V.

Bruno mancò infatti per alcuni giorni al solito convegno sulla riva del lago, e Nicla lo vedeva passar dal giardino insieme a una signora giovane e sottile, vestita con semplicità costosa.

La contessa Clara Dolores aveva capelli castani, volto pallido e piccolo in cui ardevano lunghi occhi scuri. S'indovinava in lei subito un temperamento impressionabile, mobilissimo, fantastico, alla rivelazione del quale la bocca dalle labbra rosse un po' tumide aggiungeva una nota di passione.

Era scesa all'albergo Bellevue e si recava ogni giorno alla villa Florida, di là dalla villa Dossena, a prendersi Bruno per condurlo a spasso e poi a colazione e a pranzo.

Nicla evitava d'incontrarli, ma quella giovane dritta, magra, nervosa, una frustata nell'aria, le aveva, appena intravista, prodotto una sensazione di piacere e di meraviglia.

La psicologia di Bruno le si chiariva, pensando a suo padre, volontario e ostinato schiavo di tutti gli appetiti, e a sua madre, sul cui volto si leggevano l'estro e l'impulso.

Venuto da quei due, dai quali ereditava, sommati, gusti e inclinazioni e rare sensibilità, che dovevano essere causa di molti dolori a coloro che gli volevan bene, Brunello non poteva essere un fanciullo come tutti gli altri.

Nicla s'era illusa. Sarebbe stato meglio o peggio: più suscettivo, più intelligente, più sensuale, straordinariamente aristocratico, cioè lontano dalla folla e dai suoi talenti; uno di quegli uomini il cui destino sta come in cima a una fiamma, che l'aria fa tremare e volgere a capriccio, o lancia ebbra in alto con impeto.

E staccata a un tratto dalle abitudini quotidiane per le quali aveva fatto della propria e della vita di Bruno quasi una cosa sola, chiedendosi perchè si fosse tanto stranamente occupata d'un ragazzo che non le apparteneva, Nicla doveva convenire seco stessa che sarebbe stato meglio lasciarlo a quel suo destino, a quei parenti che se lo disputavano, a quelle diversità il cui aspetto l'aveva subito colpita.

Fu distratta in quei giorni anche dall'arrivo improvviso del conte
Duccio Massenti.

Veniva dalla Svizzera, era sceso egli pure all'albergo Bellevue, e s'era tosto recato a far visita alla famiglia Dossena.

La signora Carlotta e il signor Maurizio lo vollero alla loro tavola per il poco tempo che si sarebbe trattenuto; e Nicla lo accolse ridendo, perchè egli subito l'assicurò che avrebbe presto ripreso la via dell'esilio al quale ella lo aveva condannato.

—Esilio, esilio,—ripetè la fanciulla, arrossendo un poco innanzi a suo padre.—Le ho detto di star lontano da questo villaggio, sapendo che non si sarebbe divertito. E confessi, infatti, che a Lucerna….

—A Sonnenberg,—precisò Duccio.—È un poco più su di Lucerna, e vi si arriva con la funicolare.

—A Sonnenberg si sta meglio, lo confessi!—concluse Nicla.

—C'è un solo grande albergo, e c'è più gente, ecco tutto, e tutta la gente è in quell'albergo, e ci si conosce tutti,—rispose il giovane.—Dall'alto, la vista del lago dei Quattro Cantoni, invece che del nostro. Per tutto il resto, la solita vita.

E parlarono d'altro, dei forestieri che dimoravano in paese e della contessa Clara Traldi di San Pietro.

—È una signora molto fine,—osservò Nicla.—Lei forse l'ha conosciuta, conte?

Duccio parve esitare.

—Io?—disse.—Conosciuta dove?

—Al suo albergo; dev'essere arrivata lo stesso giorno in cui è arrivato lei: una signora esile, coi capelli castani, elegantissima: una vera signora, in una parola.

—Sì, mi sembra d'averla intraveduta,—rispose Duccio come distratto.

—È venuta a trovare Brunello, un suo figliuolo di sette o otto anni, che sta qui, alla villa Florida.

—Eh sì, sì, pur troppo!—soggiunse il cavaliere Maurizio.—Oltre il bambino, c'è il padre, uno scavezzacollo; e la villa Florida è a cinta a cinta col nostro giardino. E Brunello è amico intimo di Nicoletta. Non è vero, Nicoletta?

—Inseparabile!—dichiarò Nicla.

Duccio Massenti parve subitamente curioso.

—Conosce il fanciullo, signorina?—domandò.—E allora anche la contessa, forse?

—No,—rispose Nicla.—Finora non l'ho che intravista; la vedo passare ogni mattina col fanciullo e un gran cane di Terranova.

