XLV. LA CANZONE DEI GUASCONI.

— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al mondo: Claudio Arceri...

Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia.

— Riverisco...

È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera — una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più profondo. E la lettera conclude dicendo: «Voglio che voi siate la prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola...»

Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia, smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano bene, si sente interpellare da Grazia:

— Voi, don Giovannino, verrete con me...

E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia.