XXXVI. «MADRE, CONSOLAMI TU!»

Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.

Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto, come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...

Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella. Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani giunte, le cade in ginocchio davanti:

— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!

E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più, si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.