VI.

La sala del Teatro Nazionale rigurgitava. L'annunzio della nuovissima commedia del grande scrittore vi aveva attirato il pubblico più vario ed imponente, il pubblico delle più solenni prime rappresentazioni. Tutta Roma era rappresentata in quella luccicante sala di teatro. I palchi si fiorivano a poco a poco delle signore più eleganti, i proscenii delle orizzontali più altamente quotate nella fiera dell'amore. La Roma aristocratica, politica, finanziaria, artistica, letteraria e la cosmopoli del piacere s'eran date convegno quella sera in quei palchi e quelle poltrone. Qualche minuto prima delle nove, Beatrice entrò in un palco, accompagnata da Leonardo Loredano. I suoi nervi tremavano, tutto il suo essere palpitava nell'attesa insopportabile. Per ingannare la sua emozione e la sua ansia, ella si mise a guardare con l'occhialino la sala sempre più rigurgitante. Qualche amica le sorrideva da un palchetto, le faceva un gesto di augurio. Qualche uomo dalle poltrone le si inchinava. Da un palco di giornalisti molti binocoli furon rivolti verso di lei. La folla continuava ad entrare. Alcuni palchi si riempivano di ufficiali. Nella barcaccia di un circolo elegante già si trovavano il re ed i principi dell'eleganza, Filippo Verra, contornato dalle marsine inappuntabili e dalle cravatte ideali dei suoi giovani amici e discepoli, Celli, de Lise, Santacroce, Filangieri, Morosini, Sammartino, Ugenta, e tanti altri. A poco a poco anche le poltrone si riempivano di letterati e d'artisti. Andrea di Vele aveva salutato Beatrice. Beatrice aveva anche visto il viso imberbe e napoleonico di Luciano di Mèllare, «un profilo di medaglia», come aveva detto Loredano. Aveva visto insieme Claudio La Loggia e Giorgio Lavena, i due scrittori che si facevano più concorrenza, e si diffamavano regolarmente a vicenda e quanto meglio potevano. Diego Vassura faceva lo snob nei palchi delle signore più stemmate; vecchi e giovani scrittori erano a gruppi, qua e là, giornalisti, pittori, musicisti, scultori, attori. Paolo Èroli, il grande pittore, uno dei più intimi amici di Farnese, era salito a salutare Beatrice. In un palco era apparso Marco Torrero con sua moglie. Il celeberrimo giornalista che oramai non appariva più nei teatri, non aveva voluto mancare a quella prima rappresentazione di Farnese, suo amico fedele, scrittore che aveva fatto sotto il di lui auspicio le prime armi, ingegno ed anima d'artista ch'egli prediligeva. Torrero rispondeva annoiato torcendosi i piccoli baffi biondi ai saluti, mentre sua moglie, la celebre scrittrice, scorreva i giornali della sera e rideva sovente di un suo sonoro riso meridionale. In quel palco era poi entrato Claudio Sanna, il compare di battesimo di Farnese, come amava chiamarsi. Il grande romanziere aveva illuminato la sua larga faccia geniale d'un sorriso affettuosissimo scorgendo nel palco di rimpetto Beatrice che lo salutava. I critici drammatici entravano: Filippo Ruffo, Roberto Drago, Giacomo Spada, altri. Entrò poi Alessandro Sanfilippo che redigeva nel gran giornale di Torrero la «Serata teatrale» dove, dopo una prima rappresentazione, in poche frasi eleganti e spirituali, descriveva il successo, la messa in scena di ogni atto, gli abiti e le acconciature delle attrici, il pubblico, gli incidenti; narrava la storia della commedia, malignava su i dietroscena di palcoscenico. Egli passava tra la folla degli spettatori con la sua faccia tonda e rosea, incorniciata di barba bionda. Molte mani si stendevano sul suo passaggio: egli ne stringeva la maggior parte con noncuranza e con sufficienza, solo per qualcuna egli sorrideva e s'inchinava riverentemente. La folla aumentava sempre più. I palchi, colmi di signore in abiti sontuosi e chiari, sembravano ceste di fiori il cui bordo fosse di velluto azzurro. Dietro si rinnovava continuamente la turba degli abiti neri. Da molti palchi dardeggiavano i monocoli, con arie insolenti. Qualche signora alle poltrone interrompeva la monotonia degli abiti neri e degli sparati candidi. La sala offriva un delizioso colpo d'occhio.

Di qua e di là, nei palchi e nelle poltrone, si parlava animatamente di Farnese e della commedia che stava per rappresentarsi. S'incrociavano le discussioni, s'intessevano gli elogi, s'agganciavano le indiscrezioni, un formicolìo d'idee, un turbinìo di concetti e di parole, una ridda di verità e di menzogne, una scorribanda di apologie e di anatemi.

Lavena e La Loggia, giù nelle poltrone, parlavano sottovoce per non essere intesi:

— Mi ha detto oggi Savarese, mormorava Lavena, che sarà un trionfo. E Savarese fa testo perchè vede giusto: un'anima di profeta sotto la scorza d'un direttore di teatro. Incontrai l'altra sera alle Varietà Giuliano e sua moglie e mi raccontarono il soggetto. Se una commedia si basasse solamente sul soggetto, potrei da ora preconizzarti un fiasco. Ma vi sono altre cose e v'è da sperare. Del resto Farnese, sebbene sia un po' volpe vecchia, un abile marionettista, ha dello spirito, della modernità, dell'emozione ed io l'amo molto!

— Va là! disse La Loggia, a chi vuoi darla ad intendere? Tu desideri più un fiasco per Farnese che un successo per te. E dì pure di no: vuol dire che ti conosci male, o meglio che non ti vuoi conoscere bene. Tu già sai quanto me la ricetta farnesiana. Prendete un soggetto la cui vacuità sia così profonda che a pensarla dia le vertigini; rimpolpate questo osso vuoto con carne pesta di belle chiacchiere, gettate il tutto in un recipiente dove sia dell'eleganza e della stranezza; ritiratelo poi ancòra umido e passatelo nella cipria di un'amabile fantasia, condite con una salsa nella quale siano tutte le spezie di qualche scena ad effetto, un po' d'emozione, molto spirito, un pizzico d'ironia; non trascurate abiti belli per le donne, arredi scenici eleganti, qualche squarcio brillante, qualche cortesia pel mondo femminile; fatto questo, servite caldo caldo ad un pubblico di donne eleganti e di orizzontali, di ministri, di deputati, di viveurs e ad una maggioranza di imbecilli — ed avrete un successo magnifico, solenne, garentito per un anno, come un orologio da sette od otto lire! Non è così, forse? Siamo sinceri!

— Tu esageri, via, insisteva Lavena. Farnese ha dell'ingegno!

— E chi ti dice il contrario? replicava Claudio La Loggia. Oh, lo so anch'io che ci vuole moltissimo ingegno, prima per combinare quella ricetta e poi per eseguirla. Ci vuol ingegno, spirito, cultura e cuore. Ma dall'essere un uomo d'ingegno all'essere un riformatore del teatro drammatico come vogliono farlo credere i suoi gregarii, eh via! v'è gran differenza. Farnese è un abile uomo di teatro; ecco tutto. La tua commedia deve passare dopo la sua, n'è vero? Sì? Altra ragione, dunque, per augurargli un disastro!

Il movimento continuava. Il nome di Farnese, i titoli delle sue opere, qualche aggettivo s'incrociavano a volte. Verso il palco di Beatrice, la quale ingannava la sua impazienza in un diluvio di ciarle con Loredano e con Èroli, si appuntavano i fuochi di molti occhialini curiosi e i più frugavano nel fondo del palco con la speranza di scoprirvi la maschia figura dello scrittore. Altri critici giungevano, altri mondani. Non più un posto era vuoto, in platea, in piedi, alle gallerie; erano state aggiunte sedie e poltrone, e non v'era modo di muoversi. Beatrice aveva visto un momento apparire Farnese all'ingresso delle poltrone e subito nel teatro molti sguardi s'eran rivolti verso di lui, alcune malignità s'erano incrociate:

— Viene a bruciare le ultime cartucce.

— Le ultime raccomandazioni ai critici.

— Quasi che essi non avessero l'articolo già pronto!

— Sapete: non si è mai abbastanza sicuri....

Giuliano Farnese, dopo avere stretta qualcuna di quelle mani che si tendevano verso di lui e dopo avere scambiata qualche parola con Filippo Ruffo, il famoso critico, era scomparso. Quel pubblico magnifico s'impazientiva nella sala.


Il segnale che la rappresentazione cominciava squillò. Un gran silenzio si fece, repentinamente. Beatrice sentì fremere in lei la sensazione dell'irreparabile, una lacrima di emozione le imperlò il ciglio; Loredano le sorrise, Èroli le mormorò una parola di speranza. Il sipario si levava. Un mormorìo si diffuse in tutto il teatro. La scena rappresentava un terrazzo elegante, rischiarato da lampioncini alla veneziana; il terrazzo era verde di piante, ingemmato di fiori. L'ammirazione saliva dalla sala verso quella messa in scena deliziosa. Già le battute secche ed aspre come schiocchi di scudiscio che erano nel dialogo di Farnese, s'incrociavano, s'accavallavano, si distruggevano. Claudina Rosiers era in scena con Lorenzo Gray. La contessa di Varrena — il personaggio che incarnava Claudina — perseguiva la sua Chimera, la Chimera dell'uomo perfetto, della passione sublime, del vincolo indistruttibile. Lorenzo Gray le faceva la corte, tentava di sorprendere in lei l'attimo di vulnerabilità. Ella, distesa su una poltrona, si lasciava cullare dalla canzone amorosa dell'innamorato. L'atto si svolgeva, rapidissimo, denso d'idee, ora lieto, ora malinconico, mentre tre o quattro tipi di uomini tentavano, ciascuno al suo turno, la conquista della chimerica contessa. L'atto si chiudeva con una brillante invettiva che la donna, esasperata dall'inutilità della sua aspra ricerca, scagliava contro le quattro marionette che le si prosternavano.

I primi applausi scoppiarono. La commedia in quel primo atto si disegnava perfettamente, l'abilità scenica del Farnese vi era prodigiosa, lo spirito e la grazia vi scintillavano all'apogeo. Il successo si pronunziava nei primi giudizii, nelle prime discussioni e la costernazione già annuvolava qualche viso invidioso.

— Chi sa mai dove sarà Giuliano, a quest'ora? domandò Beatrice, già felice pel lieto avvenimento che oramai era d'ora in ora più probabile.

— Tu sai il suo sistema: uscire dal teatro quando s'alza il sipario, prendere una carrozza e farsi trascinare fino al momento in cui calcola che la rappresentazione stia per finire. Prima del quarto atto non sarà qui.

Beatrice, ponendo un dito su le labbra, impose silenzio, poichè il sipario si rialzava per il secondo atto, questa volta sul boudoir della contessa Varrena, di una squisitezza eccezionale. Claudina era in scena circondata dagli ammiratori, dei quali, chi le rendeva un servizio, chi le dedicava un sospiro, chi le arzigogolava un madrigale, chi le diceva una frase d'amore, chi una mezza insolenza. A poco a poco, ella aveva la prova della fatuità e della vanità di quegli uomini che le protestavano ovunque e comunque il loro amore, e in un momento di esasperazione, li giocava uno dopo l'altro, mostrando bene ai bellimbusti che se essi avevano tentato di farsi gioco di lei, ella li aveva preceduti nel loro disegno. Li metteva, così, finemente alla porta ed i Proci cui la casta Penelope aveva rovesciato tutte le liete speranze, riprendevano con arie affrante e visi smorti i loro mantelli ed i loro cappelli, per uscire mogi mogi da quel salotto ove erano entrati poche ore prima, in un momento in cui credevano baldanzosamente che ne sarebbero usciti vincitori. Suonavano le dieci e mezzo quando, usciti i corteggiatori, Claudina rimaneva sola in scena, e non sapendo che fare, chiamava la cameriera per farsi aiutare a svestirsi. Ma aveva appena cominciato quando Gray compariva su la soglia: era passato, tornando dal Circolo, e avendo visto le finestre illuminate era salito. Così Claudina licenziava subito la cameriera, riparava alla meglio al disordine suggestivo delle sue vesti, — e la grande scena cominciava. Quelli attori perfetti che erano Claudina Rosiers e Lorenzo Gray eseguirono ambedue meravigliosamente quella scena che era il pernio della commedia; sovente Claudina fu interrotta dalle approvazioni. Era una scena di grazia e di emozione, di verità e di tristezza: l'uomo sinceramente innamorato, il solo che sentisse veramente il suo cuore gonfio di passione, non voleva più resistere a quella pena e, sotto la suggestione morbida delle piccole nudità dell'amata, a poco a poco smarriva le staffe, la passione turbinava ed egli tentava su la donna la resa. Ma questa, esasperata ancòra dalle prove di menzogna e di nullità che le avevano dato poco prima i suoi corteggiatori, non sapeva fatalmente distinguere che quell'uomo che ora le parlava d'amore era sincero, che nella sua voce vibrava il sentimento, non s'avvedeva come quell'uomo incarnasse la Chimera di cui ella andava all'affannosa ricerca; vedeva solamente in lui il maschio brutale, il seduttore, l'uomo che prende il frutto che gli si offre senza ch'egli ne senta la brama, e, non tenendo conto dell'omelia d'amore che il giovane le celebrava vibrante di passione, ad un momento ch'egli era divenuto più audace, lo metteva alla porta, con le più crude parole.

