V.

Alla luce pallida che filtrava a traverso i vetri colorati dell'alta finestra, seduto ad una grande tavola di noce il cui enorme piatto intagliato era sorretto dalle braccia muscolose di quattro giovani fauni, Farnese lavorava. A volte lacerava iroso il foglietto che scriveva per cominciarne un altro lentamente e tranquillamente, e, quando sollevava il volto dai fogli per pensare con più raccoglimento, i suoi occhi si riposavano nella intimità e nell'eleganza di quel gabinetto da lavoro, dove la vera anima ed il vero gusto dello scrittore si rivelavano. Dietro la poltrona in marrocchino verde su cui egli era seduto, un arazzo copriva buona parte della parete, un arazzo dov'era riprodotta quella magnifica Allegoria della Primavera di Sandro Botticelli, ove le ignude e primaverilmente fiorite danzatrici sollevano con una grazia così melanconica il loro viso biondo animato da un sorriso enigmatico, misto di amarezza e di sogno. Al termine dell'arazzo era il busto di Farnese scolpito da Filippo Cifariello, il quale aveva saputo trasfondere in quel marmo tutta la complicata psicologia dell'artista. Il busto era eretto su di uno zoccolo drappeggiato da un damasco rosso e questo damasco s'innalzava poi per la parete, ov'era fissato da piccoli piatti di Capodimonte, fino ad un vecchio divano a spalliera dritta, ricoperto da una antica stoffa ecclesiastica. Dietro il divano, situato in angolo, era posto su di un altro zoccolo drappeggiato un busto in bronzo, una Mystica di Francesco Jerace. Una svelta biblioteca di noce intagliata correva lungo tutta la parete prospiciente alla finestra e formava angolo con un'altra che giungeva fino alla porta della stanza. In essa erano pigiati i libri più svariati, molti lussuosamente rilegati, altri sotto copertine di carta del Giappone. Da Eschilo e da Omero, tutti gli artisti passavano sotto gli occhi dell'osservatore, fino agli ultimi prodotti della letteratura modernissima, fino ai più forsennati simbolisti, fino ai più fastidiosi ibseniani. Un'altra piccola biblioteca era in un angolo, presso la tavola, a portata di mano dello scrittore; e vi si affollavano i suoi libri prediletti, la Manon Lescaut dell'abate Prévost, l'Adolphe di Benjamin Constant, Les liaisons dangereuses di Laclos, il teatro di Marivaux ed alcune commedie di Musset, tutte le opere di Stendhal, molti volumi di Balzac, le opere di Taine, i libri di Bourget e qualche altro. E fra i poeti, le Odi di Orazio, i versi di Catullo, le Canzoni a selva di Lorenzo de' Medici e fra i moderni, Baudelaire, Gautier, Edgar Poe e Verlaine. Alle pareti erano non pochi quadri, tra i migliori e di un gusto modernissimo. Intorno al ritratto di Farnese, meraviglioso di vivacità, eseguito da Antonio Mancini, erano le opere più discordanti e più delicate: un Motivo orientale di Marius de Maria, una campagna fiorita di rosee figure di donna di Cesare Laurenti, un Pierrot ed una Pierrette di Eugenio Blaas, quattro acqueforti di Félicien Rops ed alcune litografie di Odilon Redon; poi, oltre un suggestivo Simbolo di primavera di Walter Crane, tre quadri di quei potenti pittori scozzesi che lo scrittore prediligeva: un paesaggio lunare, un'ossessione di argento, di Macaulay Stevenson, una bimba in bleu di Francis Henry Newbery ed un Mare d'argento di Tom Robertson; in un altro angolo, sopra un piccolo arazzo, era riprodotto un magnifico angiolo di Melozzo da Forlì. I mobili più varî si affollavano nella stanza: accanto ai mobili del più puro stile Luigi XIII scolpiti preziosamente, erano mobili prettamente inglesi e divani e poltrone placidi e comodi, ricoperti di stoffa liberty. Ma dove si rivelava il gusto strano e complicato dello scrittore era nell'anacronismo originale delle consolidi, dei bahuts antichi con piccoli acquarelli incastrati, e dei piccoli tavolini di Bull, ricoperti di ninnoli, di statuette, di gingilli, di ritratti, delle curiosità più autentiche, dalle vecchie lacche chinesi ai minuti oggetti d'argento, dalle bonboniere antiche alle figurine di Saxe, dai curiosi bronzi cinesi raffiguranti bestie favolose ai fragili ninnoli di Sévres. Un leggio sostenuto dalle braccia di due negri invitava, presso la finestra, all'igienico lavoro in piedi. Un largo spazio, al centro della stanza, permetteva allo scrittore di muoversi durante le ribellioni febbrili dell'ispirazione. Sul caminetto, uno specchio oblungo di Murano, un po' verdognolo per il tempo, rifletteva le prime rose dell'anno, poste nei piccoli vasi di cristallo dalle mani affettuose di una dolce donna.

