PARTE SECONDA
ZAMPONE
Veramente si chiamava Zamboni; ma aveva mani così enormi, con palme larghe, con dita lunghe e nodose, col dorso velloso, con ciuffetti di pelo fin su le falangi delle ugne, che amici e conoscenti, prima per ischerzo, poi per abitudine, gli appiccicarono di buon ora quel nomignolo, mutando soltanto una consonante e una vocale; e oramai nessuno si rammentava più di quelle due lettere buttate via tant'anni addietro. Si poteva dire che soltanto i suoi biglietti di visita portavano segnato: Cav. Giuliano Zamboni, con una bella corona in testa. E le cattive lingue aggiungevano che anche la corona gli stava a proposito, con le punte acuminate somiglianti a dei cornini.
Egli lasciava dire.
Scriveva interminabili romanzi storici, (intendeva pubblicarli a collezione finita) dove si svolgevano tutti gli avvenimenti medievali della sua città nativa: guerre, assedi, prodezze in giostre e tornei, rapimenti, amori colpevoli tra castellane e paggi che finivano sempre tragicamente. Un alto sentimento giustiziero gli faceva punire col veleno, col pugnale, con la corda, le offese fatte al talamo coniugale nei barbari secoli donde cavava i soggetti delle non mai interrotte narrazioni. E su questo punto egli non si faceva scrupolo di tradire anche le più esplicite testimonianze delle cronache compulsate e le conferme più sicure degli storici posteriori.
— È per la morale! — rispondeva serio serio, a chi gli faceva osservare che i fatti non erano accaduti precisamente come venivano raccontati da lui. — L'arte dev'essere morale; se no, non è arte!
Bella e buona teorica!
Zampone però, secondo le male lingue, avrebbe fatto meglio a giustiziare meno paggi e castellane e mettere invece un po' d'ordine nella propria famiglia, dove, se non un giustiziero a quel modo (sarebbe stato un po' troppo; i tempi sono mutati e la civiltà ci ha resi più benigni), occorreva almeno un marito che aprisse un po' gli occhi e frenasse le pazzie della signora! C'erano due belle figliuole e non era giusto che avessero sotto gli occhi il perenne scandalo della genitrice!
Di che si mescolavano le male lingue? Se il marito non si accorgeva di nulla, voleva dire che tutte le storielle spacciate con tanta asseveranza, intorno alle gesta della signora Zamboni, erano invenzioni di fannulloni, di invidiosi, di perversi.
Infatti le figliole crescevano belle e virtuose, ed erano rispettate anche dai più maligni; e se il cattivo esempio della madre non dava i paventati frutti, voleva dire che esso esisteva unicamente nella fantasia di quei signori, i quali insidiavano la pace, la felicità coniugale del cavaliere, forse mirando più allo scrittore, al romanziere che non al marito. Gli sciocchi son fatti così, e la invidia umana prende tante forme per sfogarsi; picchia sul cerchio quando non può picchiare su la botte.
La botte in questo caso era la fama letteraria che circondava il nome del romanziere storico quantunque inedito. Inedito per modo di dire. Giacchè gli amici e le altre persone che frequentavano numerose la casa del cavaliere, chi più chi meno, conoscevano, per le letture ch'egli ne faceva in certe serate invernali, le sue artistiche lucubrazioni narrative; e le avevano applaudite, ammirate, e talvolta discusse, nei punti già accennati, dove la morale prendeva il sopravvento su lo storico, in nome dell'arte.
Quelle serate di lettura erano famose nella città.
Il cavaliere in tali circostanze largheggiava di rinfreschi, di confetti, di paste, di frutta, secondo le stagioni; e l'ampia stanza della libreria, dove gli uditori si accoglievano, diventava in quelle sere così affollata, che parecchi invitati rimanevano fuori; e si consolavano del dispiacere di dover assistere alla lettura scomodamente, bevendo liquori e mangiando dolci più degli altri.
Le impenitenti male lingue assicuravano che appunto in quelle serate la signora Zamboni spariva nel meglio della lettura; e dietro a lei spariva ora questa ora quell'altra persona che passava per sua favorita di quel momento. La signora Zamboni però aveva tanti e tali oblighi di padrona di casa, che non poteva certamente star ferma su una seggiola ad ascoltare i capitoli succedenti ai capitoli, letti da suo marito ad alta voce, con grandi gesti e con un calore che ravvivava gli effetti delle scene ora liete, ora tristi, ora tragiche, delle tragiche sopra tutte. L'affabilissima signora doveva badare perchè il servizio fosse inappuntabile, sospettando forse e non a torto, che gran parte di quella gente tollerava la lettura solamente in grazia dei rinfreschi. Che cosa mai non può servire di pretesto a chi vuol malignare a ogni costo? Così le buone qualità di diligente padrona di casa della signora Zamboni venivano maliziosamente interpetrate, e la sua particolare cortesia verso qualche amico mutavasi in colpevole ritrovo quasi sotto gli occhi del marito. Son cose che accadono tutti i giorni in questo brutto mondaccio!
Io per me, sto col marito che non si curava affatto delle villane insinuazioni dei detrattori di sua moglie. Il cavaliere, studiando e inventando tanti casi di adulteri amori per descriverli nei propri romanzi, sapeva benissimo che la colpa lascia le sue impronte non solamente su l'animo ma pure sul corpo. Tutte le sue storiche e semistoriche peccatrici deperivano lentamente, imbruttivano, invecchiavano presto, finchè non piombava su loro il veleno, il laccio, o lo stiletto punitore. E la signora Zamboni invece ingrassava, si arrotondava, confermava con bella evidenza, nelle piene forme femminili, la tranquilla innocenza del suo cuore di sposa. Per uno psicologo della forza del cavaliere questa era una riprova, una dimostrazione invincibile della misera insussistenza di tante velenose calunnie sparse attorno a sua moglie. Egli poi aveva ben altro da fare che preoccuparsi di quello che la gente diceva o non diceva, sicuro del fatto suo, imperturbabile, assorto nella degna impresa di dotare la sua città nativa di un nuovo Alessandro Dumas, padre, che, un giorno o l'altro, avrebbe messo fuori la oramai abbastanza numerosa prole dei suoi romanzi, abbraccianti quattro secoli di storia, e l'uno incatenato all'altro con astuzia consumata di narratore... Per ora si contentava di farne assaggiare, di quando in quando, insieme con i liquori e le paste, i capitoli più importanti e più drammatici, quasi a scrutare il possibile successo. E, se doveva giudicare dai risultati, poteva dichiararsi soddisfatto. Bisognava vedere come gli uditori si interessavano, quando il filo degli amori di qualche bella castellana, duchessa, marchesa, principessa e fin regina, cominciava ad aggrovigliarsi.
