II.

il padre e la madre di Teofilo Gautier passarono la loro prima notte di nozze e la loro luna di miele nel castello d’Artagnan appartenente all’abate di Montesquieu, un amico di famiglia. Probabilmente il loro primogenito fu concepito sotto il tetto ereditario del famoso eroe dei Tre Moschettieri. C’è qualcosa di profetico in questa coincidenza. Gautier ebbe del D’Artagnan nel suo carattere d’artista; fu un combattente valoroso e un uomo di cuore fino agli ultimi giorni della sua vita.

Nato a Tarbes il 30 agosto 1811 venne portato a Parigi appena di tre anni, e non rivide la sua città nativa prima del l860. Quando la visitò, i suoi concittadini gìà additavano con orgoglio ai forestieri la casa ov’egli era nato. Facevano anche di più: mostravano un preteso suo banco di scuola tutto guasto dai tagli del suo temperino. Gautier raccontò molti anni dopo colla sua frizzante bonomia la visita da lui fatta a questo famoso banco che, come assicuravano i suoi compaesani, formava l’ammirazione di tutti i touristes. Un giorno s’era presentato incognito al rettore del collegio ove il banco si conservava. — Era la prima volta, egli esclamava terminando il suo racconto, era la prima volta che noi due ci trovavamo faccia a faccia: ma, infine, se non era il mio banco,... avrebbe potuto esserlo! —

Questo eccesso di ammirazione paesana non impedì intanto che il municipio di Tarbes rifiutasse di concedere nel 1872 un po’ di largo comunale per mettervi il monumento del celebre scrittore progettato in quei giorni. È destino: il bourgeois persecuterà il povero Gautier fin dopo morto!

Terminati i suoi studi al collegio Carlomagno, il Gautier non pensava punto a diventare un letterato. Voleva essere pittore, e frequentò lo studio del Rioult, un uomo di spirito, bruttissimo e paralitico della mano destra, il quale dipingeva colla sinistra come il Jouvenet. L’incontro del Gautier con Vittor Hugo, Gavarni, Balzac, Dumas lo trascinò nel gran vortice romantico e lo mutò (pel suo meglio, benchè egli non volesse convenirne) in un pittore della parola. A dargli retta, non era nato per la scrittura (il suo motto di sprezzo per l’arte di scrittore), e il libro gli aveva rubati tutti i soggetti dei suoi quadri. — Non sarei stato nè un Rembrandt, nè un Veronese, diceva a chi mostrava dubitare della sua vocazione per la pittura; però, a quest’ora mi troverei come il tale e il tal’altro, dell’Istituto. — Certamente i saggi che ne rimangono non promettevano molto. Un disegnatore freddo e corretto come uno scolare sgobbone, un accademico alla Chênedolle e senza la menoma qualità di colorista: ecco il Gautier pittore. Ma egli, al solito di tutti gli uomini d’ingegno, s’ostinava ad attribuirsi un merito che non aveva; e nei momenti di malumore se la prendeva contro la società nemica decisa di tutte le vocazioni. — Sei tu nato calzolaio? esclamava. La società ti forzerà ad essere un fabbricante di cappelli. — Ingres, secondo lui, era stato creato espressamente dalla natura per suonare il violino. Il caso ne aveva fatto un pittore ed egli, da uomo di genio, non se n’era cavato tanto male. Infatti l’Ingres non affermava egli stesso d’essere, innanzi tutto, un violinista? — E aveva ragione! aggiungeva il Gautier.

C’era un certo pastello (oggi appartenente al perito Haro), del quale il Gautier parlava sempre con fierezza. Era stato venduto trecento franchi all’hôtel Drouot!

Nel 1858, andato ad abitare la casetta della via Longchamp a Neuilly, egli si sentì ripreso dalla smania di avere uno studio di pittura accanto al suo studio di scrittore; e lo fece costruire a proprie spese, quantunque la casa non fosse sua. Era un gran stanzone che dava sul giardino, con bella luce temperata dal fogliame degli alberi, con uno scaffale circolare per la biblioteca artistica, mobili alla turca, disegni, costumi, panoplie alle pareti, un vero studio da pittorone con ricca clientela... Intanto in due anni c’entrò appena due volte. Lo studio divenne prima una stanza da riposto per la biancheria sudicia, poi un ricettacolo di libri vecchi, finalmente una gattaia (la parola non c’è, ma la formo; non abbiamo topaia?) ove una torma di gatti viveva e si moltiplicava colla più assoluta libertà.

Nel 1867 provò un altro eccesso di febbre pittorica. Voleva fare un quadro allegorico, la Malinconia, e mandarlo al Salone. Le sue figlie posarono per la figura... ma il quadro rimase lì, incompleto. Questo entusiasmo e questo rimpianto per la pittura non gli vennero mai meno. Pochi mesi prima di morire, pur di maneggiare pennelli e colori, s’era messo a dipingere in rosso gli usci dell’appartamento d’uno dei suoi generi, il Bergerat. Com’era felice! Com’invidiava le soddisfazioni del decoratore! Prese la cosa tanto a cuore che la distrazione gli produsse un’eccitazione pregiudicevole per la sua salute e bisognò proibirgliela. — Via! Eccomi ricondannato a mettere del nero sul bianco! esclamò, sorridendo mestamente.