Lo scrittore correggeva una delle scene della Chimera la cui prima rappresentazione doveva aver luogo l'indomani. L'ispirazione recalcitrava; ma, dopo aver cozzato contro uno scoglio più grande con un urto decisivo, l'artista ebbe il sopravvento e l'ispirazione fluì limpida e facile, come l'acqua di un ruscello ombroso. Terminata quella scena, Farnese avrebbe dovuto correggerne un'altra ancòra del primo atto e tentò, ma invano, poichè la limpida vena della fantasia s'era arrestata, d'un tratto. Egli gittò via la penna, picchiandola sul tavolo con uno di quei gesti irosi ch'egli aveva quando al suo pensiero non corrispondeva più, armoniosa interprete, la parola. S'alzò sempre più agitato, camminò in fretta per la stanza per calmare i suoi nervi:

— È inutile pensarci, si trovò a dire ad alta voce. Per oggi è finita. L'incanto è rotto. Che mestiere curioso e stupido è mai il nostro! Mestiere di gente il cui ingegno non incede se non caricato da un'eccitazione nervosa, come un orologio da una molla. E quando la molla si ferma, tac, voi non avete modo di rimetterla in movimento e dovete aspettare i beneplaciti del caso. Ecco perchè son tanto facili e tanto difficili nel tempo stesso i capolavori. Scommetto che Shakespeare non ha sofferto un'ora di scoraggiamento o di rilassatezza scrivendo Amleto o la Tempesta! E Molière ha scritto fra una rappresentazione e l'altra di quelle buffonate che erano l'Impromptu de Versailles e il Medecin malgrè lui, ha scritto in poche ore, per la sua compagnia di commedianti quei capolavori che si chiamano Tartuffe e Misantrope. Gli sono costati più sforzo di lavoro che non quelle buffonate? No. Solamente queste volte il genio ha squillato. E Balzac non ha scarabocchiato in poche notti, per pagare i suoi creditori, César Birotteau? E ci si deve prender tutto questo affanno per creare queste chiacchiere, frutto della vostra sofferenza, che il primo damerino blasè può fischiarvi tranquillamente! Ah, sì, Loredano ha ragione, in fondo..... Al diavolo!

E con un gesto d'ira afferrò sul tavolo un mucchio di foglietti, lo lanciò verso il soffitto dipinto in un curioso stile bizantino. I foglietti caddero, sfarfallando, ai quattro angoli della stanza, su i mobili e su le stoffe. Farnese vide una fotografia per terra, la raccolse:

— Ah, il ritratto di Claudina! Ecco un incontro propizio che varrà a dare al mio pensiero un corso differente, se non migliore, in quest'ora di spleen. Claudina! Due giorni che non la vedo e mi pare un mese..... Del resto, sono stato uno sciocco ad impormi quest'assenza di due giorni..... A che prò? Oramai, ho deciso di lasciarmi andare con la corrente, senza ribellioni, senza sforzi..... Che sono questi incontri fatali, questi amori improvvisi ed irresistibili, se non la vita, il torrente torbido e vorticoso della vita? E chi cozzerà risolutamente e vittoriosamente con la vita? E quale petto potrà opporsi e resistere all'onda violenta di quel torrente? Ah, chiacchiere! In conclusione ho perduto due giorni, ma poco male, poichè ella sta per venire.

