XI.
Sembravano due ragazzi accaniti in una gara ingenua, ed eran due odii che si cercavano, una coppia che travisava la lotta dei sessi, la quale finisce con un abbraccio, e qui non aveva speranza di finire se non con qualche impreveduta violenza. Tale era divenuta a poco a poco l'intimità fra Cesare e Roberta, che il dottore e la fanciulla non si chiamavano più coi nomi loro, ma con nomignoli bizzarri. Cesare per Roberta era «pipistrello», e Roberta era «cavalletta» per Cesare. Trascinato dal giuoco, egli s'era fatto più audace di lei, ed ella doveva talora cercare un cantuccio nascosto del giardino per leggere in pace i suoi libri; dove il Lascaris arrivava, agitando in aria un grosso ranocchio o un ispido vermiciattolo, minacciando di gettarglielo sulle vesti. Stavano in agguato delle debolezze reciproche per cavarne il tema a uno scherzo o a un'insolenza; si disegnavano il ritratto sopra un pezzo di carta, prodigando linee buffonesche, musi spaventevoli, capelli incolti; le fogge di vestire non isfuggivano alla critica; l'inesperienza di Roberta a descrivere una scena e ad esporre un lungo racconto, offriva a Cesare l'opportunità di contraffare la ragazza crudelmente. Sentivano nella implacabile guerriglia una attrazione quasi sensuale, aspra. Cesare aveva bisogno di tutta la sua prudenza per vigilarsi, per costringere lo scherzo entro i confini e non eccedere.
Illuminata dal male, Roberta appariva certi giorni veramente bella: un viso bianco e giovanile, che già si piegava a scrutare i vuoti abissi del nulla, un corpo fragile di cui Cesare conosceva quasi intere la forma e l'attraenza…. Poi, la giovanetta, anelante alla bellezza, si faceva di ora in ora più seduttrice, con molta incoscienza, la quale era un'altra seduzione; e nel giuoco sfoggiava una naturale arte femminea, dando alla voce alcuni coloriti di preghiera e d'ironia, che vibravano a lungo e sembravano commuovere lei medesima. Si vestiva con cura minuziosa; aveva strappato a Emilia il permesso di portare gli orecchini di brillanti e i gioielli inibiti ancòra alle ragazze. Attillata, guantata, coi cappelli fantastici allora in moda, vivificata e rosea per la piccola febbre che la distruggeva lentamente, somigliava qualche volta a sua sorella, e, predestinata dalla malattia, qualche volta era di sua sorella più capziosa.
—Non Le sembra,—aveva detto a Cesare un giorno, in cui era scoppiato il temporale, e voleva ottenere ch'egli chiudesse la finestra, alla quale ella non osava affacciarsi,—non Le sembra che La preghi deliziosamente, con una voce da sirena?…
Aveva intrecciato le mani, composto il viso a timida umiltà, pel timore che il Lascaris non si giovasse dell'incidente a vendicarsi delle spesse cattiverie di lei….
Ma quella sera eran giunti anche più oltre. Per difendersi dal fulmine, Cesare aveva suggerito a Roberta la consuetudine dei pusillanimi che si nascondono nudi fra due materassi….
—È un'idea,—aveva aggiunto, incapace a frenarsi.—La provi. Supponiamo che il fulmine cada nella sua camera, mentre Lei è così al riparo; non imagina che gioia, che trionfo?
Aveva taciuto un attimo; quindi, pazzamente:
—Badi però di non dimenticare in quale posizione Ella si trova. Sarebbe piacevole che balzasse fuori dal nascondiglio, tutta nuda, e venisse ad annunziarmi gravemente il pericolo scampato!…
Andare da lui, tutta nuda? L'imagine s'era presentata assai monca alla fantasia della giovanetta, ed ella non vi aveva visto se non la comicità o il ridicolo; per questo, mentre Cesare già si mordeva le labbra, risuonò nella camera una lunga risata, e Roberta concluse negligentemente:
—Sì, sarebbe piacevole, Pipistrello!…
E fu tutto.
Il Lascaris la tormentava con una gragnuola di proverbii, stroppiati, confusi, mescolato il capo dell'uno con la coda dell'altro; e interrompeva le parole di lei per lanciare due o tre sentenze così grottescamente camuffate, ch'ella ricordava e ripeteva…. In tal modo infilavano discorsi strani, scintillanti qua e là di qualche lampo d'arguzia spontanea.