— Ah! Ah! — Oh! Oh! — Ci siamo! — Ah, cavaliere! — Bravo, cavaliere! — Sta a vedere che gliela fa! — Gliela ha fatta! — Patatrac!
A queste esclamazioni il cavaliere andava in sollucchero, e accennava con la mano che facessero silenzio...
— Il meglio viene ora! — diceva, tutto compunto.
E attaccava un altro capitolo.
***
Mettiamo anche che il cavaliere Zamboni, o semplicemente Zampone, come si ostinavano a chiamarlo, chiudesse gli occhi volontariamente su le marachelle della moglie. O che non era bella ed alta filosofia? Non era un nobile e dignitoso sacrifizio alla impresa letteraria che doveva pur ridondare a lustro e profitto della sua città nativa? Sarebbe stato caritatevole tentare di distrarlo da un compito con tanta abnegazione e tanta perseveranza proseguito, per farlo ingolfare nei pettegolezzi femminili, dai quali nascono conturbamenti d'animo, abbattimento dell'energia del corpo, e un'infinità di guai, che nessuno può prevedere dove possano andar a finire? Che pretendevano le male lingue? Che lui così fiero, così inesorabile giustiziero di castellane e di paggi, mettesse in atto uguale fierezza e inesorabilità nei casi della propria famiglia, e che quelle mani, talvolta sporcate finora unicamente d'inchiostro, si tingessero del sangue della moglie e dei suoi veri o supposti drudi?
Certa gente è proprio buffa, per non dir peggio!
Secondo il mio umile parere, ammessa anche la ipotesi che il cavaliere non ignorasse, e intanto tacesse e facesse le viste di ignorare o per le eccelse ragioni dell'amore dell'arte, o per eccessiva bontà di cuore o per amore di pace, o per altri argomenti che in questo punto non mi ricorrono alla memoria, la sua condotta è degna più d'ammirazione che di biasimo; e mi compiaccio di poterlo dire apertamente, senza restrizioni mentali di sorta.
Ma, badiamo, si tratta d'una pura ipotesi, discussa per far meglio risaltare la grandiosità del suo carattere e del suo ingegno; giacchè io sono di quelli che accettano in simili quistioni, a occhi chiusi, il giudizio della parte più interessata. E perciò conchiudo col biasimare e stigmatizzare come calunniose e maligne tutte le storielle che si raccontavano della signora Zamboni, visto che il marito non se ne diede mai per inteso, fino al terribile momento in cui altre persone, quasi allo stesso grado interessate, non credettero opportuno distoglierlo da quella beata serenità così necessaria per continuare e condurre a buon porto l'impresa artistica di lui. Il quale, a prova di quanto affermo, aveva fatto suo il famoso verso di Ovidio:
Carmina scribentis secessa et otia quaerunt
e l'aveva scritto su l'uscio della propria libreria.
Il triste fatto avvenne quando una delle sue figliole fu promessa sposa ad un giovane di buona famiglia, colto, ricco e, per ragione della ricchezza, perfettamente disoccupato. La prima conseguenza di questa fannulloneria, fu l'incaponirsi nell'amore della ragazza, contrariamente all'avviso della propria madre che temeva gli effetti del vecchio proverbio: — Da mamma cattiva, figlia peggiore, — alludendo alle tante fandonie diffuse sul conto della signora Zamboni. L'amore materno è cieco, non ragiona: e la madre del giovane innamorato non sapeva perdonare a Zambone la sua tollerante filosofia coniugale. Per lei tutto quel che si bucinava sul conto della povera signora era proprio vangelo; lasciava supporre anzi che quel vangelo non dicesse tutto, e che ci fossero ben altre sudicerie, oltre le tante che si raccontavano. Messa alle strette dalla cocciutaggine del figlio, che voleva fare a ogni costo quella pazzia, ella pretese che Zambone desse una soddisfazione all'opinione pubblica, riconducendo pulitamente la moglie dai parenti di lei, per impedire che il disonore della sciagurata non si riversasse su la ragazza, intorno alla quale non c'era davvero niente da ridire.
Fu a questo modo che Zambone una mattina vide entrare nella libreria, dove lavorava da parecchie ore, il futuro genero e la figliuola a lui promessa. Venivano a fargli la terribile proposta.
La sua fantasia di truce romanziere non gli aveva mai suggerito una scena come quella: un futuro genero che accusava delle più turpi cose la mamma della promessa sposa; la figliuola che confermava inesorabilmente le accuse; e un marito, padre e suocero, che stava ad ascoltare a bocca aperta, con la penna sospesa in una mano e con l'altra posata su le fresche pagine scritte.
Volete che ve la dica schietta e tonda? Quel marito, quel padre, quel suocero, fu d'una debolezza deplorabile; chinò il capo, non oppose una scusa, una difesa; in quel momento, più che la moglie, l'accusato parve lui. Guardava la volta istoriata della stanza, quasi temesse che da un momento all'altro dovesse crollargli addosso, e lasciava dire, lasciava dire il futuro genero che si accalorava sempre più, che metteva innanzi il suo aut aut, come un coltello appuntato alla gola del tranquillo romanziere storico. Il quale, giusto in quel punto stava per annodare le fila d'una terribile ed esemplare punizione della baronessa Ida Insfar y Corylles, una spagnuola dei tempi di Carlo V, sposata a un valoroso cavaliere siciliano già prigioniero a Tunisi e, nell'assenza, da lei copiosamente tradito. Gli avevano interrotto la scena sul meglio; dal sereno cielo dell'arte lo avevano tratto giù, quasi afferrandolo pei piedi, nelle torbide regioni della realtà... e il suo turbamento era così grande (questo me lo rende, in parte, degno di scusa) ch'egli ebbe l'aria di confessare:
— Sì, sapevo tutto e non supponevo che se ne dovesse poi fare tanto chiasso! A che scopo? Lo scandalo non giova a nessuno!
Aveva un apparente aspetto d'imbecille in quel momento; più che d'ogni altra cosa, pareva seccato di dover interrompere la scena del romanzo e lasciar in tronco la baronessa Ida Insfar y Corylles, che ne stava commettendo una troppo grossa, e doveva essere l'ultima, per grazia di Dio, secondo l'intendimento del romanziere. Nella storia vera, la baronessa Ida Insfar y Corylles non cessò di fare d'ogni erba fascio neppure quando fu vecchia; e morì bigotta, fondando due o tre cappellanie... Ma raccontar questo sarebbe stato immorale.
E quei due, il genero e la figlia, dovevano venire a disturbare il disgraziato Zamboni (questa volta non ho coraggio di chiamarlo Zampone) proprio nel meglio delle sue funzioni di artista-moralista!
Probabilmente fu in grazia di questo stato d'animo che il pacifico romanziere si trasformò in marito inesorabile, come non gli era mai accaduto; e poco dopo, assumendo tutta la severità che la circostanza richiedeva, disse alla moglie:
— Signora, mettetevi il cappellino. Vi riconduco a casa vostra!
