III.
Al par di tutti i poemi moderni, il Ruggiero è un poema meramente archeologico.
Il Vigo infatti ha trovato pochissimi ricordi viventi della conquista normanna sia nelle tradizioni, sia ne’ canti popolari siciliani: e la sola fonte leggendaria, a cui abbia potuto attingere, è la cronaca del monaco cassinese Malaterra. Il quale, evidentemente, raffazzonò per ispirito di parte ogni cosa a suo modo, e poco o nulla rilevò dalle storie o rapsodie popolari, se mai ve ne furono. Questo mio dubbio non proviene soltanto dal non trovarle esistenti anch’oggi, come trovansi presso i popoli del Nord i grandiosi frammenti dei Nibelunghi, ma da considerazioni storiche di maggiore importanza. Il silenzio dei canti popolari siciliani non vorrebbe dir nulla. Essi nominano appena una o due volte re Guglielmo il Buono; una o due volto Carlo II (ricordo recentissimo in paragone dell’altro). Non si è certi se mai parlino di Procida; e il solo cenno del famosissimo Vespro ch’essi ci danno sente troppo il letterato e il moderno e non può venir preso sul serio.[22]
Ma nè Guglielmo il Buono, nè il Procida, nè il Vespro avevano però le qualità necessarie per diventar caratteri ed avvenimenti da epopea. La natura delle loro azioni e delle loro influenze sulla vita civile e morale del popolo (brevi e soffocate subito da altre azioni e da altre influenze) vietava quella vasta trasformazione che i caratteri ed i fatti devon subire gradatamente per passare dal ciclo storico nel leggendario.
Perchè la conquista dei Normanni, cioè la liberazione della Sicilia dall’infame giogo saraceno, la restaurazione del culto cattolico che aveva spinto papa Nicolò II a dar l’investitura dell’isola al valoroso avventuriero, la creazione d’un ordinamento politico basato su d’un patto largo e dignitoso tra il governo ed il popolo; perchè insomma tutta questa prodigiosa unione di fatti grandissimi con grandissime idee che ai nostri giorni si è formulata in epopea riflessa (come s’era già quasi epicamente formolata nei racconti dei cronisti adulatori) non ha lasciato nessuna traccia nelle imaginazioni popolari? Perchè nell’Isola questo silenzio della coscienza artistica cioè dello schietto riflesso dell’individualità d’un popolo? Perchè finalmente questo affaccendarsi dell’erudizione d’oggi a creare un gran tipo ed un gran fatto, a metterlo in testa al risorgimento politico siciliano del medio evo, mentre la poesia e la tradizione popolare l’ignorano completamente?
La ragione, secondo me, sta nel modo falso e convenzionale con cui vien giudicato quel periodo di storia. Noi diamo alla conquista normanna un significato assai più importante di quel ch’essa non ebbe; ed esageriamo tanto la parte dei saraceni quanto quella dei conquistatori; e sotto l’influsso di criteri religiosi poco retti e d’un retorico convenzionalismo seguitiamo ancora a credere uguale alla nostra l’impressione prodotta dagli avvenimenti sui contemporanei. La verità è che la conquista normanna ebbe allora pei siciliani tutta l’odiosità della conquista, e poco, quasi nulla il prestigio della liberazione. I Normanni andarono in Sicilia da predoni, da spogliatori, a distruggervi interessi che già si componevano e s’assodavano, a ridestarvi sdegni e fanatismi che cominciavano ad attutirsi un po’ per la natura del popolo stesso, un po’ per la mancanza di contrapposti che ne tenessero desta la vigoria. La loro invasione minacciava il commercio già rinascente, le arti che si svegliavano, le lettere e le scienze che principiavano ad attecchire, la prosperità universale che rialzava il capo dall’abbattimento in cui l’aveva gettata la dominazione bizantina. Essi non recavano con loro nè i semi d’una civiltà migliore della saracena, nè le raccomandazioni d’un’autorità religiosa venerata ed amata. Durava ancora la memoria delle nefande estorsioni dei legati pontificî, dei quali un testimone degno di fede scrisse provinciarum diripiunt spolia;[23] durava ancora la memoria delle ostilità tra i diritti del popolo e le pretese papali; e quei liberatori che osavano presentarsi coll’investitura del vicario romano come fonte del loro diritto alla poco invocata liberazione dell’isola, non potevano essere subito nè accettati, nè tollerati; e non lo furono difatti.
Le difficoltà incontrate dai Normanni nell’impadronirsi dell’Isola non provennero solamente dalla forza saracena, che non poteva esser grandissima, ma più dall’opposizione delle popolazioni siciliane le quali, combattendo nelle file dei nemici della fede, diedero valido aiuto a coloro che i frati ed i vescovi dipingevano come ferocissimi oppressori politici e persecutori religiosi.[24] La lotta durò ventotto anni, e con varia fortuna. Ed allorchè la forza diede ragione agli uomini del Nord, accadde quel che ai Romani in Grecia: i vincitori dovettero subire la superiorità dei vinti. I Normanni furono costretti a mantenere con pochissime modificazioni l’ordinamento politico e civile dei Saraceni. La religione cristiana fu da loro trovata in tale discredito nell’Isola, che la tolleranza religiosa messa in atto dagli arabi divenne una necessità alla quale i campioni della fede dovettero chinare il capo per consolidare il loro dominio. Questi fieri e rozzi baroni, usi alle asprezze delle battaglie e d’una esistenza nomade ed avventurosa, appena gustarono le dolcezze della vita e del fasto musulmano, vi s’abbandonarono con ebbrezza ben altro che edificante. Ancora un secolo e mezzo dopo noi incontriamo alla corte di Guglielmo il Buono tutti gli usi, tutte le superstizioni dei vinti, non escluse le corruzioni degli harem e le vigili custodie degli eunuchi.
Quest’eroe così ammirato, questa figura colossale che il poeta ha circondato d’un’aureola di semidio appariva ben diversa ai suoi contemporanei, cioè meno eroica e senza punta santità. I siciliani d’allora dovevano scrollare il capo e sorridere amaramente sentendogli con alterezza chiamare la sua conquista opus Dei (Diploma dei 1091). Quel Gran Conte infatti, quel campione della fede era un brigante, un ladro di passo il quale spogliava i mercanti che gli capitavano tra le mani e li costringeva a riscattarsi.[25] Era un meschino cavaliere il quale faceva magri desinari colla moglie quando non aveva predato; tremava di freddo nelle notti d’inverno perchè doveva dividere colla sua compagna l’unico mantello da lui posseduto; un cavaliere infine che, costretto a scappar dalla mischia, portava via sul dorso la sella del cavallo uccisogli dai nemici, non possedendo un altro cavallo, nè un’altra sella da sostituire.
Da siffatti elementi era difficile potesse scaturire un’epica leggenda. Quella che la storia ha messo insieme dopo, accettata per ragioni che qui non occorre accennare, è una continua falsità, una solenne menzogna. Le vere leggende son più vere della stessa storia. Questa dà lo scheletro, quelle lo spirito dei fatti.