PARTE PRIMA
FAUSTO BRAGIA
I.
La notte che seguì al più grande avvenimento della sua vita, Fausto Bragia non potè chiuder occhio. Rievocava i più minuti particolari del fatto, insistentemente ripetendo:
— Possibile? È vero? — E si sentiva invadere da gioia quasi dolorosa. Non aveva sognato! Non era pazzo! Da cinque ore, la signora Ghedini, la impeccabile, la non mai sospettata signora Ghedini, era proprio sua amante!
Steso, ancora vestito, supino sul letto, con le mani sotto la testa e gli occhi socchiusi, respirava ansante per l'interno tumulto, e si abbandonava alla dolce sensazione d'appagamento e di felicità che lo prostrava e lo rendeva inerte.
Gli aveva gettato lei le braccia al collo, tutt'a un tratto! Gli si era mezza svenuta sul petto, balbettando: — Fausto! Fausto, come t'amo! Amami, Fausto! — Ed egli non avea saputo risponderle niente, sbalordito dall'inattesa e incredibile rivelazione, pauroso di quella buona fortuna che cangiava, di punto in bianco, la misera tristezza della sua vita di maestro di musica senza avvenire in gioia così grande da sembrargli piuttosto insidia per farlo ripiombare più basso.
E ancora caldo dei baci di lei, col sangue che gli affluiva ardentemente al cuore e al cervello, senza parola, senza movimento, continuava a tener chiusi gli occhi per meglio fantasticare e anche per tentar di calcolare le conseguenze di quell'atto. Era un primo passo nella via della ricchezza e della gloria, via dove fino a cinque ore avanti egli credeva che uno sventurato come lui non avrebbe messo mai piede?
Tutta la sua vita di mortificazioni, di umiliazioni, di stenti gli vertiginava nella memoria, quasi volesse dirgli: Finalmente!
Il padre morto quando egli aveva appena quattro anni; la madre passata a seconde nozze, infelice anche lei e impotente a dar aiuto al figliuolo affidato a uno zio prete, che gli faceva apprendere la musica e il canto per avere gratis un cantore e un organista nella sua chiesuola; poi, la meschina pensione concessagli dal Consiglio comunale per proseguire gli studi musicali in Firenze; e le angosce, le privazioni, quando il pagamento di essa, spesso ritardato, gli faceva passare giornate senza pane che nessuno aveva mai saputo perchè l'orgoglio era stato in lui più forte assai della fame.
Eppure, allora, pieno di fede nel suo ingegno e nell'arte, studiava, studiava, lusingato dal miraggio della gloria che gli acchetava talvolta fino i tormenti dello stomaco vuoto! E a ogni nuovo trionfo di opere musicali di grandi maestri viventi, a ogni lieto successo di giovani ignoti, per cui si appassionavano giornali, amatori e pubblico, egli sognava il suo primo buon successo e poi altri e poi altri, e non dubitava che il suo nome non sarebbe stato un giorno famoso e popolare come quelli del Verdi e del Gounod, e anche vicino a quello del Wagner, stimato più eccelso.
Avea dovuto presto disingannarsi!
Non che la gloria, non era arrivato per lui neppure quel tanto di materiale benessere da non farlo più vivere di fame, com'era vissuto tant'anni. Lasciando il Conservatorio, si era trovato in mezzo alla società simile a un uomo smarrito in una foresta e incapace di aprirsi un'uscita. Avea dovuto lottare continuamente con le stesse privazioni, con le stesse umiliazioni. Gli abiti che gli si spelavano addosso gli avevano impedito non solo di frequentare le persone che, probabilmente, avrebbero potuto aiutarlo, ma anche di accettare lezioni in case signorili dove avrebbe dovuto esporsi alle irrisioni della servitù. Poi, cosa più dura e più triste, si era sentito venir meno di giorno in giorno la volontà di studiare, di lavorare, e inaridire nella fantasia e nel cuore la limpida vena dell'ispirazione musicale, servita unicamente a procurargli qualche inutile trionfo fra una ristretta cerchia di conoscenti e di amici. Le sue melodie, difficili pei dilettanti di canto, non trovavano un editore!
Ah, quegli anni interminabili, senza un raggio di sole spirituale, senza conforti di solide amicizie, senza speranze! E intanto che gli si andava spegnendo in cuore l'unica consolazione rimastagli, l'amore per l'arte, come gli si erano rinfocolate dentro tutte le avidità della vita, tutte le ambizioni, tutte le aspirazioni materiali, quasi la povertà e l'abbandono gli acuissero più fortemente i bisogni della giovinezza, dell'organismo ben costituito, della avida intelligenza, del cuore assetato di affetti!
Era, a poco a poco, divenuto cattivo, invidioso, maligno, allo spettacolo della ingiustizia sociale per cui tanti e tanti che valevano, come uomini e come artisti, assai meno di lui, avevano potuto farsi avanti, formarsi una famiglia, ottenere un posto e ricevere onori immeritati. Li enumerava a uno a uno, se li schierava dinanzi per convincersi che il torto non era tutto suo se ormai non scriveva più una nota, se non ruminava più, come prima, romanze, sinfonie, opere intere, per tener vivo, almeno nel suo intimo, il sacro fuoco dell'arte.
— Attendere? Perchè? Non aveva atteso a bastanza?
A trent'anni si sentiva già vecchio, rifinito.
Quando era costretto a suonare le sue composizioni nel salotto dell'ingegnere Ghedini, per poco non gli sembrava che quei lavori appartenessero a un altro sè stesso, morto da parecchio tempo; gli occorreva un po' di sforzo per persuadersi che non mentiva dicendo che erano suoi.
Non entrava mai in quel salotto senza riflettere con amarezza che la gratitudine gl'imponeva d'andare a rappresentarvi la parte infima del buffone che diverte la brigata. L'ingegnere, che gli avea fatto l'elemosina di due camere nel proprio palazzo in via Nazionale, chiudendo l'uscio di comunicazione col resto dell'appartamento perchè il suo ospite fosse libero affatto, gli faceva spessissimo anche l'elemosina del pranzo! Aveva voluto così aiutare il figlio d'un amico e collega carissimo, morto nella miseria dopo varie fallite intraprese ferroviarie che avevano arricchito i suoi socii più scaltri di lui; e non gli era mai balenato alla mente quale atroce tortura quella sua generosità infliggesse a colui che doveva riceverla con la convinzione di non poter mai rimeritarla, e che la chiamava elemosina per rendersi più evidenti la desolazione del presente e l'orrore dell'avvenire.
Coloro che lo vedevano pallido, scarno, con gli occhi infossati e tanta tristezza nello sguardo e tanta ironia nella parola, pensavano che il fuoco dell'arte lo consumasse; e non badavano al ristretto repertorio delle sue composizioni ripetuto tante volte. Alle domande: — Maestro, che prepara? A quando la sua opera? — egli rispondeva scotendo il capo, sorridendo con quel sorriso stanco ed equivoco che non si capiva bene se fosse d'amor proprio lusingato, o di sconforto, o di disprezzo per chi osava insultarlo con tali importune parole. E allorchè l'ingegnere Ghedini, presentandolo a qualche nuovo arrivato, e levando a cielo l'ingegno musicale del suo amico, figlio d'un amico carissimo — non dimenticava mai di ripeterlo — mostrava immensa ammirazione pel giovane compositore e gli prognosticava splendidi successi, Fausto s'irritava. L'elogio e gli augurii non provenivano forse dalla vanità di far risaltare la propria generosità mostrandola ben adoprata? Per ciò egli si teneva sempre in disparte nel salotto, conversando sotto voce col giovane dottor Anguilleri, un po' orso anche lui; e di rado si mescolava alle animate discussioni d'ogni genere che la politica, l'arte, gli affari e gli avvenimenti mondani vi suscitavano, tutti i lunedì sera, negli affollati ricevimenti. Per ciò egli era grato alla signora Ghedini che pareva non accorgersi del suo ospite più di qualunque invitato, o amico, o frequentatore, quantunque non mancasse di mostrarsi entusiastica ammiratrice quand'egli cantava con voce fioca, ma perfettamente intonata, e con accento efficace, quella romanza che era il suo capolavoro, la Misera sei del Heine, degna di star accanto al Non t'odio, no! dello Schumann, di cui si poteva dire ben riuscita derivazione e compimento.
Entusiastici scoppiavano sempre gli applausi degli uditori; ma erano effimere soddisfazioni che gli procuravano di rado qualche lezione, che non gli aprivano nessuna strada a un posto qualunque, che non lo tiravano fuori di quel circolo incantato in cui pareva lo tenesse prigioniero una malefica potenza. E Fausto talvolta si compiaceva di sapervisi chiuso per scusare così l'inerzia, e il torpore rimproveratigli spesso dal dottor Anguilleri.
— Quando, finalmente il mio ingegno sarà morto e sepolto.... allora, forse!.....
Questo desolato: Allora, forse!.... egli aveva avuto occasione di ridirselo frequentemente negli ultimi mesi; e la sera avanti lo aveva ripetuto, insolito sfogo, a una bella signora recentemente conosciuta e che pareva interessarsi molto di lui, chi sa perchè! Probabilmente — egli pensava col suo eterno sospettare di tutto e di tutti — per farsi credere esperta di cose musicali più delle sue amiche che conversavano con deputati e senatori, che si lasciavano corteggiare da banchieri e da grossi appaltatori, per sordidi intenti — soggiungeva — se a lui, artista e povero, rivolgevano appena la parola.
Quella volta si era sfogato con tale violenza, gesticolando, alzando la voce, facendo scintillare negli occhi neri e profondi il gran rancore tanto tempo represso, che parecchi, cessando di conversare, si erano voltati verso l'angolo del salotto dove egli e quella signora sedevano in disparte, accanto al pianoforte. Si era voltato, all'improvviso silenzio, anche lui.
— Quel breve istante ha deciso della mia sorte! — rifletteva.
E, tornato così al punto di mossa della sua rapida rassegna retrospettiva, riprendeva a osservare con voluttà la scena che gli si ripeteva davanti agli occhi.
La signora Ghedini lo aveva guardato stupita e imbarazzata di vederlo uscire dall'abituale riserbo; poi, staccatasi dalle persone da cui era circondata, accorreva per fargli intendere — così gli era parso — la sconvenienza di quella tragica sfuriata, indovinata più dai gesti che dalle parole, tra i rumori dell'animatissima conversazione.
Invece!... Molto strano infatti gli era sembrato il contegno di lei: voce esitante, turbata; sguardi che pareva cercassero di penetrare lui e l'amica; sorriso freddo e doloroso... E le parole: Oh, non credergli! È artista e posa, come tutti gli artisti!
Stupido! Non che comprendere subito, si era anzi sdegnato, pensando che, con quell'apprezzamento fuori luogo, la signora Ghedini poteva fargli perdere la lezione fattagli sperare da quella signora all'uscita di collegio della sua figliuola. Stupido! E non si era accorto che gesti, voce e parole rivelavano — ella glielo aveva spiegato il giorno appresso — un sentimento di gelosa protezione, di difesa contro le seduzioni della Morlacchi, improvvisa e temuta rivale, persona di pochi scrupoli e avida delle avventure in cui il pretesto dell'irresistibile fascino dell'arte può facilmente velare un volgarissimo e passeggero trasporto di sensi!...
Che poteva saperne lui? Conosceva appena quella signora. E come mai sospettare che Paolina — già la chiamava così — la cui condotta non avea dato, fino a quel giorno, niente da ridire alla malignità della gente; donna di quarant'anni che, a guardarla, pareva la tranquillità e la saggezza in persona, con quel viso dolce e calmo, con quegli occhi sorridenti più delle stesse labbra quando esse sorridevano, con quella voce flautata che ingentiliva ogni cosa da lei detta, con quell'accento che copriva di benevola indulgenza fin le osservazioni più nude; come mai sospettare che Paolina covasse da lungo tempo un'ardente passione per chi non aveva fatto mai niente per meritarsela, e si era tenuto sempre in distanza da lei? Non aveva egli coinvolto anche lei in quel sordo rancore d'ingratitudine contro la discreta cordialità del marito che, per fargli accettare l'ospitalità, gli aveva fin detto: — Pagherai la pigione, quando potrai? —
Ed ecco: il maleficio che gli aveva amareggiato infanzia e giovinezza, e che stava per soffocargli nella mente ogni ideale d'arte dopo avergli soffocato ogni buon sentimento e ogni elevata ispirazione nel cuore, ecco, il terribile malefizio era già rotto finalmente!
Con la miracolosa virtù delle avvampanti parole: — Fausto, Fausto, come t'amo! Amami, Fausto! — gli era scaturita, tutt'a un tratto, nel cuore una limpida polla di affetto! E avrebbe voluto alzarsi da letto e guardarsi nello specchio per osservare il prodigio di ringiovanimento che doveva certamente essere avvenuto anche nella sua persona. Si sentiva rinvigorito, leggero, rifatto dentro e fuori dal tocco di quelle labbra bacianti, dalla stretta di quelle braccia che lo avevano cinto e premuto sul seno per non lasciarselo sfuggire più!
— Possibile! È dunque vero?
Non poteva frenarsi di ridomandarselo, supino, immobile con gli occhi serrati, in quella nottata che gli parve di pochi minuti quando la luce dell'alba cominciò a rischiarare la stanza dai vetri della finestra di cui egli avea lasciato aperti gli scuri.
II.
Alcune settimane dopo, il dottor Anguilleri che non lo vedeva da un pezzo, incontratolo una mattina al Pincio, avea notato subito qualcosa di nuovo nell'aspetto dell'amico.
— Ebbene? — gli domandò.
— Ebbene che cosa? — rispose Fausto accigliandosi.
Ma il dottore non avea dovuto insistere molto per ricevere la confidenza d'un segreto già divenuto per Fausto insopportabile peso.
Egli si era recato colà per respirare a pieni polmoni un po' d'aria libera. Soffocava nella sua cameretta, appena l'uscio, cautamente aperto all'entrare, si richiudeva non meno cautamente all'andar via della signora Ghedini, che vi faceva improvvise e fugaci apparizioni durante la giornata, e sempre ansiosa, e sempre atterrita della propria audacia. Stupefatta di quel che era avvenuto e che ella non giungeva a spiegarsi, Paolina scongiurava Fausto di non tradirsi, di non perderla, di non far sparire, con un'imprudenza, quel sogno d'amore che così avrebbe potuto durare eternamente!
— Questo sogno, — gli aveva ella detto un giorno, — sarebbe principiato un anno addietro, se io avessi saputo vincere gli ostacoli oppostimi dalla coscienza, dalle convenienze, dalla paura di vedermi scoperta e vituperata!
Egli invece, quantunque convinto della ragionevolezza e della necessità di quelle cautele, avrebbe voluto gridare dalla finestra ai passanti per la via:
— Sono amato! Sono adorato!
Egli, invece, avrebbe voluto essere invidiato, o vedere almeno che qualcuno tentasse di insidiargli il possesso di quel cuore che palpitava, e la prima volta, soltanto per lui, povero e ignorato maestrucolo! Avrebbe voluto far sapere a tutti che, ora, scaldato da quel fuoco, ora mostrerebbe intera la potenza del suo ingegno musicale.
— Vedranno! Vedranno!
E questo sentimento gli raggiava negli occhi, gli traspariva dall'aria del viso e di tutta la persona, la mattina che il dottor Anguilleri l'aveva incontrato al Pincio e gli aveva lanciato quell' — Ebbene? — graditissimo. Fausto, non sapendo contenersi, s'era sgravato il cuore, velando però molte particolarità, inventandone altre per sviare il dottore, per ingannarlo intorno alla persona, pur augurandosi che colui indovinasse, perchè il trionfo fosse completo.
Il dottore non aveva indovinato, s'era lasciato facilmente sviare. Nominate due o tre signore, col suo solito sorriso sarcastico, col suo risolino a scatti, s'era subito rassegnato a un'ignoranza che gli pareva conveniente a un gentiluomo.
— Bravo! E lavorerai ora?
— Se lavorerò! Mi sento già diventato un altr'uomo. Da quell'amabile scettico che era, il dottor Anguilleri si restrinse a scrollare la testa:
— Vedremo!
E da allora in poi, ogni volta che tornava a incontrarlo, gli domandava:
— Lavori? Questa famosissima Venere infernale sarà condotta presto a fine? Temo che non t'accada come al protagonista nel tuo libretto. Venere ha ricevuto al dito la tua fede, e le vostre nozze saranno tristi; la leggenda è divinatrice.
Fausto non affermava, nè negava; si limitava a rispondergli con un cenno della mano:
— Aspetta ancora un po'!
A Paolina, il cui amore era un misto di passione e di affetto materno, e che lo stimolava anche lei, e spesso avrebbe voluto vederlo lavorare sotto i propri occhi, quasi per assicurarsi il merito dell'ispirazione, Fausto rispondeva diversamente:
— Tu mi assorbi!... Sono così felice di sentirmi tuo, che non posso per ora occuparmi d'altro. Voglio esser tuo, tutto tuo. Che m'importa dell'arte? La mia consolazione, il mio rifugio sei tu soltanto... Verrà il momento dell'arte, ma più tardi. Lasciami intanto ritemprare in te; ho bisogno di riprendere tutte le mie forze.
Ella non osava d'insistere. Non era lietissima anche lei che egli fosse tutto suo, quantunque non credesse che l'arte potesse defraudarla? Come tutte le donne che amano tardi, che commettono nella vita un unico grande errore quasi per rifarsi di non averne commessi prima parecchi minori, la signora Ghedini si lasciava facilmente acchetare dalle belle parole.
Morbosa esaltazione romantica, accoppiata a tardivo risveglio di sensualità, sfogo improvviso di sentimenti che l'educazione e le circostanze avevano compressi o lasciati inerti in fondo a un cuore buono e gentile, la passione della signora Ghedini era diretta conseguenza della mancata maternità, delle mancate intime consolazioni e ch'ella non poteva più attendersi dal marito immerso in grandi speculazioni edilizie, in complicatissime imprese di costruzioni ferroviarie. E aveva avuto origine, come suole spesso accadere, dalla pietà ispiratale dalla triste sorte di Fausto, dal contegno dimesso e rassegnato di quel giovane altiero che non voleva umiliarsi davanti a nessuno, che soffriva in silenzio, vivendo da quasi due anni in quelle due stanzette dove raramente s'udiva il suono del pianoforte, e si sdebitava dell'ospitalità col mezzo dell'arte sua nelle serate di ricevimento. L'avea visto deperire di giorno in giorno e intristirsi; ma ella non aveva saputo mai decidersi a fargli qualcuna delle tante proposte escogitate per aiutarlo senza offendere il suo legittimo orgoglio d'uomo e di artista.
