VII.
La signora Carlotta osservò a Nicla ch'ella s'era comportata male.
Finito il pranzo, stavano nella grande sala prospiciente il giardino a prendere il caffè.
Nicla guardava fuori, da quella porta sul cui limitare era comparso un giorno Brunello Traldi. Il cavalier Maurizio centellava, dopo il caffè, un bicchierino di liquore giallo; e la signora Carlotta si faceva aria col ventaglio, sfogliando con la sinistra sulla tavola una rivista di arte, di cui non comprendeva niente, nè figure, nè termini, nè scopi.
Nicla girò la poltrona verso sua madre.
Tornata a casa tardi, ancora agitata da quell'ora di tenerezza che il tramonto aveva chiuso, come una perla in un monile, in un cerchio delicato di viola e di porpora, ancora i capelli e le vesti odoranti di musco e d'umido e di molli cortecce cadenti, Nicla aveva trovato i suoi già a tavola, e aveva sentito intorno una silenziosa riprovazione.
—Il povero Duccio,—seguitava sua madre,—è venuto a salutarci prima di partire. E tu non c'eri. Dov'eri?… A spasso, pel paese, con quell'altro….
—Quale altro?—domandò Nicla.
—Il figlio del conte Traldi.
La fanciulla rise.
—Oh!—disse.—Che temibile rivale, un bambino di otto anni!
—Non si parla di rivali,—spiegò il cavaliere Maurizio, occhieggiando in giro per veder dov'era andata a finire la bottiglia faccettata del liquore giallo.—Si vuol dire che il tuo posto era qui.
—Il conte mi aveva già salutato al ritorno dalla gita sul lago,—rispose Nicla, scoprendo la bottiglia sopra un minuscolo tavolino di lacca, e alzandosi per prenderla e portarla a suo padre.—C'era bisogno di tornar daccapo in casa?
—E anche della gita,—seguitò Maurizio, prendendo la bottiglia dalle mani di Nicla e mescendosene un altro bicchierino,—che tua madre ha permesso, potresti raccontarci qualche cosa.
—Mi sembra,—confermò la signora Carlotta, allungando la mano per riprender la bottiglia e piantarla sulla tavola, sotto il naso, con un'occhiataccia a suo marito,—mi sembra che un poco di confidenza ci vorrebbe!
—Ah, la gita!—ripetè Nicla.
E pensò che valeva meglio dare battaglia subito, poichè battaglia doveva essere; e con espressione scherzosa, quasi beffarda, soggiunse.
—È stato così. Il conte mi ha chiesto se mi sono accorta del rispettoso sentimento ch'egli nutre per me. E io gli ho risposto che me ne sono accorta.
La signora Carlotta aveva tralasciato di sfogliar la rivista, e il cavalier Maurizio di assaporar degli occhi il secondo bicchierino. L'uno e l'altra guardavano la figlia con attenzione non priva di ansia.
—Egli mi ha detto poi se poteva sperare,—continuò la fanciulla,—che tale sentimento fosse un giorno condiviso da me. E io gli ho risposto che non sapevo. Gli ho risposto così perchè in verità non sapevo, in quel momento. Poi, stando in barca al suo fianco e udendo i suoi discorsi, ho saputo. E mentre stavamo per lasciarci, gli ho risposto: mai!…
Una bomba che fosse caduta e scoppiata nel bel mezzo della sala, non avrebbe sbigottito maggiormente e Maurizio e Carlotta.
Si trovarono in piedi ambedue contemporaneamente, guardandosi attoniti.
—Santo cielo!—esclamò la signora.
—Tu scherzi!—gridò il cavaliere.
—Una fortuna gettata dalla finestra!—riprese la signora.
—E per questo il conte aveva l'aria malinconica!—aggiunse il cavaliere.
—Ma è una follia imperdonabile!—affermò la signora.
—Una cattiveria determinata!—rilevò il cavaliere.
—Rispondevi con un'offesa a una parola da gentiluomo!—deplorò la signora.
—Noi stessi ne subiremo le conseguenze!—concluse il cavaliere.
Non volendo irritarli con un'attitudine di spavalderia inopportuna, e sapendo bene che qualunque cosa avessero detto e fatto, non sarebbero riusciti nè a rimediare alla catastrofe nè a smuovere lei dal suo proposito, Nicla restò con gli occhi bassi, immobile dentro la poltrona.
Pareva, se non conscia della sua grave azione, almeno dolente pel disinganno che bruscamente causava ai suoi; e intanto pensava ch'era inutile accanirsi e che si poteva vincere con dolcezza.
Prima tornò a sedere Maurizio; poi Carlotta.
Seguì un silenzio, durante il quale Maurizio tracannò il secondo bicchierino, e non sapendo più quel che si facesse, riprese di sulla tavola e di sotto il naso di Carlotta la bottiglia faccettata, e se ne versò un terzo.
—Ma i motivi?—interrogò severo.—Capisco un'esitazione, un dubbio, una ritrosia. Capisco una risposta che chieda tempo. Non capisco un rifiuto definitivo, e senza discussione. Non capisco, insomma, il mai! Per questa parola, i motivi devono e non possono non essere che gravissimi.
