II.

E poichè quest’impasto d’imaginazione, di sogno e di ricordi autorizza a fare tutte le supposizioni, e tutte le interpretazioni possibili, io cerco a qual tour de force letteraria era rivolto l’animo dei due De Goncourt quando la loro collaborazione ferveva nella più irrequieta attività. Quello che ci vien rivelato in questo volume è un accenno involontario? Mi piace supporlo.

Nella prefazione ai Frères Zemganno l’autore comincia dal dichiarare che l’Assommoir e la Germinie Lacerteux non sono altro che dei brillanti combattimenti d’avanguardia del naturalismo, del realismo, per servirmi du mot bête, du mot drapeau com’egli lo chiama. La gran battaglia della nuova scuola sarà data il giorno che un ingegno potente adopererà l’analisi positiva «per decifrare colla scrittura artistica ciò che è elevato, ciò che è gentile, ciò che ha buon odore, e anche per dare gli aspetti e i profili degli esseri raffinati e delle cose ricche.»

Tentar questo studio da naturalista sull’alta società francese, decomporre colla chimica dell’arte tutte le gradazioni, tutte le mezze tinte, tutti quei piccoli nonnulla, quei nonnulla civettuoli e neutri che formano il carattere dello spirito e delle toelette di una parigina, ecco forse il gran tour de force letterario che i due fratelli sognavano, e pel quale avevano già ammassato tutti gli elementi delicati e fuggevoli. Ma la morte è venuta a sparpagliare i loro fogli, a dimezzare la loro attività. Il superstite non ha più fiducia nelle sue forze, come quando erano in due. Si sente vecchio, abbattuto e svela il suo segreto per chi vorrà riprendere con la forza e col coraggio necessarî questa battaglia finale contro il classicismo idealista. «Le succès du réalisme est là, soulement là et non plus dans le canaille littéraire épuisé à l’heure qu’il est, par leurs devanciers.» (È una frecciata alle Madames Beccart ed alle Soeurs Vastard dell’estrema sinistra del realismo francese.)

Ma Germinie Lacerteux? Ah! ecco una legittimazione che vale per tutti, anche per noi piccoli e slombati fantaccini dell’arte moderna. L’uomo e la donna del popolo, l’uomo della bassa borghesia ha dell’animale, del selvaggio; è più dappresso alla natura. L’organismo del suo sentimento, l’embrione dell’organismo del suo spirito sono di un’estrema semplicità e possono afferrarsi facilmente. Di mano in mano che la scala sociale s’eleva, le complicazioni aumentano e le difficoltà dello studio diventano maggiori. Gli agenti esterni ed interni che servono alla formazione d’un carattere s’intrecciano, si avviluppano con inattese relazioni: l’individualità è più spiccata, le differenze più notevoli, e ogni persona diventa un originale che non si riproduce più. In cima alla scala sociale le differenze dall’uomo del popolo sono così enormi che può dirsi addirittura si tratti non di un’altra razza, ma di un’altra umanità. Questa cima è dove tutti gli elementi della coltura moderna hanno la loro sviluppata funzione normale.

La predilezione dei moderni per la parte più animalesca, per la passione sensuale del fondiglio umano proviene dunque un po’ dalla difficoltà che l’artista incontra per via quando vuol inoltrarsi in un ambiente più elevato; un po’ (e questo è un mio parere) da una legge fatale che regola il processo dell’arte come il processo della Natura. Si va dal più materiale al più spirituale, allo stesso modo che da una forma più semplice e inferiore ad una forma più ricca e superiore. L’arte moderna tenta la sua via, procede riguardosa; è il suo metodo scientifico che le impone d’inoltrarsi con mille cautele. Ma le prime esperienze oramai sono un trionfo. Gli strilli delle oche del classico Campidoglio non salveranno nulla. L’arte è trasformata, è peggiorata, se così piace; è corrotta anzi; chi lo nega? I suoi primitivi elementi, imaginazione e sentimento, si sono già mescolati ai nuovi elementi della riflessione scientifica. Ma è l’arte quale può esistere al giorno d’oggi entro quest’atmosfera positiva, avvelenata (è la frase sacramentale) da miasmi d’analisi e di scettiche curiosità. — Non è l’arte antica! Non è la grand’arte! — Lo sappiamo benissimo. Perchè non rimpiangerò che noi italiani, anzi, che noi europei del 1879 non si sia più gli europei di tre, di quattro secoli fa, medio-evo, risorgimento, o anche semplicemente secolo XVIII? Non si capisce in che maniera quel che non s’osa desiderare per la storia dell’umanità possa invece volersi per la storia dell’arte. Come se l’arte fosse fuori dell’umanità! Come se l’arte non fosse l’umanità che riproduce in forma immortale i diversi momenti della sua divina esistenza!

