XLVI. TRAGEDIA SENZA PAROLE.
Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia:
— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola...
Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio, incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con le pupille sempre più velate di pianto.
Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo poeta.
In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille.
Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e, come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente... lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della musica, e lo sente dirle all'orecchio:
— Che bel tempo di «fox trott»!
Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che risponde a don Giovannino approvando:
— Sì, sì, un «fox-trott»...
E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto, ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende:
— Nulla, nulla... È passato... Avanti!
E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta Grazia riprende a ballare.
La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo, ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque:
— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato...
I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda, conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto, col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso, la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità. Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino, povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla, rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia, il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente, leggermente, comincia a carezzargli i capelli...
Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la voce di Grazia sibila:
— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico...
E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio. E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi in aria. Giunge a lei la sua parola disperata:
— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto!
Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo:
— La vostra musica è divina...
Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima ballava:
— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo...
Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore, per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile:
— Io... io non vi basto...
E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano. E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora l'amore...
E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce, rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene nella sua anima e su quel giardino.