Si chinò a sorbire dall'orlo il liquore che traboccava, e ripetè:
—Gravissimi!
A Nicla tornarono in mente i tempi in cui suo padre gridava: «Il palcoscenico no!».
—Maurizio dice giusto!—incalzò la signora Carlotta.—Per mettere alla porla un gentiluomo, poichè lo hai messo alla porta, occorrono ragioni di gravità eccezionale.
—I motivi ci sono, naturalmente!—ribattè Nicla.
Carlotta e Maurizio si guardarono stupefatti. Passavano di maraviglia in maraviglia. Avevan creduto prima a uno scherzo fanciullesco, poi a una sventataggine forse ancora rimediabile, e infine, contro ogni verosimiglianza, si trovavano innanzi a motivi gravissimi che frustravano le loro speranze e mandavano a rifascio un matrimonio di prim'ordine.
—Siamo qui ad ascoltare!—disse Maurizio, vedendo che Nicla non aggiungeva parola.
Ma la fanciulla aveva compreso di non poter aggiungere altro.
Come dire che Duccio Massenti era l'amante di Clara Dolores? Con qual diritto svelava ella l'intimo segreto d'una donna che non era stata per lei se non gentile? Chi l'assicurava che sua madre, facile a chiacchierare, non avrebbe portato attorno la colpa di Clara Dolores per farsi compiangere, come già aveva portato attorno la vocazione di Nicla per l'arte drammatica?
—Spero avrete compreso, ad ogni modo,—ella disse,—che quei motivi non vengono da me. Io non amo nessuno, e il mio cuore è libero.
—Sta bene,—dichiarò Maurizio.—E allora, il conte ha una colpa ai tuoi occhi? Tu sei giovane, inesperta, impressionabile. Devi confidarti con tua madre e con tuo padre, i quali ti diranno se veramente quei motivi son tanto gravi, quella colpa è tanto significativa da giustificare un rifiuto così brusco.
—Qualche amoretto?—insinuò la signora.—Qualche scappata giovanile?
—Giuoca?—riprese Maurizio.
—Beve?—incalzò Carlotta.
Nicla scosse più volte il capo.
—Ma non perdiamo tempo negli indovinelli!—esclamò Maurizio.—Se tu hai fiducia in noi, devi dirci spontaneamente e chiaramente quale accusa tu fai al conte.
—Ha qualche debito?—ricominciò Carlotta.
—Non crede in Dio?—riprese Maurizio.
—Vuole stabilirsi in campagna?—arrischiò Carlotta.
Nicla crollava il capo ad ogni domanda.
—Suvvia,—disse infine,—comprendo che mi è assolutamente impossibile rispondervi. Mi è assolutamente impossibile dirvi quale accusa io faccio al conte. E non si tratta d'una accusa, ma d'un fatto; d'un fatto certo, che io so, e che non devo svelare.
—Incredibile!—esclamò Maurizio.—Esistono dunque fatti che possono essere noti a te, e non devono esser noti a noi? Ci rifiuti dunque la tua confidenza in un argomento di tanto peso e di tanta delicatezza!
—Caro papà,—rispose Nicla, ferma nel suo atteggiamento sommesso e rispettoso,—non bisogna veder nulla di male in tutto questo. Se per un caso disgraziato tu fossi venuto a conoscenza d'un segreto che non riguarda la tua famiglia, ti sentiresti in diritto di svelarlo alla mamma e a me? E tuttavia tu hai nella mamma e in me la più grande fiducia.
—Ma si tratta appunto d'un segreto,—esclamò trionfalmente Maurizio,—che riguarda la mia famiglia. È il tuo avvenire in giuoco! Come? Noi vagheggiamo per te un ottimo matrimonio, noi pensiamo che tu debba essere un giorno felice, noi viviamo nella certezza che la più brillante delle situazioni ti è assicurata; e d'un tratto questo edificio precipita, le nostre speranze si disperdono, il tuo avvenire è messo in forse, perchè tu hai scoperto un segreto…. E vieni a dirci che questo segreto non ci appartiene e non ci tocca, e non dobbiamo saperne nulla e non dobbiamo esserne giudici?
—Tuo padre ragiona benissimo!—corroborò la signora Carlotta, ammirando la logica di suo marito.—Ascoltalo, e non sbaglierai più!….
—E tu ci lasci all'oscuro,—soggiunse Maurizio, riscaldato dall'elogio,—tu ci lasci in preda a mille dubbii, i quali possono anche essere ingiusti, anche essere offensivi, per il gentiluomo che intendeva chiederci la tua mano? Il tuo silenzio ci dà diritto a supporre qualunque peggior cosa di lui. Che so io?… Ch'egli sia ladro o falsario!… Dico per assurdo. Ch'egli sia libertino e beone, che abbia mancato alle leggi dell'onore, che un delitto macchi la sua giovinezza…. Tutto questo noi possiamo supporre, e altro. E perchè? Per tacere un segreto di cui sei venuta involontariamente in possesso? Per salvare chi? quale nome?