—Purchè tutto vada a finir bene!—osservò il cavaliere Maurizio,—e questo non ci procuri la conoscenza di suo padre!

—Non ce la procurerà!—assicurò Nicla.—Il conte non ha alcun piacere nè alcun bisogno di conoscerci….

—Ma sono io,—protestò Maurizio,—che non ho bisogno nè piacere di conoscere lui!

—Allora andate perfettamente d'accordo!—constatò Nicla con un sorriso.

E volgendosi a Duccio, seguitò:

—Quando torna all'albergo, la osservi, la contessa. Mi pare una donna molto interessante….

—Crede?—mormorò Duccio con negligenza.

—Sarà la vittima di quel conte indemoniato,—seguitò la signora Carlotta.—Dicono che egli ne abbia fatte e ne vada facendo di tutti i colori.

—E che si mangi il più bel patrimonio del mondo nella più sciocca maniera possibile!—incalzò Maurizio.

Duccio Massenti credette opportuno stringersi nelle spalle e alzare le sopracciglia per deplorare i trascorsi del conte Fabiano.

—Come si chiama il bambino?—interrogò poi.

—Brunello!—disse Nicla.—Bruno Traldi di San Pietro.

E d'improvviso, a dispetto dei suoi savii ragionamenti, un acuto desiderio la prese di rivedere il suo piccolo fedele amico.

Egli era in quel momento con la mamma, e faceva l'impostore.

La fanciulla sorrise, al ricordo.

E ripensando alla giovane signora dai lunghi occhi scuri nel piccolo volto pallido, su cui spirava un'intelligenza sempre attenta, le sembrò che il mestiere d'impostore dovesse essere di fronte a lei singolarmente difficile.

Ma Duccio cambiò discorso, chiedendo notizie delle famiglie che possedevano ville in paese; e non si parlò più per quel giorno del conte e della contessa e di Bruno.

Soltanto l'indomani, a una nuova domanda di Nicla, egli annunziò d'aver conosciuto Clara Dolores.

—Oh, due parole, stamane, durante la prima colazione!—soggiunse.

—È bella, non è vero?—disse Nicla.

—È strana!—rispose Duccio.—Bella, veramente, non direi. Io ho della bellezza un altro concetto.

E i suoi occhi squadrarono la fanciulla da capo a piedi, con involontaria audacia. Ma subito ridivennero calmi.

Rammentava ciò che Nicla gli aveva detto: occorreva ch'egli sapesse farsi tollerare; e diligentemente studiava di non importunarla e di rispettarne la libertà ch'ella godeva in campagna. Non mancava mai di portar fiori e dolci a lei e a sua madre, ma si guardava dall'accompagnarla nelle sue passeggiate e dallo starle troppo accosto.

Dopo colazione s'intratteneva col cavalier Maurizio a parlar di terreni, d'industrie e di politica, o giuocava a carte con la signora Carlotta pazientemente.

Nicla aveva finito per guardarlo con occhio benevolo, quantunque fosse ancora lontana dal partecipare all'ammirazione che per il giovane avevano e dichiaravano il padre e la madre di lei.

—Sì, è un buon ragazzo! ~ ella diceva, come estrema concessione.

—Compìto, attento, gentile, generoso, intelligente,—seguitava sua madre,—serio, avveduto, probo….

E la fanciulla prendeva il suo grande cappello carico di papaveri e usciva a cantare per il bosco.

Ma un giorno, tornando dalla solita passeggiata, le toccò una grande emozione. Vide venire a lei correndo il piccolo Bruno, seguìto da un grosso cane di Terranova, e poco lungi, ferma sulla strada, la contessa.

—Vieni!—disse Bruno, gettandole le braccia al collo.—La mamma vuole conoscerti….

E Brunello e il cane ritornarono ancora correndo verso la signora che attendeva.

Nicla affrettò il passo, mentre Clara Dolores le andava incontro.

Dappresso il suo volto era anche più gentile; intorno agli occhi aveva certe venette appena percettibili, delicatamente azzurre, le quali svelavano la straordinaria finezza della sua carnagione.

—Signorina,—disse, schiudendo le labbra a un piccolo sorriso,—Bruno mi ha raccontato che lei gli vuol tanto bene e gli dedica tanto del suo tempo. Io parto questa sera, e desidero ringraziarla con tutta l'anima per la sua bontà.

—Ma contessa,—mormorò Nicla, il cui volto s'era fatto di porpora, e la sua voce tremava,—è impossibile non voler bene a Brunello. Egli è venuto un giorno a cercarmi, come….

