XXIII. GENTE CHE ASPETTA INVANO.

Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...

Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di mattina in mattina... Aspettano.

E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore era un'illuminazione...

E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di sonagli d'argento...

E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni sera.

Ma Grazia non viene più.