La fanciulla sotto quella raffica s'era ancor più rannicchiata nella sua poltrona, ma rimaneva imperturbabile e decisa.
—È giusto!—ella disse.
—Parlerai?—esclamò avidamente Carlotta.
—No. Non posso!—dichiarò Nicla.—Ma è giusto quello che dice papà. E con la stessa franchezza con cui vi ho detto che so un fatto pel quale non potrò mai essere la moglie di Duccio, con la stessa franchezza vi dico ch'egli non ha mancato alle leggi dell'onore, non è un beone, nè un libertino, nè un ladro, nè un falsario, nè un delinquente. È un gentiluomo. Ma un gentiluomo che io non voglio per marito; un gentiluomo di cui non so che farmi.
Maurizio respirò, gettando un'occhiata a Carlotta.
—La cosa non è irrimediabile!—egli disse.
—È irrimediabile!—dichiarò Nicla.
—Rientra nell'ordine dei peccati veniali, se peccato c'è da parte del conte,—si ostinò Maurizio.
—È impossibile che tu giudichi ciò che non sai!—rimbeccò Nicla.
—Ne riparleremo!—soggiunse Maurizio.
—Non ne riparleremo più!—dichiarò Nicla.
—Ci ripenserai!—disse Carlotta.
—Ci ho già pensato!—rispose la fanciulla.
—Testarda!—esclamò Carlotta, perdendo la pazienza.
Ma suo marito le gettò un'altra occhiata, e la signora tacque.
—Magnifico,—ella disse, dopo un istante, mostrando un disegno,—questo brucia-profumi! Si potrebbe comperare….
Il cavalier Maurizio si chinò sulla rivista.
—Non vedi,—rispose,—che fa parte di una collezione e costa venticinquemila lire?
Nicla si alzò per dare la buona notte.
—Addio, mamma!—disse.—Addio, papà! A domani.
Baciò in fronte l'uno e l'altra, e si avviò.
—Del resto,—ella aggiunse d'un tratto,—voi avete torto!
—Io?—esclamò Maurizio.
—Noi?—disse Carlotta.
—Voi, voi!—ripetè Nicla.—Prima di partire da Milano, vi ho detto che avevo pregato Duccio di non venire a importunarmi in campagna. E voi mi avete risposto che ciò non vi riguardava. Come mai oggi fate tanto rumore perchè me ne sono sbarazzata? Non siete logici!
—Ma tu dimentichi,—rimbeccò la signora,—che nonostante il tuo divieto, egli è tornato; ed è tornato a esporti le sue oneste intenzioni. Dopo aver parlato con te per sapere se la sua simpatia non ti riusciva indifferente, avrebbe parlato con noi, per chiederci la tua mano….
—Nulla di più commovente!—aggiunse Maurizio.—Egli è uomo che sa ciò che vuole.
Nicla sorrise.
—Ed io,—disse,—so ciò che non voglio!
—Buona notte: col tempo, spero, ci darai ragione!—concluse Maurizio.
—Speriamo!—rispose Nicla, mitemente ironica.—Buona notte, papà!
Buona notte, mamma!
Non appena ella ebbe varcata la soglia, Maurizio e Carlotta ripresero a discutere. Il padre era d'opinione che la cosa si sarebbe accomodata; certo, il conte Massenti avrebbe scritto per ringraziare dell'ospitalità ricevuta; occorreva stringere con lui la più cordiale amicizia, dando a vedere che dei capricci di Nicla non si sapeva nulla o non si teneva conto.
—Non si è ravveduta anche sulla questione del palcoscenico?—osservò Maurizio.—In fondo è una cara e virtuosa figliuola. Si sa; a diciotto anni, c'è dell'inesperienza, c'è dell'ombrosità….
—Ma tu, che cosa credi di questo grande segreto, di questo grave fatto, che avrebbe scoperto?—domandò Carlotta.
—Io credo a un malinteso. Qualche amorazzo che Nicoletta non capisce, a cui dà una importanza esagerata….
La signora strinse le labbra con espressione di dubbio.
—Io ci perdo la testa!—esclamò.—Perchè tu dimentichi che l'amorazzo lo avrebbe scoperto in barca! Come si possa scoprire in barca un amorazzo o un segreto, è ciò che mi vado domandando.
—Hai ragione!—esclamò Maurizio.—E in barca non c'erano che lei e il conte?
—Sicuro: lei, il conte, e due barcaiuoli,—confermò la signora.—Poi, mi ha raccontato il conte, hanno preso anche quel bambino, il piccolo Traldi, e gli han fatto fare un giro, per divertirlo….
—Forse una lettera, caduta dalla tasca del conte?—arrischiò
Maurizio.
—Nicoletta non se ne sarebbe occupata!—ribattè la signora.
—Forse un ritratto?
—Ti pare? Fare una dichiarazione d'amore a una fanciulla, col ritratto di un'altra in tasca?… Il conte è incapace di questo cinismo!