Il successo era salito enormemente. L'atto di una finezza e di un'amarezza infinite aveva destato sussulti in tutti i cuori ed al calar del sipario su quel fatale inganno tutte le mani s'erano sollevate all'applauso, specie quelle delle donne, ognuna delle quali trovava nella propria anima un brandello della chimera cara alla contessa di Varrena. Nella platea e nei corridoi la discussione aumentava sempre più: i critici drammatici erano attorniati, spiati, tenuti d'occhio da taluni che poi salivano nei palchi delle signore a dire: «Filippo Ruffo ha detto che è il capolavoro di Farnese»; o pure: «Roberto Drago mi ha detto che è un disastro». Alcuni letterati e giornalisti discutevano in gruppo, gli altri autori drammatici serbavano un contegno indifferente e impenetrabile. Quei corridoi, a momenti, sembravano bolgie infernali. Andrea di Vele era salito nel palco di Beatrice, le aveva portato le più schiette congratulazioni, riferendole le dicerie delle quinte e dei corridoi. Andrea di Vele era il più intimo e caro amico di Farnese, cui piaceva per l'ingegno sbrigliato, pel carattere leale ed amabile e la conscienza integerrima: anzi, egli lo aveva soprannominato «il Cavaliere senza macchia e senza paura» e Andrea di Vele aveva accolto con piacere quel soprannome che l'onorava. Era un giovine alto e maschio, bruno, con due occhi di fuoco, i mustacci rialzati, di un'eleganza sobria ma squisita. Buon parlatore ed un po' prezioso — ciò che aumentava fascini al suo discorso — egli portava nelle conversazioni il corredo brillante della sua simpatica cultura, lo scintillio del suo ingegno letterario, l'esperienza della vita ch'egli aveva avuta burrascosa, la conoscenza del mondo ch'egli aveva corso in lungo ed in largo, da Battro a Thule come dicevano i Romani, secondo le loro estreme cognizioni geografiche.

Ora Andrea di Vele raccontava di essere salito in palcoscenico per trovarvi Giuliano, ma di averlo cercato invano; aggiunse poi che Claudina Rosiers, complimentata, festeggiata, glorificata, era nervosissima per l'assenza del suo autore. In quel momento Beatrice, Loredano e di Vele udirono pronunziare queste parole da un signore molto smart che era con alcune signore nel palco contiguo al loro:

— Guardate, guardate Giuliano Farnese. È in quel palco dov'è quella signora in raso rosa. Nel secondo palco dopo il proscenio, in seconda fila. Eh, eh! raccoglie gli allori, il trionfatore!

Immediatamente gli sguardi dei tre si diressero al palco che la voce di quel signore aveva designato. Ma un sorriso apparve su le loro labbra subito dopo: il signore si era ingannato per una strana e grande rassomiglianza. Intanto nel palco vicino le belle signore facevano le loro chiose sul preteso autore applaudito.

