X. ULTIMI ECHI DI VECCHI VALZER
Come in molte altre faccende anche nella carriera di marito tradito il primo passo è quello che conta. Tra la rispettabilità coniugale d'Otello e la pessima riputazione di Menelao non c'è che un passo, un passo mancato. Se al primo momento in cui avviene la rivelazione dell'infortunio coniugale cade su gli occhi quella benda dell'impulso irresistibile su la quale i giurati di tutti i processi passionali sono oramai invitati a meditare, il marito uccide. Se la benda non cade, il marito invece riflette. E tutti sanno che la riflessione è stato d'animo essenzialmente inattivo, poichè è provato e riprovato che più agiscono quelli che meno riflettono. Così Pierino, non appena gli «Ich liebe» pronunciati teneramente da sua moglie non gli ebbero lasciato nessun dubbio su la natura del colloquio che si svolgeva dietro quella porta fra Eva e il major Hampfel, sentì che il suo decoro di marito, che il suo onore di uomo, che il suo risentimento di innamorato offeso gli imponevano di levar la mano vendicatrice su la maniglia di quella porta, di farsi aprire quella stanza per amore o per forza e di giungere, terzo incomodo in quell'idillio, con fieri accenti e cipiglio di circostanza. Ma esiste, anche nell'infortunio coniugale, uno stato d'animo intermedio che non e nè l'ira d'Otello nè la rassegnazione di Menelao. Questo stato d'animo è lo sbalordimento. Giova anche osservare che Pierino era salito alla camera di sua moglie come un colpevole umiliato e pentito che aveva molto da farsi perdonare. Ora non è facile cambiare d'improvviso il tono della nostra coscienza trasformandosi inopinatamente ed istantaneamente da giudicabile in giudice, da giustiziabile in carnefice. Trascorsero così, in quello stato di stupimento, i primi cinque minuti durante i quali Eva e il major Hampfel continuarono a parlare, ma con parole tedesche il cui significato era meno esplicito di quello delle precedenti per il limitato vocabolario di Pierino. Dopo cinque minuti Pierino si trovò di nuovo di fronte al caso di coscienza e tornò a domandarsi se doveva o no farsi aprire e se doveva o non far valere i proprii diritti di marito oltraggiato. Ma vi sono, nelle situazioni, particolari che le mutano radicalmente. Pierino ebbe la lucidità di vedere nei suoi particolari la situazione nella quale si sarebbe trovato, agendo, impegnato. La stanza di sua moglie aveva ai lati altre due stanze ch'erano occupate da due ménages coi quali, durante l'oramai lungo soggiorno in quell'hôtel, s'erano stabilite cordiali relazioni. S'egli fosse entrato nella camera di Eva, se, di fronte agli amanti, egli avesse tirato due colpi di revolver o avesse almeno tirato fuori dal suo animo esacerbato i giusti argomenti della sua collera coniugale, i ménages contigui si sarebbero certamente destati e sarebbero molto probabilmente accorsi. La colpa di Eva passava e avrebbe continuato a passare inosservata: un lieve ricamo di baci, di sospiri e di tenere parole sussurrate a fior di labbra non strappava i vicini dalla quiete del sonno notturno. Ma l'intervento di Pierino avrebbe immediatamente trasformato quel duettino idilliaco in minore in un terzetto drammatico a piena orchestra. L'albergo intero si sarebbe destato all'eco delle voci irose, del probabile pianto disperato di Eva e delle prevedibili vie di fatto tra Pierino e il major Hampfel. Tanto più che dopo la guerra il major Hampfel era oramai mezzo sordo e non sarebbe stato possibile fargli capire che era un porco se non facendolo sentire in pari tempo all'albergo intero. La maggior coscienza che da qualche tempo egli aveva preso di sè aveva destato inoltre in Pierino il senso del ridicolo. Gli parve, così, intollerabile l'idea di dover passare sotto gli occhi di un albergo intero, ufficialmente segnato e bollato come marito sfortunato. Ma intanto altri cinque minuti erano trascorsi. Nella stanza di Eva non si udivano più parole: s'udiva solo, adesso, un complicato giuoco di baci e di sospiri sopratutto che mano mano diventavano sempre più sospirosi e quindi più eloquenti per Pierino che li riconosceva. Pensò ancora, Pierino, che dalla stanza vicina anche quei baci e quei sospiri potevano essere uditi. Fortunatamente i baci e i sospiri non sono facilmente riconoscibili ed i vicini, posto che Eva aveva un marito nello stesso albergo, potevano credere che quelle effusioni della giovane signora austriaca fossero, nel cuor della notte, riservate al legittimo titolare delle sue tenere grazie.
Ma, poichè il faut qu'une porte soit ouverte ou fermée, è sempre probabile che debba da un momento all'altro aprirsi una porta che per il momento è ancora chiusa. Pierino si vide quindi nella difficile situazione che si sarebbe prodotta se d'improvviso, per una di quelle improvvise necessità che nel cuor della notte interrompono il placido riposo degli uomini, una delle porte delle stanze attigue a quella di Eva si fosse aperta. Se l'avessero trovato lì sarebbe stato evidente che il duettino di sospiri e di baci intessuto nella camera di Eva non apparteneva, almeno per metà, a lui marito. L'intervento di un tenore di grazia sarebbe così stato più che evidente ed egli, lì, dietro quella porta, sarebbe apparso grottesco come un tenore fischiato che da dietro una quinta sente il rivale ricamare con successo la cabaletta che la prima donna non vuol più cantare con lui.