Quella sera, la subitanea apprensione di vederlo cascare nelle reti della Merlacchi le aveva prodotto uno scatto nel cuore; scatto di pazzia, quasi si fossero improvvisamente spezzati i lacci che l'avevano infrenata fino allora e le fosse dilagato per le vene qualcosa di avvampante, di prepotente. E il giorno dopo, si gettava con le braccia al collo di Fausto, singhiozzando: — Fausto, Fausto, come t'amo! Amami, Fausto! — dichiarazione, grido di soccorso e preghiera disperata in uno; ineffabile cosa più per lei che per l'amato. Il quale, preso così alla imprevista, potè per qualche tempo illudersi di corrispondere a tanto affetto con affetto quasi uguale.
Che paradiso quei primi mesi per la signora Ghedini! E che delizia anche per Fausto, a cui la vanità soddisfatta impediva di notare le dissonanze evidentissime dei loro caratteri, come gli aveva impedito di sentir rimorso del vigliacco tradimento contro il suo benefattore.
— Non potrà neppur sospettare!
E questo bastava per mettergli l'animo in pace.
Niente pareva cambiato nel contegno della signora e di Fausto; anzi ora accadeva che Fausto mancasse qualche volta ai soliti ricevimenti di casa Ghedini, che erano un pretesto per ingraziarsi e tenersi amici uomini capaci di giovare, con le loro alte influenze, agli affari dell'ingegnere.
— E Fausto? — aveva egli domandato una volta alla moglie, meravigliandosi di non vederlo.
— Che ne so io? Compatiamolo; deve annoiarsi con questa gente di affari.
— Bisogna avvertirlo di non mancare. Un po' di musica qui è necessaria. E poi, ho in vista qualcosa per lui. C'è l'impresario dell'Argentina....
Ma si era interrotto per correre incontro a un senatore che entrava in quel punto; e dell'impresario non avea più riparlato, nè quella sera nè poi.
Di nuovo, infatti, c'era soltanto l'apertura segreta dell'uscio della stanza da letto di Fausto, che dava nella stanza da toeletta della signora.
La cameriera avrebbe potuto notare che da qualche tempo in qua, la sua padrona impiegava nelle cure della persona e dell'abbigliamento maggior tempo d'una volta; ma la padrona combinava le cose in modo che la cameriera avesse altre occupazioni quando ella andava a chiudersi nella stanza da toeletta: o che, appunto mentre stava ad aiutarla, Fausto suonasse all'uscio di entrata per far avvertire la signora ch'egli andava fuori, se mai dovesse incaricarlo di qualche commissione. Fatta l'imbasciata, la cameriera riceveva parecchi ordini da trasmettere e da eseguire; e così la signora, rimasta libera, metteva il paletto ed entrava in camera di Fausto, che con quella finta uscita aveva già tolto ogni pretesto di sospetto alla cameriera.
In quei primi mesi, trascurando più volte le poche lezioni da fare, egli rimaneva zitto zitto chiuso in casa, attendendo le brevi ma reiterate visite di colei che ormai pareva non potesse più vivere senza di lui. E lui le si concedeva, lui si lasciava prendere; lui era il ricevuto, l'accarezzato, il baciato; quasi il maggior merito fosse suo, e colei dovesse essergli grata perchè le permetteva di amarlo, ora specialmente ch'egli valutava quel che doveva valere per una donna di quarant'anni un giovane di trent'anni con la splendida aureola di artista.
La certezza d'essere amato e l'illusione di amare prodottagli anche dall'eccitazione dei sensi, lo aveano lusingato d'un prossimo risveglio delle sue facoltà musicali. Ripreso in mano il libretto della Venere infernale, di cui era molto contento dopo averlo fatto rimaneggiare più volte dal poeta, e rilettine i due primi atti quasi musicati di tutto punto, Fausto aveva tentato di continuare a comporre.
— Ah, tu non puoi immaginare che piacere mi fai! — esclamò la signora Ghedini la prima volta che lo sorprese al lavoro.
Egli rimase seduto al pianoforte, e sotto la delicata sensazione di quelle mani innamorate che gli accarezzavano la testa, un lieve sorriso gli spuntava su le labbra.
— Stento, stento molto! — poi disse, incupendosi a un tratto.
— Non accorartene!
Pareva ch'egli non s'accorgesse più della presenza di lei, così fissamente guardava la partitura aperta sul leggìo.
— Questo è l'inno nuziale, di stile greco antico, senz'armonia, — esclamò dopo lungo intervallo, sospirando.
Ne accennò con la voce una strofa, ma voltò subito parecchie pagine, infastidito, sdegnato. Quella melodia gli richiamava alla memoria i più bei giorni del suo fervore artistico, e il confronto con la presente impotenza gli riusciva tormentoso.
— No, no, lasciami: sono indegno di te!
Si era levato da sedere, allontanando bruscamente le mani dell'amante, con un sentimento di rancore contro di colei che gli ridestava nel cuore aspirazioni assopite, anzi, morte, e gli faceva riconoscere uno stato di cui egli avrebbe potuto dubitare fino allora.
— Dovresti darti tutto a questo lavoro, non pensare ad altro, e rinunziare anche alle lezioni, se fosse necessario... Te l'ho detto tante volte! — soggiunse umilmente la signora Paolina.
Rispondeva sempre così, seccamente, sgarbatamente; e la innamorata donna, che non aveva mai insistito altre volte, non insistè neppur ora.
E gli cinse le braccia al collo col suo abituale gesto di abbandono e di conforto, per fargli intendere che almeno avrebbe voluto esser lei la sua unica consolatrice! Non gli bastava?
No, non gli bastava. Fausto si rimproverava spesso la propria aridità di cuore. Ma niente ormai valeva a scuoterlo, a vivificarlo, neppur quell'abbandono, quell'effusione inesauribile, quel continuo e sempre nuovo prodigarsi d'un cuore innamorato e ogni giorno più disposto a sacrificargli tutto, se Fausto avesse potuto avere la forza di chiederle sacrifici maggiori che non quelli del suo affetto e del suo corpo. Ma da qualche tempo in qua, al rimprovero seguiva subito una sdegnosa alzata di spalla. Erano ormai lontani il tumulto del cuore e la gioia della memorabile nottata, quando egli aveva creduto repentinamente vinta ogni tristezza della sua vita, quando gli era parso vedersi spalancare dinanzi l'avvenire luminoso di gloria, riboccante di benessere materiale!
Otto mesi erano appena trascorsi, ed egli già cominciava ad accorgersi di trascinare la catena che colei gli aveva avvinta al piede e sentirne il fastidio.
— Che hai? — ella insisteva.
— Qualche cosa ti preoccupa, lo vedo bene: non negarlo.
— Niente.
Ella taceva per non irritarlo, sapendo per prova che nessuna insistenza sarebbe valsa a altro strappargli di bocca che quella recisa parola — Niente! — Triste parola, che la lasciava dubbiosa, agitata da terrore indefinito, con gli occhi gonfi di lagrime, trattenute per non far peggio.
III.
Il dottor Anguilleri, sdraiato in una carrozzella da nolo, montava lentamente la ripida salita delle Quattro Fontane, quando scorse Fausto sul marciapiede, con le braccia dietro la schiena, il capo basso, il viso rannuvolato. Gli accennò con una mano e fece fermare il legno.
— Accompagnami; tu non hai mai niente da fare. Come sei brutto oggi! Non ti consiglio di presentarti così alla tua amante; le faresti paura.
Fausto, sedendogli a lato, rispose soltanto:
— Dammi una sigaretta.
Nel porgergliela, il dottore lo guardava in faccia con sorrisino beffardo:
— Se gli amori vanno male, figuriamoci la musica!
— Chi te lo dice?
— Posso ingannarmi, forse, intorno agli amori; ma riguardo alla musica, no. Da vero amico, dovrei scapaccionarti peggio d'un ragazzo.
— Oh, non seccarmi con le tue prediche!
— Se lavorerò! Mi sento già diventato proprio un altr'uomo! — riprese il dottore, contraffacendone la voce e il gesto. — Sei imperdonabile!
— Sono un disgraziato!
— Senza energia, senza volontà!
— Tu discorri bene! Vivi tranquillo; hai un posto, sarai professore e andrai anche più in su: nè conto che tuo padre ti ha dato in mano una professione con cui, fin ammazzando la gente, puoi guadagnare quattrini a palate.
— Questo non ti scusa.
— Non voglio scusarmi, ma spiegarti...
— Col tuo ingegno, a quest'ora!... Se tu non avessi coscienza del tuo valore, non ti direi niente; tu però sai quel che vali, quel che puoi. Sei fiacco, sei poltrone; non mi stancherò di rinfacciartelo.
— Sono un disgraziato! Come non lo intendi? Che vuoi tu che faccia? Mi manca il terreno sotto i piedi. Non ne parliamo più, è finita per me; sono incretinito. Ieri c'è corso poco che non stracciassi l'abbozzo dei primi due atti della Venere infernale. Chi ha scritto quella musica non esiste più! Non ho potuto aggiungervi una sola nota... da mesi. E rileggendo al pianoforte il risveglio di Venere, quando la statua della dea sente il fremito della vita animare il suo bel corpo di marmo — a te posso dirlo, non puoi credermi un vanitoso — ho pianto!... È finita! È finita! Perchè non mi butti nel Tevere, non lo capisco io medesimo...
— E l'amore che pareva dovesse fare il miracolo?...
— È diventato un gran guaio; non ne posso più. Mi ero lusingato....
— Manda al diavolo quella donna.
— Non è facile; e questo è il peggio!
— Perchè?
— Perchè... Non ne parliamo.
Erano arrivati in Piazza Vittorio Emanuele davanti all'Istituto di Sanità, dove il dottor Anguilleri lavorava nella sezione battereologica.
— Vieni su, ti distrarrai, — gli disse.
— Tra i microbi? No; mi fanno schifo.
— Manda al diavolo costei, e mettiti a lavorare! — ripetè il dottore che gli voleva molto bene e ne ammirava assai l'ingegno.
Fausto gli strinse la mano e tornò addietro a piedi, riflettendo accoratamente che l'Anguilleri non aveva torto. In che modo poteva egli romperla? Abbandonando quelle stanze, aggravando così la sua trista situazione? S'era lasciato irretire e non sapeva come distrigarsi. Gli mancava il coraggio di dire a quella povera donna: — Non t'amo più! —
— L'avea mai amata? Ella già dubitava; eppure gli si aggrappava addosso, come una naufraga, pazza di amore addirittura, decisa a commettere qualunque enormità! Non c'era verso di liberarsi di lei senza produrre uno scandalo. E intanto, maligna sorte! egli intravedeva che, forse, senza quest'impiccio, senza questo legame... Ah, che vita! Che tortura!
Trasalì, vedendo quasi accoccolata sul canapè la signora Ghedini che lo attendeva. Pallida, con gli occhi rossi dal pianto, lo guardava fisso fisso, quasi per leggergli nell'aspetto il segreto che la desolava.
— Donde vieni? — domandò con accento represso, continuando a fissarlo.
E visto ch'egli non rispondeva, riprese:
— Lo so; vieni dalle Merlacchi: dài lezione a sua figlia, e non me n'hai detto niente. Perchè non me n'hai detto niente?
— Ti ho mai parlato delle mie lezioni?
Al tono secco della risposta, la signora Ghedini si levò da sedere e gli andò incontro, strizzandosi le mani dall'angoscia.
— Eppure tu sapevi che questa lezione non avresti dovuta accettarla!
— Per quale ragione?...
— Perchè sapevi che avrebbe fatto gran dispiacere a me.
— Non credevo. E poi, sono proprio in circostanze di rifiutar lezioni!
— Io dunque non conto niente per te?
— Molto; ma...
— Sono gelosa, Fausto!
— Della madre e della figlia; mi hanno parlato dì te come due innamorate... Sono gelosa!
Fausto, buttato il cappello sul letto, si mise a sedere su la seggiola che stava in mezzo alla camera, tra lui e la signora Ghedini. Gli balenava negli occhi il dispetto di sentirsi scoperto in fallo. Abbassò la testa, mordendosi le labbra, e balbettò:
— Debbo pure trovar da vivere!
— Voglio essere io la tua vita, vita dello spirito e del corpo! — esclamò la signora Paolina.
— No. Sarei un vile, se da te accettassi qualcosa oltre il tuo amore; no! no!
— T'amo così, nobile e altiero. Ah, se tu compissi la Venere infernale! — ella soggiunse dopo breve pausa, posandogli una mano su la spalla e accarezzandogli la testa con l'altra. — Io vorrei soltanto anticiparti un sussidio come potrebbe fare un impresario, un editore...
— No.
— Mi restituiresti tutto, dopo; anche con gl'interessi. Speculazione, calcolo; qui l'amore non c'entra...
— No, mai!
— Se tu m'amassi come io t'amo, parleresti altrimenti. Fausto, Fausto!
E vedendolo restar là, duro e immobile, subito si strinse al petto quella cara testa arruffata, e la coprì di baci, chiedendo perdono, quasi la colpevole fosse lei, e fosse lei l'ingrata che disconosceva tanto amore e tanta passione, ingiustamente gelosa.
Così cominciò la serie delle dolorosissime scene che divennero sempre più strazianti per lei e più opprimenti per Fausto. Fausto non sapeva perdonarle in nessun modo l'aver indovinato!
La signora Merlacchi, involontaria origine di quella avventura, un giorno gli era tornata all'improvviso in mente, quantunque l'avesse imbattuta in casa Ghedini due sole volte da quella sera in poi, e non l'avesse più riveduta da un pezzo. Gli era tornata in mente per contrasto; una donna facile, e abituata come lei alla vita di amante, sarebbe stata assai più comoda: gli avrebbe dato la soddisfazione di poterla amare in pubblico, senza paura nè ritegni, e senza l'incubo di vedersela dinanzi tutti i momenti e sentirsi, tutti i momenti, mentitore o vigliacco. E poi non lo avrebbe impacciato troppo il giorno della crisi finale.
Per ciò una mattina s'era presentato in casa Merlacchi con un pretesto, e s'era visto accogliere con cordialità grandissima, quasi con entusiasmo.
— Pensavo appunto a lei, — gli aveva detto la signora, sgranandogli in faccia gli occhi sorridenti. — Cornelia è tornata di collegio e voglio che il suo maestro di pianoforte sia lei.
E lo aveva presentato alla figlia. Non meno cordiale, nè meno entusiasta della mamma, Cornelia lo guardava curiosamente da capo a piedi, mentre diceva:
— La mamma mi ha parlato tanto di lei e delle sue composizioni! Capilavori, dice la mamma, e le credo; mi auguro di poterli ammirare presto anch'io.
Affascinato, Fausto avea smarrito a un tratto il suo orgoglioso riserbo. In quel salottino semplice ma elegante, si era sentito a suo agio, aveva avuto un attimo di scintillìo artistico, inganno che gli fece perdere la testa.
Bella e ardita era la mamma; bella e civettolina la figlia.
Dopo tre settimane, era parso a Fausto che le due donne se lo contendessero. Un giorno la mamma, più esplicita nelle sue dimostrazioni, gli aveva dichiarato:
— Per me, soltanto gli artisti contano al mondo; soltanto essi possono avere un cuore traboccante di affetto. Se mia figlia volesse sposare un artista, io non mi comporterei come tant'altre mamme scioccamente interessate.
Fausto ringraziò mutamente, abbassando il capo.
— C'è però artisti e artisti, — soggiunse la Merlacchi. — Le ragazze spesso non sanno distinguere.
E col languore degli occhi disse il resto.
Imbarazzato, Fausto fece le viste di non aver compreso.
Oh, non si sarebbe mai prestato a mercato simile! Non avrebbe mai ricevuto dalle mani dell'amante colei che poi doveva essere la dolce compagna della sua vita!
Un amaro sorriso gli era spuntato su le labbra a tanta rigidezza di sentimenti.
— Rigidezza superflua! Che? Già commetteva la scempiaggine di lusingarsi? Eppure...! Eppure!
Gli sfoghi gelosi della signora Paolina gli diedero il tracollo; ed egli si convinse, con poco sforzo, che la cosa non era poi tanto difficile.
— Quella mamma è una sventata!... Lusingandola, forse...
Un viluppo di progetti, di disegni, di strattagemmi, gli si agitò giorno e notte nella mente, e servì a rinfocolare la sua stizza, il suo astio, la sua ingratitudine contro di colei che pur gli avea dato, e spontaneamente, l'unica consolazione, l'unica soddisfazione di amor proprio che egli avesse mai avuta; contro di colei che, smaniante, gli ripeteva tutti i giorni:
— Dimmi che cosa vuoi ch'io faccia per te; son pronta a tutto!
E non esagerava.
Fausto invece s'impensieriva di quegli slanci eccessivi. Ora toccava a lui di raccomandarle insistentemente: Prudenza! E per calmarla e per impedirle di compromettersi e di comprometterlo, le diceva spesso:
— Tuo marito non è un imbecille. Bada! Mi scannerebbe.
Le agitava questo spauracchio davanti agli occhi; e diceva soltanto: — Mi scannerebbe — perchè ella gli aveva dichiarato una volta che non le importava niente di morire per lui. Poi, quando la vedeva continuare nelle meticolose cautele che difendevano la loro relazione anche dagli sguardi più indiscreti, all'opposto, egli s'irritava. E una volta, dopo una trista scena in cui era rimasto vinto dalla fina dialettica della donna resa perspicacissima dalla passione, sorpassò ogni limite, la calunniò, pensando:
— Ha scelto me appunto per avere un amante che le permettesse di conservare la ipocrisia delle apparenze in faccia al marito e alla società! Senza queste stanzette, senza l'agevolezza di poter soddisfare i sensi e la pubblica morale assieme, non si sarebbe neppur degnata di gettare uno sguardo su questo meschino maestro di musica! Finge così bene al cospetto degli altri, che niente m'assicura che non finga, per egoismo, anche con me. E ieri esclamava: Credi tu che il fingere non mi pesi? — Chi le diceva il contrario? Scusa non chiesta, accusa manifesta.