—È giusto,—acconsentì Maurizio.—E se domandassimo, chiaro e tondo al conte medesimo che cosa è avvenuto?
—Potrebbe risponderci di chiederlo a nostra figlia,—osservò
Carlotta.
—Certo, avrebbe ragione!—confessò Maurizio.—Se si potesse farla parlare, persuaderla a dirci tutta la verità….
—Lo credi impossibile?—domandò la signora.
—È difficile. Lasciamo passare qualche giorno. Tu non dire più nulla.
Poi, mi ci proverò io, con molta dolcezza,—concluse Maurizio.
Tacquero.
Maurizio bevve finalmente il suo terzo bicchierino.
E Carlotta, poichè aveva ancora la rivista squadernata sotto gli occhi, disse:
—Ma è proprio bello, questo brucia-profumi!
VIII.
Al solito convegno sulla riva del lago, Nicla giunse l'indomani, tutta attillata in un abito color d'acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso a guisa del feltro d'un arlecchino, e coi guanti bigi lunghi oltre al gomito.
Presso la lancia di casa, appoggiati ciascuno al remo, due barcaiuoli aspettavano in silenzio.
A poppa sventolava, tutta bianca con un serpentello vermiglio aggomitolato in un angolo, la bandiera di Nicla.
Bruno andò incontro alla sua amica e la guardò senza parlare.
Aveva con se la goletta, per la quale aveva fatto fare dalla governante una bandierina di seta bianca identica a quella di Nicla; ma invece del serpente aggomitolato, suo padre gli aveva dipinto in un angolo un asinello che sparava calci all'aria.
Quell'asinello era stato causa di molte discussioni tra padre e figlio.
Bruno non lo voleva: se ne sentiva offeso, e Fabiano gli aveva spiegato, con un ambiguo sorriso, che c'era più forza nella groppa dell'asino che nella testa del serpente.
Del resto il serpente era un emblema femminile.
—Tu, alla tua età,—aveva soggiunto Fabiano col suo bonario sorriso canzonatore,—non puoi avere per emblema che l'asinello. Specialmente considerando la vasta coltura che possiedi!
Bruno s'era infine persuaso o almeno rassegnato; ma udita la cosa,
Nicla ne aveva riso fino alle lagrime.
—Il tuo papà ha ragione!—aveva detto.—L'asino rappresenta una forza che io non ho, e puoi contentartene.
Così la goletta aveva fieramente spiegato sui flutti la bandiera bianca con l'asinello riottoso, di cui Bruno guardava di tanto in tanto la groppa, pensando alla forza di quei calci gagliardi.
—Ebbene?—gli disse Nicla stringendogli la mano.—Non mi dici nulla?
E lo fece salire nella lancia; poi gli sedette accanto sui cuscini bianchi dai bottoni rossi e prese tra le mani i fiocchi del timone.
—Stai molto bene!—rispose Bruno, con l'accento d'un goloso soddisfatto.
—Allora sei rimasto muto innanzi alla mia bellezza?—disse Nicla ridendo.
—Proprio!—confermò Bruno.—Così, sei più bella ancora!
—Dove andiamo, signorina?—domandò il primo barcaiuolo, togliendosi il largo cappello.
—Alla Croda!—ordinò Nicla.
La lancia prese il largo; scintillavano sotto i raggi le pale dei quattro remi bagnati, come le zanche d'un velocissimo insetto.
Tornando dal bosco la sera innanzi, Bruno aveva pregato Nicla di fare l'indomani una gita in barca fino alla Croda, ch'era un frangente a fior d'acqua, a venti minuti circa dalla villa Carlotta.
Di quella roccia grinzuta, morsa e bucherellata dall'onda, con seni e rientranze e culmini e schiene e venature, Bruno aveva fatto un suo dominio.
Vi aveva passeggiato altre volte con Nicla, dando nome ai solchi e alle vette, versando acqua con le mani nelle cavità per farne mari e fiumi, stabilendo nel mezzo una capitale, animando con la fantasia lo scoglio grigiastro, come sotto i suoi occhi brulicasse la vita d'un intero continente.
Ma da più tempo, rapito dal piacere di correre pel bosco, pareva aver dimenticato il suo isolotto.
E non se n'era rammentato che la sera stessa della gita in barca, con Nicla e Duccio, per aver pretesto a un'altra gita, la quale cancellasse dal suo cuore e dal cuore di Nicla la triste impressione, il ricordo amaro della prima.
Nicla aveva capito.
E per fargli intendere a sua volta ch'ella apprezzava il suo sforzo e che si prestava a chiudere per sempre quel molesto episodio, gli era comparsa innanzi con l'abito che non aveva mai indossato, con un cappello nuovo, diversa da quella ch'egli aveva veduta con Duccio, «ancora più bella».
Egli aveva subito inteso.
E quando furono al largo, sotto il sole, tra la buona aria che fischiava ai loro orecchi e baciava il loro viso, domandò:
—Non lo avevi mai messo questo abito?
—No, caro!
—E anche il cappello non lo avevi mai messo?
—Neppure.