Ma i nostri pensieri saggi non basterebbero sempre a governare le nostre azioni se, ad un dato punto, non intervenissero a determinarci gli atti degli altri. Così Pierino sarebbe stato tutta la notte dietro quella porta a pensare che era il caso di andarsene senza per altro andarsene niente affatto se, ad un dato punto, nella camera a sinistra di quella di Eva, non avesse udito lo scatto secco di un commutatore di luce elettrica immediatamente seguito da un leggero scricchiolìo di letto e dal piccolo tonfo sordo di due piedi nudi che s'appoggiavano sul parquet di legno. L'evidenza che qualcuno si alzava, e che si alzava molto probabilmente per aprire la porta e per uscire nel corridoio, volse finalmente in fuga Pierino, il quale in punta di piedi rivolò via pel corridoio, scese a precipizio le scale con un gran batticuore e non ebbe pace finchè non si ritrovò in camera sua, seduto sul letto, con le braccia penzoloni e l'anima ancor più penzoloni che le braccia. Quando fu solo, restituito a una situazione almeno decente, Pierino cominciò finalmente a pesare sul serio a quanto gli era accaduto. Guardava fisso davanti a sè la sua valigia sopra un portabagagli e non gli batteva palpebra. Rimaneva così a guardare, a guardare con gli occhi dilatati, coi suoi buoni occhi di fanciullo meravigliato che gli si riempivano di lacrime. Rivedeva, con quelli occhi, nel suo cuore, tutto il suo passato. Gli tornavano in mente, con un aspetto nuovo, tutti gli avvenimenti grandi e piccini della sua vita coniugale e specialmente i primi: l'incontro di Eva al teatro, la visita nel palco, i saluti scambiati col major Hampfel nella barcaccia dirimpetto, i commenti in tedesco fra Eva e la sua giovane amica polacca, la passeggiata al Prater, la cena, gli sguardi di complicità scambiati fra Eva e l'amica, gli abbondanti sorrisi con cui a Vienna la notizia del suo fidanzamento era stata accolta, gli affettuosi saluti di Eva e del major Hampfel allo sportello del treno in partenza per l'Italia dalla Sudbanhoff, la destinazione del major Hampfel all'Ambasciata di Roma pochi mesi dopo il loro matrimonio e pochi giorni prima della guerra. Era evidente oramai per lui che l'amore tra Eva e il major Hampfel non era nato negli ardori della guerra ma molto più probabilmente nei dolci languori della pace. Avrebbe amato di poter credere che quell'amore non fosse cominciato prima di quella notte e che le sue intemperanze di italiano avessero gettato uno nelle braccia dell'altra i due austriaci, più che per un sentimento d'amore, per un senso di solidarietà nazionale offeso dalle parole di Pierino. Ma creder questo non gli era possibile ora che aveva aperto gli occhi. Chi ha tenuto gli occhi lungamente chiusi, quando li riapre vede con straordinaria intensità: nel riposo prolungato la vista sembra felicemente acuirsi. Quello che a Pierino era sempre sembrato un po' inesplicabile, la facilità cioè con la quale un povero italianino senz'arte nè parte aveva potuto al primo sospiro ottenere il cuore, la mano e la dote della figlia dell'illustre maestro Kramer, ora appariva a Pierino spiegabilissimo. Aveva sempre spiegato l'eccezionalità dell'evento con un fascino eccezionale che i suoi giovani anni avevano esercitato su l'animo di Eva e con le simpatie eccezionali che la sua perfetta conoscenza di tutto il repertorio operettistico viennese gli aveva assicurate presso il famoso compositore d'operette. Ora vedeva, invece, che la buona stella della signorina Kramer aveva condotto lui a Vienna proprio nel momento opportuno, quando cioè si trattava di riparare a Roma con un matrimonio purchessia quello che a Vienna s'era guastato. Certi particolari di singolare importanza gli ritornavano in mente. E ricordava d'avere interrogato alcuni medici i quali gli avevano assicurato, rassicurandolo, che, per quanto eccezionale, il caso può darsi che un nuovo stato di cose si produca senza che per nessun segno si mostri mutato lo stato di cose precedente.
