II.
Dirò prima qualcosa intorno al concetto autonomico del poema del Vigo. Gli avvenimenti politici ch’ebbero luogo in Sicilia dalla proclamazione della Costituzione del 1812, fino alle insurrezioni e reazioni del 1821 e del 1837 ne sono il naturale e indispensabile commento. L’autore fa bene ad avvertire non si dimentichi che vi si contiene il ruggito d’una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse. Se volessi tradurre in linguaggio preciso i personaggi storici e le fantasie del poeta, vedrebbesi tosto significata in Ruggiero e nei suoi baroni l’indipendenza siciliana; nei saraceni, gli odiati napoletani che la tenevano oppressa; nella presa di Palermo e nella proclamazione del Gran Conte a capo supremo dell’isola, il trionfo del diritto del popolo calpestato dai Borboni. I siciliani, allora e nel quarantotto, respingevano ogn’idea nazionale; la credevano assurda. Pieni dei ricordi della loro grandezza politica al tempo dei normanni e degli svevi, eransi ostinati a non riconoscere che, restando immobili mentre tutto si trasformava, facevano una stolta resistenza alla forza delle cose, e un gran male al loro presente o al loro avvenire; e per un calcolo d’egoismo, che ripeterono con più infauste conseguenze nel 1848, avevan veduto crollare, senza dispiacere e senza rimorsi, la rivoluzione napoletana del 1821. Le idee autonomiche erano in quel tempo un vero furore laggiù. Letterati e poeti soffiavano ardentemente ne’ facili pregiudizi del volgo, ora falsando il passato (come l’Amari colla sua Guerra del Vespro Siciliano, ove chiama stranieri Ruggiero di Loria e Giovanni da Procida); ora cantando ed ingrandendo con idee partigiane fatti, che già ricevevano dalla filosofia della storia un significato men nobile di quello ad essi attribuito (come la conquista dei normanni celebrata dal Vigo). E se non mancavano gl’intelletti più veggenti, i cuori più larghi, cioè i discepoli d’una scuola accesa di fede apostolica (Amari) che osavano pensare alla perniciosa chimera dell’italica unione (Lanza, Considerazioni sulla storia del Botta), la maggioranza però non sognava che un regno di Sicilia, una costituzione di Sicilia, una nazione siciliana. Nè l’idea unitaria vi era rifiutata solamente nelle cose politiche. Si faceva distinzione (si fa spesso tuttora da persone coltissime) tra siciliani ed italiani, come tra siciliani e francesi ed inglesi; e il Vigo, in tre luoghi del suo poema, che in avvenire saranno citati, dice parlando de’ pisani venuti in aiuto dei Normanni:
Vuol che l’italo esercito e il sicano.
Canto XIII, 32.
Itali e Franchi.
Canto XIV, 23.
Forse indarno sudato al gran cimento
Itali, Franchi avrebbero e Sicani.
Canto XVI, 22.
Il Ruggiero, composto quando queste idee formavano la fede inconcussa dei patrioti siciliani, n’è certamente l’espressione più sincera e più calda. Convien ripeterlo: la storia ed il verso servivano al poeta per celar meglio la ribelle intenzione del suo concetto. Fortificato dalla certezza, che dentro l’anima sua non risplendeva la luce d’un’idea individuale, ma quella d’un popolo intero; che i suoi versi non eran temprati unicamente dai propri sdegni e dai propri dolori, ma da quelli di migliaia di cittadini che avevano combattuto, che soffrivano, che si preparavano a combattere per la medesima aspirazione e per la medesima conquista; il poeta ha amato quest’opera doppiamente, da cittadino e da artista. Concepita nel silenzio con giovanile trepidazione; maturata fra gli slanci entusiastici ed i penosi scoraggiamenti, che s’alternano in un lavoro difficile e di lunga lena, essa ha quasi assorbito tutta la forza vitale di lui. La sua mente, il suo cuore ardentissimo, potrei anche dire la sua carne ed il suo sangue vi si son trasfusi dentro con ricca larghezza, ed egli non mentisce allorchè nella dedica del poema all’Augusta Madre, la Sicilia, dice:
Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo,
Per te sol vivo, per te presto a morte,
Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;
Che tutta quanta l’anima mi leggi.
Nel 1865, anno della pubblicazione, non solamente erano già mutate le condizioni politiche della Sicilia, ma in molta parte anche le convinzioni dell’autore. Il Ruggiero era ormai diventato un corpo senza anima; e la voce del poeta, che non aveva potuto risuonare all’aperto quando forse sarebbe riuscita utile ed opportuna, trovavasi affiochita, anzi spenta prima di emettere un sol grido. Queste considerazioni non hanno dissuaso però il Vigo dal dare alla luce il poema. Rinunziare al Ruggiero, sarebbe stato un’abiura, egli scrive nell’Avvertenza; chi non mi comprende suo danno. Si può rinnegare il passato se gli si deve il presente che prepara l’avvenire? Il Giove omerico tocca il culmine dell’Olimpo in tre passi; ma senza la prima non si stampa la terza orma; ciascheduna d’esse è fatale. Vera o no questa sua filosofia della storia che vede una logica relazione tra il suono delle campane del Vespro e quello della campana della Gancia, non sarò certamente io quello che biasimerà il Vigo di averci fatto risuonare all’orecchio l’eco d’idee e di tempi spariti per sempre, che io non amai e che non posso rimpiangere. Se di qualcosa dovessi appuntarlo, mi lamenterei invece con lui perchè non ha saputo resistere alla tentazione d’aggiungere al suo quadro una o due pennellate moderne, che stonano affatto sull’antiche. Quando nel canto settimo trovo in bocca di un vecchio siciliano queste focose parole:
Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,
Unificati al popolo latino
Potrà vederci nuovamente il sole
Risuscitar la stirpe di Quirino:
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ben ci uniremo all’itala fortuna
Se, pari in dritto, sue provincie in una;
quando nel quindicesimo canto sento dire da Uriele:
Finchè trionferà sull’Aventino
Custodita dagli angioli la croce,
E Italia, tutto il popolo latino
Invocherà d’un cuore e d’una voce,
Non morta è la progenie di Quirino,
E un dì sorgerà grande e feroce;
Odo il mugghio dell’armi e la minaccia
Gigante d’un sol capo e cento braccia
Risorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...
quando insomma incontro questo e qualche altro passo consimile, provo subito l’effetto che fa un restauro moderno in un antico monumento. Il poeta non aveva bisogno di farsi perdonare il suo concetto con tali concessioni. Il Ruggiero non si mostra più come una luce diretta, ma come un riflesso, non come un’apparizione del presente, ma quale una testimonianza del passato.