L’arte si è trasformata, o per dire più esattamente ha trasformato il suo metodo. Anche quando è esteriore, come nella Germinie Lacerteux, come nell’Assommoir, è intanto più intima della più intima arte antica. Il suo occhio è armato del microscopio, la sua mano del bisturino dell’anatomista e del disseccatore. Restar arte, cioè infondere la vita alle sue creature nello stesso tempo che le disarticola e le scompone con spietata e serena freddezza, ecco l’arduo problema che deve risolvere ad ogni momento la vera arte moderna.

La ricerca, che par capricciosa, dell’eccezione dei suoi soggetti è un’antica necessità che il metodo analitico odierno rende soltanto più appariscente, quasi fosse cosa nuova. Non è solo da oggi che l’arte va in busca di eccezioni. Tutta la storia delle sue più splendide creazioni è una storia non interrotta d’eccezioni, una più grande dell’altra. La differenza sta in questo: una volta la scelta veniva fatta quas’inconsapevolmente; oggi la eccezione è ricercata di proposito. Coloro che se ne meravigliano, ignorano certamente che significhi un’eccezione.

Carattere eccezionale (nel romanzo si tratta di caratteri) è quello dove tutte o quasi tutte le forze naturali chiuse in germe dentro d’esso si son potute sviluppare con una larghezza e con una ricchezza che le mille influenze sociali consentono di rado. Ordinariamente un germe prende il sopravvento e aduggisce gli altri colla sua rapida crescenza. Poi le circostanze propizie vengono meno: gli altri germi o non si svegliano o crescono su rachitici, intristiscono, muoiono assai prima del tempo; e il carattere comune, volgare si strascica a questo modo lungo la vita, ingombrando la famiglia, la città, la nazione, diventando la forza bruta e brutale che contrasta e combatte l’eccezione, quasi fosse venuta fuori per negarlo e per farsi beffa di lui. Ma quello che pel volgo è unicamente una stranezza o una mattezza, per l’artista, per lo scienziato (che oggi sono sul punto di confondersi in uno) diventa un caso artistico o scientifico di grande importanza. C’è in esso del rigoglio, dell’esuberanza di forze e di vitalità; c’è un accidentale ma fortunato accumulo di casi sparpagliati, disposti in riscontro e quasi in lotta tra loro; raziocinî che la vita comune non architetta mai; conseguenze che il carattere volgare non saprebbe tirar fuori nemmeno a provarcisi mille anni; errori, colpe, illogicità di sentimenti e di passioni che per l’arte e per la scienza hanno un immenso valore. E siccome l’arte è creazione più elevata della creazione naturale, così l’eccezione artistica riesce più ricca, dirò anche più facilmente scientifica. Giacchè spesso l’artista per produrre l’effetto voluto, non deve far altro che esagerare certe proporzioni, e l’eccezione (uno dei caratteri naturali e primordiali dall’arte) vien tosto alla luce. Bisogna essere molto superficiali per non capirlo.

Ma se l’eccezione sarà sempre uno dei più grandi elementi dell’arte, non persisterà questa ricerca del basso, del brutto, del deforme fisico o morale che ora ci attrae tutti, grandi e piccini. Quando il romanzo moderno avrà il polso più franco e l’occhio più esercitato, i fondiglioli umani saranno abbandonati alle indiscrete compiacenze dell’arte inferiore; e tutti, grandi e piccini, saremo presi dalla smania dell’aria pura, delle passioni elevate, dei vizî più spirituali ma non meno terribili di questi d’ora, delle virtù più generose e certamente più consolanti, delle passioni più raffinate e non meno umane e drammatiche. Intanto, durante l’attesa, durante le prove e gli studî, leviamoci il cappello e salutiamo riverenti l’arte moderna nelle sue più schiette manifestazioni. Salute Germinie Lacerteux! Salute Assommoir! Salute Jacques Vingtras nuovo arrivato, che pei sacrosanti diritti dell’arte hai fin dimenticato d’esser figlio!