L'incompetenza di coloro che non sono mai morti assicura che, prima di morire, il morente rivede in un attimo tutta la sua vita. La competenza dei mariti e degli amanti ingannati afferma che la crisi della rivelazione permette di vedere in pochi secondi tutto ciò che per mesi e per anni non era stato veduto mai. Tutto quello che era la fodera della sua vita di marito apparentemente amato e felice si scopriva adesso a Pierino. Gli si rivelava adesso anche tutto ciò che d'un po' ostile e d'un po' sprezzante aveva sempre confusamente sentito nei rapporti dei vecchi amici con lui, dal tempo del suo matrimonio in poi. Poichè difficilmente troviamo in noi stessi, ma più spontaneamente cerchiamo sùbito negli altri, la causa dei mutamenti di questi altri verso di noi, Pierino aveva imputato il mutamento di tono dei suoi amici all'invidia — leggera e benevola invidia, ma invidia — che la sua nuova posizione doveva destare in tutti loro rimasti mediocri nel loro mediocre destino. Capiva che, quando era in un negozio con loro e ordinava di mandargli i pacchi dei suoi acquisti al Grand Hôtel; o quando usciva con loro dal caffè, dagli antichi caffè dai quali erano usciti tante sere insieme stretti, a braccetto, per ripararsi in due sotto un solo ombrello, e li salutava adesso per salire in una limousine da venticinquemila lire; o quando passeggiava con loro e metteva ogni giorno la fresca eleganza di un vestito nuovo accanto alla mediocre decenza del loro vestito di tutt'i giorni, capiva di far cose che non potevano conciliargli molte simpatie. Sentiva una sorda ostilità — e ne soffriva. Si sentiva attorno un'irragionevole diffidenza — e ne soffriva. Sentiva che, sebbene a malincuore, i suoi amici lo mettevano al disopra di loro — e ne soffriva, perchè, bravo figliuolo com'era, voleva esser considerato sempre lo stesso ed era, infatti, per loro, sempre lo stesso. Ora capiva invece che gli amici, col loro riserbo, con la loro freddezza, con quelle strette di mano impacciate e frettolose, con quella amicizia cauta che non cerca ma solo si limita a non evitare, non lo mettevano più su di loro, ma più giù, molto più giù di loro, in una zona intermedia tra lo sporcaccione e l'imbecille e che, come tutte le zone di frontiera, aveva in sè un po' dell'uno e un po' dell'altro. Evidentemente i suoi amici sapevano quello che lui non sapeva. Ed evidentemente essi non ammettevano che lui potesse non sapere quello che sapevano loro: il suo bel destino di marito comodo, di marito salvapparenze, di marito ad usum dell'herr major Hampfel. Di lui, di sua moglie e del bel maggiore, ora lo sentiva, si doveva esser parlato dappertutto durante un intero inverno, nei teatri, nei salotti, negli alberghi eleganti, nei tea-rooms delle cinque. Rammentava che, dovunque entravano, li seguiva sempre un fruscìo leggero di conversazioni sommesse. Aveva sempre pensato che quelle conversazioni fossero oltremodo benevole per loro, che avessero per oggetto l'avvenenza valchiriana di Eva e la sua eleganza secessionista. Ora quelle conversazioni gli erano chiare, senza averle mai sentite, come se le sentisse ancora: «Chi sono? — Sono i Kramer-Balla.... — Graziosa lei... Fiera e forte come Brunilde... — E quel marito? Un povero diavolo che rattoppa le reputazioni in pericolo... — Ménage à trois? — Ma sì, fin da prima del matrimonio... Tra Eva con tanto di peccato su la coscienza e il major Hampfel con tanto di moglie su le spalle, ci voleva il signor Pierino con tanto di faccia da imbecille... Tutti d'accordo e tutti felici... — È la Triplice Alleanza coniugale: due che fanno i loro affari e un terzo, l'italiano, che fa da scemo....»
La Triplice Alleanza! Sì, questo lo ricordava, Pierino: una sera, all'albergo, si erano fatti dei giuochi e dopo si facevano le penitenze. Era in berlina lui. E gli riferivano, due amici di buona memoria, le impertinenze dette loro da amiche e da amici... Ricordava... Uno gli disse: «Sei in berlina perchè sei la Triplice Alleanza!» Non ci aveva badato: credeva si trattasse d'uno scherzo politico. Ora si ricordava. E un altro ancora gli aveva detto: «Sei in berlina perchè l'aquila bicipite ha due teste e tu invece ne hai tre!» Non aveva capito neppure questa. Aveva veduto gli altri ridere e aveva sorriso anche lui, per aver l'aria intelligente. Ricordava, ricordava ancora... Un terzo aveva detto: «Sei in berlina perchè ti piace troppo il Conte di Lussemburgo.» In fatto d'opinioni musicali ognuno la pensa a modo suo. Ma ora capiva: il conte di Lussemburgo è un signore che sposa per conto di un altro. E ricordava, ricordava ancora... Molte sere, al bar, gli amici della nuova società lo accoglievano motteggiando e cantando un valzerino famoso:
Maritin,
tesorin....
Non se ne adontava. Burlavano le sue manie: scherzo innocente fra amici e che gli faceva piacere. E ancora, ancora ricordava, ricordava che tutti domandavano a lui quando il major Hampfel avrebbe raggiunto la sua destinazione di Roma. E smaniavano, e aspettavano, e chiedevano, come se dall'arrivo del major Hampfel a palazzo Chigi dovesse cominciare per Roma l'èra felice.