Rivide nella memoria Brunello balzarle innanzi e domandarle aiuto, appoggiandosi alla sua canna alta e flessibile; e trovò la similitudine:

—….come un piccolo Amore!—disse

Poi aggiunse, premurosa:

—Noi abitiamo poco più innanzi. Vuole concedermi di presentarla alla mia mamma?

La contessa si schermì con un lieve cenno del capo.

—Grazie, signorina,—rispose.—Ma per partire oggi stesso, devo rientrare subito all'albergo e aiutare la cameriera a fare le valigie. Tornerò; e al mio ritorno sarò lieta di conoscere la sua famiglia.

—Sì, torni presto!—disse Nicla.

—Arrivederci,—seguitò Clara Dolores,—Il pensiero che Bruno ha un'amica, una sorella, mi conforterà molto….

—Oh, una sorella!—esclamò Nicla.—Come potrei essere sua figlia?

La contessa, tenendo la mano nella mano di Nicla, la trasse a sè e la baciò leggermente sulle guance.

—Arrivederci!—ripetè poi.

—Arrivederci, contessa! Buon viaggio!… Non tardi troppo!

—Addio, Nicla! A domani!—gridò Bruno alla fanciulla, riprendendo la mano di sua madre.

Ma allontanandosi, le due giovani si volsero più volte e si sorrisero.

Ciascuna portava in cuore un'imagine dell'altra, dolce e grata.

Nicla era anche intenerita per la bellezza fragile e l'amabilità signorile della contessa; e pensò che quel conte Fabiano doveva essere veramente un famoso briccone per mancar di fede a una donna che chiunque avrebbe potuto invidiargli.

—Bruno non ha saputo tacere!—ella si disse.—Mi vuole troppo bene, e l'amore gli deve essere scappato fuori dagli occhi.

L'indomani il conte Duccio Massenti chiese alla signora Carlotta il permesso di fare con Nicla una gita sul lago. Egli aveva pronta la lancia dell'albergo con due rematori. Sarebbe ripartito la sera medesima per la Svizzera, e prima di allontanarsi desiderava rubar finalmente un'ora alla selvatica abitatrice dei boschi.

Dicendo questo, un poco alla signora Carlotta, un poco al cavalier
Maurizio, un poco a Nicla, egli sorrideva con qualche timidezza.

La signora aveva già notato, presso la riva, la lancia con due barcaiuoli in assisa bianca e fascia azzurra.

—Non allontanatevi troppo!—raccomandò con familiarità insolita.—Il tempo è incerto!

—Gironzeremo al largo, sotto i suoi occhi—promise
Duccio.—Signorina, mi dice di sì?

—Ecco!—rispose Nicla.—Vado a mettermi il cappello.

Era vinta dall'attitudine sommessa del conte, che cominciava ad ispirarle qualche simpatia e che sapeva pregare molto per le più piccole cose.

Ma quando fu nella lancia, seduta sugli stessi cuscini a fianco di lui, capì d'un tratto che probabilmente il colloquio sarebbe stato decisivo per la sua vita, e si fece diffidente, mentre il cuore le batteva forte nel petto.

—Ho saputo dunque farmi tollerare?—chiese Duccio, non appena la lancia prese il largo sotto la spinta vigorosa delle quattro braccia.

—Mi dia la barra del timone,—pregò Nicla senza rispondere.—Voglio guidare io, perchè i suoi barcaiuoli non ci portino troppo lontano.

E prendendo la barra con la destra, levò il capo a sorridere.

A una finestra della villa s'era affacciata sua madre, la quale osservava i due giovani belli che partivano nella lancia tutta candida come per un felice viaggio. Ma Duccio trovò in Nicla una resistenza sorda e ostile.

Ella fingeva di non comprendere le allusioni, e spesso rispondeva fuor di tono; più spesso interrompeva con un'osservazione frivola, guardando in alto le nuvole rosee o perdendosi a seguir con l'orecchio il tuffo dei remi.

Fece notare a Duccio la smorfia del primo barcaiuolo che ad ogni puntata torceva la bocca, e dichiarò che la bandiera a poppa, gialla a scacchi azzurri, era di pessimo gusto. Domandò s'egli sarebbe tornato ancora a Sonnenberg, se vi sarebbe rimasto a lungo, e chi vi avrebbe trovato; scherzò volubilmente, rise quando s'accorse che Duccio stava per parlare con gravità, fu capricciosa e a bella posta distratta.

Infine Duccio, vedendo ch'ella volgeva il timone pel ritorno, diede il crollo:

—Signorina,—disse.—Io ho bisogno di sapere che cosa ella pensa di me.

Nicla lo guardò e rise.

—Io? Nulla!—rispose tosto.

Il conte non potè trattenere un gesto d'impazienza.

