XII.

Per aprire il cancello cigolante, egli approfittò del fragore d'un treno che scivolava nell'ombra notturna.

Il vento taceva; le cime degli alberi stavano tutte immote; tra i filari degli aranci, le lucciole non trescavano più. Risonava di tempo in tempo la caduta d'un frutto delle palme, o il gracidar già fievole dei ranocchi, su in alto nel serbatoio delle acque irrigue.

Il giardino grigiastro susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e qualche cosa placidamente singolare era fra le lucide frasche delle magnolie, fra le chiome dei palmizii, fra i cespi dei fiori….

Cesare entrò.

Il passo cauto sulla ghiaia aveva risvegliato l'attenzione del cane di guardia, che accorreva latrando. Si udiva il galoppo della bestia; e quando gli fu vicina, Cesare la chiamò sottovoce:

Nero, silenzio! Qui, Nero!

Il cane, un bastardo, di grandezza mediocre, nero col petto bianco, fiutò l'uomo e tacque; si scrollò e ripartì di galoppo, mandando ancòra qualche latrato, lontano, per chiasso.

Cesare aveva anticipato di pochi istanti l'ora del convegno. Temeva d'incontrarsi coi figli del massaio, che lavoravan di notte al torchio in una piccola casa rustica, dietro la villa. La villa, dal chiosco ove il Lascaris era giunto, aveva contorni indefiniti, nell'ombra, e, davanti, i due palmizii immobili sembravano proteggerne il riposo.

L'uomo si sentiva inquietamente felice; pregustava le delizie dell'amore che comincia, e non possedendo ricordi d'avventure consimili, non aveva preparato nè una frase nè un gesto; egli sapeva che la sua passione sarebbe bastata a trascinare lui e la donna nell'ampio cerchio di luce, in cui tutte le parole sfavillano e sono grandi.

A mezzanotte precisa, Emilia gli andò incontro e gli tese la mano. Teneva dall'altra la catena di Nero, che s'era imbattuto in lei, e ch'ella aveva posto al guinzaglio, perchè non disturbasse oltre.

—Accenda!—disse brevemente.

Cesare s'avvide allora che sulla tavola di pietra nel mezzo del chiosco era preparata una piccola lampada.

—Non tema,—aggiunse la donna.—Il giardino è deserto, questa notte: gli ulivi ci nascondono interamente.

Al debole raggio della lucerna, sì guardarono.

Emilia indossava un abito bruno; per effetto della luce scialba, o per la commozione violenta, appariva di una pallidezza mortale. Seduta sopra un rozzo sgabello di legno, il cane sdraiato a' suoi piedi, era una figura tragica, davanti alla quale i desiderii arditi dovevano svanire.

Cesare ostentava una calma, che di momento in momento poteva mancargli. Il corrugare delle sopracciglia avevagli solcato la fronte d'una linea scura. Stava in piedi; guardava la donna con un senso di nuova inquietudine. La sola vista di lei gli richiamava anco una volta la tristezza, che mai non era giunto a dominare, avvicinando le due sorelle. Su quelle giovani, su quelle fresche esistenze, il grigio nembo del destino s'addensava; ed egli aveva voluto sfidarlo con loro, ed era troppo tardi per isfuggire alla solidarietà paurosa.

—«Chi direbbe, questo, un convegno d'amore?»—si domandò, mentre
Emilia aveva cominciato a parlare.

—Mi ha scritto che desiderava un colloquio,—ella disse, incerta nella voce.—Perchè vuole spiegarmi una cosa assurda ed inutile?… Non le basta avere per sempre spezzato la nostra amicizia, dandole un significato che io non posso accettare?

Egli incrociò le braccia al petto, e dichiarò:

—Non è cosa assurda, il mio amore; forse, non sarà cosa inutile. Debbo ripetervi quanto vi ho già scritto: ho bisogno di voi per vivere.

—No!—proruppe Emilia, alzando la testa a guardar, più che l'uomo, la realtà della passione ond'era ormai stretta e incalzata.—Io non ascolto queste frasi. Con una parola posso toglierle ogni speranza, se non le ha tutte ancora perdute…. Odio l'amore di Lei, odio l'amore di chiunque.