Passato e avvenire sono così strettamente saldati dal breve anello dell'attimo presente che quando si comincia a riandare il passato si va avanti sempre a guardare un po' nell'avvenire. Così da ieri Pierino era inavvertitamente passato a domani e ora prevedeva la fine della notte, il sorgere del nuovo mattino, la necessità d'incontrare, all'ora solita, attorno alla tavola della solita colazione, sua moglie e il major Hampfel. Senza che nessun pensiero preciso si formasse nel suo cervello, Pierino s'era levato, aveva preso sul portabagagli la sua valigia di cuoio, l'aveva aperta su un tavolino e ora incominciava a metterci dentro un po' di roba. Eran vestiti eleganti dal taglio dei grandi sarti, biancheria dei grandi camiciai, cravatte di Charvet, oggetti da toilette in argento o in oro, scarpe da cento lire al paio, profumi da quaranta lire la bottiglia. Eva lo aveva voluto così, raffinatamente, irreprensibilmente elegante. E per l'eleganza di suo marito, infatti, non aveva mai badato a spese. Ricordava. Andava, Pierino, nei magazzini, sceglieva, comprava, faceva mandare all'hôtel al nome del signor Balla e all'hôtel la signora Kramer-Balla, puntualmente, pagava. Povero Pierino! Era tutto mortificato adesso nell'osservare, come non gli era prima mai capitato, che tutta quella roba, tutta quella bella roba del suo equipaggiamento d'uomo elegante, era tutta roba di sua moglie, pagata da sua moglie... E, con la mano leggermente tremante, cominciava a ritogliere dalla valigia quello che ci aveva già messo.
Quando fu vuota cercò intorno qualche cosa da portar via, qualche cosa che fosse veramente sua. E, per quanto cercasse, non trovò che due vecchie camicie delle sue antiche eleganze di scapolo e il ritratto della sua mamma che laggiù, a Sorrento, s'era accomodata ben bene coi denari che il suo figliuolo le mandava di tanto in tanto, con quei denari ch'erano ancora, e sempre, uno chèque di Eva, niente altro mai che uno chèque di Eva. Lasciò da parte la valigia, acquistata anche quella da Eva, a Vienna, pochi giorni prima della partenza per il viaggio di nozze. Per impacchettare quelle due vecchie camicie e il ritratto della mamma bastava solo un giornale, un giornale italiano. Poi, quando il minuscolo bagaglio fu pronto, Pierino si guardò addosso: era ancora in smoking, la caramella pendente giù su lo sparato immacolato, il fiore all'occhiello. Doveva aver però un vecchio abito suo, che teneva, così, per capriccio sentimentale, senza indossarlo tanto era oramai fuori di moda; ma lo teneva perchè con quel vestito aveva viaggiato verso Vienna, verso Eva e verso la felicità. Era suo, proprio suo, quel vestito. Aveva ancora, dietro il collo, il nome del piccolo sarto modesto che allora perdeva ore ed ore per accontentarlo e che poi Pierino aveva abbandonato pei Prandoni e pei Morziello. Sentì, a indossare di nuovo quel vestito, una gioia curiosa, quasi paragonabile a quella che deve provare un galeotto il quale svesta finalmente il suo camice per indossare di nuovo un vestito d'uomo libero. Poi, quando fu pronto, pensò al portafogli. Non poteva portare via il denaro di Eva che aveva con sè. Contò: erano circa duemila lire... Contò e ricontò il denaro. Fece un breve riassunto delle ultime spese, mise denaro e riassunto in una busta, vi scrisse sopra con mano tremante il nome, e, fra parentesi: «da parte del signor Balla.» Poi mise bene in vista la lettera sul suo tavolinetto da notte. Nel portafogli cercò di nuovo. Aveva, in un cantuccio, in una vecchia busta, un biglietto da cento, suo, tutto suo, l'ultimo biglietto suo, ch'egli aveva gelosamente conservato, così, per trovare, rovesciando ciò che dice il poeta, il maggior piacere nel ricordarsi della miseria nel tempo felice. Quando fu su la porta, striminzito nel suo vestitino troppo attillato, con sott'il braccio l'involtino delle due camicie da notte e del ritratto della mamma, si volse indietro a guardare la camera che lasciava, la vita da cui fuggiva... E c'era lì, sul tavolino, in una piccola cornice ovale, un ritrattino di Eva.
Un disgusto profondo di sè, di Eva, di Hampfel prese Pierino nel vederlo. Corse infatti al tavolino, prese il ritrattino e sputò sul vetro con un impeto cieco d'ira e di vergogna. Ebbe la tentazione di gettarlo a terra, di schiacciarlo sott'i suoi piedi, ma non lo fece. Anzi, cercò un asciugamani, rasciugò il vetro con cura, poi depose di nuovo il medaglioncino su la tavola e si avviò di nuovo alla porta. Ancora si volse a guardare. È vero: era la vergogna, l'inganno, la frode, era l'orrore d'un tacito e osceno mercato. Ma era stata anche, per un anno, per lui, la vita, il sogno... Sospirò, si passò le mani su gli occhi lustri di lacrime. Poi fece per uscire. Ma una forza, il ricordo, l'indomabile ricordo di Eva, lo ritrasse ancora indietro. Corse al tavolino, prese il ritratto, lo mise nella tasca della sua vecchia giacchetta, e, col fagottino sott'il braccio, col cuore fiero, con l'anima umile e umiliata, col pianto che gli stringeva la gola sino a soffocarlo, fuggì via verso le scale, scappò via come un ladro....