Il sipario si rialzò per la terza volta, sul salotto della contessa di Varrena. In quel terz'atto l'azione diveniva più stringata e drammatica, in qualche scena raggiungeva una violenza di dolore insoffribile. La chimerica innamorata era finalmente caduta, con l'illusione di aver raggiunta la sua chimera. Ma l'illusione ben presto impallidiva e rovinava, poichè ella non aveva ceduto a chi l'amava di più, ma a chi con arti subdole aveva meglio saputo rappresentarle la commedia del sentimento. Ella si svegliava da quell'illusione come da un incubo, e già tutto l'edifizio che minacciava rovina l'attorniava paurosamente. L'uomo ch'ella aveva creduto dovesse realizzare il suo sogno l'aveva attirata in un terribile tranello, s'era valso del suo nome per le sue losche mene. E l'atto finiva quando, scoperto il baratro verso cui scendeva, ella scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando vicino a sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno.

Un brivido aveva corso il teatro a quel grido potente e sovrano, lanciato da Claudina Rosiers innanzi a quella rovina, con una forza ed un ribrezzo che assurgevano all'orrore di un destino compiuto. Gli applausi erano scoppiati, unanimi, frementi, acclamanti. Claudina Rosiers era ricomparsa otto volte con Lorenzo Gray, e come il pubblico domandava insistentemente l'autore, Gray aveva fatto un gesto per significare ch'egli era assente dal teatro. Pure gli applausi s'erano raddoppiati, le salve d'acclamazioni erano divenute tonanti, il successo era ormai colossale.

Beatrice, ritiratasi nel fondo del palco, piangeva di emozione fra le braccia di Loredano che era raggiante come per un successo suo. Mentre le acclamazioni scrosciavano ancòra, Andrea di Vele ch'era per uscire dal palco s'imbattè con Giuliano che entrava. Appena lo vide, Beatrice gli cadde nelle braccia, felice, orgogliosa, inebriata. Farnese l'attirava sempre più nell'ombra del palco per non essere visti e le passava dolcemente la mano su i capelli. Loredano e di Vele sorridevano senza guardare, a quella scena di tenerezza. Quando la commozione di Beatrice fu calmata, Farnese seduto nell'ombra raccontò le impressioni di quella serata. Egli aveva voluto assistere non visto alla rappresentazione del terzo atto; salito alla galleria, egli s'era mischiato a quella parte più modesta del pubblico.

— Ciò mi ha valso, diceva ora con la sua aria fanfaronesca, emozioni indicibili. Per la prima volta in vita mia ho sentito il successo da vicino. È anche vero che per la prima volta in vita mia ho avuto un successo così unanime e concorde.

— E così sereno, interruppe Loredano.

— E così meritato! aggiunse Andrea di Vele.

— Grazie, tu mi mortifichi! disse il grande scrittore, ridendo, e seguitò:

— Avevo vicino a me alcuni studenti. Ebbene, non hanno perduto una parola, una sfumatura, un accenno. Ah, ah! E poi diciamo che il pubblico non capisce niente! Chiacchiere! Ecco là qualche giovanotto — e quanti ve ne sono come loro? — che in fatto di teatro e di buon gusto ne capisce più di Ruffo, di Drago e di Spada sommati insieme! Ma v'è stato chi mi ha scoperto lassù, al paradiso: Torrero. È salito con Sanna. Si sono messi dietro alcuni uomini ed hanno cominciato a dir corna con me della commedia. Avreste dovuto godervi la scenetta deliziosa. Quei buoni spettatori erano su le spine, si frenavano, s'imponevano il silenzio. Ma, quando Claudina ha lanciato così meravigliosamente quel suo grido alla fine dell'atto e Torrero ed io abbiamo esclamato sbadigliando: «Che stupidaggine! Che sciocchezza!», quelli altri non hanno retto più, si sono ribellati ed hanno intavolato con Torrero una discussione dove io ero esaltato e glorificato a non dirvi. Avreste dovuto vedere con che arie di protezione trattavano Torrero, mai immaginando con chi avevano a che fare!