La signora Zamboni (e mi sembra un'altra prova della sua innocenza) rovesciò sul capo del marito un diluvio di epiteti uno più espressivo dell'altro; si mise, dignitosamente, il più bello dei cappellini che aveva nel guardaroba e uscì, senza abbracciar le figliuole, accompagnata da lui fino al portone della casa paterna.
Zampone tornò a chiudersi nella biblioteca. Pareva un cane bastonato dal padrone. Con le mani incrociate dietro la schiena, passeggiava su e giù, sbalordito di quel che aveva fatto, consolato dal pensiero che il matrimonio della figliuola valeva bene quel sacrifizio, e nello stesso tempo amareggiato dall'idea che i suoi nemici, gl'invidiosi, dovevano esser lieti della loro vittoria! Gli avevano stroncate le ali.
Chi sa se avrebbe mai potuto riprendere il suo lavoro e scrivere la terribile punizione da lui ideata per la gran peccatrice Ida Insfar y Corylles!
***
Per parecchi mesi Zampone fu una mosca senza capo; non sapeva che fare della sua esistenza, un tempo tutta dedicata a quel che doveva essere il monumento della sua gloria e la gloria della sua città natale. L'inchiostro s'era seccato nel suo calamaio: un foglio, scritto a metà, si era coperto di polvere sul gran tavolino della biblioteca; fino una parola rimasta a mezzo non era potuta esser compiuta per quell'aridità di mente che aveva colpito lo scrittore ora che sua moglie non era più presso di lui. Addio belle serate di lettura! Addio applausi! Addio tutto! Egli si disprezzava ora. Non sapeva perdonarsi la propria incredibile debolezza. Con la mancanza della moglie, a un tratto, gli era venuto meno ogni cosa: le ispirazioni dell'arte, la serenità dell'animo, le buone digestioni, il sonno.... ogni cosa! Avevano voluto annichilirlo, e c'erano riusciti. E il peggio era che quando qualche imprudente osava dirgli: — Bravo, Cavaliere! Avete fatto bene! Dovevate farlo prima — egli si sentiva costretto ad assentire, a braveggiare.
— La tolleranza ha un limite! — rispondeva con aria tragica.
E non era vero, niente affatto, ch'egli pensasse così!
Al contrario, gli passavano per la mente certi progetti che gli aprivano nel cuore un lembo di cielo sereno. Si accorgeva di voler bene alla moglie più di quel ch'egli stesso non credesse.
Per sfidare l'opinione pubblica, la sciocca opinione pubblica che gli s'imponeva tuttavia come un tribunale nella coscienza, egli diceva da sè a sè:
— Ebbene? E se mia moglie...? O che forse li riguarda, mia moglie?
E cominciò ad aggirarsi, a ora tarda, quando non poteva esser notato, nelle vicinanze del palazzo; e se poteva scorgerla di lontano, seduta al balcone per pigliare il fresco, si sentiva rimescolare come un timido innamorato davanti alla fanciulla del suo cuore.
Almeno, se non poteva più scrivere romanzi, ne imbastiva uno piccioletto nella vita, con quelle passeggiate furtive sotto i balconi di sua moglie, che doveva qualche volta averlo veduto e riconosciuto!
E un giorno rifornì d'inchiostro il calamaio, non per riprendere la tela del romanzo interrotto — oh, no, non gli riusciva e aveva tentato più volte! — ma per scrivere alla moglie una letterina in cui le diceva: Ho avuto torto! Mi perdoni?
E la mise alla posta con le sue mani, e volle esser presente, dopo aver fatto bene i calcoli, quando il postino l'avrebbe consegnata al portinaio. La riconobbe dal colore roseo della busta, spiando dalla porta d'una farmacia vicina, dove andava con la scusa di prendere delle cartine di bicarbonato che si faceva sciogliere dal farmacista in un bicchier d'acqua, per aver il pretesto d'indugiare.
Il genero lo incontrò un giorno in quelle vicinanze e, sospettando qualcosa, gli disse brusco:
— Che fate qui? Volete vedere quella....?
E non trattenne la parolaccia.
Egli si mostrò offeso del sospetto, e balbettò, come un ragazzo colto in fallo:
— Io? Io? Per chi mi prendi?
Ma colui non si lasciò ingannare, e si diè a sorvegliarlo, mettendo spie che gli riferivano minutamente ogni cosa: i saluti che il cavaliere faceva alla moglie, i cenni che si scambiavano, perchè ora erano arrivati a ritrovarsi a ora fissa, lui nella via, ella al balcone, proprio a guisa di due innamorati... E gli rinfacciava tutto, crudamente, con parole da carrettiere; senza badare alle negazioni del pover'omo che voleva fare il forte, l'inesorabile e non ci riusciva:
— Io? Io? Per chi mi prendi?
Entrando però nella biblioteca, alla vista dei fogli coperti di polvere e di quella parola rimasta a mezzo, la sua coscienza si fortificava; ed egli riacquistava ogni giorno più la sua buona filosofia di marito che vuol vivere in santa pace, le sue belle illusioni di romanziere a cui faceva gola la fama di Alessandro Dumas, padre; e rileggeva i titoli dei romanzi già belli e terminati, rilegati elegantemente: Il castello nero — Il conte di Floridia — Un masnadiere del secolo XIV — La contessa Bianca Floresti, cronaca del secolo XV, e altri cinque o sei, tutti in tre o quattro volumi, col sotto titolo: Fa seguito.... ecc., che legava insieme la grandiosa collana.
E che? Doveva dunque sacrificare quel grande edifizio alle grullerie della gente?
Suo genero, che non si fidava più neppure delle sue spie, voleva coglierlo sul fatto, fargli una scenata, impedirgli (secondo lui, sarebbe stato il colmo dell'imbecillità!) una riconciliazione con la suocera.... e non diceva mai suocera, ma tutt'altro....
E così un bel giorno, potè vedere il cavaliere che, raso di fresco, ben pettinato, vestito come un giovanotto, con un fiore all'occhiello, passeggiava impaziente sotto la casa della moglie, alzando la testa verso i balconi, o sbirciando nell'atrio in attesa di qualcuno; e potè veder uscire dal portone colei che s'era disabituato di chiamar suocera, e potè vederla prendere il braccio del marito e avviarsi con lui, quasi non fosse mai accaduto nulla di male tra loro. Andavano via lesti e allegri; poi scantonavano, ed entrati in una trattoria, si sedevano a tavola al pari di due amanti riconciliati.... Gli pareva di sognare, e si stropicciava gli occhi.