Poi, di repente, l'un dei due si faceva serio e parlava di cose gravi; ciò avveniva più spesso alla presenza d'Emilia, la quale aveva assistito in parte al nascere della confidenza inaspettata, e non sapeva giudicarla, attonita. La conversazione diventava saggia, ma variata per le immancabili puerilità di Roberta; discutevano del matrimonio, dell'amore, in termini poco definiti, perdendosi. Cesare non poteva esprimersi compiutamente; Roberta non aveva dell'amore se non l'idea romantica; Emilia era distratta e nervosa. Seguitavano fin che l'abitudine della quotidiana guerriglia non li avesse ripresi, e l'uno non avesse dichiarato l'altra incapace a qualunque ragionamento più volgare.
Ma con abili scandagli, il Lascaris era riuscito a stabilire che, sebbene romantica, l'idea dell'amore era completa in Roberta. Senza madre, non vigilata da Emilia se non materialmente, in dimestichezza stretta con altre fanciulle, Roberta sapeva e indovinava con una perspicacia talvolta contradditoria. Non arrossiva mai fuor di proposito; sapeva benissimo, ad esempio, d'essere vergine, e ignorava in che cosa la sua verginità consistesse.
La conversazione seria assumeva una vivacità estrema. Cesare si levava in piedi, camminava pel salotto, parlava come innanzi a un avversario che si deve convincere.
La fanciulla ascoltava e prendeva poi la parola ad esporre i suoi dubbii; la facondia dell'uomo le smagava i sogni e le toglieva il concetto abituale della vita. La spauriva l'insistenza di Cesare nel definir nettamente i termini della lotta, una cosa nuova per lei, orribile nelle sue forme infinite. Ella aveva sempre considerato l'esistenza uno scambio d'aiuti e una gara d'arrendevolezze; non poteva piegarsi a credere specialmente nel male e a diffidare del bene.
Le discussioni davan luogo anche a qualche episodio.
Una sera in cui parlavan di matrimonio, Cesare aveva chiesto a Roberta quale sarebbe stato per lei il marito ch'ella avrebbe idealmente scelto; e come la fanciulla non sapeva sbrigarsene sùbito, il Lascaris seguitò, con una fievole punta d'ironia:
—Vediamo, per esempio: io so che sarei un marito eccellente. Se io, dunque, la domandassi in isposa, Lei accetterebbe?
Emilia drizzò il capo, sussultando. Roberta esitava; nonostante la confidenza, ella soffriva sempre innanzi a Cesare un po' d'impaccio, e finita la febbre dello scherzo, era ripresa dalla tema d'offenderlo. Infine, si decise:
—No,—disse.—Rifiuterei. Non è abbastanza idealista.
L'osservazione fece ridere il Lascaris, forse perchè si sentiva colpito a fondo; ma Roberta aveva nascosto una verità più cruda. Per lei, Cesare era brutto, ed ella pensava che la bellezza era quanto si doveva cercare e portare nel matrimonio…. Ah, la bellezza eterna e l'eterna giovanezza rappresentavano la fantasia carissima fra tutte alla fanciulla! Solo aveva sguardi per istudiare il volto degli uomini e delle donne, la maniera di vestirsi, gli atteggiamenti e le espressioni….
—Hai visto che begli occhi?—domandava a Emilia, quando passeggiavano.—Hai visto che bella figura?…
Cesare coglieva il momento in cui passava, qualche deforme, per chiedere alla giovanetta:
—Ha visto, che bel naso?
La bellezza era il riflesso d'una grande bontà; le anime belle non potevano stare se non in bei corpi; e non era questa l'opinione più bambinesca di lei: arrivava fino alle ultime puerilità, fino a credere una persona elegante assai superiore ad una dagli abiti modesti. L'ingegno doveva avere un paludamento visibile…. E poi, con un'inflessione di voce, con un nonnulla nel gesto o nella posa, risaliva all'altezza della donna e alla scienza della seduzione.
Di tratto in tratto, il Lascaris aveva per l'inconsapevole morente un lampo di vera tenerezza; la consigliava e la correggeva, quasi una sorella….
—Andiamo, selvaggia! Andiamo, cavalletta, si tenga bene sul busto, porti alto il capo…. Su, un poco d'energia, Lei che vuol essere bella! Perchè s'incurva così?
—Non posso, mi lasci: sono malata,—rispondeva la fanciulla, ora distrattamente, ora con un'esclamazione di strazio indimenticabile.
—«Sì, non ha un anno di vita,—pensava il dottore.—Perchè la tormento?»
La condanna crudele, senza scampo, dava giusto al Lascaris tanta libertà con Roberta. I suoi discorsi non interamente scettici, ma già troppo scettici per l'inesperta ascoltatrice, la sua intimità ardita, pericolosa, la quale nessuno sapeva fin dove sarebbe giunta, avevano scosso lui medesimo; e non si liberava dal dubbio di coscienza, se non pensando:
—«Muore: non ha dimane. Sarà almeno vissuta.»