—Allora li hai messi oggi per andare in barca con me?—esclamò Bruno, aprendo i grandi occhi in una luce di gioia.
Ma al momento di rispondere sì, di rallegrarlo e di farlo superbo,
Nicla esitò. Non osava.
Una specie di verecondia subitanea innanzi a quel fanciullo delicato e geloso, che capiva e sentiva come un uomo, la rattenne. Le parve di far male concedendo qualche soddisfazione al suo amor proprio di maschietto prepotente.
—Bisogna bene,—rispose,—cambiar d'abito e di cappello, qualche volta.
Ma scorgendo che un velo di tristezza calava repentinamente sul viso del fanciullo, soggiunse:
—No, no, caro! Ho messo proprio per te l'abito e il cappello nuovi.
Proprio per te!
—Allora Duccio non sa che tu li avevi?—esclamò Bruno con uno scoppio di voce gioconda.
—Non sa!
—Allora non ti ha mai veduta così, vestita di ferro?…
—D'acciaio,—corresse Nicla.—No: non sa niente!
—Non sa che tu sei così bella?—gridò ancora Bruno.
—Zitto, zitto!—disse Nicla.
Egli le gettò le braccia al collo e la baciò sulle guance.
—Come mi piace!—esclamò.—Ieri nel bosco eri tutta rossa; oggi sei tutta grigia.
Tacque per ricordare, indi aggiunse:
—La mamma non veste mai come mi piace. Dice che non m'intendo.
—Ma è elegantissima, più elegante di me,—rispose Nicla.—E poi la mamma, poveretta….
E con maraviglia s'accorse che ogni altro elogio della contessa le moriva sul labbro, e un beffardo spirito le fischiò all'orecchio che la mamma, poveretta, era a Sonnenberg, con Duccio Massenti.
—Tu non sei come la mamma,—seguitò Bruno.—Tu non sei una donna.
—No?—chiese Nicla stupita.—E che sono allora?
—Tu sei una ragazza, come me.
—Sì: una donna ha troppe cose da pensare,—spiegò Nicla.—Una ragazza non ha nulla da pensare e può perdere il tempo nei capricci. Sarà così….
—Sarà così!—disse Bruno, quantunque sembrasse poco persuaso.
Sbarcati alla Croda, Brunello mise in acqua la goletta per proteggerli, mentre più lontano vagava lentamente la lancia, che rappresentava una corazzata.
Nicla ripensava alle parole di Bruno.
Una ragazza come lui! Ancora quel giorno e altri giorni. Poi la differenza d'età si sarebbe aperta tra i due quale un abisso. Entro il breve giro di quindici anni, egli sarebbe stato il giovane che s'affacciava impaziente di desiderii e d'illusioni, ed ella la donna placida e delusa, forse la madre, con qualche rimpianto della libertà perduta.
Non avrebbero mai più trovato il linguaggio che li affratellava; non si sarebbero compresi, se pur si sarebbero rivisti; ed egli certo non avrebbe cercato di lei….
Passarono un'ora sullo scoglio, intrattenendosi a riformar laghi e fiumi. Brunello sosteneva che il suo dominio aveva cambiato figura e s'eran formate nuove valli, alle quali bisognava dare un nome. Nicla, seduta sulla parte più alta della roccia, lasciava dire il fanciullo, che stava accosciato a sbarcare i soldatini di cui la goletta recava un grosso carico, e a distribuirli nelle varie guarnigioni.
Osservando quella ingenua felicità, fatta di tanto poco, Nicla vedeva rinascere il bambino che posava la testa sulle sue ginocchia, così diverso dal piccolo uomo che voleva baciarla dietro le orecchie o far uccidere Duccio per vendicarne un'offesa. A quale di quelle due anime, la modesta e candida, o la violenta e appassionata, avrebbe il destino dato forma e potenza?
—Dobbiamo tornare!—annunziò Nicla, notando che il sole era già basso all'orizzonte.
E fece segno alla lancia che si avvicinasse.
Una improvvisa malinconia le velava l'anima, senza ragione; e durante il ritorno, abbandonata in un angolo della barca, con gli occhi che vagavano nel vuoto, non disse parola.
Bruno cercò d'appiccar discorso, ma dopo un vano tentativo, accorgendosi che la sua amica era assorta in un pensiero, ne rispettò il silenzio e tacque a sua volta.
Guardava l'acqua che mutava sotto il riflesso del Sole morente il suo color verdastro in una lieve tinta cremisi; e di tanto in tanto vi tuffava una mano, occhieggiando se Nicla non lo sorprendesse.
Ma non appena furono sbarcati e la lancia si allontanò per rientrar nella darsena, fecero un incontro singolare.
Un tizio che da qualche tempo gironzava sulla spiaggia, si avvicinò.
Era un uomo d'età mal certa, con la barba rossa non rasata, i capelli radi chiazzati di bianco; vestiva un abito lucido nei gomiti, unto sul bavero e teneva in mano un cappello di paglia divenuta scura, con le tese smozzicate.
—È il figlio del conte Traldi, signorina?—disse, indicando Bruno.