Il domestico entrò, dopo aver bussato all'uscio:

— La signorina Rosiers chiede.....

Lo scrittore non attese nemmeno che il domestico avesse finito l'annunzio, corse raggiante nel salotto che precedeva il suo gabinetto da lavoro, prese Claudina per le mani e la trascinò nella sua stanza mentre ella gli sorrideva. Il domestico era sparito. Farnese, appena entrati, girò la chiave della porta, quasi inavvertitamente, tolse a Claudina la mantella di lontra, volle toglierle egli stesso dalla massa fulva dei capelli la piccola toque di velluto bleu. Claudina sorrideva sempre, senza parole. Ella era rimasta con un abito di lana marrone molto semplice, un abito tagliato in modo che disegnava meravigliosamente le curve del suo corpo snello di una possente vigorìa verginale. Lo scrittore le infilò due piccole rose alla cintura, la fece sedere sul divano, sedette vicino a lei:

— Sapete, Claudina, che sono quasi due giorni che non ci vediamo? Dall'altra sera, quando vi riaccompagnai a casa dal teatro..... — Poi aggiunse, spiando negli occhi l'anima dell'attrice: — Voi non vi siete addolorata molto per questa assenza!

— Questa è una vostra opinione personale, nè voi siete in grado di proclamarla giusta. Io, del resto, ho avuto il lavoro per distrarmi. Malgrado i pretesti dei vostri reumatismi, la commedia doveva esser provata. Gray, che per la sua gelosia per voi non farebbe oramai un gesto per salvarvi da una morte sicura, non si è incaricato di nulla: ha continuato a recitare la sua parte di Otello, fra le quinte. Ho dovuto essere io direttore, autore, attrice e pubblico. Ma la messa in scena ha fatto un grande progresso mercè le fatiche della piccola Claudina, e domani potrete giudicare.

— Siete una santa! disse lo scrittore prendendole le mani e la guardò appassionatamente, ma non senza una leggera ironia. Rimasero entrambi con le mani serrate, a guardarsi negli occhi. Farnese si era fatto più dappresso all'amica, il suo volto cominciava a inchinarsi verso le fresche labbra di lei, quando l'attrice, sciogliendo le sue mani dalla stretta amorosa e seduttrice, s'alzò, fuggì al centro della stanza, dicendo:

— Mio caro autore, noi dobbiamo provare..... «S'io ben mi appongo» come dicevano gli eroi di quelle tragedie che studiavo al Conservatorio, voi dovete aver corretto due scene della vostra commedia ed io dovrei provarle, qui, con voi. Sono ai vostri ordini. Ho due ore di tempo, sono uscita adesso dal teatro e sino alle sei non vado a pranzo. Cominciamo? Voi mi darete la replica.

— Ecco qui, disse lo scrittore che si era avvicinato anche lui alla tavola ed investiva sempre la giovinetta d'uno sguardo cupido, veramente non ho potuto completare che una sola di quelle due scene. Non ero in vena, oggi......

— Già, quei benedetti reumatismi! interruppe ridendo Claudina.

— Perdonatemi e intanto, continuò lo scrittore, proviamo almeno questa......

Provarono, lungamente. Claudina viveva solo d'arte in quel momento. Aveva estratto dalla sua tasca il fascicolo manoscritto della parte e, ripetendola, vi apportava le modificazioni redatte dallo scrittore. Cominciava il crepuscolo, quando Farnese gettò sul tavolo il manoscritto ed esclamò:

— Ecco finito! Ritorniamo alla realtà.