E si compiaceva, come di provvido istinto, del non aver mai potuto amarla; e qualificava lucida antiveggenza la propria aridità di cuore. In che gli era giovata colei? A distrarlo, a spossarlo, a immiserirgli anima e corpo, a ridurlo vilissimo schiavo!
Un fiotto di bile gli attossicava la bocca e gli annuvolava la vista.
Rivedeva intanto con l'immaginazione il salottino delle Merlacchi, le smancerie della mamma, le graziose civetterie della figlia, e si sentiva crescere, crescere in cuore la lusinghiera speranza...
— Perchè mai quella speranza non potrebbe un giorno o l'altro divenire dolcissima realtà?
Socchiudeva gli occhi, sorridendo a quei nuovi albori che gli luccicavano in fondo al cuore.
Era andato a trovare il dottor Anguilleri per sfogarsi e dirgli:
— Avevi ragione prognosticandomi la sorte del protagonista della mia Venere infernale!
Lungo i deserti corridoi del laboratorio della Sanità, andando dietro all'usciere che lo guidava, Fausto si era sentito penetrare da un triste senso di quiete, misto con lieve turbamento di paura.
Il dottor Anguilleri, davanti alla finestra, seduto a una lunga tavola ingombra di boccette e di tubi di vetro, guardando attentamente dentro il microscopio, aggiustava con una mano le lastrine di cristallo raccomandate alla molla sul sostegno metallico bucato nel centro, e coll'altra cercava di mettere in foco l'obbiettivo.
— Scusa, — gli disse senza scomporsi: — è affare di un minuto.
Fausto girava sospettosamente lo sguardo attorno. Quegli strani apparecchi gli davano una sensazione di malessere, di ripugnanza; sensazione che si aumentò dopo che l'amico dottore, invitandolo a guardare nel microscopio gli disse:
— Sono baccilli del carbonchio, ingranditi due mila volte.
Poi, mostrandogli un tubetto di vetro dal fondo arrotondato, chiuso con un tappo involto nella bambagia, e con dentro parecchi sottilissimi fili di seta gialla, soggiunse:
— E queste sono le spore di codesto bacillo, che possono mantenersi vive molti anni, se tenute in completo essiccamento.
— Non c'è' pericolo?... — domandò Fausto, allontanando la mano del dottore che gli aveva accostato il tubetto a poca distanza dagli occhi per farglielo osservare alla luce.
Il dottor Anguilleri sorrise.
— È imprudente venir qui — esclamò Fausto.
— Appunto, non mi hai detto qual buon vento ti mena.
— Passavo... e son salito a salutarti.
Fausto, pentito d'essere venuto in quel luogo, voleva andarsene subito; ma il dottore lo trattenne per forza:
— Giacchè sei qui, devi vedere ogni cosa.
E cominciò a indicargli partitamente ampolle di brodo sterilizzato per la coltura dei baccilli, tubetti con baccilli d'ogni sorta: della tubercolosi, del tetano, del tifo, della difterite, dell'edema maligno; tubetti con lo spirillo del colera, col cocco dell'erisipola; piccolo saggio d'ognuno di essi, perchè la copiosa raccolta era conservata in uno stanzino a parte. E ve lo condusse.
— Bisogna difendere le coltivazioni dalla luce; perciò lo stanzino ha le pareti tinte in rosso cupo ed è tenuto sempre allo scuro.
Fausto, affacciata la testa dall'uscio, si ritrasse subito indietro. Tutti quei bicchieri, pieni di tubi e schierati in fila su le scansie lungo il muro, gli facevano correre brividi di freddo per le ossa.
Intanto il dottore, cedendo al suo entusiasmo di giovane scienziato, dava lunghe spiegazioni. Preso da un bicchiere un altro tubo di spore del carbonchio e osservandolo per conto proprio, lo agitava, lo teneva levato in alto contro luce, quasi facesse in quel punto una lezione intorno all'incredibile resistenza di quelle spore e alla loro terribile potenza:
— Introdotte col cibo, esse riescono ad oltrepassare lo stomaco dove gli altri batteri vengono uccisi dalla acidità; e sviluppatesi in baccilli, invadono tutto l'organismo. Allora, abbattimento di forze, emorragie, sordi dolori negli organi addominali e, in pochi giorni, la morte, seguita da rapida putrefazione che rende nero il sangue, diffluente, cioè incapace di coagularsi...
Una diabolica idea gli era balenata nella mente, ed egli si spaventava di sè medesimo vedendosi capace di concepire — di concepire soltanto — quella idea! La fronte gli si era coperta di sudorino ghiaccio; il cuore gli balzava violentemente nel petto; la terribile idea, tornando a balenargli nella mente, lo faceva rabbrividire, ma lo costringeva a fissarla; e lo faceva rabbrividire anche il sospetto che essa potesse impadronirsi di lui e soggiogarlo fino al punto...
Si riscosse, si passò più volte le mani su la faccia, e interrompendo il dottore, che continuava le spiegazioni senza accorgersi di niente, disse:
— Lasciami andar via, mi fa male star qui...
— Ecco gli artisti! — esclamò il dottore, ridendo. — Gente nervosa, razza inferiore! Senti: dovresti fare la Sinfonia dei baccilli! Qualcosa di grandioso e di terribile, se tu sapessi farla. E farla sapresti certamente, ma non la farai. Ormai son convinto che non farai più niente. Peccato!
— La Sinfonia dei baccilli! Sarebbe ridicola... — rispose Fausto, sforzandosi di nascondere il turbamento.
— Via, la Sinfonia della Vita e della Morte, che, se tu non lo sai, son tutt'una! Ma non farai nemmeno questa! Non farai più niente! Peccato!
IV.
Ah, la terribile idea!
Lo invasava da una settimana, facendolo inorridire ogni volta che vi si sorprendeva fissato e già propenso a metterla in discussione, ora come ipotesi strana, ora come non difficile possibilità!
— Oh! oh!
A quali infami accessi lo riduceva colei, spingendolo alla disperazione con la insopportabile gelosia! E perciò egli fremeva, scoprendola sempre tanto più tenera e più ciecamente innamorata, quanto più egli si sentiva distaccare da lei!
Intanto la speranza di poter sposare la figlia della Merlacchi gli si accendeva nel cervello coi colori più vivi e cominciava a sembrargli cosa seria. La signora Merlacchi, che ad ogni nuova visita di Fausto diventava quasi aggressiva, non gli repugnava più. La graziosa civetteria di Cornelia lo eccitava, gli risvegliava nell'animo la passione della musica, se non la scintilla creatrice del compositore.
— Scriverà una romanza per me? Da cantarla io e nessun'altra? — gli disse un giorno Cornelia.
— Ben volentieri, signorina; vorrei poter fare un capolavoro!
— Lo farà, ne sono certa.
E questo desiderio, espresso con tanta carezza nella voce e tanto scintillìo di sorriso negli occhi, gli era parso, quasi, un tacito fidanzamento.
— Sono matto? — tentava di riflettere.
Ma l'amor proprio gli annebbiava il cervello.
— Accadrà uno scandalo! Colei commetterà qualche pazzia!
Si desolava ripensando le assurde proposte di fuga, di rifugio in qualche città straniera, che Paolina gli veniva facendo da qualche tempo in qua. La sua dote, tutta in cartelle dello Stato, non poteva toccargliela nessuno. Suo marito, è vero, in un momento di urgenza, aveva ottenuto da lei il consenso di adoprarla per le sue vaste speculazioni ferroviarie... Ma gli affari andavano bene. Certamente egli aveva pensato a guarantirla... Anche senza la sua dote però essi avrebbero potuto vivere comodamente, lei lavorando da sarta, lui dando lezioni, o, meglio, conducendo a fine la sua Venere infernale.
— Ah! La mia Venere infernale è proprio lei! — esclamava Fausto disperatamente.
E perchè doveva egli rassegnarsi? L'aveva forse sedotta? No, anzi era stato avviluppato, stregato lui!
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?
Era arrivato a farsi tale domanda senza fremere di orrore.
Per evitare in quei giorni la frequenza delle visite della signora Ghedini, aveva ideato un pretesto: ma quella volta la signora Paolina non si era lasciata ingannare.
Si vedevano sparsi, con calcolato disordine, sul tavolino, sul letto, sul canapè e sul leggìo del pianoforte i fogli dell'abbozzo dei primi due atti della sua opera, parte scritti col lapis, parte con l'inchiostro. La carta si era ingiallita e la scrittura aveva preso la tinta dell'inchiostro invecchiato dalla luce e dalla polvere. Robba morta tutti quei fogli! Quella mattina però dovevano simulare di essere vivi per evitargli il tormento della presenza di colei e il pericolo di scene repugnanti. Gli era forza mentire, mentire, mentire, se voleva ottenere un po' di tregua!
Egli andava su e giù per la stanza con le braccia conserte, strette nervosamente dalle mani aggrappate, coi capelli in disordine e con lo sguardo fisso nella truce visione che più non lo abbandonava un momento e lo avvinceva e lo soggiogava: andava su e giù ripetendo mentalmente le uniche parole che pensasse da una settimana, anche ragionando d'altro, anche nei sogni:
— Se commettessi un delitto per riavere la libertà, chi potrebbe condannarmi?
E gli parve che qualcuno venisse a sorprenderlo, sentendo aprir l'uscio e vedendo apparire la signora Ghedini che guardava diffidente i fogli sparsi qua e là.
— Lavori?
— Riprendo la Venere infernale; me la sento frullare nel cervello.
E con un po' d'esitanza, di cui ebbe dispetto, soggiunse:
— Dovresti lasciarmi più libero in questi giorni.
— Non è vero che tu voglia lavorare! — gli gridò in faccia, indignata, la signora Ghedini — Oh, Fausto!
E continuò, con accento di dolore e di rimprovero, parlando affrettatamente, a voce bassa:
— Vedi come mi hai ridotta? Non mi riconosco. Perchè mi fai soffrire? Che male ti ho fatto? Fin mio marito, che ha tante cose per la testa, fin mio marito si è accorto che non sono più quella di prima. Mi crede ammalata; vorrebbe che io consultassi un dottore.
— Ricominci?
— Bada, Fausto, bada! Mi conosci male, se ti figuri che io possa sopportare in pace un tradimento. L'abbandono, sì, lo sopporterei; ne morrei, forse, e sarebbe finita. Ma un tradimento, no! Sei tornato dalle Merlacchi, e mi avevi giurato che non ci saresti andato più! Sono loro, la madre o la figlia, o tutt'e due — quella mamma è capace di tutto! — sono loro che tentano di rubarmiti. Bada, Fausto! Bada!
Glielo ripeteva con labbra frementi. E gli occhi le lampeggiavano; e tutta la persona, scossa da tremito, trambasciava, mentre le lagrime cominciavano a scenderle silenziose lungo le gote coperte d'improvviso pallore.
— Ah! — urlò Fausto, prendendo con furia il cappello, sfuggendo dalle mani della signora Ghedini che tentava di trattenerlo.
— Ho avuto torto! Fausto, perdonami! — ella balbettava supplicando.
Ma Fausto era già uscito di casa, sbatacchiando l'uscio villanamente.
Il dottor Anguilleri fu meravigliato di vederselo comparire davanti.
— Che è stato?
— Niente. Sai? Ho riflettuto su quella tua idea... bellissima... della Sinfonia dei baccilli, o della Morte.
— Ah!
— Sono in vena. Voglio farne proprio qualcosa di grandioso e di terribile, come tu hai detto. Ho già abbozzato... in testa... i punti principali, s'intende: Un crescendo, capisci?... dopo un pianissimo di violini e viole.... Poi, un unisono di ottoni.... Vengo per ispirarmi.
— Mi hai fatto paura! — esclamò il dottore, stupito di quell'aspetto sconvolto, di quegli occhi che luccicavano sinistramente evitando lo sguardo altrui, di quelle parole pronunziate ora a scatti, ora esitando. — E l'ispirazione musicale ti riduce ogni volta così?
— Fammi vedere di nuovo la stanza... dove sono le stufe,... no, l'altra appresso. Voglio averne un'impressione più viva, più immediata.
— Alla buon'ora! Non mi par vero che tu voglia lavorare. Sarà la prima e, forse, la sola volta che i baccilli serviranno per un'opera d'arte.
Fausto gli andò dietro, camminando come un sonnambulo, senza scorgere niente lungo il corridoio e le sale che attraversavano.
Il dottor Anguilleri, un po' invanito di veder presa sul serio da un artista come Fausto un'idea buttata là, per ischerzo, in un momento di buon umore, aperse l'uscio del camerino buio:
— A te! Ecco qui, spaventevole crescendo, tutti i morbi della terra!
Prendeva tre, quattro tubi per volta, e glieli faceva osservare dando particolareggiate spiegazioni, scherzando intorno alla pericolosa materia:
— Pei toni minori, i baccilli dell'erisipela, della difterite, della tisi!
E rideva.
— Pei toni acuti, i baccilli del tifo, del colera, dell'edema maligno... Ah! Ah!... dico bene? Scusa, tieni un po'; non aver paura! Bisogna rimetterli attentamente, ognuno al loro posto, per non confonderli.... E questi qui, finalmente, pei toni bassi: sono i baccilli del tetano e del carbonchio.... Hai già tutta l'orchestra....
E, voltandogli le spalle, non si accorse di Fausto che, in mezzo all'usciolino, si cacciava lestamente in tasca uno dei tubi affidatigli.
V.
— In tre o quattro giorni! — aveva detto Anguilleri.
E da tre giorni Fausto spiava con ansia la sua vittima, mostrandosi buono, indulgente; meravigliandola con la insperata mutazione; invitandola a visitarlo più spesso.
Non aveva rimorsi, nè timori; il cuore gli s'era indurito. Rappresentava la sua parte con perfetta tranquillità, rassicurato dalla certezza che nessuno avrebbe potuto, non che accusarlo, sospettarlo.
— Hai consultato il dottore? — le domandava appena entrata.
— No; il mio vero dottore sei tu; tu solo conosci il mio male, tu solo puoi guarirmi!
— Ti senti bene?
— Benissimo, da che tu non sei più cattivo con me!
Egli la guardava fisso, scrutandone il colorito della pelle e delle labbra, quasi avesse potuto scorgervi a occhio nudo i baccilli che già dovevano essersi sviluppati dalle spore.
Intanto nessun sintomo, neppure al quarto giorno!
Anguilleri, si era dunque ingannato? Gli aveva dato a intendere una frottola, come accade ai giovani scienziati che spacciano per cose certe le ipotesi più ardite? O colei resisteva anche alle spore del carbonchio, per sciagura di lui?
Come domandarle intanto se avesse mangiato il micidiale frutto candito ch'egli le aveva regalato giorni addietro?
Paventava di tradirsi; e attendeva ansioso, smaniante, sforzandosi di non lasciar scorgere il suo profondo turbamento, e per ciò soffrendo di più, quando la coscienza gli faceva sentire qualche sordo e fuggevole rimprovero.
— Ormai!
E con quest'esclamazione cercava di stordirsi.
Ma di giorno in giorno, di ora in ora la coscienza tornava a rimorderlo più forte, quantunque a intervalli, quasi stentasse di svegliarsi dal torpore in cui si trovava caduta da un pezzo.
E Fausto strizzava gli occhi, per vincere i brividi che lo assalivano, per arrestare il capogiro che lo faceva vacillare.
La notte, però, appena abbassate le palpebre....
Abbandonando il putrefatto cadavere della signora Ghedini, a miriadi, a miriadi, avidi di nuova preda, i baccilli, non più invisibili, ma grossi come formiche, incalzavano Fausto, lo circondavano da ogni parte, lo assalivano, lo rodevano, lo riducevano a lentamente lentamente agonizzare accanto al nero carcame della sua vittima, che però aveva ancora qualcosa di vivo negli occhi viscidi, enormemente spalancati, e sembrava godere della interminabile agonia del suo infame assassino.... E nessuno che osasse soccorrerlo! E Anguilleri, freddo, impassibile, gli appuntava addosso l'inutile microscopio.... Non li vedeva dunque a occhio nudo i terribili baccilli, grossi come formiche?
Si svegliava di soprassalto, bagnato di sudore diaccio, balbettante il grido di aiuto che stava per sfuggirgli nel sonno; e seduto sul letto, spalancava gli occhi dal terrore, non ben sicuro che qualche bacio di lei non gli avesse attaccato il male, quantunque egli, da quattro giorni, evitasse di baciarla in bocca, e si lavasse spessissimo col bicloruro di mercurio diluito nell'acqua a l'un per mille.
E la mattina tornava a fremere, smanioso, impaziente, fino al momento della solita visita di Paolina, che non poteva mai venire a trovarlo prima delle dieci e mezzo. Il cuore gli trabalzava al lieve scricchiolìo dell'uscio; e il giorno ch'ella non comparve all'ora consueta, nè più tardi. Fausto diè un rantolo, e si sentì venir meno.
— Le spore hanno agito!
Rimase immobile in mezzo alla camera, quasi non se lo fosse aspettato, quasi il fatto non avesse dovuto accadere, ed egli avesse sperato, anzi voluto, che non fosse potuto accadere. Gli era cascata la benda dagli occhi; si vedeva assassino, nè poteva più riparare.
— Ormai.... — ripetè anche quella volta, ma balbettando d'orrore.
Una scampanellata! Era il dottor Anguilleri.
— Insomma, questa sinfonia dei baccilli?
Fausto si sentì strozzare le parole in gola.
— È fatta? O non la farai più?
— Sì, sì, la farò — potè rispondere con gran sforzo. — Una sinfonia non s'improvvisa.
— Ah!, io temo che l'unica sinfonia dei baccilli rimarrà quella mia di ieri — altro che la tua! — mentre cercavo un tubo di spore di carbonchio che non riuscivo, nè son riuscito a trovare. L'avrò messo per isbaglio in qualche altro bicchiere, l'ultima volta che tu venisti lassù.... Quella, sì, è stata una sinfonia di imprecazioni sgorgata proprio di getto! Quanto a la tua, sapevo bene che non ne avresti fatto niente, che non ne farai più niente, ed ho voluto accertarmene coi miei propri occhi, uscendo dalla camera dell'ingegnere che è gravemente indisposto.... L'ingegnere lavora troppo e mangia troppo; credo che abbia un'enterite bella e buona. Non ne sai nulla?