Nicla lo squadrò e procedette senza rispondere.
—Signorina, mi scusi,—insistette l'uomo.
La fanciulla, tenendo Brunello per mano, fece una sosta.
—Ho bisogno di sapere dove sia il conte Fabiano Traldi di San Pietro. Vedo che lei ha il governo del bambino, e certamente vorrà dirmi dove si può trovare suo padre.
—Non so nulla!—rispose Nicoletta con voce asciutta.
L'uomo non si mosse.
—È possibile?—esclamò.—A villa Florida, il domestico mi ha detto lo stesso…. E si tratta di cosa grave: della scadenza d'una cambiale di dodicimila lire….
—Andiamo!—disse Nicla a Bruno, avviandosi.
Era dolente d'aver appreso una notizia gelosa che non la riguardava.
—Forse è uscito per breve tempo,—insistette fastidiosamente l'uomo, mettendosi al suo fianco.—Forse è andato a far qualche visita, una gita?…
—Le dico che non so nulla!—ripetè Nicla in tono reciso.
Ma l'uomo fece più dura la voce, e seguitò:
—La prego d'osservare che si tratta di cosa importante, gravissima, l'onore d'una firma. È possibile che lei non sappia dov'è il suo padrone?
Nicla si scostò con un tal balzo, che per poco Bruno non ne fu rovesciato.
—Il mio padrone?—esclamò, volgendosi e piantandosi innanzi all'uomo dal pelo rosso.—Io non ho padroni! Sono la signorina Dossena, e non faccio la serva!
—Oh che stupido!—disse Bruno.
L'uomo si curvò immediatamente fin quasi a terra, e la sua voce diventò piagnucolosa.
—Ah, mio Dio, mio Dio! quale errore! Le domando perdono, signorina Dossena! Un gran nome delle nostre industrie! Le domando perdono con tutta umiltà, signorina! Quale errore!
E camminando per alcuni passi a ritroso, borbottando sempre con voce di pianto, l'uomo si ritirò in fretta, e scomparve in direzione della villa Florida.
—Era molto stupido!—osservò Bruno.
—Ma il papà dice qualche volta che non c'è, per non vedere quegli uomini….
—Lo imagino,—rispose Nicla.—Ora, va a casa. A domani!… E al papà non raccontare nulla. Egli avrebbe dispiacere, se sapesse.
—Tu non hai avuto dispiacere perchè quello stupido credeva che tu fossi la governante del papà?—chiese Bruno.
—No, no,—rispose Nicla sorridendo.—Addio. Va a casa!
E si chinò a baciare il fanciullo.
Ma tornata a casa, cadde in preda a una più grave, a una più nera malinconia; e a pranzo non toccò cibo.
—Riflette, riflette!—disse il cavalier Maurizio alla signora Carlotta, non appena furono soli e poterono scambiarsi qualche impressione.—Vedrai che finirà col dirci spontaneamente il suo segreto.
E rise, da furbo, mentre la moglie lo ammirava.
IX.
Fu l'indomani una indimenticabile giornata, che rimase nella vita di
Nicla come una sinistra conferma di presentimenti invincibili.
Era scesa, verso le nove del mattino, nella piccola sala da pranzo dove abitualmente faceva colazione con sua madre, quando non v'erano ospiti.
Il cielo era tuttavia carico di nubi, strascico d'un temporale furioso durato l'intera notte, che aveva impedito alla fanciulla di dormire. Odorava la terra d'umidità e il vento sconvolgeva il lago.
Oltre le vetrate della sala si scorgevano le onde che parevan venir dall'orizzonte bigio, coronate di bianca spuma, e che dato un lancio, si gettavano con incessante fragore e si stendevano sulla spiaggia.
La temperatura s'era abbassata da un istante all'altro.
Nicla vestiva di scuro.
Presso la tavola attendeva il domestico, pronto a servire.
La fanciulla baciò sulle guance sua madre; e questa, prima ancora che Nicla avesse preso posto, con una voce in cui fremeva il piacere d'un pettegolezzo e la gioia di poterlo rivolgere in tutti i sensi, domandò:
—Sai la notizia?
La fanciulla rispose, un po' inquieta:
—Esco ora dalla mia camera. Non so nulla, mamma!
E pensò annoiata che si trattava forse ancora di Duccio, il quale aveva scritto, o stava per tornare, o chiedeva di giustificarsi; e la battaglia sarebbe stata rude.
Ma Carlotta aspettò che Nicla fosse seduta e che il domestico, posto in tavola i vassoi e mesciuto il cioccolatte, se ne fosse andato; e finalmente riprese:
—Il conte Traldi è scappato!
—Che dici?—esclamò Nicla, sorgendo in piedi.
E in un lampo comprese che non poteva esprimere nè dolore soverchio, nè compianto; ciò le avrebbe cagionato altre noie.
Pallidissima, tornò a prender posto, e soggiunse:
—È scappato? Sei ben certa?
—Non so perchè te ne stupisca tanto! Sei diventata bianca in faccia, come se si trattasse d'una disgrazia di famiglia,—osservò sua madre.
