IV.
Non esaminerò il poema del Vigo da nessuno dei molti lati ch’esso presenta scoperti alla critica. Quando lo stesso autore ha avuto l’onesta franchezza di dire prima che altri glielo suggerisse: «Oggi non avrei dettato il Ruggiero, o l’avrei architettato in modo assai diverso da quello che è», la critica è costretta ad inchinarsi pulitamente ed a mettersi da lato. La sua parte si riduce soltanto a manifestare sensazioni ricevute, a confrontarle, ad illustrarle senza toccare le ragioni dell’arte le quali non entrano più in discussione, ed è quello che io farò, non così completamente come il soggetto meriterebbe.
Nessuno può idearsi, prima di vederlo alla lettura, qual immenso tesoro di fantasia abbia profuso il poeta fin nei più piccoli particolari dell’opera. L’azione è semplice, senza grandi contrapposti, senza dramma (prendendo questa parola nel più profondo significato), anche quando egli mostra l’intenzione d’innestarvi cogli episodi e la passione ed il dramma. Ma invece che ricchezza, che lusso, che varietà negli accessori e nel colore! Per avvalorare queste affermazioni bisognerebbe citare, e largamente, come non mi è permesso dal breve spazio di cui posso disporre. Noterò, per chi volesse riscontrarli, i seguenti brani: l’abitazione del Tradimento e della Peste, i Demoni dentro l’Etna nel canto nono; la stupenda descrizione degl’ipogei ed acquidotti feaci di Girgenti nel canto quarto, e quella della pestilenza nel decimo. Intanto, per far conoscere il leone, ne mostrerò la punta dell’ugna in due ottave bellissime, l’una per grandiosità e per colorito, l’altra per evidenza e per movimento. La prima dipinge un tramonto osservato dalle vicinanze di Catania:
Simile a scudo divampante, il sole
Sui basaltici culmini discese
Dell’ardua Motta, ove l’occidua mole
Quasi più vasta e immobile sospese,
D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole,
I fiumi, i laghi di sua luce accese,
Che fosforica e tremula ti pare
Vestir di strisce di piropo il mare.
Canto XIII, st. 72.
La seconda descrive l’esercito normanno che si prepara all’ultima battaglia intorno a Palermo:
A lunghe file celeri procedono,
Giungono a piè del ponte, e lo sormontano;
Nuove file alle prime ognor succedono
Son queste in capo agli archi e quelle smontano;
Ed altre ed altre a suon di corni ascendono
Le prime si dileguano, tramontano
Lunghesso i piani, ed oltre la Guadagna
S’attelano in battaglia alla campagna.
Canto XX, st. 52.
E qui, senza più perdermi in minute osservazioni, ne farò due sole importanti.
Il sovrannaturale ha larghissima parte nel poema. Oltre i demoni che vi fanno una delle solite congiure contro i cristiani (canto IX) e si azzuffano cogli angioli che li difendono (canto XVII); oltre a S. Giorgio che arringa innanzi a Dio la causa dei Normanni (canto XI) e combatte in persona, come le divinità d’Omero, contro l’esercito musulmano (canto XVII); oltre alle visioni ed alle profezie d’ogni sorta che si connettono all’orditura generale del lavoro, vi è anche un meraviglioso molto spicciolato che gli dà un’impronta individuale e bizzarra.
Infatti, malgrado le inevitabili stonature d’un vasto accozzamento di personaggi e di fatti disparati, tolti in prestito ora da un ordine di venerate credenze religiose, ora da reminiscenze classiche ed archeologiche, ora da mere personificazioni di concetti astrattissimi; malgrado la trascuratezza mostrata dall’autore nel trasfondere in chi legge la certezza poetica di quel ch’egli canta (spesso anzi infirma da sè medesimo l’azione del meraviglioso),[26] il poema si mostra sempre con un certo carattere d’originalità che colpisce. Come mai quello che in altri sarebbe stato imitazione triviale e freddo convenzionalismo apparisce nel Vigo una maniera propria e naturale?
Bisogna cercarne la ragione nel carattere eccessivamente immaginoso del popolo siciliano che prova una continua necessità d’esprimersi con immagini vive, grandiose, abbaglianti. Il mondo reale gli riesce insufficiente. Non sa contentarsi nemmeno del mondo degli spiriti, che par gli sembri poco esteso, e ricorre allo creazioni fantastiche con le quali dà moto e corpo allo cose inanimate ed ai concetti morali. Quello che altri usa come artifizio retorico diventa per esso forma spontanea, vero stile: ed ecco perchè il Vigo possiede un accento affatto insolito negli altri poeti, il quale cela e tempera in lui quanto potrebbe dirsi schietto e non nuovo artifizio.
