XXXII. NO!
Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città. È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli altri malati, altri dolori che attendono.
Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio, nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza, l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...
Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:
— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto una casa, figliuoli?...
Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa. Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il medico qualche menzogna:
— Vedere... Aspettare... Il tempo...
Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:
— Anche io... come gli altri...
Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta qualche consolazione blanda:
— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare... Aspettare molto tempo, certamente....
Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?
— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo, non dovevo più illudermi...
Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente... Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta, finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due minuti, su un'altra angoscia.
Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre toccandoli al petto:
— Malati?
E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col capo di sì, di sì...
Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e docili.
— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...
Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al padre che piange e gli dice:
— Coraggio!
E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema nella sua mano...