IX. «LAGGIÙ NEL SILENTE GIARDINO....»

Si ama credere che esista tra il nostro temperamento e le forze misteriose del destino un sistema di telegrafia senza fili per il quale, alla vigilia di un avvenimento capitale della nostra vita, ci sentiremmo avvolti, con le antenne della nostra più squisita sensibilità, nelle onde herziane del presentimento. Senonchè questa telegrafia senza fili funziona in modo così intermittente che sarebbe assolutamente ingenuo affidarsi al servizio irregolarissimo dei presentimenti per conoscere, almeno cinque minuti prima, il nostro destino. Nessuna onda herziana avvolgeva lo spirito di Pierino Balla, quella sera, mentre egli invece avvolgeva con un nodo elegante la sua cravatta da smoking attorno al collo della camicia più incredibilmente porcellanata. Dalla montagna entrava una tepida aria d'estate. Giù nel giardino dell'hôtel, rischiarato nel grigiore della sera imminente da lampadine colorate sparse qua e là tra gli alberi, circolavano, in attesa dell'ora del pranzo, alcune coppie eleganti: uomini in smoking e cappello di paglia, signore in abiti chiari di tulle o di chiffon, colli, spalle e braccia nude o seminude. Mentre dava un'ultima lustratina alle unghie tutte lucide di smalto, mentre da un'anforetta d'acqua d'odore spruzzava alcune gocce di profumo Chevalier d'Orsay sul suo fazzolettino di battista, mentre infilava questo fazzolettino — lasciandone fuori tanto e non più — nella tasca del suo abito da sera, mentre si dava un'ultima guardatina allo specchio per vedere se era tutto lucido, impomatato, stirato e attillato a dovere, un ritornello delle vecchie operette viennesi care al suo cuore, lo spunto di un vecchio caro valzer suggestivo, il valzer di Franzi, gli ritornava, fischiettato, su le labbra, nel guardare giù quel giardino silenzioso e illuminato:

Laggiù nel silente giardino

trattenni d'un tratto il respir,

udendo l'incanto divino,

d'un valzer il dolce respir...

E mentre scendeva le scale diretto a raggiungere Eva, il major Hampfel e il luogotenente Federico che già pronti lo aspettavano nel giardino, Pierino Balla continuava a canticchiare il suo caro valzer, sospirato sussurrato carezzato in tante lontane e dolci sere romane, in tante chiare e quiete notti della sua vita di scapolo:

Canta e poi trilla,

valzer d'amor,

tu sei scintilla

che infiamma il cuor...

Non rivedeva sua moglie, Pierino, dall'ora di colazione. In compagnia del major Hampfel e dell'eroico fratello mutilato, Eva era stata quel giorno a fare una lunga corsa in automobile. La quale automobile non avendo che quattro posti e il quarto posto essendo stato la sera prima cortesemente offerto da Eva al consigliere Faber, Pierino era stato escluso con molta semplicità dalla gita, alla fine della colazione, quando Eva levandosi per andarsi a preparare gli aveva detto: «Tu non vieni, lo so. Tanto tu a veder paesaggi non ti diverti...» Che i paesaggi svizzeri non lo attraessero, Pierino non aveva mai, a dire il vero, affermato. Che egli non volesse partecipare a quella gita, Eva, a dire il vero, non poteva sapere. Ma sapeva però, Pierino, che obbiettar qualche cosa alle due erronee interpretazioni di sua moglie era assolutamente fiato sprecato, imperocchè se Eva aveva parlato così doveva avere le sue buone ragioni per farlo e, se l'aveva con tanta indifferenza lasciato a casa, era evidente che non aveva affatto nè il desiderio nè l'opportunità di portarselo dietro. Trovare una spiegazione all'atto di sua moglie non gli era stato difficile: bastava a fornirla la presenza in automobile del consigliere Faber. Si trattava certo ancora di preparargli in segreto la bella sorpresa di farlo addormentare una sera italiano e di farlo svegliare svizzero una bella mattina. Questa insistenza di sua moglie cominciava a urtargli un po' i nervi e gli sembrava che di farlo diventare svizzero non fosse più il caso di occuparsi dal momento che, in un singolare momento di energia, egli aveva chiaramente affermato di non volerne più affatto sapere. Anche quel modo di disporre di lui liberamente, di trascinarlo fuori o di lasciarlo a casa secondo il capriccio della giornata e l'opportunità dell'ora, urtava adesso leggermente una sua nuovissima sensibilità e una specie di piccola personalità ancora in via di formazione, che erano ormai dentro di lui sotto una superficie ancora quanto mai docile e remissiva. Ma Pierino viveva adesso nel suo matrimonio come l'Italia aveva vissuto trent'anni nella Triplice Alleanza: chiudendo gli occhi per non vedere, tappandosi le orecchie per non sentire. I mariti ed i popoli docili devono a forza transigere. E poichè con la dignità matrimoniale, come con quella politica, le apparenze devono comunque essere salve, transigere bisogna senza aver l'aria di accorgersi di transigere.

Dopo ogni piccola mortificazione che doveva subire Pierino si sentiva sempre un po' più lontano da sua moglie come in trent'anni, ogni volta che aveva dovuto chinar la testa, l'Italia s'era sentita sempre più un po' meno alleata della sua alleata. La quale era, come l'aquila che la simboleggia, bicipite. Ma sembrava che, pur avendo due teste, conducesse la sua politica senza adoperarne neppure una, tanto quella politica lavorava ogni giorno a far sì che si avvicinasse il momento in cui l'alleata del sud, già così poco alleata, non sarebbe più stata alleata niente affatto. Parimenti Eva lavorava, senza avvedersene, ad allontanar sempre più suo marito da sè e non si rendeva conto che, proprio a furia di voler soffocare la sua personalità, riusciva invece a dargliene una. Così a furia di dirgli che gli Italiani non si battevano bene, che non andavano avanti, che diretti a Vienna non avrebbero mai toccato neppure Gorizia ch'era lì a due passi sotto il tiro dei loro cannoni, Eva diede a Pierino la curiosità d'andare a vedere ogni giorno come gli Italiani facevano la guerra e quali risultati avevano ormai conseguiti o stavano per conseguire. Tutta quella giornata, infatti, mentre sua moglie correva in automobile di paesaggio in paesaggio col consigliere svizzero e con i due ufficiali austriaci, Pierino l'aveva trascorsa sdraiato su un divano a leggere nei giornali italiani le più recenti corrispondenze dal fronte. A quei racconti di sacrificii, di abnegazioni, d'eroismi, s'era vivamente interessato. Qualche volta, leggendo qualche episodio più particolarmente eroico, vedendo staccarsi nell'immenso quadro della guerra qualche figura più liricamente esaltata ed esaltatrice, s'era raddrizzato sul divano, aveva sospeso il respiro, teso i nervi, stretto i pugni, come avesse anche lui il nemico davanti, come smaniasse anche lui di fare quello che facevano con tanta semplicità quelli eroi, come tardasse anche a lui di menar finalmente, a sua volta, le mani. E, finalmente, a leggere delle eroiche scalate notturne degli alpini, del vertiginoso slancio dei bersaglieri, delle meravigliose avanzate dei piccoli fantaccini grigioverdi sotto le tonanti e ardenti tempeste del fuoco nemico, s'era sentito correre un brivido nel sangue, e il cuore gli aveva battuto più forte nel petto, e un velo di lacrime s'era posto tra lui ed il giornale che raccontava quelli eroismi. Aveva esclamato con una voce che la commozione gli strozzava in gola: «Ah, gli italiani!». Poi aveva corretto «Noi, italiani...». E aveva riveduto l'arciere Guglielmo Tell e la mela sul capo del figliuolo giovinetto. Poi, deposti i giornali, guardata l'ora, rilevato che bisognava cominciare a vestirsi per il pranzo, s'era tirato su, aveva allargato fieramente il petto, aveva stretto i pugni energicamente dinanzi a sè e lì, guardandosi nella specchiera che aveva davanti, squadrando con fiero cipiglio quell'altro sè stesso impettito e fiero che aveva lì di fronte nello specchio, aveva di tanto eroismo sentito un grande orgoglio; e, snodandosi la cravatta, aveva chiuso quell'orgoglio in poche parole pronunziate ad alta voce: «Ah, perdio, ma sono italiano anch'io!». Poi, la piccola vita della neutralità svizzera avendolo ripreso nel suo giro di piccole cure quotidiane, aveva mutato vestito, aveva cosparso i capelli di brillantina, aveva profumato il fazzoletto e infilato all'occhiello dello smoking il suo solito garofano rosso. E il ritornello del vecchio valzer che, vedendo il giardino silenzioso e illuminato, gli era tornato su le labbra:

Laggiù nel silente giardino...

era un piccolo segno di contentezza: contentezza d'essere rimasto dopo tutto un buon figliuolo, contentezza di sapere che c'erano al fronte tre milioni di italiani che facevano così eroicamente il loro dovere, contentezza di sentire che in fondo alla sua anima riviveva, come un primo fiore di primavera, qualche cosa che da molto tempo egli poteva credere morta o addormentata. E, mentre scendeva le scale, mentre canticchiava ancora:

Canta e poi trilla,

valzer d'amor...

sentiva che doveva, che poteva quella sera affrontare a viso più alto lo sguardo dei due ufficiali austriaci, poichè non tutti gli italiani erano come lui in Svizzera, riformati di terza categoria, e il major Hampfel, nella sua sordità e il luogotenente Federico nel braccio amputato e nella gamba perduta ne avevano, dolorosamente per loro, le incontestabili prove.