Claudina sedette nuovamente sul divano, Farnese sedette su uno sgabello ai piedi di lei. Egli la fissava sempre negli occhi. Acceso dal desiderio, ebro di quel corpo vergine, egli spiava i bagliori di quelle pupille per scorgervene uno solo e repentino che fosse simile a quello che ardeva nelle sue, un bagliore di desiderio. Voleva cogliere subito quell'attimo fuggente, quel momento fatale in cui la donna, sempre ribelle all'ultima seduzione, sarebbe venuta a lui, al suo desiderio, al suo amore, mite e docile come una vittima, come una schiava. Ma, finora, nelle pupille di Claudina s'adunava solamente una grande tristezza, la tristezza, pensava Giuliano, per il fiore ch'ella si sentiva in procinto di perdere. Intanto il desiderio, l'amore di quella verginità urgevano quell'uomo che, con parole rotte, tremanti, vaghe, cercava d'esprimere a Claudina il suo sentimento preciso. Erano cadute le bende che gli nascondevano la vista di quel portento primaverile. Lo scrupolo aveva oramai lasciato il posto ad una placida teoria di fatalità. Egli si ripeteva ch'era inutile contrapporre al desiderio di Claudina, la visione pura di Beatrice, poichè quell'abbraccio spirituale e materiale che quella verginità e quel desiderio preparavano inconsapevolmente, doveva avvenire; e frapporre al suo compimento imagini dolorose, fantasmi di rimorso, pensieri e scrupoli saggi, non significava arrestare la corrente che doveva trascinarlo, ma era piuttosto un aumentarla, come un torrente che abbia incontrato un masso enorme che ne interrompa la corsa, valicatolo, precipita di nuovo con centuplicata veemenza.

— Claudina, Claudina, egli diceva, io vi voglio bene. Sento per voi una tenerezza senza confine, una tenerezza che mi fa serrare il cuore, quando io vedo passare nei vostri occhi un'ombra di tristezza. So anche che voi mi amate, so anche che voi sentite per me ciò che non avete sentito per altri. Io sento che la vostra anima sta per ischiudersi al bacio di un'altra anima..... Il vostro atto semplice e sincero sarebbe di chinarvi verso di me, senza riluttanza e senza incertezza, per accogliere l'amore che sale dall'anima mia verso di voi. Ma voi siete buona quanto siete bella, Claudina: per questa vostra bontà l'imagine di una triste donna che soffrirebbe del nostro amore vi traversa il pensiero, arresta e sacrifica la vostra passione... Voi mi perdonate se chiamo passione ciò che sentite per me?... Non vi parrò pretensioso e sciocco, n'è vero? Io vedo che voi mi cercate, mi prediligete: vi so troppo buona e troppo onesta per credere ad una civetteria o ad un amoretto passeggero. Voi mi amate. Io vi amo. Si realizza così il vostro sogno di essere amata da un artista e di amarlo. Ecco giunto per voi quel quarto d'ora di felicità, cui tutti presto o tardi hanno diritto, come mi dicevate qualche giorno fa a teatro. Vi ricordate? Mi diceste che il vostro sogno era quello d'essere amata da un artista, per completarlo, essere cosa sua come lui sarebbe cosa vostra. Ed aggiungeste: «Questo ancòra non è. Sarà? Non sarà? quien sabe?» Ed ecco: questo è, questo sogno s'avvera perchè io vi amo, perchè io vi amo appassionatamente, perchè ho bisogno di voi come dell'aria, perchè la vostra lontananza mi è insopportabile, è per me come una morte nella vita. Voi mi amerete, Claudina, voi mi amerete sempre, io vi amerò sempre, io vi amerò per tutta la vita.... Per sempre! Lo sapete, lo sapete che v'amo e che vi amerò tanto? Tu lo sai, tu lo senti, Claudina?