Quella sera la signora Zamboni rientrò sotto il tetto maritale, rosea, fresca e grassoccia più di quando ne era uscita. E la mattina dopo, senza stento, anzi con più felice abbondanza di vena, il romanziere faceva sopraggiungere da Tunisi, liberato dai missionari, il tradito sposo di Ida Insfar y Corylles, il quale infilzava a uno spadone di Toledo (magnificamente descritto) moglie e amante, con gran gusto di lui scrittore e con grandissima soddisfazione della morale oltraggiata!
IL PRIMO MAGGIO DEL DOTTOR PICCOTTINI
Mi pare di vedermelo ancora dinanzi!
Cappellone di feltro nero; abito nero abbottonato fino al mento; scarpe grosse e mazza ruvida e nodosa, girata spesso fra le mani quasi per tentare di allungarla o di assottigliarla; corpo solido, tarchiato, con spalle ampie, torace largo, e gambe un po' curve come quelle di un cavallerizzo; fisonomia aperta, a cui avrebbero dato fallace espressione di ruvidezza la barba grigiastra arruffata, e il naso grosso schiacciato alquanto, senza la dolce espressione dello sguardo e delle labbra che sorridevano spesso sotto i baffi irsuti.
Mi pare di vedermelo ancora dinanzi, e di sentirlo parlare con quella voce strana, arrochita, esitante che udita una volta non si dimenticava più.
— Studiate medicina?
— No.
— Mi occupo di letteratura.
— Ah!
Quest'ah! commiserativo anzi spregiativo chiuse la nostra prima conversazione, avvenuta per le scale una mattina che il portinaio aveva fatto lo sbaglio di scambiarci le lettere. Così seppi che quel mio coinquilino incontrato raramente e che aveva eccitato la mia curiosità sin dalla prima volta che lo avevo visto, si chiamava Dottor Piccottini (Anselmo): il suo biglietto da visita chiudeva il nome fra una parentesi non so per quale misteriosa ragione.
Giacchè c'era molto del misterioso nella persona di quell'uomo e nelle sue abitudini chiuse, riserbatissime.
Il titolo di dottore fu un pretesto per avvicinarlo. Ebbi il consulto richiesto intorno a una mia immaginaria malattia; tornai da lui per fargli sapere l'ottimo risultato della cura che non avevo fatto; entrai nelle sue grazie; divenni da lì a non molto il suo confidente. All'ultimo seppi che aveva una figlia con sè, e un giorno potei anche vederla. Somigliava al padre nei lineamenti: era però snella, e la carnagione bianca e rosea la rendeva piacente assai.
Mi accorsi subito che avevo da fare con uno scienziato un po' stravagante, originalissimo. Voleva a tutti i costi che mi mettessi a studiare medicina.
— Siete giovane e ancora in tempo per tentare di essere utile all'umanità.
— Ognuno fa quel che può — rispondevo io. — Amo la poesia, il teatro, il romanzo...
— Sciocchezze indegne di una creatura intelligente! Quando avrete scritto (e sarà un po' difficile) un poema bello come la Divina Commedia, una tragedia uguale all'Amleto o all'Otello, un romanzo più interessante del.... del... Conte di Montecristo, che avrete conchiuso? Tutte queste cosettine sono già state fatte: hanno divertito l'infanzia dell'umanità, l'hanno anche rovinata. Ora bisogna salvarla. L'umanità è in grave pericolo di degenerazione; soltanto la medicina può impedire che non arrivi allo sfacelo verso cui è già avviata.
Io lo guardai con tanto d'occhi, e feci uno sforzo per non ridergli in faccia.
Abituatomi presto a queste sue bizzarrie dette con aria solenne, mi divertivo a stuzzicarlo.
La degenerazione dell'umanità era la fissazione del dottor Piccottini. Egli assumeva un tono apocalittico, accompagnato da gesti larghi, quasi minacciosi, ogni volta che ragionava di quel soggetto, indignato contro i governi che favorivano, provocavano la degenerazione umana, invece di ingegnarsi di arrestarla. Intanto spendevano somme enormi per il miglioramento delle razze cavalline, pecorine, fin suine!
Si ficcava le dita fra i capelli, chiudeva gli occhi inorridito.
— L'umanità pensa eccessivamente — mi disse una sera. — Bisogna infrenare lo sviluppo del cervello, così sproporzionato con lo sviluppo delle altre parti dell'organismo; altrimenti... Finis! Finis! Finis!
E la mattina dopo, venuto a invitarmi per una passeggiata fuori Porta alla Croce, riattaccò subito il discorso a quel Finis! quasi non ci avesse dormito sopra e non fossero trascorse dodici ore di intervallo.
— Studiate medicina, figliuolo mio! Salviamo l'umanità a suo marcio dispetto! Vi siete mai immaginato quel che sarà l'uomo futuro, se le cose procedono ancora di questo passo? Eccolo qui!
Cavò di tasca un foglio, lo spiegò e me lo sporse quasi sotto il naso. Vi era disegnato un pupazzetto con testa enorme e corpo minuscolo, come ne schizzano spesso i caricaturisti.
— Tutto cervello! Creatura infelice, che dovrà nutrire la massa bianca e grigia a scapito del resto; e che morrà d'inedia il giorno in cui le altre parti del corpo più non riusciranno a funzionare.
— Ella esagera, dottore!
— Così fosse! Ma questa figura è il risultato di calcoli scientifici esattissimi. Ogni movimento produce un corrispondente sviluppo nei nostri organi. Il braccio del fabbro ferraio è grosso quasi il doppio di quello di uno studioso come voi; precisamente come il vostro cervello, se non ha più circonvoluzioni, ha più volume del cervello di colui. Sapete che fa intanto la civiltà? Condanna il braccio alla inerzia, costringe il cervello a funzionare febbrilmente. La sproporzione tra il lavoro intellettuale e quello fisico diventa più grande di giorno in giorno. Siamo già tutti malati, nevrotici, cachettici. La riproduzione della specie umana è lasciata in pieno arbitrio del caso; e l'iperestesia intellettuale diventa ereditaria come la scrofola, come la tisi. Non vi spaventa quest'avvenire?
— Forse perchè è troppo lontano — risposi timidamente.
— Lontano? Dategli tempo quattro o cinque secoli, e poi verrete a dirmene qualcosa.
Scoppiai a ridere.
Il dottore s'infiammò, slanciandosi in una tirata scientifica eloquentissima, paradossale, che dava fin scioltezza alla parola e rendeva meno roca la voce. Mi apostrofava, quasi io fossi il rappresentante di tutti i governi europei, e pesasse sopra di me la grave responsabilità della degenerazione umana presente.
Io veramente stavo a sentire imperterrito, tranquillo in coscienza; ma egli mi vedeva scosso, spaventato, pieno di rimorsi, ansioso di provvedere al gran male fatto inconsapevolmente o lasciato fare, e accorreva in mio soccorso.... col progetto di legge della Coscrizione per l'amore, come egli la chiamava; cosa complicatissima di cui sapeva a memoria tutti gli articoli rigidamente formulati. La coscrizione per l'amore doveva farsi il primo maggio d'ogni anno.