Come sono i timidi quelli che, una volta lanciati, si rivelano sovente i più audaci, così sono i caratteri deboli quelli che, messi una volta alla prova, si dimostrano i più forti. L'energia improvvisa è, come l'ingegno improvvisatore, inconsapevole. L'uomo si trova ad essere trasformato senza saperlo e, poichè non ha un'esatta visione della trasformazione avvenuta, gli sembra, se gli avvenga di ricordare il passato, assolutamente inconcepibile che gli sia stato un giorno possibile di compiere azioni diverse da quelle che presentemente egli compie. Così Pierino, rivalicata la frontiera e tornato in patria, vedeva come un sogno, come un incubo, il ricordo di quel penultimo viaggio che, la sera stessa della dichiarazione di guerra, l'aveva portato a cercare quiete e scampo, in compagnia di sua moglie, in terra elvetica libera e neutrale. Aveva passato le prime ore del viaggio di ritorno in patria in quello stato d'abbattimento che segue lo sforzo nervoso delle grandi crisi risolutive. Ma si compiaceva nel pensare che l'improvvisa partenza e la mancanza di qualsiasi spiegazione tra lui e sua moglie lo mettevano in una situazione singolarmente felice. Infatti, poichè tutti ignoravano ch'egli avesse quella notte scoperto il segreto del suo benessere coniugale e l'infortunio subito dal suo amor proprio di marito, questo segreto poteva ancora esser creduto tale per lui e quell'infortunio non lo esponeva, svelato, a quel ridicolo che, per iniqua contraddizione tra cause ed effetti, accompagna sempre, nelle crisi delle felicità domestiche e nelle contravvenzioni al patto matrimoniale, non il coniuge colpevole ma il coniuge innocente. Due o tre ore dopo la sua fuga, la notizia della sua scomparsa doveva essere giunta ad Eva, a suo fratello e al major Hampfel. Questa scomparsa non era stata evidentemente spiegata se non ricollegandola al violento incidente prodottosi la sera prima su la terrazza. Nessuno poteva dunque ricercare nella sua mortificazione di marito ingannato le ragioni d'una fuga in cui non si poteva discernere altra determinante se non l'improvviso ricupero d'una sua coscienza d'italiano perduta sino allora nell'egemonia austriaca che sua moglie esercitava.
Stabilito così che sua moglie non avrebbe potuto dare nell'albergo intero altra spiegazione alla partenza di suo marito che quella d'un improvviso ritorno in patria per compiere il suo dovere di soldato, Pierino si rallegrò. Usciva da una vita indegna, è vero, ma con un'uscita decorosa. E, se è esatto che un bel morir tutt'una vita onora, anche una dimissione dalle funzioni di marito data a tempo e data bene può riscattar la vergogna d'un lungo servizio troppo docilmente prestato. In fondo, la sorte gli era benigna se salvava, sott'il prestigio dell'amore patriottico, la vergogna del suo povero amore coniugale così miseramente finito. Meno male! Ci sorrideva, ci scherzava sopra, Pierino. Ma si sentiva però il cuore piccolo piccolo, stretto stretto in un pugno, un pugno piccino, d'una mano che stringeva, stringeva e aveva le dita lunghe, affusolate, così sottili che sembravano artigli: la mano di Eva. E se l'ora terribile gli ritornava in mente, se riviveva il momento in cui aveva veduto entrare il bel maggiore in pigiama nella stanza di sua moglie, si sentiva salire il rossore al volto e gli sembrava che tutti i suoi compagni di vagone dovessero leggere in quel rossore la sua vergogna passata e la sua vergogna presente.
Li guardò, questi compagni di vagone. Eran saliti in quel carrozzone di terza classe dopo Genova e discendevano verso Roma come lui, Pierino, discendeva verso Napoli per andare ad abbracciare a Sorrento la sua povera mamma che lo credeva felice. Li ascoltò parlare. Erano sbarcati a Genova quella mattina. Parlavano della città con quell'ammirazione indeterminata che è propria dei viaggiatori che non hanno avuto il tempo di vedere nulla. Ora, tra tunnel e tunnel, guardavano i meravigliosi cantucci tra monte e mare della Riviera di Levante. Guardavano il mare azzurrissimo, il cielo splendidissimo della mattina d'estate. Guardavano il colore italiano, con occhi meravigliati, come cosa nuova. E dicevano fra loro, con grandi scoppii di voce, la loro meraviglia. La dicevano male, con un italiano impacciato e duro, screziato ogni tanto di parole spagnuole. Ora parlavano dell'Italia, della guerra necessaria, della vittoria certa, della gioia e dell'onore di cooperare a conseguirla. D'un tratto uno di loro si volse a Pierino:
— E' richiamato anche lei? domandò.
— No, rispose Pierino arrossendo, la mia classe non è ancora sotto le armi ed io sono riformato. Ma vado a iscrivermi volontario anch'io, nella mia città natale, a Napoli.