Cesare fece un passo verso la leggiadra figura dolorosa, la quale parlando aggiungeva una grazia ignara al suo aspetto, e gli toglieva l'ombra di durezza, che l'abito aveva tentato di dargli.

—Emilia,—egli disse, prendendole una mano.—Voi mi sapete incapace, per indole e per abitudini, a compor delle frasi…. Mi vedete calmo, perchè non ho esitanze, e la fine di questo convegno sarà anche la fine di lunghi tormenti…..

—Non si muore per una donna sconosciuta,—mormorò Emilia, distogliendo lo sguardo dal volto di Cesare, e liberando la mano….

—Sconosciuta?…—esclamò il Lascaris.—Io vi conosco.

La giovane tornò a fissargli in viso gli occhi grigi, a cui la luce scialba non aveva rapito l'espressione di smarrimento e di timida carezza.

—….E so che in questo istante nessuno è meno sincero di voi,—proseguì l'uomo, con voce calda.—Volete ingenuamente tradire voi medesima…. Perchè non dirmi che vi sono indifferente, che non v'ispiro la simpatia più modesta?… Ciò è ben possibile!… Ma mi dite che tutti gli amori vi sono odiosi, ed è falso, Emilia. Voi desiderate l'amore quanto lo desidero io; voi l'aspettate, come vogliono la giovanezza vostra e la vostra bellezza. Siete pura, ma non fredda, nè insensibile.

—Oh, ve ne prego!…—ella interruppe, Avvertendo una vampata di rossore salirle alle guance e alla fronte, per l'acuta indagine, la quale pareva emergere da un di quei sogni, che non dànno tregua, e popolano la mente di fiamme, e soffian sulle carni.

Cesare le afferrò di nuovo le mani, le trattenne, inginocchiato presso di lei, parlandole quasi all'orecchio.

—Ascoltami, Emilia, e rispondimi. La tua anima non ha più segreti per me; essa vive con la mia, da lunghi giorni, da mesi…. Perchè sottrarla alla gioia?… Perchè odii il mio amore, se ancòra non si è espresso? Non è una passione della quale tu debba arrossire. Non è un ingannò. Forse, colmerà la lacuna de' tuoi sogni…

Emilia pensò in quel punto:

—«Davvero, dunque, la mia alcova è chiusa invano…. Qualcuno vi passeggia in ispirito ogni notte….»

Il rossore bruciante che di nuovo soffuse il volto della donna, fece pensare a Cesare:

—«Ah, quest'abito nero sarà l'ultimo, che me la tolga allo sguardo!»

Avvenne una pausa brevissima. Si guardarono negli occhi, sentendo quasi tattile il nembo del destino che li avvolgeva.

Era qualche cosa tragica, fra loro, come un urlar lontano di lupi famelici, che a mandra lascino le steppe nevose, per addentrarsi ov'è speranza di preda. Grandi visioni li turbavano, inesplicabili visioni d'altri luoghi e d'altri tempi. La passione quasi taceva, innanzi al mistero di due anime congiunte da ineluttabile fatalità…. Era il silenzio minaccioso, il quale precede un terribile duello?… Era la corrente del fascino, irradiatrice d'ultimi bagliori, prima che i due corpi balzino, s'allaccino, si travolgano nell'eternità?

Ascoltavano come lo stormire di una immensa foresta.

Emilia si scosse la prima, bruscamente, atterrita. Udì le parole intime dell'uomo, e le interruppe con un grido, chinandosi su di lui:

—Ma io, io, non vi conosco, Cesare!… Io non so chi voi siate!…
Che cosa avete fatto di me?

—È vero,—disse il Lascaris.—Hai bisogno del mio passato, Emilia, per giudicar del nostro avvenire.

—Neppur questo,—ella seguitò, con voce profonda, quasi mistica nel silenzio vivo del giardino.—Neppur questo, Cesare. I fatti son forse ben poca cosa, in paragone dei sentimenti…. Ma io non so il vostro animo…. Chi siete? Ditemi chi siete! Che cosa volete da me? Vedete come sono triste? Non vi manca il coraggio di prender parte alle mie angosce? E perchè volete sacrificarmi il vostro avvenire?…

Così parlando, ella non ebbe forza a trattenere un affettuoso gesto istintivo, in cui la sorella pareva confondersi con l'amante; e le sue mani sfiorarono i capelli del giovane, e vi s'indugiarono in una mite carezza.