E appunto questo primo maggio, che ora desta tante paure, mi ha fatto sovvenire del dottor Piccottini e delle sue teoriche rigeneratrici.
Sissignore: la Coscrizione per l'amore doveva farsi, secondo lui, il primo maggio d'ogni anno.
Cosa bella e terribile! Uomini e donne passati in rivista, come nei consigli di leva, ma a quindici anni. Gl'inabili.... Immaginate quel che ci potrebbe essere di più draconiano per impedire le frodi.... Doveva essere praticato lì per lì, in un ospedale apposito, con istrumenti inventati a posta a fine di rendere più sollecita e meno dolorosa l'operazione. E per gli abili, un servizio attivissimo, regolato secondo le più sicure norme della scienza per l'incrociamento dei sangui, e che doveva durare dai venti ai venticinque anni; dopo i quali, i congedati venivano trattati inesorabilmente allo stesso modo degli inabili. Matrimoni obbligatorii; lo adulterio punito con la morte di ambo i colpevoli; insomma disposizioni da far strabiliare. E doveva continuare così almeno per due secoli, fino a che la razza umana non si fosse rimessa a nuovo da cima a fondo.
Quel giorno mi fece anche la grande rivelazione: sua figlia era destinata a dare il primo esempio del matrimonio obbligatorio della Coscrizione per l'amore. Da parecchi anni il dottore andava in cerca d'un coscritto secondo le più esatte prescrizioni scientifiche intorno all'incrociamento dei sangui; e non lo aveva ancora trovato.
Lo diceva con aria desolata, alzando le mani al cielo e anche la mazza nodosa, quasi accennasse di volere bastonare il destino crudele che gli contrastava quel coscritto. Io lo ascoltavo, mortificatissimo di comprendere che ero ben lontano di incarnare l'ideale del dottore.
Forse anche per questo mi ostinai a non voler studiare medicina. Che m'importava di coadiuvare alla realizzazione della Coscrizione per l'amore? Ero oramai fuori leva; e dovevo temere le conseguenze di certe disposizioni transitorie, retroattive che chiudevano l'inesorabile progetto di legge; non mi conveniva.
Da quel giorno in poi, m'interessai della bella creatura riserbata a quel tale coscritto che non si faceva trovare.
Ne chiedevo notizie, di tanto in tanto.
— Dottore, ha trovato?
— Forse sì — mi disse finalmente una volta. — Un giovane carbonaio di Via Pietra Piana; ma bisogna esaminarlo bene. Non vorrei ingannarmi.
— E la signorina Sarà contenta?
— L'ho educata apposta. È più convinta di me; una apostolessa delle mie idee.
— Fortunato carbonaio! — esclamai.
— Lo credo anch'io. Sarà, per così dire, la prima pietra dell'umanità futura. E se, come credo, non mi sono ingannato, il primo maggio prossimo...
— In ossequio del suo progetto di coscrizione...
— Certamente. Ah, se vedesse che bel bruto è quel giovine! Matrimonio ideale! Quel che di più ideale può desiderare la scienza!
Ora rifletto che probabilmente c'è un destino per tutti i primi maggio! La scienza sociale in questo giorno vorrebbe farne una protesta contro il capitale, una vera rivoluzione... e la natura umana ne fa un'altra cosa, cioè: scampagnate, balli nelle osterie di campagna, insomma una giornata di svago.
Così avvenne che il dottore, tornato a casa tutto allegro di essersi accertato che nel giovane carbonaio di Via Pietra Piana si trovavano, per fortunata coincidenza, le migliori condizioni di un coscritto di prima qualità, apprendeva che sua figlia era scappata con un vicino mezzo tisico, di cui egli, pover'uomo, non aveva mai sospettato!
E così l'inizio della rigenerazione umana andò a gambe per aria!
Questo avvenne il primo maggio del milleottocentosessantasei.
AMORE LIBERO
Era andata così. Prima di tutto, Torello Marucci aveva trovato la ragazza. Veramente non l'aveva cercata; gli era, si può dire, capitata fra' piedi in un ballo all'Osteria del Galletto dove era stato condotto da un amico. Quella brunotta gli aveva fatto girar subito il cervello; e lì, a metà del ballo, egli si era confidato con l'amico:
— Cristo, com'è bella! La prendo.
Dall'amico, che lo aveva visto bere un po' più del solito, gli era stato risposto ridendo:
— Va bene; aspetta fino a domani.
Ma il giorno appresso, contrariamente a quel che pensava colui, l'amore non era svanito assieme coi fumi del vino.
E la domenica dopo, Torello Marucci si trovava all'Osteria del Galletto, accanto alla brunotta che stava ad ascoltarlo a occhi bassi, torcendo una punta del fazzoletto, seria seria, mentre gli altri ballavano e urlavano e cantavano e battevano le mani.
— Ebbene? — aveva domandato all'ultimo la brunotta.
— Sono socialista!
— Che vuol dire?
— Vuol dire che per me il matrimonio davanti al sindaco e al curato è un'infamia bella e buona. L'amore dev'essere libero. Ci amiamo? E accoppiamoci. Non ci amiamo più? E addio: chi si è visto si è visto. Se però ci vorremo bene, altro che giuramenti davanti al sindaco! Altro che benedizioni del prete! Vi piace, a questo patto?...
— E la zia?... Io non ho babbo, nè mamma: ho una zia...
— Peggio per lei! Ti conduco a casa mia.
Torello, in men di mezz'ora, era passato dal lei al tu, fermandosi un istante sul voi. E con la stessa rapidità sbrigò tutto il resto.
Quindici giorni dopo, egli e la brunotta erano marito e moglie secondo il rito socialista; cioè: i fidanzati e quattro amici, anzi quattro compagni, come dicono tra socialisti, erano andati all'Osteria del Galletto, dove Torello e Zaira si erano incontrati la prima volta; avanti di mettersi a tavola nello stanzino riserbato che dava su l'orto, i quattro compagni, in piedi, a capo scoperto, atteggiati a grande serietà per la circostanza, si erano schierati dietro la tavola; e Torello, commosso, presa Zaira per mano, aveva detto semplicemente, secondo la formola:
— Questa è la mia compagna!
— Questo è il mio compagno! — aveva risposto Zaira.
— E figli maschi! — era stata l'esclamazione confermativa di uno dei quattro.
Niente altro!
Poi avevano mangiato bene e bevuto meglio; avevano, tra un fiasco e l'altro, risciacquato un poco questa sporca società che pretende infrenare con stupide leggi i sentimenti più liberi del cuore; e, a sera avanzata, la comitiva, allegroccia anzi che no, era arrivata in paese, lietissima di essersi pappato e bevuto quel che sarebbe spettato ai ladri del municipio e ai ladri, peggiori, della parrocchia.
