I.

Il libro di Edmondo De Goncourt lascia nel cuore un profondo sentimento di tristezza. Leggendo la storia dei due fratelli acrobati non si può fare a meno di pensare a due altri fratelli, veri acrobati letterarî, la collaborazione dei quali sarà uno dei più curiosi fatti della moderna letteratura francese. La morte ha separato questi due esseri che pensarono, sentirono e scrissero com’una persona sola. I libri pubblicati dal fratello superstite La Fille Elisa e questi Frères Zemganno, hanno talmente le stesse qualità di forma, di stile e di concezione, gli stessi difetti d’eccesso di colorito, di ricercatezza e d’affettazione di quelli precedentemente scritti insieme al fratello morto, che riesce quasi impossibile il misurare la parte che spetta all’uno ed all’altro in lavori d’arte come la Germinie Lacerteux (predecessora dell’Assommoir), la Manette Salomon, la Renée Mauperin e la Soeur Philomène.

La storia dei fratelli Zemganno è di una semplicità straordinaria. «J’ai fai cette fois de l’imagination dans du rêve mêlé à du souvenir» dice l’autore; e aggiunge d’essersi trovato in una di quelle ore della vita nelle quali ci si sente invecchiati, ammalati, vigliacchi nella lotta terribile col lavoro della creazione artistica; in una condizione di spirito in cui la verità troppo vera era antipatica anche a lui che su tal conto non ha mai provato scrupoli di sorta. I Frères Zemganno sono il frutto di questa prostrazione d’animo che si comunica al lettore.

L’autore ha tentato di contornare il suo rêve di tutti i particolari della realtà. La vita nomade della compagnia diretta dal signor Tommaso Bescapè (un italiano che ha fatto mille mestieri in tutte le parti del mondo) è descritta con cura minuta, e ci fa proprio vivere entro quell’ambiente di miseria, di stoicismo, di corruzione e di allegria spensierata ove Gianni e Nello entrano nell’arte come nel loro vitale elemento. I ritratti sfilano uno appresso all’altro finamente dipinti: — la bella testa della zingara Steucha colla sua folta chioma di capelli neri o ricciuti, il viso d’un ovale delicato e soave, gli occhi scintillanti fiammelle elettriche; creatura rimasta orientale e quasi in dormiveglia in mezzo al gran chiasso della civiltà europea; — l’Ercole della compagnia dai movimenti da poltrone, o dal viso di perpetuo affamato; essere in embrione, con degli occhi che parevano colati fra palpebre mal disegnate, con un naso formato da un pezzo di carne schiacciato e appiccicato lì, con una bocca da scambiarsi per un veggione slabbrato e la carnagione d’un bigio sudicio; — il trombone, l’amico della cagnetta della compagnia, «dont la personalité était faite de l’absence de chemises, et de vetêments où il y avait encore plus de graisse que de laine feutrisé, et de souliers dont les semelles disjointes et traversée de gros clous lui donnaient l’air de marcher sou des mâchoirs de requins entrebâillés,» un uomo felice fra tanta miseria; — la Talochée, la vecchia cuciniera, il corpo grinzoso della quale raccontava «les misères, les souffrances, les fringales, les refroidissements, les coups de soleil, les courbatures de la femme avec un passé de jeune fille ou l’eau-de-vie avait bien souvent remplacé le pain manquant»; — e poi tante piccole macchiette, e poi il ritratto in piedi della cavallerizza del circolo, l’americana Tompkins che l’autore accarezza con tutte le seduzioni del suo pennello. La scena varia spesso, prima ad ogni stazione della compagnia ambulante, poi da un circo di Londra e di Manchester a un circo di Parigi; dal chiasso luminoso delle rappresentazioni equestri e ginnastiche, alla modesta abitazione ove i due fratelli covano amorosamente il sogno della loro ambizione di artisti, una trovata acrobatica.

Ma il lettore non si lascia illudere o meglio l’autore non ha intenzione d’illuderlo neppure un momento. Il suo libro è come un quadro trasparente. Dietro le smaglianti figure che si muovono sul davanti appariscon le figure velate, sfumate, la vera realtà del suo pensiero d’autore. Quei due fratelli acrobati materiali fanno pensare a quegli altri due cercatori di nuovi tours de force di forma, di stile e di concetti artistici da presentare all’avida curiosità d’un pubblico appassionato, aristocratico, ghiotto delle leccornie raffinate della parola e del romanzo. Le ansie di Gianni nella ricerca del suo tour, la gioia febbrile quando credeva d’aver raggiunto la realizzazione del suo sogno, i subiti scoraggiamenti quando trovavasi d’un colpo innanzi ad uno di quegl’imprevisti ostacoli che paiono chiuderci brutalmente sul viso la porta dell’avvenire, e quel silenzioso corrispondere dell’anima di Nello a tutti i passaggi più impercettibili dell’anima del fratello maggiore, sono rivelazioni d’ansie, di gioie, di scoraggiamenti, di corrispondenze di sentimenti e di pensieri accaduti in regioni più nobili e in lotte più spirituali che quelle provate nella ricerca di un tour de force da acrobata.