—Dimmi che mi ami, prima!—egli esclamò, stendendo le braccia a cingerle il busto, con un gioioso slancio di vittoria.

Le cercò avidamente la bocca, e la risposta migrò da labbra a labbra, non udita nemmeno dalle pallide foglie immote. Ma poichè Emilia sentiva la stretta divenire ardente, e il suo cuore e il cuore dell'uomo precipitare i battiti come nell'ora delle supreme follie, ella aggiunse:

—Lasciami!… Lasciami!… Lasciami!…

E si scostò con un balzo.

Da quel punto, tutto aveva mutato significazione. Il passato era sepolto nell'oscurità; non fiammeggiava di fronte ai due innamorati se non il futuro, un'ampia via pagana, che luccicò un attimo visibilissima ai loro sguardi; poi essa pure si spense, e Cesare ed Emilia si ritrovarono nella notte, nel chiosco, entro il circolo delle cose reali, che dovevano essere vissute ad una ad una. Nero si drizzò inquieto. Aveva udito romore e scrutava nel giardino grigiastro, le orecchie aguzze; cominciò a ringhiare, e si slanciò fuori d'un tratto, abbaiando distesamente.

Emilia pure aveva guardato la villa, impallidendo; e mentre Cesare la raggiungeva, ebbro di desiderii, avido di baci, ella lo arrestò con la mano.

—Ve ne prego!—disse con voce spenta.—Che cosa ho fatto? Che cosa speri?

—Ah non pentirti di vivere!—esclamò il Lascaris, vedendole il volto tutto bianco di sgomento.—Più tardi, più tardi, mi dirai: concedimi ancòra un lampo di felicità.

E fissandola così ritta, pallida, pallidissima per l'abito bruno, per il diadema di capelli neri, coi grigi occhi illuminati da un'espressione in cui lottavano mille sentimenti contrarii, fissando la svelta forma, ch'egli aveva temuto di non potere allacciar mai colle braccia,—l'inno semplice e immortale gli sgorgò dal cuore e dalle labbra:

—Come sei bella!—proruppe, non osando quasi avvicinarla.—Come sei bella, anima mia, divina statua!… Come sei bella!

Emilia rabbrividì allora, al sogno: l'uomo che sorridendo le aveva preso una mano, appena per l'estremità delle dita, e l'aveva condotta sulla soglia della porta invarcabile. Fuori del sogno, in quella notte estiva, Cesare era ancòra innanzi a lei, ed ella rabbrividiva di spavento e di pudore….

—Dimmi che vuoi essere mia per sempre,—egli le susurrava, prendendole una mano, timidamente, appena per l'estremità delle dita, e chiamandola a sè.—Perchè non comprendi che io ti amerò sempre come oggi? Io darò per te il mio sangue, la mia vita, il mio orgoglio; abbandonerò gli amici, porterò superbo il più greve giogo che ti piaccia impormi; rinnegherò ogni fede, e avrò la tua sola fede, la tua religione….

Quindi aggiunse, esaltato, traendola dolcemente a sedere sulle sue ginocchia, e cingendola con le braccia:

—Tutto questo, io te l'ho già detto, da molto tempo. E tu l'hai udito, non è vero, senza che io parlassi? Hai capito che la mia esistenza cessava, per raddoppiarsi con la, tua?…

Abbandonata fra le braccia di lui, Emilia non osava far moto, bevendo la dolcezza dell'inno eterno. E di repente, sollevò la testa col suo atto risoluto, e offerse il viso ai baci, perdutamente, ebbramente, avvinghiata al petto dell'amante. Tutti i baci scesero sulla bocca di lei, sugli occhi, sui capelli, sulla gola; ella li rese, così assetata di delizie, che non avrebbe resistito al tentativo più audace.

Sotto l'impeto della passione senz'argini, ebbe d'improvviso la visione della strada che conduceva a Pieve di Sori; vide sè stessa calma in apparenza e turbata nell'anima: vide Cesare al suo fianco; capì come già da quel giorno tutto fosse stato predisposto….