— No.
— La signora m'ha domandato se è cosa grave; le ho detto la verità. È abbattutissima, povera signora.
— Indisposta anche lei?
— Lei sta bene; è per via del marito.
— C'è pericolo?...
— È stato già proposto un consulto.
VI.
L'ingegnere, prostrato dal grande abbattimento di forze, prodotto anche dalle frequenti emorragie del naso, mezzo assopito sui guanciali, si lamentava, fiocamente, mentre i dottori ascoltavano la relazione della malattia che il collega curante faceva sotto voce per non infastidire il malato.
La signora Ghedini, che mostrava sul viso le traccie delle veglie e del dolore, seduta al capezzale, posava una mano su la fronte del marito e, di tratto in tratto, ripeteva ai dottori:
— Scotta! scotta!
Fausto non osava guardarla. Accorso a prestare assistenza, spalancava intanto gli orecchi per non perdere neppure una parola della relazione del dottore che enumerava a uno a uno i sintomi dell'enterite; e a Fausto pareva di sentir ripetere, motto per motto, quel che l'Anguilleri gli aveva detto nella sua prima visita al laboratorio: — Abbattimento di forze, emorragie, sordo dolore negli organi addominali. E — mentalmente egli aggiungeva — in tre o quattro giorni, morte e rapida putrefazione!
Un atroce sospetto gli era già entrato nell'animo, sospetto che si mutò in orribile certezza per lui, quando uno dei dottori sussurrò all'Anguilleri:
— Quasi tutti i sintomi del carbonchio; non le pare?
— È affare di microscopio — rispose l'Anguilleri.
— Oh, non invaderemo il vostro dominio, collega!
E quel dottore, sorridendo, aveva accennato a Fausto, quasi per chiamarlo testimone della deferenza verso il collega.
Fausto, invece, non capiva più niente; pareva diventato ebete.
Soltanto, come in un sogno, rammentava una scena accaduta.... dove?... un breve dialogo... di chi?
Era, stato lui o un demonio, che aveva detto: — Paolina, tieni; è un candito regalatomi da una bambina mia alunna...?
Era Paolina o un'altra persona colei che aveva risposto: — Grazie! Grazie!?
Era lui quel demonio che insisteva:
— Non lo mangi?
— Domani. Oggi mi sento male....
E, come in un sogno, rivedeva sur un vassoio del salotto di Paolina quel fatale candito, involto nella carta rossa, quasi Paolina avesse voluto conservarlo.... Perchè non aveva egli ubbidito all'impulso della coscienza che gli suggeriva: — Riprendilo!... fallo sparire?... — Il commendatore non lo avrebbe trovato, non si sarebbe lasciato vincere dalla sua golosità pei canditi!...
E assistendo, quasi in un dormiveglia, all'agonia e alla morte dell'ingegnere, Fausto ripeteva mentalmente: — È stato così! È stato così!
Otto giorni dopo, non era ancora rinvenuto da quello stato di stupore e di prostrazione che lo aveva ridotta una larva d'uomo.
In tutto il lungo concatenamento di circostanze che avevano influito sul corso della sua vita, Fausto già scorgeva una mente direttrice, una mano operante che gli facevano scontare, forse, peccati altrui, e che, certamente, lo punivano della vanità, della superbia, dell'orgoglio, delle aspirazioni sproporzionate coi suoi mezzi e con le facoltà del suo intelletto. Per ciò era caduto sempre più, sempre più in basso, senza potersi rialzare mai!... Spostato nella società; impotente in arte; delinquente.... e niente altro!
E farneticando, raccoglieva carte e libri sul tavolino, cavava fuori dai cassettoni biancheria e vestiti; e tirato in mezzo alla camera il vecchio baule, foderato di strisce di pelle di cervo, vi andava riponendo ogni cosa alla rinfusa, quasi gli fosse arrivata l'ingiunzione legale di sgombrare.
Dove sarebbe andato? Che avrebbe fatto?
Non lo sapeva, nè si curava di saperlo; gli pareva che la sua vita dovesse, in un modo o in un altro, presto finire. Quegli stracci, quei libri, quei vecchi fogli di musica egli li calcava in quella specie di cassa mortuaria, prima che rinchiudessero lui in una cassa mortuaria vera, se pure ne avrebbe ottenuto una dalla pubblica pietà.
Tutt'a un tratto, dal cupo fondo del cuore, gli sorse dinanzi la figura della signora Ghedini, vestita a lutto. Fausto indietreggiò, come davanti a uno spettro. L'aveva smarrita di vista, fra le nebbie che da otto giorni gl'ingombravano il cervello; l'aveva dimenticata! Almeno gli era parso così. E non solamente se la vedeva ora riapparire nella immaginazione, ma ne sentiva un'impressione fisica. I suoi nervi, diventati straordinariamente sensibili, già percepivano... che cosa? Non sapeva spiegarlo a sè stesso. La indovinava vicina, la sentiva arrivare, e tremava, tremava alle vibrazioni di un fascino che gli pareva lo afferrasse a traverso i muri, a traverso gli usci, e lo inchiodasse là. E quando la vide realmente apparire, abbrunata, un po' pallida, e sentì la stretta delle sue braccia attorno al collo, e la udì, come la prima volta, singhiozzare: — Fausto, come t'amo! Amami, Fausto! Eccomi ora tutta tua, soltanto tua! — parve a Fausto udire una voce beffarda che lo schernisse con quelle fatali parole, intanto che una mano di ferro lo ghermiva e lo incatenava a colei, saldamente e per sempre.
VII.
Il dottor Anguilleri aveva tanta stima di Fausto, che neppur scoprendo, sotto l'ingrandimento del microscopio, straordinariamente popolato di baccilli carbonchiosi il sangue dell'ingegnere, neppure allora badò a ravvicinare la circostanza dello smarrimento del tubo delle spore di carbonchio con la malattia che aveva ucciso quel pover'uomo.
Soltanto un anno dopo, apprendendo per caso la notizia del matrimonio di Fausto con la Ghedini — Fausto non glien'aveva fatto mai cenno — un lampo gli rivelò l'orrendo delitto che quel matrimonio compiva. Egli credette che Fausto si fosse sbarazzato dell'ingegnere per sposarne la vedova.
Forse, sapendo la verità, sarebbe stato meno severo.
Andò a trovarlo, quasi per liberarsi della lieve responsabilità che sentiva pesarsi addosso, e non lo salutò, non gli strinse la mano; guardandolo fisso, lo tenne un'istante sotto il fuoco d'uno sguardo che rivelava di conoscere il mistero, e con accento di commiserazione e di disprezzo, gli disse:
— Non lusingarti! Se taccio io, v'è chi non tacerà, chi ti farà espiare!
E non attese risposta.
In quel momento lo stesso dottore non avrebbe saputo dire a chi intendesse egli alludere parlando così: se alla signora Ghedini, se alla coscienza di Fausto, se a quell'occulta potenza che regge le cose di questo mondo e che a lui, materialista, non sembrava scientifico appellare Dio.
Egli ignorava che il gastigo era già cominciato col disastro irreparabile dell'eredità dell'ingegnere. Dopo un anno, i sequestri, i processi, le espropriazioni, avevano scacciato Fausto e sua moglie dal palazzo Ghedini di via Nazionale.
— Se taccio io, v'è chi non tacerà, chi ti farà espiare!
Il dottor Anguilleri si rammentò di queste sue parole, parecchi anni dopo, la mattina che incontrò presso la stazione due persone — marito e moglie, si capiva — sciatte, curve, invecchiate più dai patimenti che dagli anni, specialmente il marito, e ch'egli avrebbe stentato a riconoscere, se non si fosse accorto d'un rapido gesto di lui a lei per evitare di passargli vicino.
— I Bragia! — esclamò il dottore, trasalendo.
E per vincere il senso di ribrezzo e di nausea che lo aveva assalito, accese un sigaro ed entrò nel caffè vicino, dove gli artisti facevano la prova delle canzonette cosmopolite da cantarvi la sera.
UN CARATTERE
— Entri, di là, entri. La signorina Lidia sta poco bene.
Renzo Frioli si arrestò su la soglia del salotto, impallidendo.
— Niente di grave! — soggiunse la vecchia serva — Lei lo sa: la signorina è molto apprensiva. La sua visita le farà bene. È tornato oggi?
— Alle cinque e mezzo.
E pel corridoio che conduceva alla camera di Lidia, andando dietro a la serva che lo precedeva col lume, Renzo si passava e ripassava le mani su la fronte diaccia, anticipatamente atterrito di quel che stava per accadere.
Lidia aveva parlato? Come lo avrebbe ricevuto davanti ai genitori? Che avrebbe egli potuto dire per scusarsi con loro, per spiegare il fatto?
Non aveva avuto tempo di rispondere alle rapidissime domande. La serva, picchiato leggermente all'uscio e apertolo, si era tirata da parte per lasciar passare il fidanzato della sua signorina, come essa lo chiamava da sei mesi.
Nella cameretta mezza al buio, Renzo scorse subito la signora Aurelia al capezzale della figlia e il signor Franzeri sprofondato nella poltrona a sinistra dell'uscio. Sotto le coperte bianche del letto si distingueva appena l'esile corpicino di Lidia.
La faccia sbiadita, con gli occhi chiusi e le labbra smorte, risaltava sul guanciale soltanto pel contorno dei neri capelli quasi disciolti.
Renzo non osò d'inoltrarsi.
— Riposa? — domandò sotto voce al signor Franzeri.
— Non credo; è vero, Aurelia?
La signora Aurelia porse a Renzo la mano, e lo attirò davanti al letto.
— Lidia! Lidia! — chiamò. — Guarda chi c'è?
Lidia aperse gli occhi, tentò di sorridere e con fioca voce disse:
— Ben tornato, Renzo!
— Come stai?
— Bene... Un po' di febbre... Non si muore di questo!
Renzo ebbe un brivido all'accento di amarezza con cui erano state pronunziate le ultime parole; egli solo poteva intenderne il nascosto significato.
— E da quanti giorni? — domandò alla signora Aurelia.
— Da tre giorni... Veramente io avevo fatto notare a Franzeri — la signora Aurelia chiamava così suo marito: — Tua figlia ha qualcosa... Quando è stato?... Domenica o lunedì.
— Lunedì — confermò il signor Franzeri.
— Sì, lunedì mattina. — Che può avere? — egli mi rispose — Ha il fidanzato lontano... Le ragazze, si sa!...
— Mamma! — la interruppe Lidia con un fil di voce.
— Figlia mia!
La signora Aurelia levatasi premurosamente da sedere, si chinò su la malata, che mormorava:
— Sta zitta!... Non posso sentir parlare! Scusa!
E richiuse gli occhi.
Renzo sedette su la seggiola vuota in faccia alla signora Aurelia. La incerta luce che spandeva attorno la lampada coperta dalla ventola di seta azzurra, il silenzio soltanto interrotto dai brevi colpetti di tosse del signor Franzeri, e quel letto bianco dove la malata, con gli occhi chiusi e le labbra smorte, pareva sul punto di spirar l'ultimo fiato, producevano su l'animo di Renzo Frioli tale opprimente impressione ch'egli si sentiva mancare il respiro.
Rammentava, come sogno lontano, le prime settimane del suo fidanzamento. Lidia, infreddata, aveva dovuto mettersi a letto: e in quella stessa cameretta, seduto nel posto dove ora stava la signora Aurelia, avea passato ore e giornate deliziosissime preso da allegra parlantina che le risa di Lidia eccitavano maggiormente.... Lidia gli aveva rammentato spesse volte quelle giornate, quelle serate d'inverno, col vento che urlava fuori, con la pioggia che scrosciava sui vetri della finestra, mentre la cameretta risuonava della loro allegra conversazione e lei, rannicchiata sotto le gravi coperte, benediceva quasi la infreddatura che le permetteva di star calda calda, a quel rigido tempaccio... Era così freddolosa!.... E rideva.
Renzo aveva davanti agli occhi le belle labbra rosee di allora, gli occhi vivacissimi che gli dicevano tante e tante affettuosissime cose: labbra ora scolorite e mute, occhi ora chiusi quasi spenti... E quell'esile corpicino! Allora inquieto, sobbalzante dalle scosse delle larghe risate, ed ora stirato, immobile, sotto le coperte, come di morta....
E — gli pareva — da un giorno all'altro! Quella lieta felicità, dalle prime settimane era durata sempre uguale fino alla settimana scorsa... No, c'era stata una nuvola passeggiera, un'ombra tra loro... Lidia aveva saputo qualcosa della relazione di Renzo con la Candian, vedova d'un dottore veneziano... Renzo non aveva potuto negare; la cosa era troppo nota... Ma aveva giurato a Lidia che da un pezzo essi non si vedevano più, e che la Candian stava per sposare un alto impiegato del ministero della Guerra.
Lidia si era rassicurata. Ora Renzo avea rimorso di aver mentito alla buona creatura che gli voleva tanto bene. Non già che tra la Candian e lui durasse tuttavia la passione che aveva buttato l'una tra le braccia dell'altro con impeto quasi selvaggio...
Dopo tre anni, ella aveva riflettuto intorno alla sua situazione nella società; egli si era accorto che la sua amante aveva quattro o cinque anni più di lui. Nè l'uno nè l'altra avevano mai fatto parola di questo: ma la loro relazione non viveva più d'amore; sopravviveva all'amore. Maggiormente staccato lui, Renzo, che intanto non voleva farglielo capire, per fiacchezza d'animo, per delicatezza forse anche... In quegli ultimi mesi, intanto, era avvenuto nella Candian un ravvivamento inaspettato. Renzo, con l'animo già pieno del nuovo amore, per Lidia, ch'egli corteggiava da qualche tempo (senza però dichiararsi, a fine di scovrir terreno e aver la certezza di non essere sgradito) aveva sentito da prima gran fastidio di quell'improvviso rinfocolamento; poi si era lasciato vincere dalla pietà, precisamente quando egli era sul punto di far capire alla Candian che le circostanze sociali lo costringevano a dare un altro indirizzo alla sua vita... Così egli si era trovato alla fine tra due fuochi. Alla Candian non avea più detto niente del fidanzamento con Lidia, rimettendo la cosa da un giorno all'altro, e a Lidia....
— Oh Dio! Oh, Dio!
Gli venivano i brividi pensando a Lidia...
— Come era avvenuto? Che benda aveva sugli occhi in quel momento? — Rimandando a Lidia alcune sue lettere, ch'ella voleva rileggere..... Era nata una disputa fra loro: Lidia diceva di avergli scritto una cosa: lui affermava di no... Come finire la questione? Riscontrando le lettere.... Egli le aveva messe dentro una busta — erano cinque o sei — e gliele aveva consegnate di sua mano, un sabato sera; Lidia dovea rileggerle, trovare il passo controverso....
— Dio! Dio! Non era dunque un cattivo sogno? —
Tra le lettere riportate egli aveva avuto la sbadataggine di metterne una della Candian, l'ultima, recentissima, tutta piena di abbracci, di baci... e di gelosia anche, perchè la notizia del fidanzamento di lui con Lidia Franzeri le era finalmente arrivata all'orecchio... Renzo s'era arrabbiato, aveva negato, prendendosela o meglio fingendo di prendersela contro la pettegola società nella quale non si poteva più vivere tranquilli... Appunto, appunto in quella lettera la Candian gli diceva: — Ti ho creduto!
E Renzo si rivedeva nella sua stanza, tutto allegro di aprire la busta d'una lettera di Lidia... e si rivedeva buttato sul canapè, come fulminato, con ai piedi il terribile foglio cascatogli, non letto intero, di mano.....
E stupito di trovarsi ora in quella cameretta — di faccia alla signora Aurelia, con Livia trambasciata, febbricitante, forse colpita a morte dalla sbadataggine di lui, col signor Franzeri che lottava contro il sonno su la poltrona accanto a l'uscio — si vedeva riapparire davanti agli occhi il funesto foglio, poi letto e riletto più volte, e gli pareva di rileggerlo:
“Signore. Questa lettera non è mia e ve la restituisco. Come siete stato crudele! Lo avete fatto a posta o per isbaglio?„
— A posta?... Dio mio!... A posta? — ora protestava di nuovo.
E gli pareva di continuare a leggere:
“Nell'uno e nell'altro caso, avete commesso un'infamia senza nome! Che male vi ho fatto? Vi amavo!... È inutile dirvi che tutto è finito tra noi. Non ho forza di scrivervi altro. Quando ci rivedremo, vi dirò a voce il resto... Non tentate di scusarvi, sarà inutile. Rassicuratevi però: nessuno saprà mai niente!„
Ed egli si era scusato, e aveva atteso invano una risposta. Poi era scappato via, per Firenze, con la scusa di un affare di suo zio, ma veramente per sbalordirsi, per riacquistare tanta forza da dominarsi e poter affrontare la dolorosa scena di quella spiegazione che doveva decidere del loro avvenire.
Ed eccolo lì, in attesa della sua sentenza, con l'animo straziato dallo spettacolo di quella malata... ah, non malata ma assassinata, povera creatura! E l'assassino era lui!
— Franzeri, tu caschi dal sonno! — disse la signora Aurelia al marito.
— No; questa luce mi affatica gli occhi e perciò li tengo chiusi.
— Che! Va' a dormire. Fai cerimonie con Renzo?
— Buona notte, dunque! — disse il signor Franzeri, rassegnandosi facilmente ad andare a letto. — Non la svegliare — soggiunse alla moglie, indicando la malata.
E andò via, ciondolando quasi barcollasse.
Renzo fece un movimento. Lidia, aperti gli occhi, li aveva subito richiusi. Dunque non dormiva; dunque non li teneva chiusi per stanchezza, ma per non veder lui!
Aveva ragione, povera creatura! E già stava per alzarsi e accomiatarsi, quando la signora Aurelia gli domandò:
— L'affare di tuo zio è andato bene?
