XIII.
Il cane, che aveva abbaiato buona parte della notte, e che ancòra abbaiava, da lontano, da vicino, per una grande inquietudine,—non aveva permesso a Roberta di addormentarsi.
Era a letto, ma leggicchiava uno de' suoi libri romantici, alla luce di un doppiere, sul tavolino; e le avveniva di ripetere una stessa frase, senz'afferrarne il significato.
Quando scorse Emilia varcar la soglia, stese le braccia, ed un buon sorriso le rischiarò il volto. Emilia s'accostava, tutta chiusa in una leggera veste da camera, con un gran collare alla Stuart, i capelli crespi e lunghi snodati per le spalle.
—Anche tu non dormi?—chiese Roberta.—Nero non è mai stato così cattivo…! Come sei rosea!—aggiunse, guardandola attentamente, nell'abbracciarla.—Come sei calda!—osservò ancòra, prendendole le mani.
—Smetti di leggere,—le ordinò Emilia.—Ora dormirai, non è vero?
I suoi occhi contemplarono quasi con ostilità il volto della sorella e le forme che s'indovinavano sotto le lenzuola. Ella tremava al pensiero che se non avesse affrontato così il pericolo, Roberta sarebbe venuta a trovarla; e sentiva nell'animo agitarsi il rancore per colei, la quale anche da lungi dava ombra a tutta la sua vita, e le dimezzava, le rubava un'ora della breve felicità.
Accomodò i guanciali a Roberta, e le tolse il libro. Sapeva d'avere sulla giovanetta un impero senza confini; la sua mano passata nei capelli di lei, per materna carezza, poteva addormentarla; la sua presenza era più volte bastata a rassicurarla da qualunque timore.
—Come sei calda!—ripetè la fanciulla, avvertendo la carezza tra i capelli biondi.
—Dormi, dormi!—Emilia mormorò impaziente.
Agiva con la tranquillità consueta; e tuttavia, se Roberta avesse voluto oltrepassar la soglia, ella si sarebbe uccisa, piuttosto che darle il passo.
—Chi sa perchè Nero, abbaia in questo modo?—osservò Roberta, udendo ancòra il latrato del cane, sotto la finestra.
—Risponde agli altri, che abbaiano nelle altre ville,—disse la giovane.—Hai paura anche del cane, stanotte?
—No, non ho paura…. Rimani fin che mi sono addormentata?
—Sì, certo; fin che ti sei addormentata….
Roberta sorrise, e chiuse gli occhi, tossendo di tempo in tempo.
—«Dormi,—le imponeva la sorella col pensiero.—Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d'ogni calcolo pietoso. Dormi; non rapirmi il tempo che è mio, non amareggiarmi l'ebbrezza che tu ignori, e che mi appartiene.»
La guardava con uno sguardo quasi magnetico, e la sua mano non ristava dalla lenta carezza, in cui si era trasfusa una volontà imperativa, in cui vibrava un dominio nuovo e assoluto. A poco a poco, il respiro della giovanotta si fece eguale; sotto le palpebre, gli occhi non vagarono più; la bocca si schiuse leggiadramente; il corpo tutto si distese in una quiete benefica e profonda.
Allora Emilia ritrasse la mano; il suo còmpito era terminato; Roberta dormiva….
Fu, d'un tratto, come se in un perduto villaggio di montagna risonassero inaspettate mille trombe di guerra…. Nell'animo d'Emilia, la quietudine della camera virginale e il proprio contegno affettuoso, non ebbero più senso; ella si volse ad altre imagini; una turba d'aspettazioni gioconde la invase…. L'intermezzo candido era finito, e la notte di fiamme la riallacciava….
Prima di spegnere il doppiere, si chinò sopra Roberta per udirne ancòra il respiro eguale, e la fissò un attimo duramente, con la crudeltà d'un egoismo che trionfa.
Poi soffiò sulle candele, uscì, accostò la porta, stette un poco in ascolto, e quasi di corsa traversò il salotto per raggiungere l'amante.