Ella aveva resistito assai, aveva sacrificato abbastanza alla verecondia del suo sesso. Nessuno avrebbe ormai osato condannarla.

—Ascoltami,—disse Cesare sottovoce.—Non mi negherai ciò che ti
domanderò?

Sorrise, vedendo Emilia ritrarsi un poco, e fissarlo inquieta.

—È un piccolo capriccio,—aggiunse,—una cosa puerile…. Voglio salir con te nella tua camera da letto; voglio vedere dove tu riposi…

—No, no, no,—rispose la giovane, sgomenta.—È impossibile…. È già una pazzia riceverti qui…. Non chiedere…. Debbo rifiutare….

—Faremo così adagio,—proseguì Cesare, tranquillamente implacabile.—Saliremo all'oscuro: tu mi condurrai. Resteremo un solo minuto; vedrò dove tu riposi, e torneremo…. Non rifiutare, mia divina…. Voglio respirare il profumo della tua camera, un minuto solo….

Mentr'egli parlava, la donna s'era levata dalle ginocchia di lui, e guatava la villa piena d'ombra.

—Dov'è la sua finestra?—interrogò il Lascaris, ritto alle spalle d'Emilia.

—La finestra di mezzo è la sua finestra,—mormorò Emilia, immobile.

—Senti che silenzio?… Dorme…. Non la sveglieremo…. Suvvia, anima, non rifiutare!

—Ma non capisci?—esclamo Emilia, volgendosi a guardarlo.—Non capisci che rifuggo dal condurti nella casa dov'ella dorme…?

—Di che cosa siamo colpevoli, Emilia?—rispose Cesare.—Quando vivrai dunque per te, senza spettri? Manchi di fede a qualcuno? Sono io legato a qualcuno? Siamo liberi; ci amiamo…. Perchè devi arrossire?

E camminando per il chiosco, seguitò concitato:

—È dunque vero che hai rinunziato a vivere! Non potevo credere, tanto la cosa è triste e strana! Ti vergogni d'amare, e ti avveleni ogni istante di gioia! Dovrò nascondere la passione ch'è il mio orgoglio, per lasciar dormire i tuoi scrupoli?

—Cesare!—implorò la giovane, fermandolo e prendendogli una mano.

Esitava; guardava ora lui, ora la villa assopita coi due palmizii i quali ne vigilavano il sonno.

—Vieni!—disse rapidamente.

Cesare spense la lampada sulla tavola, ed uscirono dal chiosco.

Il giardino susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e il gracidar delle rane era cessato; ma certi fiori che non s'aprono, se non nell'umidità dell'ombra, effondevano un profumo di notte romantica ed antica. Emilia pensò alle sere innocenti in cui scendeva ad aspirar la fragranza selvatica di quei fiori, tra i quali le lucciole nottiludie vibravano i loro piccoli lampi.

Nero! Povero Nero!—ella mormorò, vedendo il cane sbucar da un viale, e tornare a lei.

Esso veniva cautamente, trascinandosi dietro la catena; Emilia si chinò a staccargliela dal collare, e il cane si drizzò a ringraziare, scodinzolando.

—Va, va, Nero!—disse Cesare, a bassa voce.

—È inquieto: vuol seguirci,—osservò Emilia.—Non si fida….

—Non si fida di me,—soggiunse il Lascaris, sorridendo.

Emilia gli strinse la mano in silenzio. Quanto più procedeva, tanto più si smarriva di coraggio; l'inutile audacia di ciò che stava per fare, le sembrava enorme.

—Sai quale pericolo affrontiamo?—bisbigliò, quando giunsero a' piedi della breve scala di marmo—….Di notte, ella si sveglia, e qualche volta entra nella mia camera,

—Perchè?

—Ha paura.

—Di che cosa?

La giovane fece un gesto perduto, rabbrividendo.

—E tu temi anche per questa notte?—chiese il Lascaris, con lo stesso fremito.

Emilia tacque, guardò la scala bianca, e, al sommo, la porta chiusa.

—Vieni, vieni!—ripetè febbrilmente.—Non temo nulla…. Ti ho promesso….