Se si potesse prevedere le infinite conseguenze che una parola innocua un giorno può avere se è detta invece il giorno dopo o il giorno prima, neppure un deputato oserebbe più aprire bocca. Se quella sera il major Hampfel non avesse esclamato: «Le notizie della guerra sono buone...» molto probabilmente le avventure di Pierino Balla avrebbero avuto tutt'altra soluzione. Quella piccola frase inoffensiva, tanto inoffensiva che ogni giorno è detta con uguale persuasione dall'una e dall'altra parte di un fronte di battaglia, non avrebbe, detta la sera prima o detta la sera dopo, avuto nessuna grave conseguenza. Sarebbe caduta, con uno sbadiglio, nel vuoto d'una conversazione senza interesse, com'era già caduta, inosservata, tante altre sere. Ma la lettura dei giornali italiani era per Pierino impressione troppo recente e la persuasione che dovesse guardar gli ufficiali austriaci, più che non avesse fatto per il passato, a fronte alta, era persuasione proprio di quella sera. Portava dunque Pierino, nella sua buona fede, l'ardore dei neofiti e l'intrattabilità dei catecùmeni. Per di più gli parve che pronunziando quella frase il major Hampfel guardasse lui. Se invece l'ufficiale austriaco avesse, pronunziandola, guardato la signora Eva o la propria forchetta, Pierino l'avrebbe lasciata passare. Ma quello sguardo gli fece credere, a torto o a ragione, che la frase gli fosse più particolarmente diretta. Così credette necessario di raccoglierla e di domandare al major Hampfel con un cipiglio serio e una voce un po' rauca:

— Buone per voi o per noi?

Stabilire che attorno a quella tavola neutrale d'un albergo neutrale nella Svizzera neutrale ci fossero dei voi e dei noi era già segnare apertamente un inizio di ostilità. Se non proprio a un primo colpo di cannone quel punto interrogativo equivaleva almeno a uno sconfinamento premeditato oltre i limiti segnati da una cordiale urbanità e da una tacita intesa alle conversazioni tollerabili da qualunque orecchio. Erano alla fine del pranzo, trascorso tutto nel racconto delle varie impressioni raccolte durante la bella gita automobilistica di quel pomeriggio. Da quando la grande estate era venuta, da quando cioè le sere si erano fatte deliziosamente tiepide, il ménage Balla-Kramer e i due ufficiali austriaci solevano uscire a prendere il caffè allo scoperto su la grande terrazza aperta sul giardino dell'albergo. La domanda di Pierino era stata formulata proprio nel punto in cui i quattro si levavano da tavola. Il major Hampfel aveva guardato, udendola, Pierino, come per leggergli sul volto le intenzioni che si nascondevano nel piccolo geroglifico di quel punto interrogativo. Ma, invece d'incontrare il sorriso un po' ebete che aveva eletto fissa dimora sul volto di Pierino, il major Hampfel si era trovato dinanzi un viso serio serio e due occhi che lo fissavano in attesa d'una risposta altrettanto pronta quanto precisa.

Così, appena fuori, appena seduti attorno al tavolino di vimini sul quale fra poco avrebbero portato il caffè, il major Hampfel, acceso il sigaro per dare una certa leggerezza indifferente alla sua risposta, fissò Pierino negli occhi e affermò categoricamente:

— Buone per noi, diamine! Dal principio della campagna le notizie della guerra sono sempre state e non potevano essere sempre buone che per noi...

Poichè non si diventa leoni in un giorno, Pierino, anche dinanzi ad un'aperta provocazione, aveva ancora nei suoi nervi quieti, nel suo cervello placido, nel suo carattere bonario e nel suo cuore senza fiamma le mansuetudini di un agnellino pasquale. Così, invece di raccogliere sùbito il guanto che il major Hampfel con aria arrogante e sprezzante gli lanciava, Pierino cominciò a ragionare. Cominciò a citar dati, fatti, posizioni, comunicati. Continuò con l'osservare che gli Italiani erano entrati in Austria e che nessun austriaco, se non prigioniero, era, grazie a Dio, entrato in Italia. E tutto questo bonariamente, pacificamente, con l'aria di un buon figliuolo che non vuol dar noia a nessuno, ma che solamente, per spirito d'ordine, per senso di equità, vuole stabilire le cose nei loro veri termini e non accettarle così come fa comodo a Tizio o a Sempronio di prospettarle. Ma il major Hampfel era austriaco e la boria austriaca non lega — trent'anni d'esperimento l'hanno provato — col semplice e onesto buon senso italiano. Alle osservazioni meticolosamente precise di Pierino il major Hampfel rispose con qualche cosa di estremamente vago, di comodamente indeterminato:

— Siete per ora in casa nostra, è vero, ma sapremo non farvici rimanere.

Il buon senso italiano — e Pierino, da quella sera specialmente e in quel momento specialissimamente, era italiano — il buon senso italiano è avvezzo a non preoccuparsi che delle minacce racchiuse nei fatti e a lasciar correre con un sorriso quelle che vorrebbero uscir fuori dalle parole. Si limitò a rispondere con un sorriso sereno all'oscura tempesta che il major Hampfel minacciava. Senonchè il sorriso è la più insopportabile provocazione per la gente che vuole ad ogni costo essere presa sul serio e però la conversazione che il sorriso di Pierino avrebbe con urbana opportunità garbatamente chiusa a quel punto ripartì per una seconda tappa con una brusca alzata di spalle, una torva occhiataccia e un impeto convulso di parole del major Hampfel:

— Sorridete voi, signor mio? Sorridete? Ricordatevi che ride bene chi ride per ultimo. E ricordatevi sopratutto che gli austriaci non hanno mai perso e che gli italiani non hanno mai vinto.

A questa uscita Pierino, meticoloso e dialettico, rispose:

— Non è accertato dalla storia, così almeno come si insegna in Italia (e quella che si insegna in Austria io la ignoro) non è accertato che gli austriaci non abbiano mai perduto e che gli italiani non abbiano mai vinto. Comunque è forse questo il momento di invertire finalmente le parti e voi che in vincere siete, voglio ammetterlo, espertissimi, cominciate per completare gli studii a far pratica, in un corso accelerato, di come si perde.

— Non verremo neppure per questo, signore, a scuola da voi! gridò Hampfel. C'è anche modo e modo di perdere. E noi non invidiamo certamente il disonore di Novara e di Custoza.

Tanto può la prudenza su un carattere di clima oltremodo temperato che anche su quell'uscita del major Hampfel Pierino tentò, povero figliuolo, di troncare la conversazione. Ma la prudenza d'un interlocutore chiama sempre, irresistibilmente, l'imprudenza dell'altro interlocutore. Aveva Pierino un bel rimanere indietro affinchè il major Hampfel non andasse troppo avanti. Questi aveva oramai preso l'abbrivo e la storia insegna che, preso l'abbrivo, la millanteria e la burbanza di un ufficiale o d'un giornalista austriaco non sanno mai dove andranno a finire. Chi avrebbe mai detto, infatti, che le sue ironie e le sue vanterie, il suo tono di scherno e di superiorità avrebbero portato quella sera il major Hampfel, di botta in botta, di risatina in risatina, di beffa in beffa, a trovarsi d'un tratto davanti un Pierino Balla uscito definitivamente dai gangheri e che, in piedi, rosso in volto, con le labbra convulse, con le mani che saltavano su e giù senza decidersi a tornare definitivamente in giù lungo le cuciture dei pantaloni o a levarsi definitivamente in su su le guancie dell'ufficiale austriaco, gridava ad un tratto, con una potenza di voce che Eva non avrebbe mai sospettata in quel maritino docile e remissivo che parlava sempre come bela un agnellino, in tono sommesso e con quel ritmo timido e affannoso che in musica si chiama «sincopato», gridava ad un tratto in modo che l'udissero anche i cuochi giù nel sotteraneo dell'hôtel:

— Caro signore, io non vi permetto di parlare più oltre così dell'Italia ad un italiano. Non siamo più ai tempi del maresciallo Radetzky. Non siete più a Milano, signor Hampfel e, in nome di Dio, per grazia di Dio, per volontà e per valore di tutta una nazione di trentacinque milioni di uomini, siamo forse noi questa volta su la via di Vienna!