Pure, aggiunse con imperturbabile cortesia:

—Mi sono spiegato male. Comprendo benissimo che io non valgo la spesa di molte riflessioni. Ma devo pure confessarle che, non da ieri, nè da oggi, ma da quando ho avuto la fortuna di conoscerla a un ballo, io ho sempre pensato a lei, come alla sola fanciulla che potesse rendermi felice….

—Ci sono!—pensò Nicla con dispetto.—Ora tocca a me rispondere. E che cosa rispondo?

Non rispose nulla, e stette ad ascoltare.

—Chiedendole che cosa ella pensa di me,—seguitò Duccio,—intendevo chiederle semplicemente se la mia assiduità non le dispiace, se riconosce la nobiltà del mio sentimento….

—Che cosa rispondo? che cosa rispondo?—si domandò Nicla irritata, volgendo a furia la barra e mandando la lancia a sghimbescio.

—Attenta! Lei ci ribalta in acqua!—osservò Duccio con un sorriso, credendo la fanciulla commossa e turbata.

Ella si decise a una parola indiretta:

—Sì, mi sono accorta,—disse a mezza voce, guardando i remi che uscivan dall'acqua.

—Si è accorta?… si è accorta che io l'amo?—interrogò Duccio ansioso.

—Mi sono accorta che lei pensa a me,—corresse Nicla.

—Dica pure che io l'amo, che l'amo ardentemente!—incalzò Duccio.

—Auf! Adesso piglia fuoco!—riflettè Nicla.—Ho fatto male a rispondergli.

E per ringraziarlo in qualche modo, volse il capo e gli sorrise un attimo.

—Posso sperare, Nicoletta?—seguitò il conte.—Posso sperare che il mio sentimento sia accolto, e che un giorno, più tardi, anche assai tardi, sia da lei condiviso?… Essere amato da lei! Quale sogno!… La mia vita non avrà, non potrà avere altro scopo se non quello di render felice la sua…. Tutte queste grandi speranze aspettano d'essere confortate da una parola, Nicoletta…. Confortate…. o distrutte!

A mano a mano che il giovane parlava, l'anima di Nicla andava chiudendosi.

Nicoletta!… Già la chiamava Nicoletta! E un giorno, anche avrebbe allungato la mano ad accarezzarla, le labbra a baciarla, le braccia ad avvincerla intorno al busto….

Lo guardò di traverso, vide ne' suoi occhi una fiamma, sulle sue labbra un tremito.

E tutto ciò che doveva accenderla, che l'avrebbe forse accesa per un altro, in quell'istante l'agghiacciò.

—Mi dica, mi dica,—insisteva Duccio, dimentico che i barcaiuoli potevano comprendere non le parole, ma il gesto,—mi lasci sperare!… Sarà accolto il mio amore? Sarà forse un giorno condiviso da lei?…

E, fattosi più vicino, stendeva il braccio destro sullo schienale, quasi a cingerla idealmente.

—Badi!—ammonì la fanciulla, indicando con gli occhi i due uomini.

—Non ci ascoltano!—rispose Duccio.

I rematori allentavano sciando; l'imbarcazione s'avvicinava alla proda, e il barcaiuolo di poppa tirò i remi nella lancia.

—Oh, chi si vede, chi si vede!—esclamò giocondamente Nicla, volgendo lo sguardo alla riva.

—Ebbene?—supplicò ancora Duccio, senza staccar gli occhi dal viso di lei.—Posso sperare?

La fanciulla era ormai veramente distratta da ciò che vedeva sulla sponda; ma diede uno sguardo al giovane e rispose, per finirla:

—Non so!

Poi aggiunse:

—Non creda che io voglia giuocar d'astuzia e farle desiderare una parola. Sarebbe indegno. Oggi non posso dirle, con onestà e con lealtà, che questo: non so!

La barca scorrendo sulla sabbia toccava proda.

—Nicla, Nicla, Nicla!—risonò la voce esultante di
Brunello.—Prendimi con te! Fammi fare un giro!…

Egli stendeva le braccia, caracollando lungo la riva, come un piccolo puledro ritornato in libertà.

—Le dispiace che lo faccia salire con noi?—chiese Nicla al conte.

Duccio si scosse, quasi uscendo da un velo di malinconia, e si guardò intorno.

—Il bambino?—disse.—Come vuole!

E diede ordine a uno dei rematori di prendere il fanciullo dalla spiaggia.

Bruno, balzato nella barca, si slanciò al collo di Nicla.

E la baciò, l'accarezzò con tanto fervore, con tanto improvviso brivido, ch'ella lo fissò un poco sorpresa.