La vecchia zia era accorsa il giorno dopo, per fare una scenata alla nipote, dandole tutti i bei titoli che, secondo lei, meritava. Inutilmente Zaira rispondeva:
— Ma siamo marito e moglie!
— Sei una....!
Insomma, la vecchia non aveva voluto capacitarsi che ora i matrimoni si potevano fare anche alla lesta a quel modo; ed era andata via maledicendo la nipote e brontolando una profezia.
Io dico che può essere stato caso, ma la profezia della vecchia si era avverata un anno dopo; e — neppure a farlo a posta! — l'occasione, il pretesto (chiamatelo come vi piace) lo dava un altro ballo nella medesima Osteria del Galletto dove Torello aveva voluto condurre quasi per forza Zaira, che quella sera si sentiva poco bene.
Infatti, non volendo ballare, era rimasta in un canto con Tito Scontri; che, per non lasciarla sola mentre l'amico Torello ballava come un matto, si era messo a raccontarle un sacco di storielle allegre e le aveva fatto riprendere il buon umore.
All'ultimo, finite le storielle, Tito e Zaira si erano ingolfati in un so quali discorsi sotto voce. Avevano tutti e due gli occhi lustri, e Zaira si era fatta di fuoco in viso.
— Che ti ha detto quello sciocco di Tito Scontri? — domandò Torello, tornando a casa dopo le due.
— Niente.
— Ridevate, parlavate sotto voce....
— Mi raccontava di quand'era soldato.
— E sotto voce?
— Chi se ne ricorda? Ha detto tante grullerie!
Grullerie o altro, Torello cominciò a sentirsi rompere le scatole dell'assiduità di Tito Scontri attorno a Zaira. Torello, per la fratellanza che c'era di mezzo, non poteva dirgli: Gira largo! — Voleva però che glielo dicesse Zaira. La quale, dopo di essersi molto bisticciata col marito a tavola, a letto, e dopo di averci preso anche qualche cazzotto per le rispostacce date, finalmente, un bel giorno, in presenza di Torello, disse allo Scontri:
— Sapete, amico? Non ci venite più qui! Per cagione vostra mio marito mi picchia.
E Torello si era morso le mani dalla rabbia, perchè i socialisti non dovrebbero picchiare le mogli come gli altri mariti.
Zaira però faceva sempre a modo suo; usciva di casa quando le pareva e piaceva; andava dove le pareva e piaceva; e più botte buscava, e peggio si incaponiva ad agire di sua testa. Anzi una volta che Torello le aveva coperto il corpo di lividure e mezzo ammaccato un occhio, ella lo minacciò:
— Sai com'è? Ti pianto e buona notte!
Che avrebbe dovuto rispondere Torello? — Vanne al diavolo! — La teoria dell'amor libero avrebbe richiesto così.
Ma egli ora voleva bene a sua moglie più che se nella loro unione ci fossero stati di mezzo dieci sindaci e venti curati; per ciò le spianava le costole peggio di un marito legale.
I suoi compagni gli dicevano:
— O che ti confondi? Mandala via!
Quasi che mandandola via di casa avesse potuto strapparsela dal cuore! Questo il socialismo non lo aveva preveduto! E per ciò egli si serviva dei pugni, dei piedi, della mazza, e di tutto quel che gli capitava alle mani.
È vero che Zaira non si comportava meglio delle altre mogli, proprio mogli secondo il codice e la religione cattolica; ma infine!...
Stufa però un bel giorno, tutt'ammaccata com'era, ella uscì di casa e difilato andò dal Pretore a sporgere contro Torello una querela coi fiocchi.
Il pretore, alla vista di quel bel tocco di femmina, si era sentito rimescolare. Gli aveva parlato di lei parecchie volte il cancelliere, che ora aveva stimato suo dovere assentarsi un momento per lasciarlo solo a persuadere la bella querelante di desistere dalla sua idea.
— No! No! — urlava Zaira. — Che mi picchi, passi pure! Ma che mi disonori davanti a la gente dicendo che io sono....!
Voleva protestare contro quella calunnia, facendo mettere in prigione il marito; così quel bel cesto avrebbe imparato a rispettarla! No! No!
Il pretore, inspirandosi agli alti doveri conciliativi del suo ufficio, aveva dovuto certamente mettere in opra la più efficace eloquenza.
Questo pensava l'usciere, dopo di essere entrato due o tre volte dal suo superiore per portargli ora carte da firmare, ora la posta; pensava che quella donna si era lasciata finalmente persuadere, se non si sentivano più dall'uscio aperto nè gli strilli di lei, nè la voce insinuante del pretore.
Torello, dopo un pezzetto, era venuto dietro alla moglie. L'usciere, che lo conosceva, vistolo arrivare, gli aveva fatto un gesto per significargli che tutto era accomodato; e con un altro gesto, indicando l'uscio, gli aveva fatto capire che poteva entrare dal pretore.
Ai tre urli che scoppiarono insieme, il povero usciere sospettò di averla fatta grossa. Il pretore aveva, forse, voluto essere più eloquente dell'ordinario, o si era ingannato, a quel che pareva, nella scelta dei mezzi? Fortuna che Torello, invece di afferrare una seggiola e menarla in tondo addosso a lui e alla compagna infedele, si era contentato di fare uno scandalo, sbraitando contro tutti e due con le parole più energiche e più pittoresche del suo linguaggio popolano.
Ma che gli era giovato l'aver scacciato di casa sua la trista compagna?
Dal dispiacere, egli aveva perduto il sonno, l'appetito, la pace, e poi si era gravemente ammalato.
E un bel giorno, appena convalescente, incontrata la Zaira — che si era già data a praticar per conto suo l'amor libero, senza capire se così facesse propaganda di socialismo anche lei — le aveva detto umilmente:
— Senti: non ti picchio più!... Vedi come mi son ridotto? Vedi come ti sei ridotta tu pure?
E Zaira, che in quel momento non cercava di meglio, gli infilò un braccio sotto braccio, a testa bassa, rispondendo:
— Ti giuro... Quel maiale del pretore.... Ti giuro.... niente!
— Zitta! — la interruppe Torello... — non ne parliamo. Ti voglio troppo bene!... E mi dispiace — aggiunse, tastandosi le tasche — mi dispiace che oggi... Altrimenti andavamo al Galletto.
— Ho tre lire io — disse Zaira.
— Ah... mi fai accettare anche questo!... Ma... via! Andiamo dunque! — conchiuse Torello.
Insomma, amor libero o non libero, è sempre la stessa storia!