Egli s'inebriava con le sue stesse parole e carezzava convulsamente la donna, innanzi alla quale era in ginocchio; continuò a lungo a celebrare quell'offertorio d'amore; poi il suo desiderio intuonò le sue litanie di passione. Claudina si lasciava invadere da un molle senso di abbandono, alcune frasi dell'uomo che invocava facevan trasalire il suo cuore o palpitare i suoi nervi, come minacce o come turbini. La sua verginità vacillava. Ella era, a poco a poco, conquisa dalle visioni di voluttà che l'uomo suscitava nella sua fantasia febbricitante. Le carezze di lui diffondevano nell'animo femminile quella dolcezza fatta di stanchezza e di desiderio, che sollecitava la resa gloriosa al richiamo di quella gagliarda fanfara d'amore ventenne. Egli sapeva toccare nel suo offertorio amoroso le fibre più intime dell'amata e nel naufragio del pensiero, della coscienza, della riflessione di lei, solo la giovinezza e la passione restavano, mentre la fanfara della voluttà lanciava più violenti i suoi squilli nel tumultuante sangue della vergine. L'ebrietà folle, minuto per minuto, aumentava. La riflessione cadeva, soffocata dalla rivelazione di un nuovo mondo inaccesso. Ed il sortilegio si compiva pel prodigio dei vent'anni ignari, vertiginosamente. La bocca già fioriva i suoi baci.

Ma il pensiero di Beatrice, la visione di quella triste donna, — visione che già l'aveva fatta piangere due sere prima, in carrozza — attraversando il suo combattuto pensiero, faceva resistere Claudina. D'altra parte la sua passione a volte la lasciava ragionare ed ella si diceva che l'amore di quell'uomo non poteva essere duraturo. Ad un tratto, Claudina liberò le sue mani da quelle di Giuliano, scoppiò in un pianto dirotto, dopo aver portato le dita, come una tutela, innanzi le sue pupille. E questa ultima resistenza, quest'ultimo grido disperato della ragione contro la vertigine, sollecitò la sua caduta, il trionfo dell'amore. Giuliano si era lanciato su lei e con le labbra le suggeva le lacrime sul ciglio con baci febbrili. La sinfonia dei baci discese alle guancie, alle labbra rosse, divenne solenne, violenta, rabbiosa, fu inno trionfale. La verginità si ribellava per l'ultima volta, sotto quei baci all'ultima rinunzia, all'ineffabile consenso, fino a quando, Giuliano parlandole ancòra d'amore, ella smarrì ogni senso che non fosse quello dei baci su le labbra, s'avvinghiò ancòra lacrimante a Giuliano, l'attirò a sè, oramai vinta e perduta.


Poco tempo dopo, i due amanti si destarono dal letargo in cui erano caduti: Claudina corse ad una grande specchiera per riordinare i capelli e si trovò faccia a faccia con un ritratto di Beatrice, ch'ella già conosceva per averla vista qualche volta a teatro e per averla un giorno incontrata in quel gabinetto da lavoro dello scrittore. Ella rimase a lungo a contemplarla, immobile, con un'espressione di spasimo sul dolce volto. Le cinque suonarono al piccolo quadrante incastrato nel petto di un fauno di bronzo:

— È tardi; bisogna che io vada, disse Claudina. Guardò ancòra il ritratto, poi lo depose sul marmo e mormorò sconsolatamente: — Giuliano, Giuliano, che abbiamo mai fatto!

— Io ti amo, io ti amo, mormorò Giuliano, con una voce convulsa che Claudina non gli conosceva.