A poco a poco la sala si ripopolava, poichè l'intermezzo finiva ed i campanelli elettrici squillavano. Giuliano aveva sciolto il suo braccio dalla lieve pressione di Beatrice ed era uscito in fretta dal palco, al momento che il sipario si levava per il quarto atto. Sul suo passaggio qualche persona che ritornava al proprio posto e che lo conosceva di vista si rivolgeva a guardarlo; altri mormoravano ai vicini il suo nome. Egli passava in mezzo a quella curiosità, con la sua bella indifferenza di uomo celebre, che sa d'esser sempre guardato e non ha per questo bisogno di andare alla caccia ed alla ricerca di sguardi e di ammirazioni. Tuttavia una gran gioia pel trionfo che quella sera coronava il suo nome gli gonfiava il petto, mentre s'avvicinava in fretta alla porta del palcoscenico, mentre traversava i praticabili, mentre bussava alla porta di Claudina che ancòra e per quasi venti minuti non era di scena. Quella gioia del trionfo aumentò immensamente quando, entrato nello spogliatoio dell'attrice, questa gli si gettò tra le braccia e se lo strinse al seno nella commozione superba del trionfo comune. Giuliano le passava la mano su i capelli, come poco prima a sua moglie. Ma, lentamente, il fascino arcano di quell'abbraccio ideale si distruggeva e da quell'abbraccio semplice di maschio e femmina la sensualità risorgeva a battere la sua diana.. L'ebrietà del momento faceva dimenticare ad ambedue i rimorsi di due giorni innanzi, i buoni propositi, i giuramenti scambiati. Già la voce di Giuliano, che mormorava complimenti all'attrice trionfante, diveniva convulsa di desiderio per la donna. Già le braccia di Claudina Rosiers, che stringevano in un abbraccio fraterno l'artista che le aveva procurato quella gioia sublime, sussultavano di passione per l'uomo. La colpa rifioriva irreparabilmente dall'amore, come un fiore velenoso sorge da un'ajola inargentata di giaggioli, stellata di margherite:

— Tu sei stata grande, tu sei stata magnifica, mormorava Giuliano. Io non potrò mai dimenticare il bene che mi hai fatto col tuo genio. Io ti amo, ti amo!

— Anch'io ti amo, susurrava Claudina perduta.

Il trionfo continuava ad inebriarli, facendo loro dimenticare ogni realtà, ogni passato, ogni avvenire.

— Tu devi esser mia ancòra, Claudina, continuava l'amante. È una vera stoltezza pretendere di distaccarci. Noi siamo un'anima sola. Io sono fatto per te, come tu sei fatta per me. Io non posso vivere senza di te come tu non puoi vivere senza di me. La sete dei tuoi baci che mi arde, arde te pure. Claudina, Claudina, dammi i tuoi baci, dammi le tue labbra!

— Sì, sì, io sono cosa tua, rispondeva l'amante con le labbra arse, il volto di brace. Io ti amo, ti amo troppo, so anch'io che è follìa sperare di poter essere lontani, di poter non compiere fino alla fine il nostro delitto d'amore.

La cameriera bussò all'uscio per entrare e vestire l'attrice.

— Un momento, gridò Giuliano, poi aggiunse piano a Claudina, serrandola sempre più perdutamente fra le sue braccia: — Ora, dopo il teatro, io verrò da te, passerò la notte da te..... Vuoi? Vuoi?

— No, no, non ancòra, scongiurò Claudina pure mite e sommessa, stasera, no.

— Come vuoi lasciarmi solo stasera, Claudina, insisteva l'amante, stasera che il successo ci ha uniti, stasera che siamo cosa l'uno dell'altra, come mai più lo saremo?..... Vuoi? Vuoi?

— Ebbene, vieni, susurrò l'attrice sempre più piano, ma con passione veemente, tendendo ai baci dell'amante le labbra dischiuse come un fiore.

