XXXIV. SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.
Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:
— Perchè piangi, signora?
E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...