—Ma da dove vieni?—chiese, mentre i barcaiuoli vogavano a sciaroga.—Che è questo furore? Non ci siamo visti ieri?

I suoi occhi sorpresero lo sguardo fosco e dubbioso del fanciullo, che scrutava il mesto volto allungato di Duccio.

E capì. Era geloso.

Ella disse:

—Facciamo le presentazioni. Il conte Bruno Traldi di San Pietro. Il conte Duccio Massenti….

—Ah è questo, l'inseparabile?—chiese con indifferenza il giovane, squadrando Bruno senza muoversi.

—È lui!—affermò Nicla.—L'indispensabile

E rivolta al fanciullo, seguitò:

—Vuoi sederti qui, tra il conte Duccio e me? C'è un bel posto….

—No, no!—rispose Bruno prontamente, come avessero minacciato di gettarlo in acqua.

—Allora a cuccia?—domandò Nicla. Egli sorrise e s'accovacciò ai piedi dell'amica.

E sentendo che il conte non aveva più voglia d'aprir bocca, e che il piccolo e il grande si odiavano di tutto cuore, ella riprese:

—La tua mamma è partita?

—Sì: iersera!—affermò Bruno alzando gli occhi in faccia a Nicla.

E questa, per togliere l'ombra che andava addensandosi tra Duccio e
Bruno, seguitò:

—Sai che anche il conte Duccio conosce la tua mamma?

—La conosce?—ripetè Bruno senza voltare il capo dalla parte dell'altro.—E gli piace?

Nicla diresse l'occhio inavvertitamente al viso di Duccio e fu stupita di cogliergli sulle labbra un sottile ambiguo sorriso, ch'egli s'affrettò a dissimulare.

—Domandaglielo!—rispose, malamente impressionata.

—Le piace la mia mamma?—interrogò Bruno, guardando fisso innanzi a sè.

Nicla dovette stupirsi di nuovo.

Ecco Bruno che dava del lei, freddo e contegnoso, a quel signore che gli piaceva poco!

—Sì,—rispose Duccio.—È una bella e gentile signora.

—Molto bella, molto cara, la tua mamma!—rincalzò Nicla pensando al visetto pallido e fine coi grandi occhi appassionati che le avevano così benevolmente sorriso.—E dove è andata ora?

—Ma perchè l'interroga tanto?—interruppe Duccio con prontezza.—Finirà con lo stancarlo.

—Egli sostiene una conversazione meglio d'un grande!—affermò Nicla.

—Lo credo; ma guardi il tramonto,—riprese Duccio, indicando con un gesto il cielo opalescente e le acque che rabbrividivano alla brezza.—Guardi che meraviglia!

—Le dispiace che io parli con Bruno?—domandò Nicla.

—No no, la prego!—rispose Duccio.

—Poichè lei mi tiene il broncio e non dice parola….—seguitò Nicla.

—Non le tengo il broncio,—ribattè il conte.—Sono triste; e sarebbe strano che non fossi….

—La mamma è tornata in Isvizzera!—dichiarò Bruno, levando ancora gli occhi in faccia alla sua amica.

—Dov'era prima di venire a trovarti?—interrogò questa.

—Sì, dov'era prima di venire a trovarmi! E io so dove è. È su, in montagna; e si vede un lago, un lago grande, più grande del nostro. Un lago che si chiama come quel giuoco, sai?

—Quale giuoco?—domandò Nicla ridendo.

—I quattro cantoni!

—Ah, il lago dei Quattro Cantoni!—ripetè la fanciulla, corrugando le sopracciglia.—Allora è a Lucerna, la mamma.

—Vuole che torniamo?—interruppe il conte.—Temo che facciamo troppo tardi, e che la signora ci aspetti….

La fanciulla lo guardò, e le parve un poco aggrondato.

Senza rispondere, volse la barca, fece descrivere alla lancia una larga curva, e diresse verso la spiaggia.

Spronata da una curiosità repentina che le faceva male e di cui non sapeva rendersi ragione, stava china sulla testa di Brunello accovacciato ai suoi piedi, e lo interrogava, fissandolo negli occhi. Seguitò:

—Allora è a Lucerna, la mamma?

—Ma che cosa le importa, signorina?—disse bruscamente Duccio.—Non so perchè insista.

Nicla sentì che la voce di lui non era ferma.

—No,—rispose Bruno.—Ha detto Lucerna, sì, ma ha detto più in alto.

—Più in alto!—ripetè Nicla.—Ci si va con la funicolare?… Di',
Brunello, rammentati! Ci si va con la funicolare?

Bruno, assorto, non rispondeva.

—Rispondi, caro!—incalzò Nicla fremente.—A che cosa pensi?

—Penso al nome,—egli rispose,—perchè la mamma me lo ha detto….