Quando si disciolsero da quel bacio supremo, Giuliano aprì la porta e la cameriera entrò. Seduto su una stinta poltrona, lo scrittore assistette alla toletta della grande attrice. Ella si spogliava celermente degli abiti che aveva indosso, li gettava su le sedie e le poltrone, a caso e febrilmente. La cameriera intanto distendeva le pieghe del nuovo abito che l'attrice doveva indossare; questa, seduta innanzi allo specchio della toeletta tutta bianca e spumante di merletti e di veli, e con le braccia nude rialzate ad arco, riannodava le trecce un po' rallentate; poi prendeva con la punta del mignolo un po' di pomata in una scatola di porcellana, tra la moltitudine di scatole, di barattoli, di vasi, di tubetti che ricoprivano la tavola; con una zampetta di lepre spandeva con parsimonia il belletto su le guancie, che poi accarezzava di nuovo con una delle piccole spugne pel bianco; passava appena su le sopracciglie il crayon mysterieux, inumidiva le mani di vasellina. Siccome la voce di Savarese sollecitava al piano superiore alcune attrici, Claudina gettò in fretta l'accappatoio, sciacquò le mani, infilò la gonna pianamente, aiutata dalla cameriera prudente perchè non guastasse passando la pettinatura. Mise un abito di broccato vieux-rose coperto in parte di un lucente giavazzo verdone, che discendeva a grandi pieghe sotto due stole di merletti veneziani, i quali anche incorniciavano il collo candido e gli esili polsi venati d'azzurro. Diffuse ancòra con un piumino su le guancie una cipria rosea, ne diffuse anche su i bei capelli d'oro che apparvero inargentati di brina; si guardò nuovamente nello specchio, tese la mano a Giuliano, gli mormorò qualche parola all'orecchio e, mentre l'uomo sorrideva, ella entrò in scena per compiere il suo trionfo ed il trionfo del suo benamato. Uscito fra i praticabili, questi riguardava da un foro l'imponente sala di teatro, corsa ancòra dalla scintilla elettrica di quelle frasi suggestive che Claudina pronunziava, cesellando lentamente le poche scene di cui quell'atto si componeva. L'uomo che la chimerica donna aveva disprezzato la salvava dall'abisso aperto sotto i suoi piedi; ella però non si sentiva degna d'amare e d'essere amata da quell'uomo e la triste commedia si chiudeva malinconicamente con un grido angoscioso dell'innamorata innanzi allo spettacolo di quel suo bel sogno perduto.