Ma come i novellini del coraggio militare non resistono bene che alle primissime fucilate, i novellini del coraggio civile non reggono a lungo il fuoco di una prima escandescenza. Così Pierino ad un tratto si sentì mancare il fiato in gola e le parole nel cervello. E, poichè aveva le mani in aria che chiedevano convulsamente di fare anche loro qualche cosa, picchiò due grandi pugni sul tavolino, mandò per aria chicchere e caffettiera, gridò tre volte: — «Ah, perdio, basta, basta, basta!» e, voltatosi bruscamente sui tacchi prima ancora che il major Hampfel avesse avuto il tempo di rispondere, si avviò verso il fondo della terrazza donde una grande scalea permetteva di scendere in giardino. Ma non s'allontanò così rapidamente da non avere il tempo di vedere fissi su la sua persona gli occhi di Eva, esterrefatti come gli occhi di un uomo che durante un terremoto si veda cader giù nel vuoto, una dopo l'altra, le quattro pareti che lo circondano. Il tiranno cui il vassallo manca improvvisamente di rispetto non ha, in primo tempo, che un moto di sbalordimento. La forca che punirà il ribelle non verrà che più tardi, dopo ricuperati gli spiriti sbigottiti. Ma quella forca Pierino l'intravvide prima ancora ch'essa fosse eretta e, pensando anche a questa espiazione, e a tutta la sua viltà, e a tutta la sua schiavitù, gridò un'ultima volta verso sua moglie, contro sua moglie, proprio per sua moglie: «Basta!»


Così nella commedia come nel dramma di Pierino Balla melomane c'era sempre un po' di musica. Appena che fu disceso in giardino, infatti, per sbollire con l'aria aperta un po' di sangue caldo, l'orchestrina, lassù, nella veranda riattaccò un valzer, un valzer viennese, sospirato dai violini già oramai per la quarta o quinta volta nella serata:

Laggiù nel silente giardino

trattenni d'un tratto il respir...

A udir quel valzer, a ripensare a ciò che aveva fatto e a ciò che aveva detto, Pierino si sentiva tremar le gambe. Le grandi tensioni nervose hanno sempre, passato l'impeto o superato il pericolo, di questi subitanei abbandoni per cui il temerario ha la misura esatta della sua imprudenza, l'eroe la giusta nozione del suo rischio, l'impulsivo il senso della sua collera e il leone provvisorio il tempo di ridiventar coniglio definitivo. Passò così una mezz'ora durante la quale Pierino se pensava all'Italia si sarebbe stretta la mano da sè solo, ma se pensava a sua moglie recitava il più desolato atto di contrizione che mai ribelle abbia potuto mettere ai piedi della giustizia punitiva d'una moglie dispotica e doppiamente offesa. Continuava intanto l'orchestrina a versar su le piaghe di quel pentimento il balsamo refrigerante dei valzer più cari al cuore di Pierino. Si dice — e gli impresarii di stagioni musicali si affannano ad accreditare quanto più possono queste voci — si dice che la musica ingentilisca i costumi. Ma è evidente che non tutte le musiche operano questa azione nello stesso modo e all'istesso grado e se la musica selvaggia irta di dissonanze straussiane al cui ritmo danzano il tango i negri antropofagi della Papuasia ingentilisce di poco i costumi, del resto assai sommarii, di quelli abitanti del globo, la musica sentimentale di un'operetta viennese opera ben diversamente su l'anima quanto mai di già gentile di un giovane gentiluomo attillato nel suo abito da sera e col fine fazzolettino di battista tutto odoroso di chevalier d'Orsay. In questo caso ingentilire è sinonimo di intenerire; molto più quando, come nel caso di Pierino Balla, il soggetto è per sua natura già tenero ed incline per temperamento a sentire tutte le suggestioni che le sette note musicali diversamente combinate insieme possono determinare. Pierino, infatti, all'eco insistente di quella musica sentì venir meno tutte le sue brevi energie, capì — poichè se ingentilire è sinonimo di intenerire, intenerito è sinonimo di intimidito — capì che era il caso di farsi coraggio, di risalire su la terrazza, di andare a cercare sua moglie per fare ammenda onorevole di uno scatto che non poteva certamente non apparirle deplorevolissimo. Quando, come Dio volle, le gambe, riluttanti per troppa tensione nervosa, lo ebbero riportato su la terrazza, Pierino vide sùbito che sua moglie e il major Hampfel se ne erano allontanati. Al tavolinetto ancora ingombro di tazze di caffè e di bottiglie di liquori era rimasto solo il luogotenente Federico. A questo Pierino si avvicinò titubante e, quando vide che il luogotenente levava su lui un lungo sguardo stupito credette necessario di mormorare una parola di scusa: poichè se egli aveva mancato di rispetto solamente a sua moglie e al major Hampfel, sua moglie era la sorella del luogotenente Federico e del luogotenente Federico il major Hampfel era connazionale. Ma mentre si aspettava dal doppio sentimento offeso del luogotenente Federico (sentimento di fratello e sentimento di austriaco) la prima delle tre ramanzine cui si sapeva inesorabilmente condannato dal suo scatto, Pierino sentì con somma meraviglia che il luogotenente Federico gli rispondeva con deferenza e quasi con dolcezza, con una dolcezza che rasentava la simpatia:

— Voi non mi dovete, mio caro Pierino, nessuna scusa. Il major Hampfel è stato oltremodo imprudente non solo, ma anche incontestabilmente ingiusto. Io, che mi son battuto con gli Italiani e che di questo combattimento serberò per tutta la vita il ricordo in questo moncherino, so di essermi battuto con avversarii valorosi. E poichè voi siete Italiano, voi avete fatto benissimo a imporre che il vostro sentimento nazionale fosse rispettato. Anche se avete sposato una donna d'altra nazionalità non si deve dimenticare che voi non avete rinunziato alla vostra patria per prendere quella di vostra moglie. E se alcuno questo dimentica, voi avete non solo il diritto ma il dovere di ricordarglielo. Non dico questo solamente a voi. Ma l'ho già detto al major Hampfel e ad Eva non appena voi, per non accendere più violentemente il dibattito, vi siete con lodevole prudenza allontanato.

— E il major Hampfel? interrogò Pierino ancora titubante.

— Il major Hampfel, rispose il luogotenente Federico, non ha potuto che convenire nella mia tesi. Hampfel è fatto così: s'accende presto e fuori di luogo, ma è, dopo tutto, un uomo eccellente.

— Ed Eva?

— Anche Eva ha dovuto essere ragionevole e capire ch'ella stessa avrebbe dovuto stimarvi di meno se vi foste comportato altrimenti. Eva è fatta così: vuol dominarvi e dirigervi, ma dopo tutto vi vuol bene.

Pierino non aveva che una sola preoccupazione:

— Eva dunque mi perdonerà il mio contegno?

— Ma sì, rispose il luogotenente Federico sorridendo di quella timidezza di marito che scambiò per una trepida tenerezza di sposo, ma sì, ve lo perdonerà. E, anche se non dovesse perdonarvelo, voi non dovreste pentirvi di averlo avuto. Più della nostra compagna, più dei nostri figliuoli, anche più di noi stessi, noi amiamo e dobbiamo amare la nostra patria. Ne abbiamo una diversa voi ed io che parliamo. Ma dobbiamo l'uno e l'altro obbedire ad un sentimento che non è diverso, che è uguale così per voi come per me. Italia od Austria, la patria è la patria, e, quando si combatte, la patria è onorata così da una parte come dall'altra di una frontiera. Io ho dato per la patria mia il mio sangue, con gioia. Voi, domani, darete il vostro per la vostra.

Poichè anche nelle coscienze in evoluzione le vecchie abitudini non si sradicano d'un tratto, a quelle parole Pierino guardò il moncherino del luogotenente Federico e la sua gamba paralizzata. E si vide a sua volta conciato in quel modo. Vi sono evidentemente spettacoli di sè stessi più incoraggianti di quello e però non v'è da meravigliarsi se, a quella visione prospettata dalle parole del luogotenente Federico, Pierino si sentì correre un brivido giù pel filo della schiena.

— Vedete, riprendeva il luogotenente Federico, vedete, l'amore della patria è così grande che nulla può diminuirlo. Io sono un invalido, ho un braccio di meno e una gamba perduta. A meno di trentacinque anni io sono un uomo inutile. Ma che m'importa? Quello che io ho fatto era per il mio paese più necessario di quanto non fossero necessarii a me questa gamba e questo braccio che non ho più, di quanto non fosse necessaria a me la mia stessa vita se questa avessi dovuto perdere.

Col braccio ancora valido, con la mano ancora viva, il luogotenente batteva sopra un ginocchio di Pierino.

— Ho sempre avuto per voi, riprendeva, l'affetto più sincero. Ma avervi in questi ultimi tempi veduto troppo docile ai capricci e alle imposizioni dell'ingenuo nazionalismo di mia sorella, avervi veduto in un'ora in cui per così ardenti e nobili passioni uomini d'ogni paese e d'ogni età dànno la vita, avervi veduto insomma così assente, così lontano da ogni passione, così immemore del vostro dovere, m'aveva, ve lo confesso, armato di diffidenza contro di voi. Stasera voi m'avete fatto ricredere. Siete un buon marito, e questo mi fa piacere per mia sorella. Ma siete anche, finalmente lo vedo, un buon italiano e questo mi fa anche molto piacere per voi.