— Male anzi. Dipende — soggiunse con subita ispirazione — dalla volontà di una persona che è indignata di un atto inescusabile, sì, ma spiegabilissimo di mio zio, uomo fiacco, irresoluto. Quella persona però, seria, ragionevolissima, ha avuto le più ampie spiegazioni; altre ne avrà. Speriamo che non si ostini nel suo falso giudizio. Il povero zio ne impazzirebbe.
— Gravissima per le conseguenze, non per sè stessa.
— Figuriamoci tuo zio!
— Non sa darsene pace!
Rispondendo, Renzo avea guardato più volte Lidia, sperando che gli mostrasse di aver capito che egli intendeva alludere al loro affare; ma Lidia era rimasta immobile, con gli occhi chiusi.
Fu picchiato all'uscio. La serva annunziava la visita d'una signora per Lidia; doveva farla passare?
— Riposa; non voglio svegliarla — disse la signora Aurelia. — Vo' io di là, un minuto. Caso mai, vieni a chiamarmi — soggiunse, rivolta alla serva, facendole cenno di rimanere.
La vecchia, appoggiata allo spigolo dell'uscio, attese un po' in silenzio, poi domandò:
— Le dura ancora la febbre?
— No. Se hai da fare, ci son io qui — disse Renzo.
— Vo' a finir di cenare, giacchè permette. Tanto, lei...
E non compì la frase. Il fidanzato della sua signorina poteva vegliarla meglio.
— Lidia! Lidia mia!
Renzo, alzatosi subito da sedere, stava per posare una mano su la fronte di Lidia. Ma ella aveva aperto gli occhi e cavato fuori il braccio per impedirgli quell'atto.
— Non mi toccate!... Non venite più! La vostra vista mi è odiosa! Dovreste capirlo, Ah, che infamia!... Ma vi ho perdonato, Renzo! Siete un uomo come tutti gli altri... ed io vi credevo diverso! Per carità verso i miei genitori, che vi stimano e vi amano come non meritate:... io non dirò mai una sola parola di quel che è accaduto. Trovate voi una scusa, un pretesto di rottura...
— Lidia! Lidia mia! — la interruppe Renzo balbettando:
— Io non mostrerò di affliggermene troppo per non affliggere loro.
— Lidia, non è possibile!... È assurdo!
— Trovate un pretesto... e subito!... Non mi fate morire di angoscia prolungando più oltre questa tortura. Vi ho perdonato. Ve ne do una gran prova... Vi sarò anche grata... vedete? perchè voi solo mi avete fatto provare che cosa sia amore! Non insistete!... È inutile! È inutile... Non sono più la vostra Lidia... Non sarò di nessuno. Lasciatemi morire tranquilla!... E se anche non morrò... Andate via... Non vi fate vedere più in questa casa!... Addio! Addio!... Viene la mamma... Sedetevi.... Non vi fate scorgere!...
E mentre si avvicinavano i passi strascicanti della signora Aurelia, Renzo ricadde su la seggiola coi gomiti su le ginocchia, con la faccia fra le mani.
Aveva capito dal suono della voce, dagli sguardi di Lidia che la terribile sentenza era irrevocabile, ahimè!
— Hai sonno anche tu, Renzo? — disse la signora Aurelia vedendolo in quella positura.
— Viaggiare di notte mi stanca. Non posso dormire in ferrovia.
— Lidia!
La signora Aurelia scosse leggermente la figlia.
— Renzo va via; è stanco.
Lidia lo guardò fissamente con occhi supplicanti:
— Addio! — disse sforzando le labbra a un sorriso.
— Buona notte! Riposa bene!...
La signora Aurelia volle accompagnarlo fino in salotto.
— Non è niente — disse. — Non essere apprensivo più di Lidia. Come sei sconvolto in viso! Vi fate tutti e due il mal augurio, Dio mio! Il dottore verrà alle 10 di mattina domani. Ecco i giovani d'oggi! Un'indisposizione da nulla li atterrisce!
Renzo non poteva parlare. Sentiva la lingua incollata al palato. Strinse la mano della signora Aurelia che dal salotto volle accompagnarlo fino all'uscio, confortandolo, e garrendolo per quell'aria di funerale che aveva:
— Ecco i giovani d'oggi!
Scese le scale lentamente, rivoltandosi per guardare quell'uscio che si chiudeva dietro a lui per l'ultima volta, per sempre! Non poteva illudersi. Sapeva che carattere di acciaio fosse quello di Lidia. Tentar di piegarlo era opera vana! E il cuore gli scoppiava! E la mente gli vagellava.... Era dunque finita? Per una sbadataggine? E un impeto di terribile odio contro la funesta Candian gli faceva stringere nervosamente i pugni!... E un disprezzo di sè stesso, della sua vigliaccheria di fronte a quella donna, e della miseria delle passioni umane gli saliva come una nausea dal profondo del cuore!...
Il cielo era sereno, limpidissimo. Uno splendido chiaro di luna inondava le vie e le piazze, quasi deserte. E la placida solennità di quella notte di luglio gli pareva un insulto alla sua immensa ma ben meritata sciagura!
CONFESSIONE
Pallida, tremante, quasi provasse il ribrezzo della febbre, la signora Martucci, chinatasi, accostò l'orecchio all'uscio dello studio di suo marito e stette un momento a origliare. C'era gente. Ella distingueva le voci; ma, per lo spessore della portiera, non afferrava le parole; pareva che tra suo marito e le persone che erano da lui accadesse una discussione molto vivace. Due o tre volte di sèguito, udì ripetere uno stridulo: No!... Qualcuno rideva... Un altro parlava in tono conciliante.... Ragionavano di affari. Suo marito a intervalli tossiva. Poi, rumore di seggiole smosse, voci parlanti confusamente insieme, e di nuovo quel: No! no! stridulo, che pareva fendesse anche l'uscio.... Andavano via? Che! Tornavano a sedersi!
Ella origliava ansiosa, e di tratto in tratto portava una mano al cuore. La discussione era ripresa più calma. Ora si riconosceva benissimo la voce del notaio Ciamarra, lenta e grave, da uomo esperto... Ahimè, andavano per le lunghe! La signora Martucci si rizzò su la vita, si passò replicatamente le mani sulla faccia, fece alcuni passi indietro, e lasciò cadersi, accasciata, su la poltrona: respirava appena. Sentendo tornar a stridere dalla solita voce: No! no!, balbettò anche lei:
— No, no! Non oggi; domani!
Si aggrappò a un ginocchio con le mani convulse, spalancando gli occhi attorno pel salottino, quasi cercasse riconoscere il luogo in cui si trovava, e ripetè nel suo interno la nuova decisione presa:
— Non oggi; domani!
Intanto guardava macchinalmente ne la semioscurità i mobili, i quadri, i libri e gli album sparsi sul tavolino, i vasi di porcellana negli angoli e, vicino al caminetto, il paravento giapponese su cui un animale mostruoso attanagliava con orridi artigli un uccello bianco che pareva si dibattesse nello strazio dell'agonia, proprio come ella si dibatteva in quel momento trambasciata dal rimorso.
E rabbrividiva, ricordando; e ne lo stesso tempo continuava a osservare intentamente la meravigliosa incrostatura che le pareva parlante immagine dei tumultuosi sentimenti da cui si sentiva da due ore dilaniata.
Ah, non era un'allucinazione di sensi sconvolti! Il tristo avvenimento le si presentava alla memoria con terribile evidenza; le si svolgeva nella immaginazione, quasi davanti agii occhi, con tutti i più minuti particolari, da non permettere affatto d'illudersi e di dubitarne un solo istante.
— Che infamia!....
Era inesorabile; e negli occhi le lampeggiava il disprezzo di sè per quella colpa che aveva distrutto in pochi minuti tanti anni d'illibatezza, suo grande orgoglio in faccia a parecchie amiche! In pochi minuti, lei, la pura, la casta, la superba della propria onestà, era diventata peggio di loro! Peggio anche delle infelici che si danno per fame, per vizio, per amore talvolta, e che non mentiscono a nessuno, nè tradiscono per capriccio, per malsana curiosità.... Sì, sì! Era stato un vile capriccio, una malefica curiosità, niente altro da parte sua.
— Che infamia! — ripeteva tra i denti con rabbiosa efficacia, quasi ad imprimerselo bene in mente, come un marchio da non scancellarsi più.
S'era giudicata e condannata. Restava soltanto eseguire la sentenza... E il suo giustiziere era di là, tranquillo, ignaro, occupato di grossi affari, smanioso di accumulare ricchezze unicamente per far felice colei che ne lo aveva rimeritato in così malo modo!... E se lo vedeva insorgere dinanzi col furore delle persone buone e calme, il più tremendo di tutti: e si sentiva attorno al collo la stretta delle mani vendicatrici che dovevano soffocarla e ch'ella avrebbe benedette morendo!... Voleva così! Così soltanto avrebbe espiata la sua miserabile colpa!
E se, quasi indettata da quello stridulo: No! no!, aveva ora presa la decisione di rimettere a domani la propria confessione al marito, non era perchè già si sentisse vacillare il coraggio, ma per maturar meglio le circostanze con cui metterla in atto. Oggi era troppo agitata, quasi pazza. L'accento, l'aspetto, i gesti avrebbero potuto indurre in inganno suo marito e farlo esitare pel dubbio che le si fosse improvvisamente sconvolta la ragione in una crisi di nervi. No: doveva presentarglisi risoluta, ma calma, e irritarlo maggiormente con la fredda parola rivelatrice dell'infamia commessa, e provocarlo, e aizzarlo, senza dirgli, come intendeva fare poc'anzi: Ti ho tradito! Ammazzami!... Ti ho tradito così e così! Ammazzami! Ammazzami!
— E se domani non ne avrò più il coraggio?
Rimase sbalordita all'idea della possibilità che l'era balenata alla mente, e alzò la fronte quasi ad interrogare le cose dattorno, se mai tale caso poteva darsi. La signora Martucci portò le mani alla testa, conficcando le dita fra i capelli: sentiva sfuggirsi la speranza di quella giustizia con cui voleva procurarsi un'espiazione, una purificazione e liberarsi dal rimorso che, forse, in quel punto le sembrava più terribile della morte!
— Oh, no! — esclamò, levandosi con uno scatto dalla poltrona. — È assurdo! Non sarò così vigliacca!
Si sentiva soffocare in quella penombra, e spalancò la finestra.
***
Guardava fuori inebetita; si strizzava le mani, ricordando che era arrivata a questo lentamente, coscientemente, con uno sforzo della volontà contro l'intima riluttanza; che aveva assistito, quasi si fosse trattato di cosa altrui, al graduale pervertimento del suo senso morale, a quella mostruosa fioritura di curiosità provocata dalle confidenze di alcune amiche che accorrevano a sfogarsi con lei come con persona tollerante e fida.
Infatti ella le ascoltava calma, mostrando la benignità della sua compassione nel sorriso che le veniva a fior di labbra, nelle lievi scosse della testa, segno d'ingenua meraviglia. Quell'ardore di passione, quell'effluvio di peccato che si diffondeva nel salottino al mormorio delle rapide parole sommesse, tra singhiozzi talora, tra convulsi da cui venivano interrotte le confidenze sgorganti; tra terrori di pericoli reali o sospettati; tra crisi di rotture e di gioie per rannodamenti inattesi; tra scoppi di gelosi furori e minacce di vendette femminili, meditate con sapiente perfidia e anticipatamente svelate, quasi addentate come frutti immaturi per gustarne l'aspro e amaro sapore: quell'ardore di passione, quell'effluvio di peccato l'avevano lasciata per molto tempo tranquilla, con la sola compiacenza di sentirsi messa fiduciosamente a parte di segreti che di rado una donna palesa a un'altra donna, quando non la stima capace di fare altrettanto.
Rimasta sola, ancora col fruscio negli orecchi della veste dell'amica andata via, e l'immagine negli occhi di un viso su cui la passione aveva stampato un'impronta dolorosa, ella si sentiva stringere il cuore di compassione per quella povera creatura che si tormentava da sè stessa ed era intanto così lieta del proprio tormento. Per lo più, quelle tre o quattro amiche che, l'una all'insaputa dell'altra, l'aveano scelta per loro confidente, non solo non avevano quasi mai niente di allegro da apprenderle, ma venivano da lei per sfogarsi di disinganni, di umiliazioni, di tradimenti patiti; o per alleggerirsi la coscienza con quelle mezze confessioni che non chiedevano un'assoluzione e non provocavano una penitenza, e pure assopivano i rimorsi.
Le parevano malate di cervello e di cuore: non osava condannarle. Stava ad ascoltarle senza annoiarsi nè stancarsi; e, da prima, senza neppur gustare, assieme col piacere d'apprendere una avventura strana capricciosa e cattiva, la soddisfazione di sapere che giammai ella avrebbe potuto commettere qualcosa di simile. Allora si era anzi domandata più volte, titubante, se esse le dicevano proprio la verità. Sospettava che volessero sbalordirla esagerando, colorendo vistosamente sentimenti e fatti che poi non avevano niente di romanzesco, nè di poetico, nè di elevato nella stessa loro nequizia. Quando però le vedeva piangere e terribilmente soffrire per le ansietà di un pericolo che le teneva sospese tra la vita e la morte e poteva produrre, tutt'a un tratto, una terribile catastrofe da coinvolgere nella rovina parecchie persone — marito, figli, parenti — allora non poteva più ostinarsi a non credere. E il cuore le si gonfiava di pietà che scusava tutto, perdonava tutto, e che per poco non abbelliva dell'aureola del martirio e dell'eroismo quelle misere creature agitate dalla passione, trascinate alla colpa da tale violenza contro cui, forse, non era possibile resistere.
A poco a poco avea preso gusto alla sua parte di confidente; se ne sentiva lusingata. Assisteva impassibile a quelle lotte, a quegli abbandoni, con lo stesso egoistico sentimento di colui che assiste a un naufragio, sentendo solido il terreno della riva sotto i propri piedi.
— Era dunque insensibile? Diversa affatto da quelle altre? Non aveva nervi? Non aveva cuore?
Se lo domandava.
No; solamente la sua benigna stella l'aveva aiutata, sin dalla fanciullezza, col buon esempio della mamma, con l'educazione ricevuta dalle sante monache del Sacro Cuore; soprattutto l'aveva aiutata col darle, sin dal concepimento, un corpo equilibrato, uno spirito sano, semplice e riflessivo, che aveva cominciato ben presto a osservare uomini e casi con molta calma e senza traveder mai. Aveva amato anche lei, di nascosto; ma il giovane prescelto però era diventato subito suo fidanzato; poi, a ventidue anni, suo marito. Moglie felice, circondata di agi e di affetto, non s'era accorta di nessun mutamento, di nessuna diminuzione dei propri sentimenti. Era rimasta innamorata del marito e non lo aveva celato, come tant'altre: aveva anzi messo un che di orgoglio nel mostrarsi tale dovunque; e per ciò nessuno aveva mai osato accennare, parlando con lei, a sentimenti che non fossero di ammirazione e di rispetto. Mai una parola sconveniente era suonata al suo orecchio; mai ella avea sorpreso in qualcuno degli amici e dei conoscenti, incontrati spesso nei ritrovi sociali, nei balli, nelle villeggiature, una di quelle occhiate che sembrano svestire una donna fiammeggiando di desideri villani.
E sapeva, quanto ogni altra, di esser bella e piacente; n'era perfino un po' vana, meno per sè medesima che per suo marito. A trent'anni, ne mostrava appena venticinque; e quando parlavano del suo carattere tutte le amiche di lei ripetevano senza malizia: — È ancora una fanciulla, come pare dal viso. — Elogio che le faceva molto piacere.
***
Incontratasi nelle società con alcune compagne di collegio, aveva riannodato relazioni carissime, quando appunto credeva che non avrebbe più rivedute e Amalia Brandi, già diventata signora Marratti, e Elisa Colonnello, ora signora Palorsi, e Caterina Leotri, poveretta, rimasta vedova a ventott'anni d'un capitano di artiglieria: caratterini un po' strani, immaginazioni sbrigliate, cuori leggieri e teste più leggiere ancora, che si erano buttate nel mare magno della vita, avide di piaceri, di commozioni, di avventure e che parevano invecchiate innanzi tempo, di corpo e di spirito, quantunque alcune di esse fossero più giovani di lei di qualche anno.
Non le invidiava, e non le giudicava severamente; le difendeva anzi, se erano accusate da chi, sottomano o palesemente, faceva peggio di loro. Le riceveva in casa sua, rendeva loro le visite; e in questo modo era diventata la loro confidente. Le trattava, sicura che la loro infezione non le si sarebbe attaccata. Sapeva di possedere un gran preservativo: la sua saggezza; e stimava che quel loro male, in gran parte, bisognava addebitarlo alle circostanze, o a un marito, o a una suocera, o a tutti coloro che avevan contribuito prima a farle cadere, poi a precipitarle più in basso con le malignità, coi pettegolezzi, con le calunnie anche, con tutte le vigliaccherie mascherate di morale, che le facevano stomaco e che la spingevano a contrapporsi — rimanendo amica delle disgraziate, come le chiamava — alla spregevole ingiustizia sociale.
Un giorno, suo marito messo su (ella non aveva mai domandato da chi) le avea mosso timidamente qualche osservazione intorno alla intimità con quelle signore che facevano così ciarlare di sè. E aveva soggiunto subito:
— Bada, cara Clotilde; te lo dico perchè suppongo che tu, nella tua grande semplicità, ignori i pettegolezzi della gente.
— Non li ignoro — aveva risposto. — Che m'importa di quel che le mie amiche fanno o non fanno? Io ho la mia coscienza, ed essa è un libro aperto per te.
Enrico, soddisfatto, non glien'aveva più riparlato. Adorava sua moglie come se ne sentiva adorato. E poichè il cielo non aveva voluto consolare di figli la loro unione, pensava a rimeritare la sua Clotilde con un'agiatezza corrispondente ai loro modesti desideri. Non c'erano feste, divertimenti di villeggiatura e di viaggi, soddisfazioni di lusso materiale e spirituale, consentite dai loro mezzi, a cui egli non curasse di farla partecipare. Marito e moglie si vedevano dovunque assieme come due sposi ancora nella luna di miele. Soltanto da qualche anno Enrico, impigliato nell'ingranaggio dei grandi affari, pareva un po' mutato. Ma Clotilde non se ne lagnava, non mostrava neppure di essersene accorta. I buoni affari, i grossi guadagni si traducevano in altrettante dimostrazioni di affetto per lei. Era cambiato il modo, e ne soffriva un tantino la loro vita intima, perchè gli affari sono invadenti e pigliano troppo tempo. La nuova mobilia, la nuova abitazione però, tutte le delicatezze del benessere non corrispondevano forse alle solite parole affettuose e alle solite carezze alquanto diradate? La vita è fatta così; bisogna prenderla com'è.