Egli era rimasto seduto sul divano, affranto da una tristezza senza confine. La forza di sollevarsi e di agire gli mancava, il suo pensiero si dibatteva tra le tenaglie di quel dolore infinito. Sentiva salire nel suo cuore un rimorso dilaniante, lo angustiava il martirizzante pensiero che nessuna forza ormai poteva farlo tornare indietro di un'ora. Seguiva i movimenti di Claudina con lo sguardo atono, senza dire una parola, e negli occhi non vibrava più alcuna scintilla di quell'incendio che vi aveva divampato poco prima.

— Che abbiamo fatto, Giuliano! ripeteva Claudina, nella penombra.

La voce che le mormorava era così pallida e stanca in quella oscurità e la tristezza ne era così intensa, che quasi parvero quelle parole a Giuliano un rimprovero misterioso ed occulto.

— Io ti amo, ripetè egli per l'ultima volta, ma così fievolmente che Claudina non si ingannò sul significato di quella affermazione, che altro non era che il modo di sfuggire per un attimo ancòra al rimorso atroce che cominciava a stringere i loro due cuori.

Con inesorabile esattezza, Claudina cominciò la loro comune requisitoria.

— Noi abbiamo fatto tutto questo, ella disse, spinti dal più ignobile ardore. Questo ardore si è spento troppo presto e quante illusioni in così breve ora ha arso e come ci lascia ormai tristi e sconsolati. Il solo desiderio ci ha condotti ed il desiderio tradisce. Una povera anima è stata offesa da noi per questa allucinazione del momento e purtroppo è una macchia che nessuna forza umana potrà mai lavare. Il pentimento è sciocco, hanno detto. Non è sciocco, quando impone di non ricadere più nella colpa. E così il pentimento deve parlarci, ora. Se quell'offesa noi non la possiamo cancellare, è nostro dovere di non rinnovarla. Noi non avremmo, come non abbiamo, alcuna giustificazione. Sola la vertigine di un minuto ci accusa e ci accascia. Il nostro primo bacio sarà stato anche l'ultimo. Voi ritornerete più dolce e più umile a quella che abbiamo offesa! Non è vero, Giuliano?

Tacque. Lo scrittore taceva sempre, ma un gesto del suo capo affermava. Innanzi a quella pronta rinunzia, innanzi a quella conferma di un uomo che diceva di averla presa fra le braccia senz'ombra d'amore, il dolore della verginità invano contaminata proruppe violento, disse parole smarrite:

— Io sola, disse fra l'altro Claudina, io sola rientro nella vita, sconfitta. Quel candore che avevo conservato con orgoglio geloso a traverso a tante lotte, a traverso i più volgari ed abili attentati, è caduto, ora, in pochi minuti, per un uomo che non mi ama, si è macchiato sotto il bacio di un uomo spinto a me dal solo desiderio. Ah, che miseria!

Il ribrezzo le serrò la gola. Giuliano mormorò:

— Perdonatemi!

Claudina s'era celato il volto con le mani, forse piangeva. L'amante si levò, s'appressò a lei:

— Ah, che sciocchezza ho pronunziato! egli disse con un amaro scoppio di risa che partiva dalle più intime convulsioni della sofferenza. Perdonatemi? che forse una donna perdona d'averle tolto ciò ch'ella ha di più sacro? Come vorrei, Claudina, che quest'ora non fosse mai suonata! Lasciatemi, lasciatemi, non mi dite più nulla, poichè io so d'avere commesso un vero delitto e poichè questo è irreparabile!

La donna singhiozzava. Egli le asciugò gli occhi con la lieve battista del fazzoletto, l'aiutò ad infilare il mantello, le tese i guanti, il portabiglietti, un libro ch'ella aveva con sè. Com'ella fu pronta ad andarsene, si guardarono. Claudina non resse a quello sguardo e s'abbattè sul petto di Giuliano, nuovamente presa da uno scoppio di singulti. Egli non trovò una parola da pronunziare, lasciò libero corso a quelle lacrime che l'addoloravano più di ferite. Finalmente l'attrice si fece forza, tese la mano all'amante di un'ora, di un'unica ora. Questi l'attirò a sè, la baciò su la fronte, quasi religiosamente. Premette il campanello elettrico perchè l'accompagnassero. Le aprì la porta. Su la soglia, ella si volse:

— Noi ci dovremo rivedere. Saremo gli amici di prima. Il mio sogno solo sarà infranto. Ma, ve ne scongiuro, mai più una parola su ciò deve essere pronunziata fra noi.