Su l'anima di Pierino avevano effetto irresistibile non solo i bei valzer ma anche le buone e le belle parole. Chè era, insomma, un buon ragazzo e i buoni ragazzi si commuovono facilmente. Ascoltava il luogotenente Federico con una commozione profonda, la quale gli velava gli occhi di una leggera nebbiolina di pianto. Guardava attraverso quel velo l'ufficiale mutilato e il quadro che gli era d'intorno. Andavano e venivano per la terrazza donne belle ed eleganti ch'eran tutto l'amore, uomini ch'eran tutta la giovinezza, tutta l'azione, tutta la ricchezza, tutta la potenza, tutta la vita. Illuminazioni e musiche mettevano attorno a quella gente che viveva la vibrazione e il colore della vita in movimento. Giù, oltre il giardino, la montagna tutta crivellata di luci d'oro, su, oltre il giardino, il cielo tutto tempestato di luci d'argento, mettevano intorno alla limitata vita degli uomini la illimitata vita della natura. Fra quelle vite il giovane ufficiale era lì, superstite, monco, invalido, impossibilitato ormai a muoversi da solo, scemato in tutte le sue forze, annullato in tutte le sue speranze, in tutte le sue ambizioni, in tutte le illusioni. Tuttavia così il superstite parlava. E non vi era nelle sue parole un'ombra di rimpianto o di rammarico. Il sacrificio fatto gli era lieve, gli era lieto. Di che qualità superiore eran dunque quegli uomini che italiani o austriaci avevano fatto o facevano il loro dovere? Di che qualità inferiore era dunque lui, Pierino, chè, nè italiano nè austriaco, non aveva compiuto nessun dovere, che al suo dovere, anzi, s'era sottratto? Tutto questo era nell'animo di Pierino, vago, confuso, indeciso, in uno stato di nebulosa nella quale sia finalmente riconoscibile un pensiero in formazione. Non era, Pierino, uomo di profonda e tormentata psicologia e chi gli avesse parlato, con lo stile letterario in uso qualche anno addietro, d'introspezioni gli avrebbe fatto credere che parlava d'affari concernenti la pubblica sicurezza. Ma se non passava la sua giornata a spiegare o a definire quello che non sentiva, nella sua giornata, specialmente da qualche tempo, gli accadeva di sentire in modo che, anche se avesse voluto, non sarebbe riuscito nè a spiegare nè a definire. In altri termini, mentre parlava, il luogotenente Federico teneva bene aperti e ben fissi su di lui i suoi grandi occhi azzurri di fanciullo e di soldato. Ma, per quanti sforzi facesse, Pierino non riusciva a sollevare i suoi fino ad incontrare quelli del mutilato e, curvo su la persona, i gomiti su le ginocchia, le braccia penzoloni giù fra le gambe, non sapeva decidersi ad avere orizzonte più ampio e più alto di quello segnatogli dai due specchietti lucidi delle punte dei suoi scarpini.

Finalmente si levò. Era tardi e intorno a loro la terrazza s'era sfollata poco dopo che l'orchestrina aveva sviolinato l'ultimo valzer. Offrì all'invalido di riaccompagnarlo fino alla sua stanza.

— Vi ringrazio, rispose il luogotenente Federico, ma io rimango ancora qui. La guerra mi ha lasciato un'insonnia invincibile. Verrà più tardi a prendermi il mio domestico. Son come un bimbo oramai che bisogna vestire e svestire...

Sorrideva con un po' di malinconia, ma senza amarezza. Poi sùbito il sorriso si fece più chiaro e più lieto:

— Andate voi a riposare, mio caro Pierino. E non vi date pensiero di quanto è accaduto. Avete fatto quello che dovevate fare e domani Eva sarà la prima a riconoscerlo...