—Non ci pensare. Il nome lo troveremo. Dirami: ci si va con la funicolare?

—Sì, con la funicolare!—consentì il fanciullo.

Nicla tacque un istante, poi annunziò:

—Sonnenberg!… È Sonnenberg?

—Sì, sì, sì!—gridò Bruno, battendo le mani.—Proprio! Me lo ha detto la mamma! Come hai indovinato?… Tu indovini tutto?…

Nicla si raddrizzò sul busto, pallidissima, e piantò in faccia al conte gli occhi scuri.

—Perchè questa commedia?—disse.

—Ebbene?—egli rispose, cercando di vincere la sua irritata agitazione.—Che è avvenuto? che vuole significare il suo sguardo di rimprovero?

Ma Nicla insisteva a fissarlo, con sì disperato stupore dentro gli occhi, che Duccio abbassò un istante i suoi.

—Tu indovini tutto?—ripetè sottovoce Bruno, alzandosi un poco e comprendendo che avveniva qualche cosa di eccezionale.

Nicla lo afferrò e lo strinse fra le braccia.

—Ahimè, sì!—proruppe.—Sì, amore, indovino tutto!

Poi con le mani convulse adagiò quel capo innocente sul seno, che un singhiozzo mal rattenuto sollevava in tumulto.

Nessuno fece più parola, fin che la lancia non ebbe toccata la riva.

E solo quando i rematori spalarono perchè la chiglia, scorrendo sulla rena, approdasse con dolcezza, Duccio rispose:

—Prima di partire avrò bisogno di parlarle. Ne chiederò il permesso a sua madre.

Nicla lo fermò con un gesto.

—È inutile!—osservò.—So già quello che ha l'obbligo di dirmi.

E soggiunse:

—Lasci a me il diritto di concludere. Poco fa le ho risposto: non so.
Ora le rispondo in tutta coscienza: mai!

Duccio Massenti si fece pallido.

Ma senza curarsene, appoggiandosi al braccio d'un rematore, Nicla sbarcò; poi Bruno; Duccio per ultimo.

—Salgo a salutare la sua famiglia,—annunziò questi.—Lei, signorina, non vorrà accompagnarmi?

Nicla allungò la mano verso Brunello e traendolo al suo fianco, rispose:

—No. Io resto con lui!

VI.

E corsero a rivedere gli alberi amici, che sopra uno sfondo opalino mescevano e confondevano in magici archi il loro fogliame, su cui il tramonto gettava un riflesso di luci dorate.

E sotto gli archi si stendeva il terreno molle come una corsia di velluto cinereo; parevan più dure e determinate le linee dei fusti, più vaghe e ampie le radure. Tutto il bosco esalava di legno disfatto, e ai piedi dei tronchi s'ammucchiava il ciarpume di frasche e di sterpi che sprigionavano un odore umido in quell'ora madida e calda.

Risonava qua e là il crepitare delle vecchie cortecce.

Bruno correva a fianco di Nicla, poi che ella stessa correva più che non camminasse; e sentendo la mano dell'amica stringere, stringere forte la sua, il fanciullo tollerava il dolore senza far motto.

Poi la luce intorno cangiò.

Bruno levò il capo a guardar Nicla e la vide tutta rossa. Ella abbassò gli occhi per rispondergli e anche vide Bruno tutto rosso di riverberi.

Il tramonto si faceva vermiglio, e sul velluto cinereo del terreno serpeggiavano larghe chiazze di color del sangue.

Nicla allentò la mano.

Eran giunti a uno spiazzo, su cui giacevano qua e là, disposti a gradi, tronchi abbattuti, e che tutto in giro era chiuso da grossi castagni e da cerri poderosi.

Nicla sedette, e presso a lei Bruno.

—Ti ha fatto male,—egli chiese,—quel signore? Ti ha detto brutte parole?

La fanciulla scosse il capo, negando.

Guardava le vôlte che le fronde formavano e che parevano dilungarsi fin che si chiudevano lontano con una fitta cortina di rami e di foglie.

Doveva essere veramente così.

Duccio e Clara Dolores s'eran dato convegno a Sonnenberg, e di là eran tornati un giorno, ella per rivedere il suo bambino, egli per corteggiare Nicla e forse chiederne la mano.

Erano scesi allo stesso albergo, insieme.

Duccio dedicava qualche ora a Nicla e alla sua famiglia, e si ritirava la sera all'albergo: la sera e la notte. Conduceva nello stesso tempo due intrighi, l'avventura piacevole e il matrimonio solido.