Parve infinita la breve scala; parve ai due innamorati che nella oscurità qualche spirito potesse ergersi minaccioso; sentirono il respiro affievolirsi e il battito del cuore crescere vertiginosamente. Procedettero, sapendo pure che ad ogni passo il pericolo aumentava.

—Eccoci!—susurrò a un trattò la donna, aprendo cauta un uscio.—Sei nella mia camera.

—Chiudi la porta che comunica, ed accendi, accendi un lume, una lampada,—pregò Cesare, stringendo Emilia fra le braccia.

—No! No! Sei pazzo?—balbettò questa, tutta tremante.—Se non dorme?… Udrà il romore, vedrà la luce….

Ebbe un sussulto che la scosse dalla testa ai piedi. Le sembrava già di scorgerla sulla soglia, d'ascoltarne il grido…. Come erasi potuta dimenticare così? In brevi ore, ella s'era mutata, compieva degli atti di cui non aveva quasi coscienza, e che in pieno giorno le sarebbero parsi d'un'arditezza proterva e malsana.

—Perchè siam venuti qua su?… È una cosa spaventevole, Cesare!—continuò, soffocata dalla paura.—Ella cammina così adagio!… E l'uscio è aperto; non si può chiuderlo; stride.

—Suvvia, anima,—tentò l'uomo,—non pensare…. Dorme!…

Parlavano senza vedersi, ritti ed abbracciati, con le voci morte; a un passo da loro, non si sarebbe udito verbo. Infine, dopo una pausa d'angoscia, Emilia dichiarò:

—È impossibile resistere…. Voglio assicurarmi che dorma….
Aspettami; non muoverti di qui; entro nella sua camera e torno.

Già si avviava decisamente; ma Cesare la trattenne.

—Vuoi andare così?—disse.—Così vestita?… Se non dorme, t'interrogherà…. Che cosa risponderai?… Spogliati!… Hai dimenticato che son le due di notte,—proseguì, sorridendo.—Spògliati, Emilia; devi fingere di essere scesa dal letto…. Spògliati!

La voce era commossa, quasi l'invito avesse avuto un'altra, ben più cara significazione; e l'idea lo incalzava senza pietà, non venuta da lui, non meditata prima, balzata viva dalle tenebre infide.

—Spògliati,—ripetè.—È oscuro; non potrò vederti. Dubiti di me?…
Coraggio, mia divina; l'uscio è aperto, ed ella può giungere.

—Ah, non lo dire!—esclamò Emilia, aggrappandosi a lui, come per sottrarsi al pericolo.

Angosciata, smarrita, con un ronzìo di terrore negli orecchi, la giovane avrebbe in quell'istante obbedito a qualunque voce imperiosa…. Girò lo sguardo nella spessa tenebra; non uno spiraglio di luce che potesse tradirla…. Si decise.

—Sì, sì, mi spoglio,—acconsentì febbrilmente, senza pensare che la parola sembrava in bocca di lei un grido di passione.—Farò come tu vuoi, Cesare…. Mi spoglio!…

Cesare la sentì staccarsi e avventurarsi nella camera, francamente, con l'infallibile destrezza dell'abitudine. Egli aveva trovato il vano della finestra, e vi stava immoto.

Non mai un più energico dominio di sè stesso gli era stato imposto; si curava ben poco del pericolo, si rideva dell'uscio aperto. A due passi da lui, l'amante si spogliava tutta, e rivestiva la molle veste notturna. Oh, giungere alla donna invisibile, e sentirla palpitare fra le braccia!… Vi doveva essere un momento in cui l'oscurità ammantava il corpo nudo di Emilia, e glie la sottraeva allo sguardo innamorato. Egli pensava alla sventura dei ciechi, profonda come un abisso.

E sussultò, udendo; la voce della donna mormorare sommessamente:

—Ecco; ora vado…. Aspettami…. Tornerò sùbito….

Egli protese le braccia nell'ombra, bevendo, il profumo della giovane discinta; ma non riuscì se non a sfiorare una mano di lei, che non si lasciò attrarre.

—Aspettami,—disse ancòra Emilia.—Dopo, sarò più tranquilla.

Cesare si calmò.

Ella doveva tornare. Nessuna forza umana, allora, avrebbe potuto contenderla al suo destino.