***
Ed ella si riduceva quasi tutta delle amiche con naturale diversione. Ora s'interessava dei loro intrighetti, e provocava le loro confidenze; dava a questa il comodo di scrivere una lettera; a quella di ricevere un'imbasciata. Avea parole di conforto per l'una; osava porgere qualche consiglio all'altra, profittando dell'esperienza acquistata in tanti casi diversi studiati, per dir così, su terreno neutro. E le sgridava, le ammoniva maternamente; e tentava di ritrarle, senza prediche, senza rigidità inconcludenti, dai cattivi passi dove esse si buttavano con recidiva storditaggine.
Qualche volta rifletteva, ma di sfuggita, che quella angosciosa esistenza doveva pur avere grandi attrattive, se coloro vi si rituffavano, appena scampate d'un pericolo, appena consolatesi di un disinganno. Ebbre, ribevevano per aumentare l'intensità dell'ebbrezza. Ella però era contenta di trovarsi fuori di quell'ambiente turbinoso. Piangevano troppo, le disgraziate; vivevano in continua tortura di sospetti, di palpiti, di minacce; scontavano sempre con un inevitabile gran dolore la voluttà di qualche istante. Come non se n'avvedevano?
— Ah, tu non sai! Tu non hai provato! — le disse una volta Elisa Palorsi.
— Tuo marito ti vuol bene. Non ti basta? — aveva risposto Clotilde.
— È un'altra cosa!
Questa parola di Elisa le era rimasta conficcata nella mente come una tentazione, come una suggestione che le lavoravano dentro sordamente.
Cominciò a guardare attorno a sè, per capire che mai poteva essere quest'altra cosa. Non lo sapeva forse? Era precisamente il contrario della sua vita tranquilla, di quella deliziosa serenità che le manteneva la freschezza della carnagione sul viso e un'uguale freschezza spirituale nell'animo. No, non le importava di provare. E poi, doveva provare a freddo? Il suo cuore taceva; i suoi sensi tacevano. Tutti gli uomini da lei conosciuti non valevano quanto Enrico nè per bellezza virile, nè per bontà di carattere. Non s'era mai sentita turbare da un'impressione, tanto da sospettare che anche per lei potesse esistere quell'altra cosa di cui Elisa avea parlato. Meglio così. Era difesa, naturalmente, senza nessuno sforzo da parte sua, fin contro ogni esterna tentazione. Dalle interne, che potevano scaturire da questo incosciente rimuginìo, non badava a guardarsi. Sentiva, per le confidenze delle amiche, il gusto del frutto proibito e, senza intingervi le labbra e senza correre il pericolo di rompersi un dente contro il nocciolo duro, assaggiava con qualche compiacenza quell'acre sapore; ma non lo giudicava così squisito come Amalia Marratti, Elisa Palorsi e Caterina Leotri affermavano. Voleva dire che il suo palato era sordo al pari dei suoi sensi, del suo cuore e della sua immaginazione. Capiva che questa, soprattutto, doveva avere una gran parte nel valore delle agitazioni chiamate da quelle: Vita vera. E certe volte, sempre di sfuggita, si rammaricava di esser fatta in un altro modo; quasi si vedesse interdetto qualcosa che, forse, poteva essere un senso più raffinato, più complicato, di cui non riusciva a formarsi nessuna idea, come i ciechi nati dei colori.
— Meglio così! — conchiudeva.
. . . . . . . . . .
E il passato continuava a sfilarle dinanzi, nello sbalordimento di quel minuto esame di coscienza.
***
Da un mese in qua, intanto, non si sentiva più perfettamente tranquilla come prima. Provava una irrequietezza sottile sottile, ma vacua e senza scopo; un bisogno non sapeva intendere di che cosa; un desiderio ch'ella interrogava e che non le dava risposta, quasi preferisse di essere indovinato, non di palesarsi da sè. I suoi sensi rimanevan tuttavia addormentati, il suo cuore ugualmente; l'immaginazione non si accendeva di quei bagliori iridati che trasfiguravano per quelle altre la più volgare realtà. Nessuno sprazzo di luce fuori o dentro di lei. La natura rimaneva tal quale l'aveva veduta sempre: bella e serena, quando era bella e serena; brutta quand'era brutta; insignificante, se tale. E gli uomini? Nessuno di essi valeva quanto il suo Enrico. Pure...!
A poco a poco cominciò a capire: si sentiva afferrare da una curiosità morbosa che la tormentava, senza esaltarla. Voleva sapere anche lei; voleva provare anche lei!
E non se ne meravigliò, non ne fu turbata. Sorrise anzi, di quella stranezza. Invece di reprimerla, la secondò, la incoraggiò, senza dirne niente alle sue amiche; lieta di avere finalmente una specie di segreto con cui baloccarsi nei momenti stanchi, quando le visite, i divertimenti, le distrazioni della lettura non bastavano a tenerla occupata. Sì, avrebbe voluto sapere anche lei; avrebbe voluto provare anche lei! Ma come? A freddo? Grave obbiezione che la contrariava e alla quale non trovava nulla da opporre.
Era però qualche cosa di nuovo ne la sua vita quell'assillo di curiosità che tornava a pungerla ad intervalli sempre più corti.
E stava come in ascolto, se mai i suoi sensi dèssero una scossa, se mai il suo cuore provasse un palpito per qualche persona che non fosse suo marito; se mai potesse sorprendere ne la sua immaginazione un bagliore qualunque.
Niente! Niente!
Allora s'impuntò, indispettita di quell'atonia che la rendeva virtuosa per forza.
E si sentì correre un brivido per le ossa, quasi indignata protesta di tutta la sua vita; e provò uno sbalordimento, un lieve senso di ribrezzo di sè medesima.
Le parve che questo, appunto, fosse il principio d'una serie di sensazioni, di commozioni nuove. Forse anche quelle altre avevano cominciato così; infatti, su le prime, le avevano parlato di lotte, di resistenze. Ella però non si sentiva tratta a resistere e a lottare; la sua curiosità era piuttosto un atto di ricerca, qualcosa di simile a quel sentimento che spinge il bambino a disfare il giocattolo per persuadersi com'è fatto. Ella voleva provare soltanto per convincersi se era vero: fosse poi vero o no, non le importava. Se non era vero, peggio per coloro che s'illudevano. Già, una volta convinta, non avrebbe ritentato più. La sua vita era troppo lieta, troppo attraente, da voler rimutarla da cima a fondo. Quando avrebbe visto come il giocattolo era fatto, lo avrebbe buttato in un canto, non ci avrebbe pensato più.
Prendeva in ridere la cosa: si canzonava per tutte queste stramberie che le passavano per la mente. Proprio non aveva altro da fare, se si occupava di tali sciocchezze! Poteva mai essere? Avrebbe avuto il coraggio, anzi la perversità di tentare a freddo? Non rifletteva neppure che, per lo meno, bisognava trovarcisi in due! L'altro, il giocattolo, si sarebbe compiacentemente prestato alla prova? Giacchè, infine, bisognava condurre la cosa come una prova seria, come un serio esperimento: altrimenti che conchiudeva? Eh, via!... E tornava a ridere di sè medesima. Poi diventava tutt'a un tratto pensosa. La curiosità la riafferrava, la mordeva forte.
E n'ebbe paura il giorno che fra le nebbie delle sue lunghe fantasticherie, le apparve, velata sì, ma riconoscibile, la figura di Emilio Gori. Da parecchi mesi le stava attorno, con l'aria dolente e rassegnata di un innamorato senza speranza; cosa insolita per lui.
Una notte, ella lo avea sognato. La conduceva pei viali di un giardino, poi lungo un corridoio stretto e buio, dove improvvisamente irrompeva in una dichiarazione di amore, e la baciava su le labbra. Lo sdegno, per questa violenza, le avea rotto il sonno tutt'a un tratto. Ma durante la giornata, a intervalli, ella avea ripensato con dispetto a quel sogno; avea continuato a ripensarci nei giorni appresso, assaporando la strana sensazione d'un fatto tra avvenuto e non avvenuto — si trattava di un sogno — arguendo dalla viva ripercussione di quella sensazione immaginaria la intensità che avrebbe dovuto avere la sensazione reale. Giunse fin a fantasticare:
— Se il sogno si riproducesse!
Attuare, sognando, la prova che non aveva il coraggio di tentare sveglia, sarebbe stata raffinatezza affatto nuova e squisita.
Il sogno, ahimè! non si era riprodotto e la vista di quell'innamorato che non osava neppur sperare, dall'aria dolente e rassegnata, le produceva un turbamento penoso e delizioso insieme.
Avea troppo presunto di sè!
Se n'accorse quella sera ch'egli la guardava da un angolo del salotto in casa della Palorsi, fingendo di sfogliare un album di fotografie sur un tavolinetto.
Era stato caso o atto premeditato di Elisa?
L'amica l'avea condotta là per mostrarle un ritratto.
Poche parole eran state scambiate tra il Gori e lei in presenza dell'amica. Poi — caso o atto premeditato? — Elisa (con qual pretesto? Non lo rammentava più!) l'avea lasciata là improvvisamente.
E si era sentita afferrare da un violento fascino che non le avea permesso di muoversi, di allontanarsi!...
Oh, avea troppo presunto di sè!
Ora, ripensando, ella si stupiva di tutto quel lento lavorìo di perversione da cui s'era lasciata sopraffare: la sua vanità aveva aiutati i cattivi suggerimenti dell'esempio. S'era creduta diversa, oh, molto! di quelle povere teste scombussolate, di quei poveri cuori messi sossopra dall'uragano delle passioni... e il Signore l'aveva punita! L'avea lasciata cascare più giù, assai più giù di dove nessuna delle sue amiche era mai arrivata; avea permesso ch'ella commettesse il male pel solo scopo di commetterlo. Come fare di peggio?
Quelle misere creature potevano addurre per loro scusa la superficialità dell'intelligenza, la leggerezza del carattere, la impressionabilità dei nervi, gl'istinti della carne, i casi della vita, tutte le attenuanti che spiegano almeno, se non giustificano, gli errori e le colpe. Lei, no! Lei no!
Le pareva di aver agito pensatamente, freddamente, discutendo il suo disegno, preparando le occasioni, agevolando le circostanze, scegliendo, fra tanti, l'uomo che, secondo il suo giudizio, poteva appagarne più abilmente di ogni altro la curiosità, e introdurla di lancio ne le turbinose regioni dove Amalia, Elisa, Caterina, tutte le altre che ella conosceva appena di nome, eran penetrate per vie ritorte, dopo lungo cammino, lottando, superando ostacoli, segnando il suolo col sangue dei loro piedi scorticati dai sassi e dalle spine, lasciando fra i rovi, nella lor corsa affannosa, brandelli di carne viva, mettendo a repentaglio la pace domestica, il buon nome, la stessa vita, espiando la colpa quasi nel punto stesso che stavano per commetterla, se arrivavano a commetterla soltanto a quel prezzo!
Ella, invece, non s'era curata dei primi ammonimenti della coscienza, non era tornata addietro quando già poteva farlo ancora in tempo.... Senza nessuna commozione, senza nessuna ansietà aveva salito quelle scale, era entrata in quella stanza, ripetendosi:
— È questo? È questo?
E si era trovata faccia a faccia con quell'uomo, meravigliata di sentirsi colà come a uno dei soliti ritrovi, appena un po' impacciata, e riflettendo stoltamente:
— L'altra cosa verrà forse dopo!
Oh Dio! Come mai non aveva capito subito lo stupore di colui, che certamente aveva creduto dover gustare la novità di un'inesperta, e che intanto la vedeva, e la prima volta, pronta a tutto, come un'assuefatta a simili incontri, incurante fin di fingere una qualche resistenza, una lieve esitanza almeno? Ella si domandava insistente:
— E l'altra cosa?
Smaniava di soddisfare la sua curiosità di quell'ignoto di cui le avea parlato Elisa Palorsi; non vedeva l'ora.
— È questo? È questo?
Ma ogni istante che avrebbe dovuto produrle una sensazione nuova, destarle un sentimento più vivo di quelli provati ne la vita ordinaria, le recava una delusione, le rivelava una misera volgarità.
— È questo? È questo?
Là dove s'era immaginata di scoprire il mistero di quel complesso di sensazioni e di commozioni, che dovevano farle intendere il vero significato delle seducenti parole: — È un'altra cosa! — ella, all'opposto, avea trovato la nausea, il ribrezzo; e un'altra cosa, sì: l'orrore di sè stessa!
Ed era andata via barcollante, atterrita dell'indelebile marchio d'infamia che pareva già le struggesse il corpo e l'anima come un cancro divoratore; e l'idea di una pronta punizione, di un'espiazione, che soltanto la morte poteva compire, le era balenata subito alla mente e l'aveva invasa. Ella non scorgeva altro rimedio; non scopriva altra uscita!
— Morire! Confessare e morire!
Era risoluta.
***
Trasalì, sentendo aprir l'uscio dello studio. E alla vista di suo marito, che si accostava sorridente, spalancò gli occhi, pallida e diaccia come un cadavere.
— Che hai? Stai male?
— No.
— Tu stai male; oh Dio! — esclamò Enrico, vedendola quasi venir meno.
— Ho avuto paura — rispose. — Non mi aspettavo di vederti all'improvviso.
— Vieni — egli disse, prendendola per la mano. — Saliamo su la terrazza. Ho una cosa da mostrarti.
— Che cosa?
Balbettava, non aveva forza di parlare.
— Ma prima vieni di là.
Si mise sotto braccio il braccio di lei, accarezzandole la mano, e la introdusse nello studio.
— Guarda! — Le additava un fascio di carte spiegate sul tavolino. — Non ti dicono niente?
— Che vuoi che io sappia dei tuoi affari?
— Sono anche tuoi.
E porgendole le carte, soggiunse:
— Leggi.
Sorrideva, la guardava con aria soddisfatta, l'abbracciava, quasi, con quella piena tenerezza dello sguardo, che però le dava una terribile sensazione di freddo, come se le imponesse di leggere in quelle carte la propria condanna.
— Oh! Enrico! — ella singhiozzò, appena scorse le prime righe.
E scoppiò in un gran pianto.
— Bambina!
Egli le stringeva la vita affettuosamente, commosso di quel che gli pareva eccessivo slancio di gratitudine per quel desiderio soddisfatto con la compra di un villino a mezzo chilometro dalla città.
— È il mio sogno! — ella aveva detto più volte.
— Via! via! — soggiunse Enrico in tono scherzevole. — Se dovessi vederti ricevere a questo modo ogni mio regaluccio, mi passerebbe subito qualunque voglia di fartene. Quando piangi, i tuoi occhi non sono belli, sai?
Clotilde sentì inaridirsi tutt'a un tratto le lagrime, e non già perchè Enrico le aveva detto che col pianto le si imbruttivano gli occhi. L'enormità della colpa le appariva più evidente in faccia a quell'uomo che non sospettava neppure, che non poteva sospettare. Ah! Perchè non aveva mai sospettato? Perchè non aveva mai diffidato di lei? Perchè, invece di avvertirla fiaccamente, non le aveva imposto di romperla con quelle amiche che le avevano destato in seno la curiosità del male? Non spettava a lui, più savio, più forte, più pratico della vita, garantirla e difenderla? Ed egli, imprudente, l'aveva abbandonata a sè stessa: s'era fidato.
Abbrividì, vedendo che già accusava la bontà di quell'uomo.
— Come mi vuoi bene! — esclamò.
Gli cinse le braccia attorno al collo e lo baciò, ma in un modo quasi rabbioso, tanto che Enrico fu spinto a domandarle:
— Che hai?
— Senti!
Esitava. Aveva immensa pietà di lui, sul punto di fargli la terribile confessione. Le pareva d'invertire le parti e di colpire nuovamente chi era stato, e in altro modo, la sua vittima. Pure volle andare innanzi. Quella pietà non era un pretesto a cui cercava d'appigliarsi la sua vigliaccheria, l'amor della vita che si ridestava nel supremo istante, per renderla colpevole e mentitrice in una?
— Senti! Senti! — replicò, stringendo i denti, contorcendo le dita incrociate dietro la testa di lui nell'atto dell'abbraccio.
— Sei strana oggi! — esclamò Enrico.
— Come mi vuoi bene! — ella riprese.
E intanto, dentro di sè, ripeteva:
— Ora, subito! subito!
La lingua però non le si scioglieva.
— Non mi hai detto neppur: grazie! — egli la rimproverò dolcemente.
— Hai ragione. Sono cattiva! Noi donne siamo impastate di ingratitudine. Hai ragione; non ti ho detto neppur grazie!... Senti, Enrico... Se io fossi ben altrimenti cattiva?... Se rimeritassi il tuo affetto, la tua bontà, la tua generosità... nel peggior modo che può rimeritarla una moglie perversa...?
— Non fare ipotesi assurde! — egli la interruppe.
— Lasciami dire. Se, per tua e mia disgrazia, si dèsse mai questo caso assurdo... se io, la tua Clotilde, tutt'a un tratto,... mettiamo per un eccesso di follia...
— Ti ammazzerei! Così! — rispose Enrico con accento scherzevole, facendo comicamente il gesto di pugnalarla alla gola.
Ella si voltò rapidamente verso il tavolino, afferrò il tagliacarte di metallo, che avendo appunto la forma di un pugnale poteva benissimo ferire, e, porgendoglielo, balbettò:
— Ammazzami!... Ammazzami!
Enrico scosse le spalle e la testa, evidentemente annoiato d'una scena che gli sembrava stupida e fuori luogo.
Infatti il gesto e l'accento di Clotilde erano stati proprio teatrali, ma nel miglior senso di questa parola. Una grande attrice non avrebbe potuto pronunziare quella frase con maggior efficacia, nè fare un gesto più espressivo.