Uscì. Giuliano la vide allontanarsi per la lunga fila di salotti, con un passo vacillante, preceduta dal domestico. Poi, scomparve. Lentamente egli si fece alla finestra, l'aprì. Un'onda d'aria gelata entrò fischiando. Vide Claudina ferma sul portone, in attesa di una carrozza scoperta che si avvicinava di corsa. Ella s'avviò alla carrozza arrestatasi innanzi alla casa. Giuliano corse ad un vaso di cristallo che era su un tavolo, vi prese il gran mazzo di prime rose, lo lanciò nella carrozza al momento che Claudina vi si sedeva, così che i fiori le caddero sul grembo. Un cenno della mano rispose a quell'omaggio, ma egli non potè scorgere la luce di gratitudine che aveva rischiarato i begli occhi lacrimosi. La donna portò al volto il bel fascio di rose, vi tuffò la bocca, mentre la carrozza si allontanava fra il doppio tremolio delle due file di fanali a gas.

Lo scrittore richiuse la finestra, accese le piccole candele rosee di un candelabro di bronzo. Poi tornò alla finestra, applicò ai vetri gelati la sua fronte che ardeva. Rimase a lungo così, attonito, senza pensiero. Poi si avviò alla biblioteca, prese il primo libro che gli venne alla mano, cadde su una poltrona e cominciò a leggere; ma le lettere danzavano innanzi alle sue pupille una ridda furiosa ed i suoi occhi scorrevano automaticamente le linee e le pagine, senza che il suo cervello percepisse alcuna di quelle parole che le pupille leggevano.


Quale espiazione maggiore per la caduta poco prima leggermente commessa, che veder rientrare calma e gaia, piena di confidenza e di tenerezza sua moglie, l'offesa, accompagnata dai suoi due bambini incappucciati di velluto turchino, biondi biondi e così giocondi? Mentre egli leggeva, la moglie era entrata nella stanza in punta di piedi, s'era chinata tacitamente su lui ed aveva ricoperto di baci appassionati il suo volto. I bimbi erano accorsi poco dopo sgambettando e si erano aggrappati alle spalle del padre, afferrandogli i baffi o la barba, pizzicandogli le mani. Giuliano, sotto quell'affettuoso assalto, aveva sentito gonfiarsi dentro la sua anima il disgusto violento di sè stesso. I baci semplici di sua moglie gli avevano fatto più male che rimproveri; essi lo avevano avvilito più che un insulto e, debilitato da quel disgusto, l'infedele non aveva trovato una sola parola da rispondere alle frasi affettuose che i suoi cari gli prodigavano. I bimbi si rincorrevano nella stanza per disputarsi un giornale illustrato che la piccola Anna Maria aveva preso sul tavolo del padre. Beatrice s'era seduta su le ginocchia del marito, gli aveva passato un braccio intorno al collo, con l'altra mano gli torturava la barba.

— Ecco, ecco il mio povero grand'uomo! diceva scherzosamente, il mio povero grand'uomo che è rimasto tutto il giorno in casa solo solo, come un fraticello in un convento. E chi sa come ha lavorato il mio povero grand'uomo! Chi sa quante belle cose ha scritto! Chi sa quante poche volte ha pensato alla sua piccola Beatrice! Dio, Dio, il mio romanziere ha scritto tutte quelle pagine! Come sarà stanco il mio gran fanciullone! N'è vero? Ma, stasera, si pranza subito, i bambini vanno subito a dormire...