Tutti si volsero a guardarlo e Pierino vide in quegli sguardi qualche cosa che somigliava a un sentimento di deferenza e d'ammirazione. Arrossì, Pierino, anche di questo, che gli parve di aver rubato. Gli altri intanto continuavano a parlare con lui, e, dopo avere interrogato, adesso spiegavano.
— Veniamo tutti dalla Repubblica Argentina. Siamo figli d'italiani, ma siamo tutti nati laggiù. Lo sente? Parliamo italiano con qualche impaccio. Ma il cuore è tutto italiano. E appena l'Italia ha avuto bisogno anche di noi, eccoci, siamo venuti.
Un altro disse:
— L'amavamo l'Italia, da lontano, quando la sentivamo prospera e tranquilla. Più l'amiamo adesso, da vicino, che la sentiamo impegnata, dinanzi al mondo, con tutt'il suo onore e tutta la sua gloria. I nostri padri, laggiù, in Argentina, non la avevano mai dimenticata e non vollero che noi l'ignorassimo. Ce la fecero conoscere, ce la fecero amare, coi loro ricordi, nel loro rimpianto. E ora siamo felici di servirla, pronti, se il nostro sacrificio occorre, a morire per lei.
Tutti abbassarono gli occhi come raccogliendosi in quel pensiero. Poi un altro esclamò:
— Ma per quanto ci avessero detto che era bella non potevamo certo imaginarla così. E' più bella, più bella del nostro sogno. E' bella tanto che non mi so spiegare.
Allora Pierino domandò:
— Ma non l'avevano mai veduta? Nessuno di loro? Non erano mai stati, prima di oggi, in Italia?
— Mai, fu la risposta di tutti.
Il silenzio si chiuse su quella risposta. Poichè il treno correva adesso lungo il litorale tutti fissarono gli sguardi, estatici, fuori degli sportelli. E Pierino pensava a quei suoi compagni di viaggio, nati laggiù, oltremare, fra altre genti, con altri costumi, in terre dove avevano i loro affetti, i loro interessi, le loro abitudini, il passato, il loro avvenire, la culla ov'erano nati, il po' di terra che doveva coprire il loro ultimo sonno. Ed erano venuti, al primo invito, in Italia, a servire, a morire se occorreva per questo paese che non conoscevano, dove non avevano un affetto, un ricordo, un desiderio, una speranza sola. Che cosa dunque li trascinava, così, da un continente all'altro, attraverso l'Oceano insidiato, verso la morte probabile, con l'occhio sfavillante di vita felice, se non un ideale, se non una forza segreta che lega i figli ai padri, i padri agli avi, i vivi alla terra ove giacciono i loro morti? E come aveva potuto lui, per tanti mesi, essere sordo alla voce di quell'ideale che chiamava a battersi e a morire tutta la gioventù d'un paese cui egli pure apparteneva, cui egli pure era adesso felice, orgoglioso di appartenere? In quale oblio di sè stesso la volontà dispotica d'una donna straniera, d'una donna nemica, aveva potuto ridurlo? E come cancellare adesso dal pensiero di lei l'idea che un marito italiano può servire, abilmente sfruttato nel suo amore pei valzer viennesi, a coprire la merce avariata della galanteria austriaca, se non facendole vedere che, giunta l'ora, anche questo marito d'austriaca ricorda d'essere italiano, corre là dove tutti gli altri combattono, pronto a morire, se occorre, come tutti gli altri italiani, come anche questi nuovi italiani d'oltre Oceano sanno eroicamente morire?
L'aveva consegnata al postino della sua compagnia, mezz'ora dopo arrivato in trincea, la sua cartolina per il luogotenente Federico Kramer, in Svizzera. Ci aveva scritto sopra, a grossi caratteri, Viva l'Italia! e aveva riempito il colonnino delle indicazioni di recapito: «Soldato Pierino Balla, reggimento fanteria... compagnia... divisione... Zona di Guerra». Poi aveva preso dal suo portafogli un ritrattino, il ritrattino di Eva. Ci aveva scritto dietro così: «Più adatto per stare sul cuore d'un soldato austriaco, del «major» Hampfel, per esempio». E aveva firmato: «Pierino Balla, soldato italiano». Poi, chiusa la fotografia in una busta, consegnata anche questa al postino, s'era sentito più leggero, più lieto, più pulito e, liquidato così il suo passato, pronto a volgersi verso il suo avvenire, di là dalla trincea.
Era in trincea, oramai, da due o tre ore. Mentre era in corso la sua domanda d'ufficiale aveva voluto intanto servire come soldato e, brigando assai più di quanto sua moglie aveva brigato per farlo diventare concittadino di Guglielmo Tell, aveva chiesto e ottenuto di essere mandato in prima linea, sùbito al fuoco, lassù, fra le nevi, in quelle trincee ch'erano chiamate del Lenzuolo Bianco. Era giunto lassù, poco dopo mezzogiorno, dopo una lunga marcia a piedi che durava dall'alba. Aveva trovato, fra quei soldati, due amici: uno ufficiale, l'altro soldato. E l'uno e l'altro, lassù, gli avevano stretto la mano, forte, apertamente, cordialmente, come da quando era ammogliato non gliel'avevano mai stretta a Roma, da Latour o da Faraglia. E s'era sentito da quelle strette di mano rinnovare, riconsacrare, rifare quasi da cima a fondo.