Ma che c'entrava questa burla di cattiva lega in quel momento?
E la prese per le braccia e la scostò da sè, con un po' di malumore, corrugando le sopracciglia, fissandola però per trovar la ragione dell'insolita stranezza di sua moglie.
— Andiamo su la terrazza. L'aria libera ti farà bene; saluteremo da lontano la tua villetta, il tuo sogno.
Lo seguì macchinalmente: e nel salire la scaletta a chiocciola che conduceva lassù, sentiva offuscarsi la ragione.
Non si era espressa chiaramente? Lo sciagurato non le credeva dunque? Non le credeva!
Ella non avea previsto questo caso! Ma era naturale, era ragionevole. Al posto di Enrico, non avrebbe creduto neppur lei!
Dall'alto della terrazza, in fondo a quella fuga di tetti, di comignoli, di cupole, di campanili, la campagna verdeggiava splendida sotto il sole primaverile: e laggiù laggiù, tra un ciuffo di alberi, piccina, quasi macchietta di biacca nel verde d'un quadro, la villetta, il sogno di lei, biancheggiava come una perla, e l'indice della mano di Enrico, additandola, sembrava la toccasse delicatamente.
— Eccola! È tua!
— Ammazzami!... Non mi credi dunque? — ella balbettò, afferrandogli la mano e stringendogliela forte.
Enrico la guardò stupìto.
— È uno scherzo sconveniente! Arrossiscine! Sei ammattita? — la sgridò severo.
— Ah! Dovrai credermi! — rispose.
E prima che suo marito potesse indovinare la trista intenzione, saltata la bassa ringhiera della terrazza, si slanciava nel vuoto.
Egli la vide capovolgere e sparire, strozzato dal terrore, impietrito, con le mani tra i capelli e l'orecchio intento al tonfo di quel corpo che andava a sfragellarsi sul selciato della via!
E appena comprese che sua moglie gli aveva rivelato la verità con quell': — Ammazzami! Ammazzami! — tese i pugni convulsi! Una sconcia parola gli era salita alle labbra, ma non potè pronunziarla...
— Clotilde! Clotilde! — balbettò.
E nei singhiozzi che gli impedivano di gridare, e nell'angosciosa furia, con cui egli precipitava giù per la scaletta, accorrendo, si capiva che una parola più degna e più giusta gli tremava, misero! nel cuore.
OFELIA
— Segga — disse il delegato di pubblica sicurezza. — Abbia pazienza un momentino, il tempo di rileggere e firmare queste carte.
Colui rimase in piedi, mantrugiando con una mano la falda del cappello di feltro grigio, passando replicatamente l'altra su la fronte umida di sudorino diaccio, chiudendo gli occhi di tanto in tanto, a ogni brivido acuto che gli scorreva per tutta la persona. Guardava impaziente il delegato, il quale seguiva con lieve movimento del capo lo scritto dei fogli spiegati sul tavolino, facendovi ora correzioni di punteggiatura, ora lunghi freghi sopra cui tornava a scrivere lentamente invadendo anche i margini con la grossa calligrafia.
— Segga — replicò il delegato alzando la testa dopo aver firmato e raccolto i fogli. — In che cosa posso servirla?
Neppur questa volta colui diè retta al cortese invito, e abbassate le braccia, rizzata la persona quasi per dare maggior solennità a quel che stava per dire, pronunziò a mezza voce:
— Mi faccia arrestare. Ho ucciso la mia promessa sposa.
Il delegato mutò tono, e prese aria severa:
— Chi è lei?
— Mario Procci, pittore.
— Dove? Quando l'ha uccisa?
— Ier l'altro, a Porto d'Anzio.
Il delegato fece una mossa di stupore e stese la mano al bottone del campanello elettrico, che squillò nella stanza vicina. Una guardia comparve su l'uscio.
— Chiamatemi Pini — diede ordine.
E continuò:
— In che modo? Perchè l'ha uccisa?
— Per gelosia. L'ho annegata.
— Come si chiamava?
— Anna De Luigi. Dovevamo sposarci fra due mesi...
— Segga — replicò il delegato, accompagnando la parola con un gesto imperioso.
Il pittore esitò alquanto, un po' offeso di quel gesto; poi sedette, e riprese a mantrugiare con tutte e due le mani il cappello, guardando fisso il delegato che volgeva gli occhi verso l'uscio in attesa del subalterno fatto chiamare.
— Pini — egli disse, vedendolo entrare — ieri l'altro non eravate a Porto d'Anzio?
— Sì, signor delegato.
— È avvenuto un delitto e non me n'avete detto niente?
— Un delitto?... Una disgrazia, signor delegato. Ero presente... C'era anche questo signore, lo riconosco benissimo. È annegata una bagnante.
— Questo signore si accusa di averla annegata lui.
— Non è possibile — rispose il Pini. — Egli era davanti a me, ritto sull'arena della spiaggia. Io lo guardavo, ammirando la sua bella maglia rossa, variopinta di strani ricami. Non entrò nell'acqua, non si mosse neppure quando si udirono gli urli delle signore che gridavano al soccorso; pareva di sasso. Dopo mi fu spiegata la cosa: mi dissero che era il promesso sposo dell'infelice signorina. Lo trassero di là senza ch'egli opponesse resistenza; era pallido, batteva i denti, non diceva una parola. Lo condussero nella cabina; e quando ne uscì, era così sconvolto che faceva pietà. Due persone, una delle quali suo parente — sono bene informato? — lo trascinarono via, sostenendolo per le braccia. È vero?
— Verissimo, — rispose il pittore.
— Perchè dunque si accusa di quell'annegamento? — domandò il delegato.
— Perchè è anche vero che l'ho commesso io — replicò il pittore.
I due funzionari di pubblica sicurezza scambiarono un'occhiata d'intelligenza.
— Capisco — disse colui. — Lor signori credono d'aver da fare con uno che ha smarrita la ragione per eccesso di dolore. S'ingannano. Appena sapranno in che modo l'incredibile annegamento è potuto accadere, a pochi passi dalla spiaggia dove l'acqua è così bassa che non giunge al collo d'una persona di media statura.....
— La spiegazione fu data subito — lo interruppe il Pini, che intendeva giustificarsi in faccia al suo superiore. — La signorina si sentì mancare, e lo disse alla cugina che le stava accanto. Rideva però nel dirlo — raccontò la cugina quasi accusandosi — ed io non le credetti! Tutt'a un tratto, mi sfuggì di mano (ci tenevamo per mano) affondò, e l'ondata sopravvenuta la portò via. Non ricomparve più! — Questa deposizione è consacrata nel verbale da me fatto e firmato dai testimoni. È strano dunque....
E il Pini terminò la sua frase con un gesto molto espressivo delle mani e della faccia, che intendeva confermare al delegato il comune sospetto.
— I fatti apparenti sono questi — disse il pittore. — Ella non ha torto. Osservino però: sono relativamente calmo; il mio aspetto, le mie maniere non hanno niente da far supporre uno sconvolgimento della ragione. Vengo ad accusarmi, pentito di quel che ho fatto, senza negare che ho agito sotto l'impulso della gelosia, della più cieca e più terribile gelosia, quella che non osa manifestarsi. Avrei potuto tacere; nessuno avrebbe mai sospettato il mio delitto, perchè il modo con cui è stato eseguito è di quelli che sfuggono per ora a ogni investigazione della giustizia.
— Quale? — domandò il delegato, corrugando le sopracciglia.
— Mi ascolti. Giudicherà dopo.
Con un gesto della mano il delegato gli accennò di attendere un momento; scrisse in fretta alcune righe sopra un foglio di carta e lo porse al Pini, che lesse ed uscì.
— Dica — soggiunse, sdraiandosi su la poltrona per ascoltare più comodamente.
Per qualche istante Mario Procci parve perdere quell'aria di sicurezza e di tranquillità con cui aveva parlato poco prima. Lasciò cascare a terra il cappello, si strizzò le mani, chiuse gli occhi, e il volto gli si coprì di nuovo pallore, che prendeva maggior risalto dalla folta e scomposta capigliatura nera, dai baffi e dalla barbetta acuminata al mento e rada su le gote. Fece stridere i denti, si morse le labbra scolorite, poi battè desolatamente le palme sui ginocchi, e fissando con pupille luccicanti il delegato, disse:
— Mi ascolti. Per quanto mi sforzi d'esser calmo, non potrò fare una narrazione ben ordinata... Ella, spero, mi scuserà.
E continuò, con frequenti brevi pause, quasi gli mancasse il fiato:
— Non dormo da due notti; non mangio da due giorni... Ho errato per la campagna, fra le macchie, come una bestia selvaggia, cacciato via via dal rimorso e dal dolore. Salendo le scale di quest'ufficio, mi reggevo a mala pena. Dunque... fu così. Sono pittore; forse il mio nome non le è ignoto....
— Sì, sì — rispose il delegato. — Ora ricordo; l'ultimo suo quadro ebbe l'onore d'essere comprato da Sua Maestà il Re, all'esposizione della primavera scorsa.
— L'ha veduto?
— Ofelia, se non isbaglio.
— Precisamente. Il ritratto di lei... Si direbbe un presentimento. Che fatalità!.... Il mio quadro era abbozzato, ma non trovavo una modella che mi contentasse. Passavano settimane senza che io potessi dare una sola pennellata... Avevo bisogno d'una figura reale, corrispondente all'ideale che mi balenava nella fantasia, e non la trovavo!... Un giorno — quasi due anni fa — un giorno che avevo disperatamente buttato per aria tavolozza e pennelli ed ero scappato via dallo studio, sissignore, in piazza di Spagna, davanti a una vetrina di gioielliere, veggo fermata... Dio! Mi parve proprio che la mia Ofelia avesse preso all'improvviso carne e ossa e mi stesse dinanzi agli occhi per opera d'incanto. Provai un sussulto doloroso, una meraviglia, una stordimento!... E come la vidi andar via insieme con le altre persone che l'accompagnavano, non potei resistere al desiderio di seguirla per scoprire dove abitasse e chi fosse; e seguendola, fantasticavo mille stratagemmi per avvicinarla e ottenere la grazia di una, due sedute... Perchè no? Si trattava di un'opera d'arte...
È inutile raccontarle come e dove, per una serie di favorevoli circostanze e di incidenti imprevidibili, potei esserle presentato. Tutto accade a puntino quando si tratta di rovinare un pover'uomo!...
Amare la propria modella è caso non raro tra noi pittori. Per me poi, non si trattava d'una modella comune. Anna non era soltanto bella, di quella bellezza delicata e gentile che sembra fatta a posta per sfidare qualunque potenza d'artista; era colta, era artista anche lei; suonava e cantava divinamente. Contraddizione non rara tra l'aspetto ed il carattere, quella pensosa figura da Ofelia diventava spigliata, allegra, caustica nella conversazione, appena si abbandonava al piacere di parlare. Insomma... ci amammo!
Dovrei dire: si lasciò amare. Non aveva cuore costei, no, non aveva cuore!... Era vana della sua bellezza, della sua voce, della sua abilità di suonatrice; amava di essere corteggiata, idoleggiata; non poteva amare, forse... Chi lo sa? La natura aveva dimenticato di mettere qualcosa in quel corpo, o in quell'anima...
Eppure ella acconsentì liberamente alla nostra promessa. Il mio nome, l'aureola di fama che lo aveva circondato dopo il gran successo del mio quadro, la illusero un momento? Un momento, sì, ho detto bene...
Era anche crudele. Accortasi della mia gelosia, quantunque non osassi mai muoverle rimprovero, agiva in maniera da più aizzarla e rinfocolarla, quasi si divertisse a quel giuoco. Mi vedeva soffrire, e rideva; mi vedeva triste, e mi canzonava o mi rimproverava; — Non posso patire visi lunghi!... — E non n'era lei la cagione?
Ma non ardivo rimbeccarla; l'amore mi rendeva timido.
E fu peggio quando mi parve che si fosse messa di accordo con quell'altro, con colui che la svagava a furia di motti e stupidità d'ogni genere. Non potevo sentirla nè vederla ridere. E colui le stava sempre attorno; se l'accaparrava in tutte le società dove c'incontravamo; la faceva ridere, ridere, ridere!... E a me mi si spezzava il cuore a quel gorgheggio argentino, a quel suono freddo della voce dove niente d'intimo vibrava. Se mi passava accanto, Anna mi guardava e borbottava: — Ecco musone!
L'amavo! Ero pazzo di lei! E musone soffriva zitto, masticava tossico. Soltanto pensava:
C'era un altro... ce n'erano parecchi, ero geloso di tutti!... Quest'altro non la faceva ridere, ma la circuiva con continue adulazioni, con complimenti ben raggirati, con frasi che, spesso, me n'accorgevo, la facevano arrossire e che lei avrebbe dovuto riprendere, e che accoglieva invece con un sorriso accompagnato da tale smorfietta da incoraggiarlo a proseguire...
Avevano stabilito, per patto scherzoso, che a ogni scommessa perduta ella doveva darle a baciare la mano. Io mi sentivo morire ogni volta che quelle labbra mostacciute si accostavano alla bianca manina che nessuno aveva più diritto di baciare da che tra Anna e me era corsa promessa di nozze. Ella se n'era accorta... e non ismetteva!
Eppure diceva di amarmi! E quando mi rispondeva: — Sì, sì, ti voglio bene! — quantunque mi accorgessi che lo diceva sbadatamente, le credevo, e mi sentivo felice. Lo stesso tormento della gelosia mi si mutava alla fine in segreta gioia d'amore...
Colui che la faceva ridere, ridere, m'ispirava una specie di disprezzo; quest'altro, no; l'odiavo. Mi pareva che colui sfiorasse appena la pelle d'Anna; e che costui, invece, penetrasse proprio nell'intimo di lei, e dovesse risentirne un piacere quasi di possesso... Per questo l'odiavo. E per consolarmi, ripetevo:
— Quando sarà proprio mia!
Oh, li avrei messi alla porta tutti costoro; e lei, l'avrei portata via con me, lontano, a Napoli, a Torino, in capo al mondo, dove nessuno avrebbe potuto contrastarmela o insidiarmela!...
L'amavo come un pazzo; non potevo vivere senza amarla!
— Come mai dunque?... — domandò il delegato, che era stato ad ascoltare con grandissima attenzione.
Il Procci lo guardò in faccia, quasi non avesse capito la ragione della domanda. S'era talmente eccitato parlando e talmente assorto nella visione del passato, da dimenticare lo scopo della sua venuta lì e di quella confessione accusatrice.
Chiuse gli occhi, si passò più volte una mano su la fronte, riprese coscienza del suo stato, e continuò con voce dimessa, quasi chiedendo scusa:
— Mi sono dilungato troppo intorno a questi particolari. Avevo il cuore ridondante; è la prima volta che posso sfogarmi. E avrei tanto da dire! Ma... Eccomi al fatto. Badi: non c'è stata premeditazione. Fu un'idea improvvisa, un lampo.... Prima però bisogna che le spieghi... altrimenti avrebbe ragione di credermi pazzo. Ascolti bene. L'importante viene ora. Ha inteso parlare di Donato?
— Quale Donato?
— Quel belga ipnotizzatore, suggestionista, come si qualificava, e che voleva fare sedute pubbliche qui in Roma, come ne aveva fatte a Torino, a Milano, a Bologna?...
— Sì, ricordo; ne ho inteso parlare. Che c'entra costui?
— La polizia gli negò il permesso. Donato perciò fece degli esperimenti in privato; ed io vi assistei parecchie volte; la stranezza dei fatti mi attirava. Volli provarmi anch'io, prima a essere suggestionato, poi a suggestionare alla mia volta. E riuscii oltre ogni credere...
Allora mi venne idea di suggestionare Anna...
Quel fragile corpicino doveva risentire in modo straordinario gli effetti della mia facoltà, che si svolgeva ogni giorno più con gli esperimenti ripetuti negli studi degli artisti miei amici. Anna rifiutò di tentare la prova. Sua madre fu più severa: mi proibì fin di parlare di tali operazioni, secondo lei, diaboliche... La proibizione della madre servì intanto a stuzzicare la curiosità d'Anna. Ella si compiacque d'aver da fare col diavolo... Credeva al diavolo anche lei, e, sapendo di far male, lo faceva. Era perversa per istinto.
Ed era così bella! Pareva una madonna. Bianca di carnagione, bionda di capelli, slanciata di persona, con certi occhi grandi così, d'un azzurro limpidissimo...
Si lasciò suggestionare di nascosto, a poco a poco, e fu sopraffatta in men d'una settimana. Il mio disegno era questo: Strapparle una sincera confessione; — Mi amava? Non m'amava? — Esitai, proprio sull'estremo punto di raggiungere il mio intento. Esitai pensando: — E se non m'ama? Se ama un altro? —
Allora mi diedi a suggestionarle stranezze contro i miei rivali. Il suo braccio doveva trarsi indietro quando stava per porgere la mano; e si ritraeva. Ella non doveva più ridere alle sciocchezze di quel tale..., e non rideva; rimaneva seria, quasi le si fossero fermati i muscoli del volto che producono il riso. Non doveva udire le parole di quell'altro... e non le udiva, colpita da improvvisa sordità...
Avrei potuto imporle d'amarmi... Fui onesto; non volli. Che valore avrebbe avuto per me un amore così ottenuto? La lasciai libera su questo punto... Ed era uno sforzo grandissimo; mi sentivo continuamente tentato. Fui onesto; non osai mai, mai! Sarebbe stata viltà. L'amavo così com'era; non la volevo diversa...
E forse ho avuto torto! Forse sarebbe stato bene per me e per lei... Non volli. Ormai è irrimediabile!...
La mia azione su lei era divenuta straordinaria: potevo arrestar Anna col solo sguardo, mentre andava da un punto all'altro d'una stanza. Si fermava, mi guardava, pregandomi, con rapida occhiata, di lasciarla andare... E la rendevo libera, con la sola volontà, quasi ella fosse ridotta un membro del mio corpo... Avrei potuto farne quel che avrei voluto... Non mi crede? Dubita della mia forza suggestiva? Mi dia la mano; bisogna ch'ella abbia una prova evidente... Mi dia la mano.