Domani... Pierino salì nella sua camera pensando a quel domani che a lui non sembrava così libero di minacce come al luogotenente Federico. Poichè il saper attendere con fermo cuore il risolversi delle situazioni difficili è prerogativa dei forti, Pierino non poteva naturalmente adattarsi a passar tutta una notte senza sapere che cosa Eva pensava di lui. Così, dopo essere rimasto appena dieci minuti nella sua stanza, uscì per salire al piano superiore, prendendo, come suol dirsi, il suo coraggio a due mani. E, poichè gli accadeva di fermarsi talvolta a meditare su le frasi fatte come se gli avvenisse d'incontrarle per la prima volta, osservò sorridendo che veramente due mani dovevano bastare a prendere il suo coraggio, che, a giudicare dal tremito che gli infiacchiva le gambe su per le scale dell'albergo, non era certamente gran che. Ma i timidi, incominciata un'azione, sono in questa più ostinati che gli audaci poichè sanno che se non avranno il coraggio di andare fino in fondo non avranno neppure mai quello di ricominciarla. Così giunse Pierino al corridoio del piano superiore dove era la stanza di sua moglie. Era certo di trovarla ancora desta poichè Eva era solita, prima di addormentarsi, di concedere le prime ore della notte alle sue interminabili letture. Quel passo remissivo e deferente ch'egli doveva fare verso di lei per ottenere un'indulgenza plenaria o parziale agli effetti della sua scandalosa ribellione di un'ora prima gli sembrava tuttavia sempre più doloroso per il suo amor proprio e sempre più tormentoso per la sua timidezza. In fondo non andava egli da sua moglie per chiederle di perdonargli di essere stato italiano? Non andava, con quella ritrattazione, a distruggere la nobiltà di un impeto per il quale il luogotenente Federico lo aveva felicitato? Non andava ad offrire al major Hampfel, attraverso sua moglie, delle scuse che al posto suo il major Hampfel non avrebbe certamente mai fatte? Non si ridava, con quell'atto, mani e piedi legati alla tirannia morale e materiale di sua moglie? Non avrebbe fatto meglio ad ostinarsi nel suo atteggiamento e, a costo di qualsiasi rancore di sua moglie, ad aspettare che sua moglie fosse persuasa ch'egli era oramai trasformato affinchè in questa trasformazione ella trovasse le ragioni di stimarlo di più e di amarlo diversamente? Saggi punti interrogativi tutti questi... Ma Pierino amava sua moglie con cieca devozione e l'amore bendato, anche se è mal dato, rifugge istintivamente dalla saggezza. Sapeva solamente, Pierino, che rimanere in collera con Eva gli sarebbe stato insopportabile, che mai come quella notte desiderava di stringersela, a pace fatta, tra le braccia, di trovarsela accanto appassionata e tenera come soleva essere quando, nelle effusioni dell'amore senza nazionalità precisa, il suo orgoglio austriaco di fronte a un marito italiano finalmente disarmava.

In queste indecisioni Pierino temporeggiava. Ma, se Fabio il Temporeggiatore temporeggiava all'ombra di un faggio discorrendo di guerra coi suoi legionarii, Pierino temporeggiava lì, in fondo a un corridoio d'hôtel illuminato solamente laggiù da una lampadina che indicava alle camere di ognuno dei clienti un camerino in comune per tutti i clienti. Dall'ombra dove era rimasto in attesa di decidersi Pierino aveva veduto una striscia di luce sotto la porta della sua antica stanza, ora occupata dal major Hampfel. Anche questo particolare lo aveva arrestato, per paura che il major Hampfel sentendo camminare nel corridoio avesse potuto aprire la porta e incontrarsi così con lui faccia a faccia. Non tardò, Pierino, ad accorgersi che la sua preoccupazione era giusta poichè ad un tratto la porta del major Hampfel s'aperse ed il maggiore mettendo fuori la testa guardò a destra e a sinistra nel lungo corridoio semioscuro. Poi chiuse. Ma, dopo altri pochi secondi, riaprì e guardò ancora. Ancora richiuse e poi ancora riaprì. Comprese, Pierino, che il major Hampfel doveva attraversare il corridoio e che non gli piaceva, in quella traversata notturna di necessità troppo evidente, di incontrare qualcuno, poichè un eroe non consente a perdere il suo prestigio nella schiavitù alle più umili necessità. Difatti la porta del major Hampfel si aprì una quarta volta e questa volta il maggiore uscì dalla sua stanza, tutto attillato nel suo pigiama rosa e con un paio di pantofoline crema che calzavano un piedino assolutamente inverosimile per un così terribile uomo d'armi. Mentre Pierino si felicitava di avere così esattamente compreso tanto la veglia prolungata quanto le ripetute esplorazioni del major Hampfel, questi si avviava rapidamente verso la lampadina accesa nell'angolo di corridoio opposto a quello dove Pierino, sempre nell'ombra, aspettava che l'inaspettato incidente si fosse interamente svolto. Ma ad un tratto vide il major Hampfel sostare. E dove? Dinanzi alla porta della stanza occupata dalla signora Kramer-Balla. Lo vide con due dita picchiare leggermente alla porta. Cercò ancora di spiegare l'inesplicabile.... Forse aveva dimenticato qualche cosa, forse si sentiva male e chiedeva l'aiuto di Eva... Ma la porta di Eva, intanto, s'era pianamente aperta. Il major Hampfel era entrato nella stanza. Poi, dalla porta socchiusa, aveva nuovamente sporto la testa ad osservare il corridoio in su e in giù. E, dall'ombra, Pierino sentì un giro di chiave, un giro di chiave che non lasciava più dubbii. Ma, come se questo non gli fosse ancora bastato, Pierino percorse di volo, in punta di piedi, il corridoio, raggiunse la porta di sua moglie, incollò l'orecchio all'esile legno ed ascoltò la voce di Eva, — la voce di Eva dire come non l'aveva detto mai a lui, povero Pierino:

Ich liebe! Ich liebe! Io ti amo, ti amo!