LA VENDETTA D'UN BARITONO
Sui grandi cartelloni della Scala, della Pergola, del San Carlo, dell'Argentina e di altri teatri di prim'ordine, Eliseo Bellacoscia figurava nella categoria dei secondi baritoni; ma, in verità, poteva stare benissimo in quella dei terzi e dei quarti senza nessun'offesa del suo merito reale. Nella categoria dei mariti però (di certi mariti, avrei dovuto dire) secondo il suo intimo amico Augusto Bazzi, tenore, Eliseo Bellacoscia era un Battistini, un Kaschemann, un Pandolfini a dirittura.
Questo prova quanto sia vero il proverbio: Dagli amici mi guardi Dio; dai nemici mi guardo io.
Eppure Augusto Bazzi voleva molto bene all'amico Eliseo che, tre anni addietro, gli aveva salvata la vita assistendolo fraternamente in un albergo di Buenos-Aires dov'egli si era ammalato. E per ciò ora soffriva vedendo l'indegnissimo modo con cui la signora Bellacoscia — che senza dubbio fisicamente faceva onore al cognome del marito — vilipendeva l'onore di lui e ne rendeva ridicola la persona. Giacchè la deplorevole condotta della bellissima e bruna signora Bellacoscia, non era un mistero per nessuno.
Come mai cantanti, coristi, figuranti, attrezzisti, macchinisti e pompieri di quei magni teatri sapessero vita e miracoli di colei, e niente intanto ne fosse trapelato al marito, sembrava all'amico Bazzi prodigio così inesplicabile che, parecchie volte, gli era balenato nella mente il sospetto — ma balenato soltanto! — che Eliseo non ignorasse affatto; e che, o pro bono pacis, o per vigliaccheria di uomo innamorato, o per altro più recondito e non lodevole fine, fingesse d'ignorare e lasciasse correre, e chiudesse tutti e due gli occhi e si tappasse gli orecchi.
— No — rifletteva il Bazzi: — non è possibile!
E ogni parola, ogni atto dell'amico e fin la sua figura veramente baritonale, con quei baffi, quel pizzo e quella zazzera, o meglio criniera, che gl'insudiciava i collari dei vestiti e non risparmiava neppure il collare della dignitosa pelliccia in cui si avvolgeva nelle stagioni invernali, tutto, insomma, induceva subito Augusto Bazzi a scancellare la cattiva impressione di quel lampo di sospetto, e a compiangere in conseguenza più appassionatamente l'amico.
Infatti, per indignazione, per nausea di quella... (egli si serviva di un'efficace metafora) nelle conversazioni, al caffè, nei circoli del palcoscenico, durante le prove, alle trattorie, dovunque si trovasse (e anche per giustificazione del suo disgraziato Eliseo), Bazzi era sempre il primo a tirar fuori la signora Bellacoscia e le di lei non gloriose gesta. E se qualcuno, meravigliato della condotta di così intimo amico, gli diceva: — Ma perchè dunque non apri tu gli occhi al marito? — egli rispondeva subito:
— Non voglio assumere, capite? la responsabilità di una tragedia!
E la risposta sembrava, a quel che pare, soddisfacentissima.
La statura, l'aspetto, la gravità del passo, la sonorità cavernosa della voce, e non so quale riserbo di fronte ai colleghi, che da qualcuno veniva, stortamente, qualificato vanità, si prestavano, non c'è che dire, a far supporre Eliseo Bellacoscia capace di ripetere nella realtà della vita qualcuna di quelle atroci e sanguinose vendette che i librettisti melodrammatici fanno compire ordinariamente, non so per qual ragione, ai baritoni. E per ciò al suo apparire, al suo accostarsi al crocchio dove si rideva allegramente alle di lui spalle, tutti stavano zitti, o rivoltavano il discorso in maniera che, certe volte, il povero baritono era costretto a ridere clamorosamente assieme con gli altri: nè si era mai dato il caso che la sua inconsapevole serenità venisse turbata dall'eccessiva allegria e dalle troppo clamorose risate, non sempre in evidente proporzione col detto o col fatto da cui erano state provocate.
Così, mentre Augusto Bazzi consumava parte della sua non sgradevole voce di tenore per sfogar la bile contro la indegna signora Bellacoscia, il buon Eliseo si serrava tranquillamente nella sua pelliccia, stuonava spesso con impavido animo nelle sue parti, sfidando le solenni arrabbiature del direttore d'orchestra; e nei giorni di riposo, passeggiava con altera dignità per le vie, portando a spasso la moglie che faceva voltar la gente ammirata, e che si tirava dietro sempre qualcuno che le era stato presentato da una provvida amica, qualcuno che durava assiduo attorno a lei una o due settimane e poi non si faceva vedere più.
Eliseo era ormai così abituato a questo caleidoscopio di conoscenti, che si professavano tutti suoi grandi ammiratori, da non stupirsi più della loro sparizione quasi metodica. Raramente gli era accaduto di domandare alla moglie:
— E il tale? Non si vede più!
Nè si era mai maravigliato della invariabile risposta della moglie:
— Che vuoi che io ne sappia? Canaglia!
Canaglia? Perchè? avrebbe riflettuto un altro più curioso di Eliseo Bellacoscia; ma egli, egli alzava le spalle, e si avvolgeva più baritonalmente che mai nella sua magnifica pelliccia.
Una o due volte le circostanze lo avevano spinto a domandarsi perchè mai sua moglie non amasse di frequentare i compagni d'arte di lui; ma, siccome neppur egli ne aveva buona opinione (ne aveva anzi pochissima stima) così quel disdegno della sua bella metà non gli dispiaceva. Rimpiangeva soltanto, in certe occasioni, di non aver sposato non so qual prima donna o comprimaria, che avrebbe potuto contribuire coi suoi guadagni alle spese di famiglia. Soggiungeva però subito:
— Mi lagno a torto; io non so come faccia Rosina, ma ella ha certamente il dono di raddoppiare le risorse!
Infatti Eliseo Bellacoscia a casa sua mangiava e beveva come un principe, ed era lieto che la sua Rosina non gli richiedesse mai un supplimento alla quota mensile da lui dedicata alle spese di casa.
E quando l'amico Augusto, che, come tenore, guadagnava il triplo di lui, si lamentava che i quartali non gli fossero mai sufficienti, egli lo consigliava con aria quasi paterna:
— Prendi moglie, Augusto mio; trovati una Rosina come la mia!
E Augusto si sentiva strozzare dalla risposta che gli saliva su per la gola e che doveva rimandar giù, forse pensando alla temuta tragedia!
***
E la mente gli corse subito alla paventata strage anche quel giorno che, arrivato con due ore di ritardo alla prova, trovò il palcoscenico in subuglio, e la prova interrotta. Artisti, coristi, figuranti, suonatori di orchestra, al vederlo comparire avevano emesso un Oh! così sonoro, così prolungato — il più splendido unisono che l'Argentina avesse mai udito — che il povero tenore si era arrestato tra la seconda e la terza quinta, interdetto.
