I.

Teofilo Gautier, pei francesi, è rimasto fino all’ultimo l’uomo dal gilè rosso del 25 febbraio 1830 (una data indimenticabile nella storia dell’arte). Non se ne sapeva dar pace. — L’indossai una sola volta e l’ho portato per tutta la vita — soleva dire con tristezza. Ormai il gilè rosso appartiene alla leggenda. Nè vale il sapere che non era rosso, ma color di rosa; che non era un gilè, ma un pourpoint. Il Gautier insisteva sul colore. Il rosso avrebbe avuto un significato repubblicano e fra i romantici di repubblicani ce n’era appena un solo, Pietro Borel. Il resto erano medioevisti, del partito dei castelli merlati, e nient’altro: ecco perchè il pourpoint era color di rosa... Ma già è inutile: il Gautier del 1830 non sarà rappresentato altrimenti.

La sera del il luglio 1867 il teatro della Commedia francese riprendeva l’Ernani. Gautier trovavasi al suo posto come la sera del 25 febbraio di trentasette anni addietro. La lunga capigliatura (la sola cosa che gli restasse del suo esteriore romantico) lo additava alla folla. Entusiasta come una volta, dava il segnale degli applausi nei punti tradizionalmente famosi che gli spettatori seguivano col testo alla mano. Ma la situazione dei due campioni del romanticismo era molto cambiata. Vittor Hugo aspettava a sentire da Jersey l’esito della sua nuova battaglia, ora più politica che letteraria, e Gautier scriveva le rassegne drammatiche nel pianterreno del Moniteur. Il pubblico di quella sera si domandava con curiosità in che maniera il critico avrebbe parlato dell’autore dei Châtiments nel giornale ufficiale dell’Impero. La mattina dopo il Gautier recava egli stesso l’articolo alla Direzione ove, naturalmente, fu pregato d’abbassare un po’ il tono degli entusiastici elogi. Allora prese un foglio di carta, scrisse la sua dimissione e si fece condurre dal ministro dell’interno. Il marchese di Lavallette si vide deporre sul tavolo da una parte l’articolo e la dimissione dall’altra. — Scelga — gli disse il Gautier. L’articolo fu pubblicato senza cambiarvi una sillaba. Nè prima, nè dopo egli è venuto mai meno ai puri principî di arte della sua giovinezza. Il gilè rosso della leggenda potrebbe dirsene il simbolo.

Pochi hanno lavorato più di lui. I suoi scritti, riuniti, formerebbero un trecento volumi. Monselet lo ha chiamato a ragione: le martyre de la copie. Infatti è morto come una sentinella al suo posto. L’ultimo suo articolo, scritto con la mano tremula d’un agonizzante, aveva per soggetto l’Ernani: la morte l’arrestò al punto in cui descriveva la signora Girardin ch’entrava nel palco del teatro.

Le eccentricità della sua giovinezza hanno influito terribilmente sull’intiera sua vita. I bourgeois e le mediocrità, così spietatamente da lui maltrattati, non gli perdonarono mai il famoso gilè e la non meno famosa prefazione della Mademoiselle Maupin. Sul suo conto se ne inventarono d’ogni colore. Fu spacciato ch’era un ubbriacone, un dissolutaccio, un fannullone. — Un fannullone! egli diceva un giorno al Feydeau, ricordando quei tempi di lotte accanite; un fannullone, mentre sudavo a un lavoro da ciclope come ho già sempre fatto da che appresi a maneggiare la penna. Un fannullone! Ed io muoio letteralmente di fatica! — Trop de copie dans mon existence! soleva ripetere; e troppi libri rientrati! —

Infatti il lavoro giornalistico l’oppresse fino all’estremo momento; lavoro duro, ingrato, perfettamente contrario al suo carattere d’artista pieno di capricci e di paradossi. Negli ultimi anni che il disgusto del suo mestiere veniva accresciuto da diverse circostanze, egli non desiderava altro che una piccola rendita fissa per andare a nascondersi in un paesetto di riviera, nel Mediterraneo, e lì estetizzare sulla riva coi piedi lambiti dall’onda marina, come Socrate e Platone. — Un muricciuolo per fumarvi la mia pipa al sole, diceva talvolta colla sua forma plastica, e la minestra due volte la settimana... ecco tutto quel che io desidero. — Questa piccola rendita fissa egli non la ebbe mai. Nell’ottobre del 1870 Edmondo de Goncour, incontratolo a piè della scala del Journal officiel, gli domandò che diavolo l’avesse fatto rientrare in quella sinistra babilonia. — Ve lo dico in due parole, rispose il Gautier posandogli affettuosamente la mano sulla spalla: la mancanza di quattrini. Voi sapete come sparisca presto un biglietto di dugento franchi... Non avevo altro!...

Bisogna dire la verità: i comunardi gli usarono più cortesia dell’Impero. Sotto l’Impero, il Gautier aveva desiderato d’essere o ispettore delle Belle Arti o bibliotecario d’una delle tante biblioteche governative; e non ottenne nulla. Aveva sperato di essere dell’Accademia francese e senatore come Saint-Beuve e Merimée; e non gli riuscì. Il Governo del 4 settembre sapeva benissimo ch’egli non nutriva nessuna tenerezza per esso: intanto ebbe la generosità di mantenerlo nella redazione del giornale officiale. Gautier, confessando ingenuamente la sua sorpresa all’Hetzel, suo vecchio amico repubblicanissimo, aggiungeva: Il ministero repubblicano si è servito di tutto per aiutarmi, pretesti e ragioni: sua mercè posso esser malato tranquillamente... Al suo posto, quant’altri non si sarebbero ingegnati a farmi del male?