Brontolii di protesta partirono dall'angolo del salotto dove i due bambini s'erano accovacciati per estasiarsi insieme su quel giornale illustrato.

— Sicuro, continuò Beatrice, i bambini vanno subito a dormire..... Io resterò vestita così.... Il mio grand'uomo infilerà la pelliccia e ce ne andremo via a braccetto, stretti stretti, come due sposini, come andavamo a Siena in quell'anno indimenticabile! Ti ricordi?

Il dolce ricordo li riafferrò e Giuliano sentì aumentare il suo spasimo. Il piccolo Luca e la bambina erano usciti vertiginosamente dalla stanza, disputandosi di nuovo il giornale, perchè l'uno voleva cominciare a sfogliarlo dal principio e l'altra dalla fine.

— Giuliano, Giuliano mio, se sapessi come ti ama la tua piccola Beatrice, se potessi vedere il tesoro d'affetto che custodisce nel suo piccolo cuore.....

Si chinò ancòra a baciarlo.

— Anch'io ti amo, ti amo tanto! sussurrò Giuliano.

Ma volle mutare sùbito discorso:

— E Leonardo non è ancòra rientrato? Si dà proprio alla gran festa!

Beatrice non rispose: avviticchiata a lui, continuava a coprire le sue guancie di frequenti baci, lievi, casti, ma appassionati. Sotto quell'onda amorosa lo spasimo di Giuliano cresceva ad ora ad ora. Eppure non era la prima sera ch'egli aveva baciato la moglie, dopo di aver baciato poche ore prima un'altra donna. Ma i baci di Claudina gli sembravano più gravi. Egli aveva la sensazione che il suo incontro con Claudina non si sarebbe fermato a quella sola caduta, come la donna aveva ingiunto. Quasi un senso di fatalità, quasi il peso di un male che già si conosce come deve avvenire, opprimevano la sua anima. Intanto Beatrice, quella Beatrice per cui egli aveva tanto delirato, quella Beatrice immacolata che l'aveva reso così felice, baciava le sue labbra, mai sospettando che quelle labbra poco prima avevan pronunziato un delittuoso offertorio d'amore per una vergine battuta dalla veemenza del sangue ignaro, come una fragile canna in balìa di un vento impetuoso! Quella confidenza di sua moglie lo feriva, lo umiliava. Tutta la miseria delle sue incoerenze s'attristiva in lui. Due lacrime spuntavano nell'intercilio, sole, grosse, silenziose.

— Tu piangi? domandò Beatrice agitata e si chinò ancòr più su lui, l'abbracciò più fortemente. — Ma che hai, Giuliano? Per carità, dimmi che è questo, che significano quelle lacrime?....

— Nulla, nulla, Beatrice, un po' di spleen, la solitudine, la stanchezza.... E poi la tua affettuosità è così dolce che mi commuove profondamente....

Giuliano asciugò quelle due lacrime bollenti. Beatrice s'era levata e, sorridendo, gli aveva prese le mani e tirava per costringerlo ad alzarsi dalla poltrona. Amorosamente avvinti, fecero qualche altro passo per la stanza. Beatrice tentava di consolarlo, gli diceva delle parole dolci. Come furono al divano, dove Claudina un'ora prima si era concessa all'amore, Beatrice attirò Giuliano perchè vi cadessero insieme, ancòra avvinti:

— No, no, non lì! gridò Giuliano, con una voce convulsa, mentre nella sua anima il disgusto versava l'ultimo fiele.

Beatrice si staccò da lui, lo interrogò con gli occhi, sorpresa da quel grido incomprensibile. Giuliano, sentendo la spiegazione necessaria, trovò la forza d'essere vile e disse con un falso sorriso che era un ghigno:

— Sai, si sa come si comincia.... e non si sa come si finisce!

Beatrice, ridendo e protestando, si coprì il volto con le palme. Giuliano ebbe per un attimo, nitidissima, la visione dell'abisso verso cui si avventava.