio sapere per giudicare come o con chi puoi star meglio.

—Finora, proprio, sto meglio con te!—disse Bruno.—Ma tu fa finta di non saperlo, perchè la mamma vuole che io stia meglio con lei, e il papà vuole ch'io stia meglio con lui; e se capiscono che invece sto meglio con te, diventano molto gelosi.

—Allora non dirai nulla della nostra amicizia alla mamma?—domandò
Nicla sorpresa.

—No. Io con la mamma sono un altro.

—Come, un altro?

—Sì, un altro, più piccolo!

—Fai l'impostore, insomma!—spiegò Nicla.

—Sì, faccio l'impostore!—confermò Bruno.

—Un bambinetto ingenuo, un po' tardo, mezzo addormentato, mezzo scemo?—incalzò Nicla, non potendo trattenere un sorriso.

—Proprio così!—dichiarò Bruno, battendo le mani.

—E perchè, povera mamma, perchè ingannarla?

—A lei piace che i bambini siano un poco scemi. E se si accorge che io sono intelligente mi domanda che cosa facciamo, chi conosciamo, dove andiamo, e se il papà giuoca, e se ci sono in casa le istitutrici giovani e se spendiamo molto. Una volta, io che non sapevo, le ho raccontato tutto….

—Che cosa le hai raccontato?

—Le ho raccontato….

Esitò un istante, per chiamare in aiuto la sua memoria e ordinarla, poi seguitò:

—Le ho raccontato che c'era in casa, a Parigi, una governante che si chiamava mademoiselle Praline e vestiva sempre la sera con gli abiti scollati, coi capelli biondi e lunghi e con belle scarpette di vernice. E cantava tutto il giorno e aveva il naso voltato in su. Poi alla sera veniva a pranzo con gli abiti scollati. Ma il papà l'ha mandata via perchè quando non cantava, era sempre in cucina a farsi fare il tè e poi la bistecchina e poi ancora il tè, e mangiava tutti i biscotti; e io l'ho vista nello specchio che intascava i cucchiai d'argento, e l'ho detto al papà. E allora il papà l'ha mandata via, dicendo che voleva salvare almeno i coltelli e le forchette.

—E tu hai raccontato tutto questo alla mamma?—esclamò Nicla.

—Sì, io non sapevo che non bisogna raccontare tutto.

—La colpa non è tua,—mormorò la fanciulla col cuore stretto.—E allora?

—E allora la mamma ha raccontato tutto, anche lei, all'avvocato, e il papà ne ebbe molti dispiaceri.

—E da quel giorno, hai fatto lo stupido per prudenza?—interrogò Nicla, accarezzando lievemente la testa del fanciullo.—E ora andrai di nuovo con la mamma?

—No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per ciò la governante è vecchia.

Nicla non trovò la forza di sorridere.