Quel che non era accaduto in tanti anni, era accaduto improvvisamente due ore addietro, prima che la prova cominciasse e nessuno sapeva dir come e per causa di chi. Circondato, tirato in qua e in là da coloro che volevano essere i primi a informarlo, Augusto Bazzi stentava a capire, a raccapezzarsi.
Finalmente l'atroce verità gli era stata detta e con la forma più cruda.
Da una parola all'altra, insomma, il basso profondo ed Eliseo Bellacoscia, erano arrivati agli insulti: e il basso, forse mezzo avvinazzato, gli aveva sputato in faccia, davanti a quattro o cinque amici, in fondo al palcoscenico, la parolaccia che non doveva più farlo dubitare della sua disgrazia coniugale.
Uno degli astanti ripeteva a Bazzi il breve dialogo scambiato, all'ultimo, tra basso e baritono.
— Sì, becco e contento! — urlava il basso.
— Io? Io? Bada come parli — protestava il baritono.
— Va subito a casa, se vuoi sapere con chi si spassa tua moglie — urlava più forte il basso.
— Vado! E.... e se tu menti...! — aveva minacciato il baritono.
E non l'avevano potuto trattenere; e nessuno avea voluto corrergli dietro per paura di compromettersi.
Augusto Bazzi s'era cacciato le mani tra' capelli.
Ma il direttore dell'orchestra picchiava in quel punto sul leggìo con la bacchetta, e il direttore di scena gridava: — Signori, silenzio; comincia la prova.
E subito le stupende note del Lohengrin che preludiano alla partenza del cigno erano risuonate nella sala, e il povero Bazzi aveva dovuto cantare l'addio di Lohengrin, forzato a dimenticare per qualche minuto il suo povero amico, perchè col direttore dell'orchestra, quell'anno, non si scherzava.
Io, col permesso dei lettori, debbo qui altamente biasimare la condotta del tenore Augusto Bazzi, il quale dopo di essersi cacciato le mani tra i capelli, non lasciò in asso la prova per andare in traccia dell'amico e impedire una o più disgrazie; specialmente se si pensa che, nel caso di Eliseo Bellacoscia, era da contare anche la probabilità che il marito scornato ne uscisse bastonato o peggio; altrimenti sarebbe mai stato inventato il motto, quasi proverbiale, che esprime in tutte le lingue questa dolorosa sì, ma non sempre evitabile circostanza? E il mio biasimo vuol essere tanto più severo quanto più meritato, visto che l'amico Bazzi, terminata la prova, ebbe la triste premura di farsi raccontare per filo e per segno due o tre versioni dello accaduto, e interrogato il basso profondo che faceva sapere, anche a chi non avrebbe voluto udirlo, come egli avesse veduto quella... della signora Bellacoscia assieme con un ufficiale e li avesse pedinati fino al portoncino della casa di lei, dove l'ufficiale, dopo di essersi tirato da parte inchinandosi per farla passare avanti, le era andato dietro arricciandosi i baffi. E notino i lettori la circostanza aggravante che il basso profondo, non pago di aver finalmente rotto, com'egli diceva, la consegna di non fiatare, esprimeva caritatevolmente l'augurio che quel pezzo di uomo di ufficiale lasciasse al Bellacoscia, su la fronte, un evidentissimo segno della sua qualità di marito.
A questo punto — ne convengano i lettori — il tenore Augusto Bazzi avrebbe dovuto correre, e saltare nella prima carrozzella che gli fosse capitata tra i piedi, e non già indugiare nell'atrio dell'Argentina a sbraitare contro la signora Bellacoscia, quasi non si fosse trattato d'altro, in quel momento, che di narrare quelle che egli chiamava: le grufolate di colei!
Ed io insisto nel biasimo, non ostante che il seguito di questa veridica istoria possa diminuire dinanzi agli occhi dei miei lettori la responsabilità del tenore.
Sbraitava ancora Augusto Bazzi nell'atrio dell'Argentina, circondato da cinque o sei amici, la più parte professori dell'orchestra, quando risuonò sul pavimento della saletta accanto, lo strascichio di una sciabola che fece voltar tutti curiosamente verso l'uscio. Ed ecco disegnarsi nella penombra, in mezzo all'uscio, la figura d'un ufficiale e fermarsi atteggiandosi a un fiero gesto militaresco. Occorsero parecchi minuti di ansioso silenzio e di strizzamenti di occhi e, direi quasi, di buona volontà per riconoscere sotto quelle spoglie Eliseo Bellacoscia che, quantunque un po' pallido, sorrideva, trionfante, di non essere stato subito riconosciuto.
— Sciagurato!.... Che hai fatto? — gli gridò, accorrendo, l'amico Augusto Bazzi.
— Mi son vendicato! — rispose dignitosamente Eliseo.
E raccontò, quasi come il Nunzio delle tragedie antiche:
— Arrivo al portone, in carrozzella, salgo a due e a tre gli scalini di casa e fo squillare il campanello. Silenzio. Nessuno viene ad aprirmi. Altro strappo al campanello!... La padrona dell'appartamento apre l'uscio di faccia... Mi precipito dentro, senza dire neppur scusi, e mi trovo davanti all'uscio, chiuso dal paletto interno, che divide le mie stanze da quelle della padrona. Una spallata e l'uscio cede... Ma la scampanellata e il rumore fatto, hanno dato l'allarme. E, quando penetro nella camera, veggo i segni sì del disordine, ma non trovo nessuno. Sovra una poltrona e sul tavolino però, scorgo le spoglie di colui abbandonate nello scompiglio... E una grande idea mi attraversa il cervello... A che curarmi dei colpevoli? Dovevo lasciarli tutti e due in preda del terrore e del rimorso. E, in men che non l'ho detto, mi spoglio, indosso gli indumenti accusatori... ed eccomi qui!... Ah, per dindirindio! (fino in quel triste istante l'ottimo Eliseo Bellacoscia non dimenticava il galateo!) Ah, per dindirindio!... Mi attenderà per un pezzo il signor ufficiale! Voglio scarrozzarmi fino a sera, voglio portar attorno le sue conquistate spoglie!... Dovrà buscarsi, per lo meno, venti giorni di arresti!
Da prima nessuno rise, credendo ognuno che il dolore avesse fatto ammattire il povero baritono: ma quando si dovettero finalmente convincere che la sua vendetta di marito non voleva andare più in là, i “bravo!„ i “bene„ e le risate, scoppiarono fragorosamente.
E il tenore Augusto Bazzi, tra irritato e commosso, si limitò a prenderlo pel braccio e a dirgli:
— Vieni, vieni a spogliarti... Non sai che ti possono arrestare?