«I due fratelli non s’amavano soltanto, ma erano stretti l’uno all’altro da mistici legami, da giunture fisiche, dagli atomi uncinati della loro natura gemella, benchè fossero differentissimi d’età, e di caratteri diametralmente diversi. I loro primi movimenti istintivi erano proprio identici. Provavano delle simpatie e delle antipatie egualmente improvvise, e uscendo da un posto portavano via dalle persone che v’avevano viste la stessissima impressione. Nè soltanto gli individui, ma anche le cose coll’irragionevole perchè delle loro attrattive o delle loro ripugnanze parlavano per tutti e due il medesimo linguaggio. Finalmente, le idee, queste creazioni del cervello che nascono così bizzarramente e che ci sorprendono spesso col non si sa come del loro apparire, le idee ordinariamente così poco simultanee e così poco parallele nei legami di cuore tra uomo e donna, le idee nascevano in comune tra i due fratelli; talchè sovente dopo un po’ di silenzio, essi si voltavano l’uno verso l’altro per dirsi la stessa cosa, senza potere spiegarsi quel singolar caso di trovare sulle due bocche due frasi che ne formavano una... Il loro lavoro era tanto e così confuso, i loro esercizî talmente mescolati l’uno coll’altro, e quel ch’essi facevano sembrava così poco appartenere a ciascun di loro in particolare, che le acclamazioni s’indirizzavano sempre a tutti e due (à l’association), e nessuno separava la coppia negli elogi o nel biasimo. Così quei due fratelli erano giunti ad avere insieme (fatto quasi unico nella storia delle amicizie umane) un amor proprio, una vanità, ed un orgoglio che venivano accarezzati o feriti nello stesso momento in tutt’e due.»

È la pagina più trasparente.

L’autore riprende subito la sua pretesa realtà, il suo preteso rêve e vi mescola i suoi ricordi in maniera che è proprio impossibile distrigare questi da quelli. Coloro che si attendevano delle rivelazioni sono rimasti delusi. Ma c’è intanto l’accento, c’è un che di vago, di sfumato che accresce la poesia di questo lavoro e gli dà un’impronta elevata. E quando il povero Nello si spezza le gambe nell’eseguire la prima volta il gran tour trovato dal fratello, e la loro esistenza artistica vien chiusa, un sentimento di tristezza c’invade il cuore. Quelle ultime pagine paiono bagnate di lagrime: i periodi brevi e nervosi hanno qualcosa del singhiozzo. Si direbbe che il fratello superstite senta venire dalla tomba una voce di rimprovero. Con che animo può egli tentar di nuovo le lotte dell’arte ora che l’altro non è più? Il morto è geloso, il morto è un egoista inesorabile. Nello, ridotto impotente agli esercizi ginnastici, non può soffrire lo scricchiolìo degli anelli del trapezio su cui Gianni dà sfogo alla sua inerzia forzata. In quest’amara invidia dello storpio c’è come un’eco di quella voce segreta (rimpianto, o delicato rimorso) che deve certamente rattristare le ore di studio d’una assistenza abituata a sentire, a imaginare e a pensare sempre in due. Quante volte il fratello superstite non si sarà visto affacciare nel consapevole studio la pallida figura del suo caro estinto allo stesso modo che accade nell’ultima scena del romanzo!

Una notte Nello si sveglia. Non sentendo la respirazione di suo fratello, pieno delle irragionevoli paure che ci assalgono nelle ore notturne, lo chiama più volte, ma invano. Allora salta giù dal letto, e senza prender le grucce, aggrappandosi ai mobili, strascinandosi, va a trovare tastoni il letto di Gianni. Gianni non c’era.

Un lampo di sospetto gli traversa la mente. Strisciando, strascicando sulle mani e sui ginocchi, scende giù, nella bottega del falegname tolta in affitto prima della disgrazia; l’uscio era socchiuso: Gianni s’esercitava sul trapezio al lume d’un mozzicone di candela posato per terra. Nello, entrato non visto, stette un po’ ad osservare gli agili voli del fratello, e pensando che questi non avrebbe mai saputo rinunziare alla vita del Circo, scoppiò in singhiozzi strazianti. Gianni s’arrestò sorpreso, poi staccò il trapezio, lo lanciò in istrada rompendo i vetri della finestra, corse da suo fratello e lo sollevò stringendolo al petto.

«Et tous deux, dans les bras l’un de l’autre, se mirent à pleurer longtemps, sans dire une parole.

«Puis l’aîné, jetant un regard qui enveloppa toutes les choses de son métier et leur dit adieu dans un renoncement suprème, s’écria:... Enfant, embrasse moi..., les frères Zemganno sont mort... il n’y a plus ici que deux racleurs de violon... et qui maintenant en joureront... le derrière sur des chaises.»