LXV. BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.

Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei, Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti. Tornano dalla chiesa.

Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...

Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa, a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su gli sparati bianchi dei fracs.

— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?

E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese... Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa? Ci si nasce? Ci si muore?

Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa. Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:

— Sposa...

Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere, vedere ancora:

— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!

E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla, per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa, si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:

— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...

Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli “amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul ciglio di tutti...

Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:

— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...

E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le pianta gli occhi negli occhi:

— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?

È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita, che te ne vai con un'altra... per sempre...„.

E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:

— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora ridere, allora...

E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...

— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!

E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...