Clara Dolores non aveva colpa alcuna. Libera, mal conosciuta e abbandonata dal conte Fabiano, aveva disposto del suo cuore come più le era piaciuto, certo con l'illusione di trovare in Duccio Massenti l'uomo fedele e degno.

Fino a due giorni addietro, ignorava pur l'esistenza di Nicoletta Dossena, e ancora ignorava e avrebbe ignorato sempre che la fanciulla era desiderata dall'uomo al quale ella s'era data.

Poteva essere triste per Brunello apprendere più tardi che anche sua madre non aveva saputo resistere; poteva essere triste pel giovane che s'affacciava alla vita non trovar nella vita alcuna fede, e dover dubitare di suo padre e di sua madre.

Ma di fronte a Nicla, la contessa non aveva macchia.

Lo sciocco, il fatuo, l'immorale era egli solo, quel Duccio Massenti, già così slombato a ventisei anni da non sentire l'indelicatezza e la vergogna della sua condotta; melenso e maligno, trattava Clara Dolores come una facile avventura e Nicoletta come una più facile preda.

—Non mi ha fatto alcun male, vedi?—esclamò Nicla riprendendosi.—Voleva offendermi, e non vi è riuscito.

Il volto di Brunello si rabbuiò. D'un subito s'era ricordato che poco lungi di là, un giorno in cui leggevano un viaggio al paese delle pellicce, anch'egli aveva offeso Nicla, ed ella, gettatolo dalle ginocchia con rabbia, lo aveva rimandato a casa prima del consueto.

Nicla non gli aveva detto nulla allora, ma egli aveva capito ch'era offesa, perchè aveva voluto baciarla come le ragazze di Parigi, che si rotolavan con lui sul divano.

E si levò repentinamente, affannato e sospettoso.

—Come?—disse.—Voleva baciarti dietro le orecchie?

—Sei pazzo?—esclamò Nicla arrossendo.—Chi ti ha detto mai questo?

Bruno respirò, e tornò a sedere, in silenzio; ma i suoi occhi andarono più volte agli occhi di Nicla, interrogativi e solleciti.

—Io,—dichiarò infine,—sarò sempre savio. Con te sarò sempre savio.

—Va bene!—disse Nicla gravemente.—Tengo la tua promessa.

E Brunello confermò ancora, con un cenno del capo.

S'era messo a ginocchi innanzi alla sua amica e restava così a guardarla, mentre ella pensava. Ella pensava all'inopinato avvenimento che d'improvviso stringeva anche meglio il legame spontaneo fra lei e il figlio di Clara Dolores.

Non era più una simpatia, non un'amicizia fresca e rara, ma una simiglianza di casi per la quale lo stesso uomo faceva male e al bambino e alla fanciulla. Questa involontariamente era venuta in possesso di un segreto che toccava il piccolo Traldi e ch'ella non avrebbe detto mai.

Nicla allungò la mano ad accarezzare Brunello, guardando lontano, tra le luci del fondo che si smorzavano a poco a poco e si facevano argentee.

—Se tu vuoi,—disse Bruno a un tratto,—io racconterò al papà che quel signore ti ha offesa, ed egli lo punirà. Io sono ancora troppo piccolo. Come si chiama: Duccio?

Nicla fece un gesto di paura.

—Tu non racconterai nulla!—ordinò.—Quel signore è già punito.

—Ma il papà….—insistette Bruno.

—Il tuo papà non è il mio. Io ho un altro papà!—rispose Nicla.

—Oh, il tuo non vale niente!—osservò Bruno sorridendo.—Egli non sa sparare con la pistola e far la scherma come il mio. Non sa uccidere!

La fanciulla fissò Bruno con la fronte corrugata.

—Ma tu credi che bisogna uccidere per valer qualche cosa?—esclamò.

—E che dobbiamo fare d'un uomo che ti ha offesa?—disse Bruno placido.—Io lo dico al mio papà, e il papà gli spara contro, come fa con quelle tavole che sono in giardino e che il papà adopera pel bersaglio. Sopra c'è dipinto un uomo grande; e il papà mi ha fatto vedere che lo ha tutto bucato nella testa e nel cuore. Non sbaglia mai….

—Duccio Massenti non è una tavola di legno,—rimbeccò Nicla.

—Ohi—disse Bruno alzando le spalle.

—Ed è così,—proruppe Nicla,—che tu fai il savio? Dicendomi che il mio papà non vale niente e ostinandoti a voler far uccidere Duccio?

—Io ho visto due ufficiali degli ussari,—dichiarò Bruno,—che giuocavano a carte col mio papà; e tutti e due avevano ucciso un uomo in duello.

—E allora?—interrogò Nicla.

—Allora vedi che si può uccidere; perchè gli ufficiali montavano a cavallo, pranzavano con noi, ridevano, e facevano tutto come gli altri.