—Nervi:—rispose la fanciulla.—Non sempre si è padroni dei proprii nervi: io stanotte ho dormito poco e male.
E dentro il cuore, una voce le gridava: «Bruno! Dov'è Bruno? Che è avvenuto di lui?».
—Anch'io non ho dormito,—riprese con un sospiro la signora.—Fosse il temporale, fossero i pensieri per quella tua scappata col conte Massenti, non ho potuto chiudere un occhio. Non so quando ci dirai le ragioni per le quali hai messo alla porta, senza avvisarcene, senza averne il permesso, quel vero gentiluomo.
Nicla fremeva in silenzio. Bruno? Dov'era Bruno?… E sua madre parlava di Duccio e del matrimonio e del segreto!
Ma comprendendo che non v'era nulla da sperare, e che su quell'argomento Nicla non avrebbe dato alcuna risposta, la signora si volse all'altro, e seguitò:
—Sicuro, è scappato. Ieri erano stati a cercarlo per il pagamento di cinquantamila lire. Egli non riceveva. Poi ha licenziato tutti, e durante la notte è scappato coi cavalli, invece che con la ferrovia. Credo sia pazzo. Viaggiare in carrozza da posta con un tempo infernale, sotto i fulmini, per non trovar creditori anche in treno, è veramente un'idea da matto.
—E dove è andato?—chiese Nicla, cercando d'ingoiare la sua bevanda con la gola serrata.
—Dicono a casa sua, dalla madre e dai fratelli, per estorcere altro danaro.
—E la villa?
—Credo sia chiusa: ci ha rimesso un mese d'affitto.
—E ha condotto con sè il bambino?
—Senza dubbio. Tu ne avrai dispiacere. È per questo che sei così agitata?
—Ne ho molto dispiacere—confermò Nicla.—Ma non sono agitata.
—Egli è con suo padre. Non è stato sempre con suo padre?—osservò la signora Carlotta.—Suo padre ci penserà.
—Come sai tutti questi particolari?—domandò Nicla alzandosi.
—Ma non si parla d'altro, in paese. Stamane son venute dieci persone a raccontarmi l'avvenimento. Bada che fa fresco; non andare al lago.
Nicla era già uscita.
Le martellava in cuore un'idea sola: «Non lo vedrò più!».
Glielo avevano rapito di notte, durante una tempesta, sotto i fulmini, per trascinarlo nuovamente a un'esistenza di disordini ansiosi e di febbrili vicende.
Non lo avrebbe veduto più. Suo padre s'allontanava per sempre dal paese, forse dall'Italia; il bambino riprendeva la sua strada, dopo un intermezzo di dolcezza e di gioia; andava incontro alla sua sorte, qualunque ella dovesse essere; e Nicla sentiva d'essere una intrusa, la signorina Nicoletta Dossena, una vicina di campagna, e nulla più, la quale non aveva alcun diritto non che a giudicare, nemmeno a chiedere e a sapere.
Perchè lo aveva amato?
Lo aveva amato come un bambino suo, più che un fratello. Gli aveva dato tutta la sua fresca anima libera; ed egli, a guisa d'un piccolo Amore sbucato impensatamente fuor da una nube, le aveva piantato nel fianco una freccia di cui ella non sapeva più liberarsi, di cui avrebbe portato il peso e il segno per tutta la vita.
Sulla soglia del vestibolo, fingendo di cercare il cappello, un cencio qualunque da mettersi in testa, pianse lagrime roventi.
Una cameriera, che le porgeva il cappello, non osò dir parola, e volse gli occhi per non essere indiscreta; ma sapeva; tutti in paese sapevano che Nicla era per il piccolo conte Traldi, meglio che una sorella, più che una madre.
Nicla uscì e corse a villa Florida.
Il vento fischiava; sulla riva, i barcaiuoli stavano vuotando le loro barche dall'acqua che le aveva invase; e grandi nuvole viaggiavano frettolose per il cielo bigio.
La fanciulla guardò sulla spiaggia il luogo in cui Bruno l'aveva salutata la sera prima, e gli occhi le si riempirono di lagrime.
Suonò alla portineria della villa, e la governante venne ad aprire.
—Oh signorina!—disse.—Favorisca. La casa è tutta sossopra, e vorrà scusarmi. Una partenza così improvvisa….
E precedendo la fanciulla, la fece entrare nel salotto a pian terreno, i cui mobili eran coperti di tela giallina, e le pareti di tappezzeria chiara a righe grigie, sul gusto inglese.
La governante era una donna di circa cinquant'anni, alta e robusta, con occhi cilestri; portava in testa una cuffia nera orlata di bianco, e sulla veste scura un candido grembiale.
Ella restò in piedi mentre Nicla sedeva sopra un divano.
—Volevo avere notizie,—disse la fanciulla,—di Brunello.
—Me lo imagino. Oh quanto ho udito parlare di lei, signorina!
Brunello non parlava d'altri, lei era il suo Dio.
—Sì, un dio,—esclamò Nicla involontariamente,—che non può nulla.