Quale proprietà continua di sdoppiamento deve essere in noi, se lo scrittore godeva del successo che lo illuminava e nel tempo stesso soffriva per ciò che quel successo recava di conseguenza? Egli vedeva la tela calare, udiva l'applauso echeggiare solenne, vedeva gli attori ricomparire più volte alle chiamate del pubblico, prima uniti, poi solamente Claudina Rosiers. Alcune voci del pubblico gridavano il suo nome, già frotte di amici invadevano il palcoscenico, serravano le mani del trionfatore di quella sera, parole inebrianti di elogio già susurravano al suo orecchio. Ma egli ascoltava distratto, spiando i passi di Claudina, tendendo l'orecchio a sorprendere le parole che l'attrice pronunziava tra i gruppi di marsine che l'assediavano. Era gelosia, forse, quel sentimento rabbioso ch'egli sentiva quella sera verso ognuno che parlava a Claudina, verso ognuno cui l'attrice acclamata sorrideva nella vicenda dei saluti e delle conversazioni? Egli vide dall'altro lato Gray che passeggiava anche lui in fondo alla scena, ancòra in marsina e cravatta bianca, morsicchiando una sigaretta spenta, intento a scrutare ogni piccolo movimento dell'attrice, attento a cogliere il più insignificante monosillabo che cadeva dalla bocca di lei. Giuliano sorrise al vedere quella sua precisa immagine, come una persona che faccia innanzi ad uno specchio una smorfia comica, ride per il primo dell'espressione che ha il suo viso contraffatta. Intanto la folla innanzi a lui aumentava. Lo scrittore vedeva visi di persone incontrate una sola volta e che si erano ricordati di quella presentazione per poter «salire in palcoscenico a salutare l'autore». I suoi più gelosi colleghi gli scandivano le parole più melate, le sillabe più lusinghiere armonizzavano gli accenti più rispettosi. I clubmen si confondevano con gli artisti bohèmes, gli uomini di banca coi letterati, i giornalisti con gli indifferenti, gli attori con i critici. Farnese, nell'ansia che lo teneva, pure trovò per tutti una parola, un sorriso, una frase. Ma quando vide sua moglie entrare, accompagnata da Loredano e da Torrero, nel camerino di Claudina ove l'attrice era già rientrata, egli non seppe più reggere e si precipitò. Come fu su la soglia, sua moglie gli gettò le braccia al collo, pianse sul petto di lui per una bella e superba commozione. Le sue idee e la sua presenza di spirito impallidivano talmente che egli non sentiva nemmeno le frasi di elogio e di gratitudine che Beatrice rivolgeva alla grande attrice ed il desiderio che esprimeva di abbracciarla. Solamente quando vide sua moglie serrare tra le braccia quella Claudina che attentava alla sua felicità, quando vide due lacrime brillare negli occhi dell'attrice, la sua commozione fu così prepotente che egli non resse più, uscì su la scena, passò in fretta tra la folla variopinta e chiassosa degli attori, degli intrusi, dei macchinisti, dei pompieri, senza salutare nessuno, senza vedere le mani che si tendevano verso di lui al suo passaggio; uscì dal palcoscenico, traversò i corridori ancòra affollati di pubblico; già si avviava verso la porta per lasciare il teatro, ma, quando la voce di una persona presso di lui mormorò indicandolo: «È Giuliano Farnese», ei si ricordò che usciva senza salutare Claudina. Si fermò al botteghino del teatro, scrisse sopra una carta da visita due righe indicando a Claudina il luogo ove l'avrebbe attesa, consegnò questo biglietto perchè fosse recato immediatamente a Claudina Rosiers e si allontanò. Egli percorreva le vie in preda alla febbre. Le vie erano affollate di gente che, uscendo dai teatri e dai ritrovi, si avviava al riposo od alla festa notturna; lo scrittore passava in mezzo a questa folla, urtandola, trascinato a volta dalla corrente, sentendo il peso della sua infinita miseria, egli ch'era il trionfatore di quella serata. E mentre le donne e gli ammiratori lo pensavano circondato da amici ad assaporare la gioia del successo, egli traversava le vie solo e triste, misurando l'abisso verso il quale scendeva, l'abisso ch'ei scorgeva sempre più prossimo, senza che ciò gli desse la forza necessaria per ritrarsene in tempo.

Perchè non partiva, magari anche in quel mattino che tra poche ore sarebbe sorto? Egli si domandava questo, entrando nel portone del Circolo della Caccia, salendo le scale, lentamente. Poi, mentre il domestico lo sbarazzava del soprabito e del bastone e poichè questi gli dimandava se desiderasse cenare, egli chiese un brodo ed un bicchiere di porto rosso. Poteva egli partire, come aveva pensato? Si domandava questo nel piccolo salotto dov'era attendendo la sua cena frugale. Partire era presto detto! E gli obblighi, il lavoro, gli interessi, la famiglia? Ma, anche trascurando tutto ciò, che valeva partire? Poteva una distanza di duecento o di trecento chilometri levargli dal cuore il veleno che vi si era versato? Non era più tosto semplicemente dilazionarne l'effetto letale ed irrimediabile? Partire con Beatrice? Avrebbe egli forse mancato di pretesti per tornare a Roma, quando il desiderio ed il rimpianto di Claudina ve lo avessero richiamato, cioè sùbito? Quella sua idea del destino che si compiva ed al cui corso non eran da opporsi argini di ragionamenti e di rimorsi, lo riprendeva ora che tante impossibilità gli apparivano. Il domestico intanto gli portava il brodo e la bottiglia del porto:

— Il marchese Filangieri ha dimandato s'ella era al Circolo. Cosa devo rispondergli?

— Rispondete che no. Desidero d'essere solo. Attendo qualcuno.

Bevve in fretta il vino, sorbì qualche cucchiajata di brodo.

— Anzi a questo proposito, disse al domestico rendendogli la tazza, una persona in carrozza chiusa deve venire fra poco a cercare di me. Vi prego di avvertirmi sùbito.

— Va bene, signore, — e mentre il domestico s'inchinava ed usciva, egli si distese in una poltrona, socchiuse gli occhi, ripreso dai suoi fantasmi di tristezza e di rimorso, attendendo.