— Perchè? — domandò il Delegato, con un sorrisetto che intendeva nascondere il senso di indefinita paura da cui era turbato in quel punto. — So di che si tratta; ne ho letto qual cosa anch'io. La sua prova, in ogni caso, potrà farla in migliore occasione, davanti ai suoi giudici.
— Come vuole — riprese il pittore.
Si fermò, tentando umettarsi le labbra con la lingua arida anch'essa, e riordinare un istante i ricordi che gli sfuggivano o gli turbinavano nella memoria; scosse la testa, e, con un gran sospiro di sollievo, riprese:
— Siamo alla fine! In questi ultimi mesi avevo sofferto più terribilmente. La gelosia mi divorava e le lotte contro me medesimo per resistere alla tentazione d'adoprare la mia intensa facoltà a strapparle una confessione dov'ella non avrebbe potuto mentire, o a imporle un amore al quale ella non avrebbe saputo resistere, mi prostravano l'animo in guisa che il corpo ne soffriva. Dimagravo, perdevo il colorito. La testa, l'avevo già perduta. L'arte, da mesi, era parola morta per me.
E tornavo a ripetermi:
— Quando sarà proprio mia!...
Invece parve ch'ella cominciasse a irritarsi di così grande predominio su lei. Più non si prestava volentieri agli esperimenti, quantunque il segreto avesse tuttavia una maligna attrattiva per quell'indole viziata... Volle mostrarmi che poteva ribellarsi? Volle vendicarsi? Non lo so. Quel cuore è rimasto un enimma e nessuno potrà più svelarlo!
Sì, voleva ribellarsi, sottrarsi alla mia influenza; influenza vana, inutile, ahimè, se non volevo adoprarla come avrei dovuto, se l'adopravo appena appena per impedire che colei mi sfuggisse completamente di mano!
Perchè volevo che fosse mia, a ogni costo, se ero convinto che non mi amava?... Perchè?...
E che amavo in costei, che cosa? La sua bellezza, il suo fascino, oppure la mia opera d'arte, di cui ella era la riproduzione vivente, quella maledetta Ofelia sognata, idolatrata due anni con la gran passione dell'artista per la propria creatura?...
E se non voleva affatto saperne di me, perchè non tentò mai una rottura?
Era facile svincolarsi dalla promessa; accade quasi ogni giorno che due innamorati la rompano anche nel momento di legarsi per sempre. Non volle. Perchè? Che maturava nel suo interno?...
Qualcosa di orrendo! Non è più sospetto, è certezza.
Mi avvidi che cedeva più frequentemente la sua mano all'uomo che odiavo; si susurravano parole, si facevano cenni che non potevano essere innocenti, indifferenti, se soltanto il mio occhio vigile riusciva a sorprenderli... Eppure non credevo ai miei occhi! E cercavo di scusarla, quantunque la mia gelosia mi suggerisse talvolta di slanciarmi addosso a colui, e strozzarglielo ai piedi, davanti a tutti; me ne sentivo la forza...
Così lo avessi fatto! Avessi almeno mostrato di volerlo fare!...
No: soffrivo e tacevo... L'amavo tanto! tanto! Che spregevole miseria l'amore!...
Quella sera, sentendo fare da colui, dall'odiato, la proposta d'una gita di piacere a Porto d'Anzio, compresi subito che erano d'intesa, Anna e lui. La madre non disse nè sì, nè no. Mi domandò: — Verrete anche voi? — Risposi: — Non posso. — E non era vero; chi me lo impediva? Che affari mi trattenevano a Roma quel giorno? Anna si ostinò a voler andare. — Allegra compagnia — diceva. — Un divertimento, prima di relegarsi nella solitudine della campagna, dove era stabilito che la famiglia avrebbe passato i mesi di settembre e di ottobre. — Andremo anche senza di te, se tu non vuoi venire! — Ella mi disse così, e con tale durezza di voce che mi parve una pugnalata. Allora io la presi per le mani e la trassi in disparte, presso la finestra, nascondendoci tra le tende; a due promessi sposi era permesso far questo.
La luna piena inondava la finestra. — Guardami negli occhi! — le dissi, tenendola ferma per le mani. Allora ella si dibattè un pochino: — No! No! — Ma in breve istante era sotto il mio fascino.
Stavo per commettere la viltà evitata tante volte; una sola domanda, e avrei saputo il malvagio segreto di quel cuore!...
Le rilasciai le mani; dissi anch'io: — No! No! — Aspirai fortemente, per distrurre la suggestione; e appena la vidi libera, cosciente, con voce turbata dalla commozione le domandai: — Vuoi proprio andare? — Sì! — rispose. — Anche se io non volessi? — Sì! — replicò, agitandomi in faccia il viso corrucciato e dispettoso. E mi lasciò là.
La mia grave viltà è stata quella di accompagnarmi alla comitiva, di portar meco il costume rosso da bagno che m'aveva servito l'anno precedente a Livorno....
Ah! il segreto che non avevo voluto strapparle la sera avanti presso la finestra, lo intravidi lungo il viaggio, nel vagone; lo intravidi dalle sue risate più argentine e più sonore che mai; dalle sue maniere con quell'altro che le soffiava nell'orecchio chi sa che cosa, reso più ardito dalla gaiezza della gita...
Ella era seduta fra quei due. Io non esistevo per lei; si scorgeva benissimo, anche dalle rapide fredde occhiate che mi rivolgeva nell'angolo dov'ero rincantucciato presso la sua mamma, che mi parlava di lei, la scusava, la difendeva. Mi dava sempre torto quella mamma!
Io udivo poco; capivo pochissimo... Il cuore mi scoppiava... Eppure fui più vile, vestendo il mio costume da bagno, soffrendo gli epigrammi di quei due intorno alla stranezza dei ricami di quel costume, bizzarria di artista non di cattivo gusto certamente. Anna era incantevole in gonnellino e pantaloncini di raso di lana, orlati di bianco. I suoi piedini parevano rose fresche tra lo sparato delle pantofole di corda. Il mare la inebbriava; le sue narici si dilatavano, annusando la salsa frescura che invadeva la spiaggia sotto il sole scintillante di quella bella giornata, fra il chiasso e il formicolìo dei bagnanti...
Sa? Mentre stavo per stenderle la mano e condurla in mezzo all'acqua che irrompeva spumeggiante, l'altro, colui che odiavo, fu più lesto di me; la prese sotto braccio, trascinandola via fra le ondate, finchè la terra non venne meno sotto i loro piedi, finchè egli non potè farla ballonzolare a fior d'acqua come un corpo morto, in balìa dei cavalloni succedentisi e incalzantisi...
Oh!... quasi fosse stata cosa sua! quasi fosse stato lui l'amato, colui che doveva sposarla fra due mesi, al ritorno della villeggiatura!...
Ed ella gli si abbandonava come a padrone, senza farmi un cenno, assorta nella voluttà dell'acqua marina che l'avvolgeva, la sballottava, le disfaceva i capelli d'oro...
Dalla spiaggia, io vedevo ogni cosa, udivo tutto: le risate, le strida di gioia e di finto terrore... Poi, la sorella, la cugina, tre amiche e quell'altro che la faceva sempre ridere, si accostarono a loro, formarono un gran circolo, che di tanto in tanto rompevano per abbandonarsi, ognuno per proprio conto, all'urto dei cavalloni da cui venivano sommersi e spinti l'uno contro all'altro...
Già mi accennavano con mani grondanti, mi chiamavano, mi garrivano come pauroso del mare, vedendomi rimaner fermo su la spiaggia, dove le ondate giungevano a lambirmi i piedi nudi... Non sentivo più nulla; vedevo soltanto lei e lui... che si baciavano, abbracciati fra il cavallone che li avvolgeva!... Sì! Sì!... Li ho visti con quest'occhi... due volte... perchè l'ondata li scoprì quando non se l'attendevano! Sì!... Sì!...
Egli ritto in piedi, lei galleggiante, con le braccia al collo di colui!... Sì! Sì!...
Mario Procci s'arrestò. Tremava; premeva le mani su gli occhi, quasi per non vedere. Ma quando già sembrava esaurito di forze, scattò dalla seggiola, stese un braccio additando con l'indice della mano il punto che certamente egli vedeva davanti a sè come nel giorno fatale, e con voce rauca, repressa, quasi feroce, riprese:
— Vidi... e fui abbagliato dal lampo della terribile idea....
— Infame, muori! — dissi da me, con tremendo sforzo di volontà... E proiettavo laggiù, lontano, la forza che doveva fiaccarla. — Muori, infame!
In quel punto avevano riannodato il circolo... Oh!... Sentivo scoppiare da tutto il corpo una violentissima corrente, quasi la mia essenza vitale si riversasse fuori dai mille pori della pelle, sospinta dalla volontà, proiettile omicida di nuovo genere...
E nello stesso tempo, rivedevo il mio quadro: Ofelia che affonda lentamente nella riviera tranquilla; Ofelia coronata di fiori, ancora sorretta a fior d'acqua da le vesti che le si gonfiano attorno...
E vedevo pure Anna. La vidi sbalordire, smarrirsi, venir meno, affondarsi e sparire fra l'ondata che avvolse tutti in quel momento...
Gli urli, le grida di soccorso, il tumulto dei bagnanti su per la spiaggia, l'affollarsi della gente atterrita, il pronto slanciarsi di alcuni marinai alla ricerca della scomparsa, mi fecero subito capire che tutto era finito....
Avevo voluto che Anna annegasse ... ed era annegata!
Mario Procci si rovesciò sulla seggiola quasi svenuto.
Il delegato premè rapidamente il bottone del campanello, balzando dalla poltrona per impedire che colui cascasse a terra.
— Un medico! — gridò, sentendo aprir l'uscio.
E sorreggendo il pittore, brontolava:
— Maledetti scienziati! Non sanno che inventare per disperazione della polizia. Mancava proprio la suggestione!
EVOCAZIONE
— Pochi tratti con la carbonella, buttati giù alla lesta — continuò Marcello; — ma il paesaggio risultava evidentissimo, quasi in un bagliore di sole. Mi ero fermato a guardarlo, anche perchè mi pareva di riconoscere quella sponda rôsa dalle acque del fiume, e la vecchia torretta e l'antica chiesuola accanto, e i pochi alberi lassù lassù. Sì, li avevo veduti..... e con quel sole e dallo stesso punto da cui l'artista aveva tracciato lo schizzo; li avevo veduti.... ma dove, ma quando non riuscivo a rammentarlo. Mi si agitava però negli occhi e nel cuore un vago e confuso senso di cose dolcissime; e la indeterminatezza di quei fantasmi, che pareva stentassero a svegliarsi dal lungo sonno dormito nella memoria, mi teneva così intento davanti a quel disegno, che il rivenditore credette opportuno di avvicinarsi e dirmi:
— Bella roba, signore! A scelta, cinquanta centesimi il pezzo.
Mi ero voltato con movimento brusco, quasi egli mi avesse rotto villanamente un bel sogno; ma l'aspetto di quel vecchio con inculta barbetta grigia, che mi sorrideva umile, invitandomi, cogli occhi loschi, alla compra, scancellò subito in me la cattiva impressione ricevuta.
— E quelli lì? — domandai, additando le stampe e i disegni attaccati a uno spago teso da un punto all'altro del muro, sopra il banco dove erano ammucichiati altri disegni e altre stampe.
— Tutti a un prezzo; crepi l'avarizia!
Il vecchio rideva con aria maliziosa, stropicciandosi le mani.
Mi misi a rovistare. Non c'era niente che valesse; pure comprai parecchie cose. Mi pareva che prendere per cinquanta centesimi anche il bel disegno a carbonella pendente dallo spago, fosse un approfittare poco coscienzioso dell'ignoranza artistica del rivenditore; non volevo aver rimorsi.
Tornando a casa intanto avevo negli occhi il barbaglio di sole di quel paesaggio e, per tutto il corpo, il lieve fremito delle sensazioni da esso confusamente ridestate, ma, tuttavia, avvolte da una nebbiolina sottile, che le sfumava come in un fondo di quadro lontano lontano.
Niente è più delizioso di questo stato d'animo che fa sognare a occhi aperti. E per ciò pensavo, trepidante, quale sarebbe stato l'effetto di quel disegno alla luce moderata della mia stanza da studio; temevo di non ritrovare l'incanto da esso prodotto alla luce diffusa della via.
Lo spiegai, lo appoggiai alla spalliera d'una seggiola; lo collocai al sole che penetrava da una delle finestre in quel momento, e mi sedetti lì dirimpetto, un po' distante, socchiudendo gli occhi.
Lentamente, quasi che quella nebbiolina sottile si dileguasse sotto i raggi del sole, il disegno si coloriva, si animava. L'acqua torbida, la sponda giallastra, la torretta scura, la chiesetta col basso campanile, gli alberi, le colline, tutto aveva già ripreso il suo vero aspetto, con qualcosa di più luminoso, di più leggero — direi di più trasparente, se non temessi di eccedere con l'espressione — che la realtà non ha mai. Tutt'a un tratto...
— Miseria del cuore umano! — s'interruppe Marcello. — Anche i più dolci, i più cari ricordi van soggetti alla sorte comune di tutte le cose; inaridiscono, si sbiadiscono, si scancellano, muoiono, insomma, dentro di noi!
— Sei romantico oggi — gli dissi sorridendo.
— Tutt'a un tratto — egli riprese con un'alzata di spalle — riconobbi il luogo, mi vidi trasportato colà, fra l'allegra brigata che scendeva chiacchierando e canticchiando lungo la sponda; e sentii al braccio la lieve pressione del braccio di lei. I riflessi dell'ombrellino le accendevano la faccia; gli occhi piccoli ma belli e la bocca dalle labbra sottili, sorridevano d'un sorriso di beatitudine, quasi di estasi, rivolti verso di me che le parlavo... di che cosa? Del nostro sogno di amore certamente. Ora non rammentavo più le parole ma il loro senso, come una melodia indefinita rimasta nell'orecchio dopo che lo strumento o la voce tacciono, e le vibrazioni continuano internamente deliziosissime.
La pressione del suo braccio, di tratto in tratto, si faceva più sensibile, quando ella voleva avvertirmi di non allontanarci troppo, per convenienza, dagli altri: dal babbo, dalle sorelle minori, dalle amiche, dai tre o quattro giovanotti che ridevano forte, e a noi non importava punto sapere di che.
Era la prima volta che passeggiavo con lei sotto braccio per l'aperta campagna. Quella mattinata di aprile... o di maggio — non ricordo con precisione — di primavera certamente, era meravigliosa. Tiepida, splendida di sole, con l'aria piena di profumi campestri, col cielo limpidissimo, col gran fremito di vita dattorno, che aveva la sua più forte voce nel mormorìo delle acque del fiume gorgoglianti sotto la sponda, mi pareva una festa, un'acclamazione al nostro amore, un lietissimo augurio, una sorridente promessa.
Poi cominciò a parlare lei, seria, con gravità gentile, quasi per contrapporre il suo buon senso alle strane fantasie, ai capricci, alle strampalerie che la gioia mi faceva in quel momento sgorgare dalle labbra; e io stavo ad ascoltarla, divorandomela con gli occhi, premendole forte forte il braccio col braccio, fino a farla esclamare: Mi fai male!
Oh, come ella diceva quelle care parole: — Mi fai male! — Carezza, ringraziamento, invito, perchè di quel male gliene facessi ancora, ancora più, e lei così potesse sentirsi mia, e io potessi sentirla mia più intimamente, come ella era già mia, tutta mia col cuore, ed io suo, tutto suo:
— Mi fai male!
Ah, gliene ho fatto dopo, pur troppo, senza volerlo! L'ho contristata, l'ho straziata!... Non sappiamo far altro noi uomini, amando!
E così tutta la festa di quel giorno, tutta la letizia degli augurii e delle promesse del cielo, della terra, del cuore, tutto, tutto doveva esser vano!
Ora mi sembrava di rifar solo solo quella strada lungo la sponda deserta del fiume, con gli occhi alla torre, alla chiesuola, agli alberi in vetta della collina e all'acqua che gorgogliava torbida scorrendo; e la terra, la chiesuola, gli alberi, l'acqua gorgogliante, il verde della campagna, e il sole divino non mi dicevano più niente, non penetravano dentro di me come in quel giorno! Ed io distoglievo lo sguardo da loro, volavo col pensiero a una stanza, a un angolo di casa dove non sapevo più ritrovare lei e niente di quel che la circondava e che pareva impregnato del suo profumo: nè il tavolino da lavoro, nè la poltrona su cui ella soleva sedere accanto a me, nè il pianoforte da lei raramente sonato e soltanto per me, interpetrando un difficile pezzo di musica che lei era riuscita facilmente a farmi intendere perchè ci metteva dentro tanto dell'anima sua, che le note acquistavano una espressione superiore a quella scritta dal musicista.
E l'ultima sera!
Per la strada quasi buia, andavamo frettolosi, sollecitati dal vento che spirava freddissimo. Io, triste per un cupo presentimento dell'animo; lei, tranquilla, lieta, affettuosa più del solito, senza nessun sospetto... Di che poteva sospettare? Ci stringemmo la mano; ed ella sorrise così dolcemente nel dirmi: — Buonanotte! — che io mi rimproverai quella voce che mi gemeva in fondo al cuore, presaga...
Avevo creduto che avrebbe dovuto durare per tutta la vita, eternamente... E volevo chiamarne testimoni quella sponda di fiume, quella torretta, quegli alberi, quel sole di primavera...!
Come se qualcuno all'improvviso mi avesse coperto gli occhi con le mani! Te lo giuro, proprio così! Tutto era sparito; mi destavo da un sogno bruscamente.
Il disegno a carbonella non era più al sole; la stanza da studio era già immersa nella penombra del tramonto... E col sole non era sparita soltanto la visione, ma il senso di essa, la ripercussione interiore, simile a una vampata spentasi senza lasciare neppure una scintilla; forse, un po' di cenere calda, e nient'altro. Non è tristo? Non è sacrilego, è vero?
Io, per risposta, mi misi a zufolare.
Marcello replicò:
— Non è tristo? Non è sacrilego?
Allora, declamando ironicamente, gli dissi:
— Veteris agnosco vestigia flammae! Poca cenere? A chi vuoi darla a intendere, mio caro?