Metterò a riscontro del poeta letterato un poeta popolare che non sapeva nè leggere nè scrivere, un povero barcaiuolo del Simeto, Gaetano Virgillito, conosciuto ai suoi tempi col soprannome di Trimola. Vive ancora nel popolo un canto da lui composto sul terremoto del 1783, pieno di meravigliosa energia nelle immagini e nello stile. Il suo processo poetico non differisce in nulla da quello del Vigo.
Dio è sdegnato delle molestie che la monarchia (forse Carlo III) dà alla sua Chiesa, ed ispira al papa l’idea di presentarsi al re per indurlo a frenare gli abusi della potestà secolare. Il papa però va via dalla corte piangendo di sconforto, ed invocando in aiuto della religione i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria. Un angelo gli risponde dall’alto:
Nun chianciri cchiù, no, miu Papa caru
Si lu populu tó ’un ascuta a tia
La sintenza avirannu ppi frivaru.
In febbraio infatti il minacciato castigo, il terremoto, vien giù dal cielo e, sconvolta tutta l’Europa (le strofe che ne descrivono il cammino sono bellissime), eccolo pronto a varcare lo stretto per subissar la Sicilia. La Madonna protettrice di Messina presentasi a Cristo colla famosa sua lettera, ma non può ottenere il perdono del figlio alla diletta città. Messina fra le macerie e le rovine si lamenta col cielo al pari di Giobbe: Perchè son io immersa nel lutto mentre le altre città mie consorelle vivono in festa ed allegria? Perchè io sconquassata e Catania no? Cristo le risponde ch’essa è stolta paragonandosi ad una città già castigata collo stesso flagello 90 anni addietro ed ora un perfetto modello di pietà religiosa. Però Sant’Agata non si sente rassicurata da queste parole e prega il Signore che le risparmi la sua patria.
Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!
Aita (Agata) di stu pettu calamita,
Ti sia la tò citati pirdunata;
Si’ vera catanisa ppi la vita!
Il canto possiede tutte le proporzioni e tutti gli elementi d’un piccolo poema. Leggendolo per intero nella raccolta dei Canti popolari siciliani si vedrebbero meglio le relazioni di forma che ho voluto accennare.
Lo stile del Vigo ha la pletora. È muscoloso, esagerato, come le figure michelangiolesche, ma non isfugge nel tempo stesso allo sforzato ed al contorto della scuola. Vario e disuguale, qua dolce, là tormentato, ha però un sigillo proprio che in parte deve attribuirsi alla straordinaria abbondanza di latinismi e di modi poco comuni. Quando vuole, sa esser semplice, blando, quasi carezzevole; ma lo vuole di rado. Come nel poema, così nelle liriche che l’accompagnano. Delle quali dirò di passaggio che la canzone al Mare di Sicilia, l’altra ad Agrigento ed il carme su Procida sono notevolissimi e degni d’esser letti.
La nota sentenza che lo stile è l’uomo non mi parve mai tanto vera quanto nel caso del Vigo. Chi lo conosce personalmente lo ritrova tutto intero nel suo poema, colla sua statura, colla sua fisonomia, colla sua voce, col suo gesto. Vi è in lui qualcosa di grandioso, di rozzo e di forte che ha una seduzione straordinaria per chi l’avvicina la prima volta. Il suo aspetto è largo, bruno, scabroso; l’occhio vivo ed aperto; le narici alquanto dilatate; le labbra grosse, che nel parlare si muovono con un fare quasi convulso, come se non volessero lasciar passare la parola senza averla improntata del proprio marchio. La sua declamazione è sonora, fortemente accentata con passaggi stridenti, con orientali monotonie, ed il gesto le corrisponde brusco, a scatti, di quando in quando. Alcune volte la sua voce s’intenerisce, a modo suo. Allora prende un accento acuto che fende l’aria e penetra nell’intimo del cuore pari al singhiozzo di chi vorrebbe piangere e non gli riesce. Dal suo petto larghissimo possono uscire senza fatica i periodi più lunghi; per ciò nelle sue liriche il periodo spessissimo corrisponde al polmone. Il Vigo è nato in Acireale il 24 settembre del 1797.