I.
Il Ruggiero e la Palingenesi sono due opere che hanno un significato morale e letterario di non lieve importanza. La prima compendia in sè tutta l’azione degl’ingegni siciliani nella scorsa metà del secolo presente; la seconda inizia un nuovo movimento il quale, per le mutate condizioni dell’isola e per l’intrinseco suo valore, non rimarrà certamente circoscritto in brevi confini e quasi ignorato al di là dello stretto.
La stampa italiana, meno qualch’eccezione che conta poco, non ha fatto alcun cenno della pubblicazione del Ruggiero. Intanto questo poema, opera d’un ingegno di tempra robusta, è un monumento che lo storico dovrà consultare quando vorrà scrivere delle cose siciliane moderne con conoscenza profonda. L’agitazione che mantengono negli spiriti gli avvenimenti politici; lo scarso prestigio, anzi la cattiva fama (non ingiusta di certo) che le tipografie siciliane dividono colle napoletane, e nuoce più che non si creda alla diffusione de’ libri stampati laggiù; la mole dell’opera (537 pagine in 16.º di carattere compatto, cioè 1926 ottave e venti componimenti lirici intramezzati ai canti del poema); finalmente la natura del soggetto, d’interesse affatto siciliano anche pel lato civile, sono state senza dubbio le ragioni che han contribuito a far mantenere sul lavoro del Vigo un ingiusto silenzio.
Meno le preoccupazioni politiche che distolgono ancora dalla tranquilla religione degli studî buona parte de’ vecchi e dei giovani ingegni, il Rapisardi non ha da temere nessuno di questi ingrati contrattempi. La mole del suo libro è quella d’un giusto volume in 18.º; il tema dei suoi canti non tanto italiano quanto universale, e la pubblicazione, fatta da una delle più benemerite e più famose tipografie fiorentine, elegante e corretta.
Io credo che pochissimi, anche dopo quel che ora dirò, saran tentati di leggere un poema con cui si celebra la fondazione della spenta monarchia siciliana; pochissimi avranno il coraggio d’affrontare l’ardua asprezza d’un ingegno che ispira una specie di simpatia mista ad un indefinito sentimento di paura. Ma credo però che questi pochi, i quali, sprezzando le faticose disuguaglianze del terreno, non si stancheranno di seguire il poeta dalla battaglia di Cerami all’assedio ed alla presa di Palermo, saranno lieti alla fine d’aver letto un’opera d’arte che, coi suoi pregi e i suoi difetti, è la personificazione più completa dello spirito siciliano degli ultimi anni.
Il Rapisardi già corre con favorevole accoglienza per le mani di molti, e da qui a poco sentiremo pronunziare il suo nome fra quei rari, che porgono alle nostre lettere sfinite e moribonde qualcosa di più che le solite belle speranze. Anch’egli è una viva espressione del carattere siciliano. Pieno dello spirito greco sempre alitante sulle rive del Jonio, differisce notabilmente da quanti fra noi coltivano la poesia con amor vero e profondo. Sicchè mi è parso giusto mettere insieme questi due nomi non solamente perchè onorano una provincia a me sacra per indelebili affetti, ma anche perchè segnano due diversi periodi dello svolgimento letterario e politico di essa.
Il poema del Vigo può paragonarsi ad uno di quei magnifici tramonti che si osservano spesso dall’alto delle montagne nell’interno dell’isola. Il cielo è coperto di nubi dense e basse che corrono, radendo la cima dei colli, trasportate dal vento. Sentesi ancora da lungi il brontolìo del tuono che si disperde. Cade ancora qualche goccia di pioggia che luccica per l’aria come un pezzettino di cristallo iridato. L’atmosfera è umida e grave. Le campagne smosse dagli aratri son già diventate di color nerastro per aver bevuto troppo acqua. Le viottole e gli stradoni risplendono con mille giri tortuosi come tanti rivoli d’argento. All’orizzonte le nuvole tingonsi di porpora con masse forti, in linee trasversali, e lasciano appena vedere una striscia di cielo che sembra un mar d’oro. Finalmente ecco il sole che si affaccia cogli ultimi raggi a quell’angusto finestrino; ed ecco una scena delle più pittoresche e più fantastiche che mai si possano immaginare! I raggi scappano lontan lontano sotto quella tettoia di nuvole la quale serve a rifrangerli giù. Le nebbie basse e sballottate dal vento si colorano di strane tinte, assumono figure più strane, mentre le linee cupe ed incerte del paesaggio si mostrano ad un tratto con una così minuta precisione, che ti fa credere o sparita la distanza o centuplicata la virtù della pupilla. Che fuga sterminata di pianure, di colline, di vallate, di montagne, di paesetti e di città, dove pochi momenti prima appariva una striscia di vapore nerastro! È l’illusione d’un istante. Appena il sole tramonta, l’oscurità copre fitta il cielo e la terra senza gradazione veruna, rotta da qualche lampo, che minaccia pel domani una tempestosa giornata.
I dieci canti del Rapisardi, al contrario, sono un’alba deliziosa di primavera. In riva al mare i pescatori affaccendati preparano i loro arnesi cantando e celiando con rozza semplicità. L’orizzonte è colorito da mille tinte sfumate. Le acque tranquille si riversano sullo sponde con amorosa carezza. Un’aura fresca e sottile ricerca i polmoni, purifica il sangue e fa più libera la respirazione. Seduto sugli scogli della riva, tu aspetti incantato il levarsi del sole, guardi in fondo, ed esclami sospirando di dolcezza: che bella giornata vuol essere!