Salvare la fanciulla non poteva; crescevagli l'odio per quel fragile e infrangibile ostacolo alla sua passione; e tuttavia avrebbe voluto accendere la moribonda giovanezza di Roberta, non lasciarla spegnere così, semplice larva. In lui, simile tentazione non era nuova; spesso, innanzi ai casi di fatali malattie con prògnosi sfavorevole, s'era sentito spinto ad avvertir l'ammalato. Avrebbe detto volentieri:
—«Voi avete diritto a vivere diversamente da noi, che siamo sani e rappresentiamo l'esempio e l'avvenire. Toglietevi dal volto la maschera, gettate lungi l'ipocrisia atavica. Siete liberi!»
E pensava al terribile spettacolo di quei morituri, che avrebbero traversato il mondo in cerca d'una plaga serena, ove sfrenar la rabbia degli ultimi piaceri.
Ma se in tutti gli altri casi l'uomo era stato vinto dal medico, egli per Roberta non era più il dottore che compiange e passa: aveva rapito a Emilia qualche cosa delle sue ribellioni contro il male.
Indi, il combattente si rialzava improvviso da quelle prostrazioni sentimentali. Egli voleva Emilia; ogni giorno il bavaglio imposto al suo amore lo torturava vie più; Roberta doveva morire, poichè era l'ostacolo…. Cominciava anzi a sospettare che la fanciulla si prestasse all'anormalità dell'imprevista confidenza non per altro se non per distrarlo e sviarlo dalla sorella…. Lo infiammavano allora l'inquieto egoismo, la caparbietà di raggiungere un fine con qualunque mezzo…. No: no: egli non si lasciava sviare…. La tentazione era forte, senza dubbio: si sarebbe detto che la febbrile audacia di Roberta dèsse l'adito a tutte le speranze. Ma Cesare nelle sue inclinazioni, per indole e per sapere era normale: amava la sanità quanto la bellezza, e non poteva cader vittima d'un inganno momentaneo dei sensi.
Il giorno stesso in cui aveva secretamente fatto pervenire a Emilia una lunga lettera appassionata, fu attentissimo a Roberta, fraterno. Il cuore gli batteva in petto, da spezzarsi; quando Emilia comparve taciturna e pallida, egli si sentì così goffamente intimidito, che non osò guardarla in volto, nè dirigerle la parola.
Dovevano recarsi il giorno appresso a una gita, a Mont'Allegro. Vi andarono, salendo da Rapallo al monte, Emilia sopra una quieta giumenta, Roberta con un asinello piagato che l'aveva commossa sino alle lacrime, quantunque avesse poi finito col batterlo; e Cesare a piedi.
La guida, un ragazzotto esile e sciocco, li esilarò co' suoi spropositi di storia e di lingua. Dava a Roberta il titolo di signora, credendola moglie del Lascaris, e di signorina a Emilia, ch'egli supponeva la cognata di Cesare….
—Signora, signorina, è poi lo stesso,—egli comentava col dottore.—Io, di queste mariuolerie non m'intendo….
La fanciulla rideva a gola spiegata; anche Emilia trovava qualche sorriso; Cesare stava presso la ragazza, lasciando la guida a fianco della donna.
Roberta era a cavalcioni della bestia; per un malinteso, mancava la sella acconcia, e la giovanetta aveva bravamente inforcato la sua cavalcatura.
—Su, ritta: i gomiti ai fianchi; nella staffa, appena metà del piede,—suggeriva Cesare, fingendo una partita d'equitazione.—Non tormenti il puro sangue colle redini del morso: andiamo, trotto leggiero! Battute giuste in sella!…
—Oh, insomma,—gridava Roberta, irritata e ridente.—Vuol lasciarci tranquilli?…
A poco a poco, le dolsero i ginocchi: la presenza del Lascaris la impacciava, togliendole la libertà di mutar positura. Infine, poichè l'asinello s'era fermato a brucar tranquillamente l'erba, ella riprese la sua arditezza infantile e pregò Cesare d'aiutarla a scavalcare.
Fu quello l'istante, in cui l'abitudine mentale di considerar la giovanetta come una larva che non provava e non comunicava alcun fluido di desiderio, spinse il Lascaris alla temerità estrema.
Egli cercò di trar Roberta d'arcione afferrandola pel busto; non vi riuscì, e la cavalcatura avviandosi in quel punto di nuovo, Cesare non esitò a passare una mano sotto le vesti della fanciulla, ad allargarne le ginocchia indolenzite, e a strapparla di sella in tal modo, rapidissimamente.
Poi la sostenne in piedi, e le disse ridendo, impassibile:
—Che nessuno lo sappia!