—Il signor conte è partito stamane, all'alba, coi cavalli,—raccontò la governante.—È stata un'idea bizzarra, così, venutagli d'improvviso, come tante altre. Il signor conte ne aveva di curiose ogni giorno; era un carattere difficile. Iersera ci ha licenziati, Antonietta la cuoca, Carlo il domestico, e me. Io sono rimasta per far la consegna della casa, e potrei rimanerci anche un mese, perchè il signor conte ha pagato fino a tutto il mese venturo. Carlo non ha mancato di far osservare al signor conte che poteva partire stamane alle undici, con un treno che è comodo. Ma egli s'è infuriato: voleva partire subito; mandò a noleggiare da Vico Malerba una carrozza a due cavalli, e la carrozza è venuta a prenderlo verso le quattro del mattino. Sono partiti così, e non erano a cinquanta metri dalla casa, che è scoppiato il temporale…. Vergine santissima, che tempesta! acqua e grandine e vento! Nessuno di noi si è coricato; pensavamo tutti al signor conte e a Brunello. Li aspettavamo di ritorno da un momento all'altro…. Ma sì; neanche i fulmini lo trattengono il signor conte quando s'è messo in capo un'idea; e non sono tornati.
—Ma dove andavano?—chiese Nicla ansiosamente.
—Chi sa? A prendere la ferrovia più giù, alla quarta o alla quinta stazione. Il signor conte va a trovar la sua famiglia, per affari.
—E Brunello?
—Brunello dormiva. L'ho vestito io. Veniva a casa la sera sempre stanco, per le sue grandi passeggiate e per le corse che faceva con lei, signorina. Dormiva, e l'ho vestito io, l'ho messo io in carrozza, e l'ho avvolto ben bene di scialli e di coperte, perchè sentivo che il tempo era incerto. Non s'è nemmeno svegliato quando gli ho dato due grossi baci.
E tacque. Nicla guardò a terra.
—Non torneranno più?—chiese dopo un istante d'esitazione.
—Vorrei!—esclamò la governante.—Ma io ho ricevuto ordine dal signor conte di spedir casse e bauli che son rimasti qui all'indirizzo che il signor conte mi telegraferà.
Nicla si alzò lentamente.
—Non tornano!—disse.—Ma forse il vetturale. Vico….
—Vico Malerba….
—Vico Malerba è già rientrato, e si potrà sapere almeno se Brunello non ha patito durante il viaggio!
—Mi sembra ancor presto,—osservò la governante.—Ma andrò a vedere subito. E in ogni modo non dubiti, signorina….
La riaccompagnava a passo a passo dal salotto verso il vestibolo; e attraversando un corridoio laterale al giardino, la fanciulla vide in fondo, tra i fusti e il fogliame scuro, una tavola di legno. V'era dipinto in rosso e nero un soldato in grandezza naturale.
Era il bersaglio del conte, quel bersaglio che Brunello avrebbe sostituito volentieri con Duccio Massenti.
Le lagrime tornarono agli occhi di Nicla.
—In ogni modo non dubiti, signorina,—diceva la governante,—non appena avrò notizie, sia oggi, sia domani, sia poi, gliele porterò. So il bene che lei voleva a Brunello, e l'adorazione che Brunello aveva per lei.
—Sì,—disse Nicla.—La ringrazio e ci conto.
Salutò con un cenno del capo e uno smorto sorriso, e uscì, mentre la governante la seguiva degli occhi.
Non v'era più speranza; Bruno era perduto, Bruno non sarebbe tornato mai più.
La spiaggia, il lago, il bosco, il poggio, tutto quel paesaggio di felicità, bello e immenso, d'un tratto era divenuto misero, grigio, deserto, per la scomparsa d'un piccolo uomo che lo animava con la sua presenza e lo possedeva con la sua voluttà di vivere.
Ma più fortunato, nella sua disgrazia, di chi rimaneva, Brunello sarebbe stato assorto in altri spettacoli e distratto da altre vicende: non avrebbe rivisto ogni giorno quei luoghi che parlavano d'un passato raro e maraviglioso, e facilmente avrebbe potuto dimenticare.
Nicla restava.
Restava sola a bere tutta la mestizia disperata delle ore cògnite, a udir le campane che annunziavano da lungi il vespero, le campane degli armenti che tornavano alle stalle, le campane flebili che mormoravano a fior d'acqua sul lago.
Dove trovar posa, dove trovare scampo, contro i ricordi che l'assalivano da ogni parte? Come vivere senza parlare mai del proprio dolore, senza confidarsi ad anima viva, simulando anzi il piacere pel piacere degli altri, la curiosità per la curiosità degli altri, simulando in una parola quella vita che traeva placida e noiosa prima di conoscere Brunello e la dolcezza d'un casto idillio?
—Hai saputo qualche cosa?—le domandò sua madre, vedendola tornare.
—Non ho saputo niente, perchè non ho chiesto niente!—ella rispose.
E salita nella sua camera, vi si chiuse, e si gettò sul letto a piangere.