—Talchè,—seguitò Nicla—se tu fossi più grande, tu andresti a uccidere Duccio Massenti in duello?

—Certo!—rispose Bruno.—Mi piacerebbe!

—Ma egli potrebbe uccidere te,—osservò Nicla.

—Tu credi?—fece Bruno sorridendo con lieve ironia.

—Per carità!—esclamò la fanciulla presa da un freddo.—Non dirmi queste cose, non dirmi queste cose mai più! Che sei tu dunque? con queste idee pel capo, mi metti paura! Io pensavo che tu fossi buono e caro per la tua Nicla, e invece sei crudele e quasi feroce…. Bisogna proprio che non pensi più a te, non ti dia più la mia amicizia e ti lasci solo.

E a mano a mano che parlava, s'attendeva che il fanciullo s'accorasse, e andava studiandone l'espressione per fermarsi a tempo e non farlo piangere.

Ma egli s'inviperì, e rizzatosi, stese le mani al volto di Nicla, gridò infuriato:

—E allora io lascerò che tu vada in barca con quel signore e che poi ti dica le brutte cose? e allora ti lascerò offendere? E anche quando sarò grande, se Duccio ti avrà offesa, io dovrò essere savio? allora egli sarà il padrone e io sarò niente?

—Ma no, ma no, ma no!—interruppe Nicla con dolcezza.—Nessuno mi ha offesa e nessuno mi offenderà. Ti ho detto che Duccio voleva; voleva offendermi, e non vi è riuscito. Non ti ho detto così?

Bruno assentì con un cenno del capo.

—Vedi che dico sempre la verità!—aggiunse Nicla con un trapasso ardito di logica.—E non occorre muovere il papà e le sue pistole e le sue spade.

—Ma non andrai più in barca con lui?—interrogò Bruno ansioso.

—Sta tranquillo!—promise Nicla.

—Io so che veniva sempre a mangiare a casa tua….

—Non verrà più.

—Me lo giuri?

—Come?—esclamò Nicla.—Quale brutta abitudine! Non si deve abusare del giuramento. La promessa basta.

Bruno s'acquetò; e rimettendosi a sedere, posò il capo sulle ginocchia di Nicla.

—Dimmi la poesia!—pregò.

Sommessamente, curva su di lui, sfiorandone la chioma e la guancia con lieve mano di sorella, in una malinconica tenerezza, Nicla intonò:

Io vo' da questa rupe erma cantare,
Te fra le braccia avendo e via lontano
Calar vedendo l'agne bianche al mare
Sicilïano.

E guardava le lunghe ciglia e la bocca fresca del fanciullo, che per chiamar le carezze fingeva dormire, e spalancava gli occhi non appena le carezze tardavano.

Povero piccolo uomo; povero piccolo uomo, perduto nel mondo vasto e tremendo; debole e mal difeso e male sorretto nel cammino; ma già pieno d'ira, d'orgoglio e di passione; già vendicativo e tirannico, audace e geloso; lupatto tra i lupi.

Ti rapirò nel verso; e tra i sereni
Ozi de le campagne a mezzo il giorno,
Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
Ciel, mare, intorno,
Io per te sveglierò da i colli aprichi
Le Driadi bionde sovra il piè leggero
E ammiranti a le tue forme gli antichi
Numi d'Omero.

E non poteva nulla per lui; domani forse avrebbe dovuto lasciarlo.

Egli s'era abbandonato nelle sue braccia, credendola una fata onnipossente; ma ella stessa era debole e mal difesa e male sorretta nel cammino pel mondo vasto; e di lei pure, scampata appena a un agguato, il destino era impenetrabile.

Noi coglierem per te balsami arcani….

Il fanciullo sorrise al ritorno della vecchia strofe, quella che prima gli aveva dato l'impressione della musica in un mondo di mistero.

Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.

L'aria s'era fatta violacea.

I grossi alberi, i rami, le foglie, i fantastici archi e le cortine che parevan chiudere in fondo, in fondo, le imaginarie gallerie fronzute, il terreno cinereo, la radura coperta di sterpi e di tronchi, andavano confondendo linee e profili.

Stendeva la sera un manto d'ametista, che aveva pei meandri del bosco le infinite gradazioni del rosso, del pavoniccio, del gridellino; s'alzava il vento con un mormorio che aleggiava di fronda in fronda.

Bruno circondò delle braccia il collo di Nicla, ed ella delle braccia circondò i fianchi di lui; accostarono le tempie, confusero le rosee bocche, e restarono con l'anima tesa ad ascoltare il battito del cuore, il quale aveva un linguaggio profondo, senza parole, nell'ombra.