I soldati gli avevano detto:
— Sei arrivato per goderti le ore tranquille. Di giorno quelli là non fiatano. Poi, quando è il tramonto, cominciano a sparare. Ci danno la buona notte così. E' stato così ieri sera, l'altra sera, prima ancora...
— E sarà così anche stasera? aveva domandato Pierino senza preoccupazione e senza spavalderia.
— E sarà così anche stasera, gli avevano risposto i compagni.
Poco dopo l'altro amico, l'ufficiale, l'aveva chiamato in disparte:
— Sei stato costretto a tornare in Italia?
— No, ero riformato e la mia classe non l'hanno riveduta.
— E allora?
— Sono volontario.
— Volontario? Bravo!...
E, dopo una pausa, con un lieve imbarazzo:
— E tua moglie?
— Mia moglie non poteva farmi dimenticare più a lungo il mio dovere.
— Ed ha consentito a lasciarti partire?
— Sono fuggito.
L'ufficiale lo guardò in viso, lo vide fiero e commosso.
— Sei un bravo figliuolo, disse. Gli altri non lo credevano. Io l'ho sempre pensato.
— Ero cieco: ora ci vedo, disse Pierino, semplicemente.
L'ufficiale gli strinse la mano. Poi s'accovacciò per terra e invitò anche lui ad accovacciarsi:
— Bada. Ci vuol prudenza. Anche quando non ci si batte corron nell'aria pallottole perdute che non si sa donde vengano, non si sa dove vadano e ti còlgono inutilmente. Coraggio, ricòrdatelo, non vuol dire imprudenza. Sacrificarsi, sì, ma quando sacrificarsi è necessario. Sono qui dal principio della guerra. Quanti ne ho visti morire! Ma quelli che veramente ho pianti sono quelli che il caso, assurdamente, ha uccisi, quelli che sono morti senza fare un passo, senza saperlo, senza aspettarselo, quelli che un po' di prudenza avrebbe risparmiati. Darla la vita, sì, ma a caro prezzo. Se no, i conti non tornano. E i conti devono tornare.
Ancora gli prese la mano e gliela strinse più forte dell'altra volta:
— Oggi ci sono. Stasera forse non ci sarò più. Sono mesi, oramai, che viviamo ora per ora, minuto per minuto. Ma mi ha fatto piacere di rivederti, di avere il tempo di rivederti qui, con noi. Era impossibile che tu non fossi venuto. Il sonno della coscienza non è morte, è sonno da cui si ritorna. E ci si sveglia con un'anima nuova. Imboscato, marito di un'austriaca, ti credo adesso capace di fare prodigi.
— Sono un soldato come tutti gli altri, mormorò umilmente Pierino.
L'ufficiale aggiunse:
— La lotta, è dura, lenta, terribile. Ma vinceremo. Ne sono sicuro. Ne siamo tutti sicuri. Tanto sangue non può essere versato invano. Tanto dolore non può essere inutile.
La voce del comandante della compagnia chiamò l'ufficiale dall'angolo opposto della trincea. Questi si levò e si levò Pierino.
— Arrivederci, Pierino, disse l'ufficiale allontanandosi e salutandolo con la mano.
E sorrise vedendo Pierino su l'attenti, immobile, impassibile, con la mano alla visiera del berretto e gli occhi buoni che lo fissavano riconoscenti per averlo accolto così, come un buon figliuolo, come un bravo soldato.
Chiamarono, i compagni, Pierino. Erano distesi per terra in gruppo, con le teste appoggiate su le gambe d'un compagno, su la terra della trincea, su lo zaino o su la coperta da campo. C'era fra loro l'altro amico di Pierino.
— Vieni qui, gli dissero. S'aspetta in pace l'ora del tè.
— E dei biscotti, aggiunse un altro, mostrando il fucile.
— Tè austriaco, strillò un terzo, e biscottini italiani!
E, sollevandosi sul braccio, guardando fuori dal muretto che li riparava, mettendo la mano alla bocca come per aiutare la voce a giungere sino all'opposta trincea, gridò con quanto fiato aveva in gola:
— Attenti alle indigestioni, Kamarades!
Risero, cantarono. Uno attaccò il valzer della Vedova Allegra. Gli altri fecero coro. Poi fu la volta del Conte di Lussemburgo. Poi quella del Sogno d'un Valzer, il valzer di Franzi:
Laggiù nel silente giardino...
Tutto ritornò, a quel richiamo, nell'animo di Pierino, tutta l'ultima sera, tutta l'ultima notte della sua vita passata, abolita, della sua vita da dimenticare e da riscattare.
Canta e poi trilla,
valzer d'amor...
Il tenorino grigio-verde stonò. Lo coprì un coro d'invettive, una salva di fischi. Rispondeva ridendo:
— Fischiate pure. Fischi che non fan male. Non sono mica pallottole.
— Verranno anche quelle, tra poco, disse un altro ridendo e intonò il valzer di Lehar:
Sei tu, felicità...
Uno interruppe:
— Bella musica, però... Se non avessero che i valzer si potrebbe anche voler bene a quella gente...
Il vento portò dalla opposta trincea un canto: era musica italiana con parole tedesche. Un tenorino austriaco cantava Cavalleria.
— Cortesia con cortesia, disse l'amico di Pierino. Rispondiamo col valzer del Conte, ma cantato a dovere. Tu, Pierino, che hai una bella voce...
— Non so. Non ricordo..., mormorò Pierino assorto.
— Non sai? Non ricordi? Erano i tuoi cavalli di battaglia... Non cantavi che quelli...
— Ma ora non li canto più...
— Non ami più la musica?...
— Sì, ma un'altra...
— Quale?
— Una bella canzone, una bella canzone italiana...
— E faccela allora sentire...
— Fuori il fiato, recluta!
— Ordine degli anziani: sgòlati!
Pierino rispose pianamente, assorto, scansando le insistenze con un gesto della mano:
— Più tardi.
Gli altri insistettero:
— Quando?
E ancora Pierino, a bassa voce, gli occhi intenti, il cuore lontano:
— Più tardi.
Ma tutti eran tenori lassù e tre o quattro voci insieme ripresero il Sei tu, felicità... Pierino ascoltava, sempre immobile, disteso, poggiato il gomito a terra, la testa appoggiata su la palma. Rivedeva Vienna, il Prater, la passeggiata notturna con Eva, risentiva nella voce di lei, sospirato, carezzato, il dolce valzer sentimentale.
D'un tratto, il valzer si spezzò. Gli ufficiali accorsero, diedero ordini nervosi, secchi, precisi. Dall'altra parte non si cantava più. Il cielo, il grande cielo alpino, si era tutto coperto di veli rosei. Il sole era scomparso laggiù, dietro la montagna bianca di neve. E una voce beffarda, accanto a Pierino, mentre i soldati si levavano, mentre occupavano il loro posto in trincea, commentò:
— L'ora del tè!
Un ufficiale parlò:
— Ragazzi, oggi si comincia noi. Vivi o morti bisogna uscire da qui, snidarli dalla loro tana...
La voce beffarda commentò ancora:
— Oggi prima i biscotti e dopo il tè....
Ordini, voci, movimenti, corsero, nervosi, sommessi, per la trincea. A un ordine le baionette furono su le canne dei fucili. Poi un ufficiale, l'amico di Pierino, gridò:
— Avanti, figliuoli. Savoia!
E, la rivoltella in pugno, fu primo su l'orlo della trincea, primo in campo aperto. Gli altri, come un sol uomo, seguirono, si lanciarono come un sol uomo contro la trincea nemica, sotto una grandine di pallottole, mentre le mitragliatrici nemiche cominciavano a crepitare.
Mentre correva con gli altri, Pierino si volse ai compagni:
— Adesso canto, amici!
E, con la sua bella voce che carezzava un giorno le smorzature snervate e snervanti delle operette viennesi, cominciò a cantare correndo verso il nemico, correndo verso la morte e verso la vittoria:
Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta....
E non potè cantare, povero Pierino, il terzo verso.
Roma, Dicembre 1915 — Marzo 1916.
Fine.
OPERE DI LUCIO D'AMBRA (Renato Manganella)
Romanzi e novelle.
- Il Miraggio, romanzo — 2ª edizione.
- L'Oasi, romanzo — 3º migliaio.
- L'Ardore di settembre, novelle (esaurito).
- L'Amore e il Tempo, novelle.
- Il «Damo Viennese», romanzo.
- Il Re, le Torri, gli Alfieri, romanzo — 3º migliaio.
- La Rivoluzione in sleeping-car, romanzo.
- L'Ombra della Gloria, romanzo (di prossima pubblicazione).
- La Commedia dal mio palco, novelle (di prossima pubblicazione).
Teatro.
I Vol. — L'Amore ricama, 1 atto — Acqua stagnante, 3 atti, — Castello di carte, 1 atto — Marionette, 1 atto — Fantasia, 1 atto — La destra e la sinistra, 1 atto.
II Vol. — La via di Damasco, 3 atti — Effetti di luce, 2 atti — Il Giardino d'Armida, 2 atti — Acqua acqua, fuoco fuoco, 1 atto.
III Vol.[1] — Il Bernini, 4 atti, in versi — Goffredo Mameli, 5 atti, in versi — Il Matrimonio improvviso, 3 atti.
IV Vol. — Gli Angeli Custodi, 3 atti — I miei amici di Sans-Souci, 1 atto — Gli Esuli, 4 atti.
V Vol. — La Diva della Scala, 4 atti — La Frontiera, 3 atti.
Critica.
- Le Opere e gli Uomini, 1ª serie.
- Le Opere e gli Uomini, 2ª serie (di prossima pubblicazione).
- Storia della Letteratura Francese.
[1]. In collaborazione con Giuseppe Lipparini.
Finito di stampare
il 24 Giugno 1918
nel
Premiato Stabilimento Tipografico
Licinio Cappelli
in Rocca San Casciano
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.