IV.

Critico di arte e critico drammatico al Moniteur, il Gautier vi si mostrò sempre d’una benevolenza straordinaria. Un po’ questa benevolenza era nel suo carattere così facile all’ammirazione; ma il più egli se l’era imposta per la sua qualità di critico ufficiale. Temeva che la severità dimostrata in quel posto potesse nuocere alla carriera d’un artista e togliergli il pane. E poi la critica egli la capiva incoraggiante, cortese, e non tutta accanita a trovare i difetti d’un lavoro. — A questo modo, diceva, si disseccano le vive fonti d’ogni produzione artistica e intellettuale. — Infatti egli ammirava con una straordinaria espansione. Un giorno fu visto entrare nelle stanze della redazione dell’Artiste col viso raggiante di gioia. — Ho scoperto un capolavoro! rispose ai suoi amici che gli domandavano quale felicità gli fosse caduta dal cielo. E cavò di tasca il volumetto Un été dans le Sahara di Fromentin. Nell’articolo che subito ne scrisse, il Fromentin era chiamato semplicemente: uno dei re del pensiero. — È dolce il lodare! — lo ripeteva spesso. Ma la sua benevolenza non lo fece mai transigere colle cose triviali. Delarôche, Delavigne e Scribe furono da lui attaccati senza misericordia e senza tregua. Gautier non pativa i mediocri.

Uno dei suoi bei progetti degli ultimi anni era una serie d’articoli da intitolarsi: Ceux qui seront célèbres. Voleva andare scovando qua e là dei veri ingegni e proclamarli, metterli in vista, come aveva fatto col Fortuny. Ma rimase un progetto. La sola vanità letteraria ch’egli avesse era a proposito delle sue divinazioni critiche e artistiche. Affermava che, in trent’anni, non s’era ingannato una sola volta, che tra i suoi mille articoli non ce n’era un solo ch’egli non potesse tornare a firmare senza cambiarvi una sillaba. Aveva indovinato Delarôche, Gérôme, Fortuny, Regnault quando la grande e la piccola critica parigina ne dicevano roba da chiodi. Voleva chiudere la sua vita battezzando per l’eternità qualche genio nascente ed oscuro: già ne conosceva parecchi.

Come critico drammatico il Gautier godeva al Moniteur meno libertà di giudizio che come critico di arte. E poi per lui l’arte drammatica contemporanea era un’arte abietta, grossolana, un’arte inferiore, un giuoco di combinazioni meccaniche, qualcosa che somigliava alle sciarade: il suo compito quindi gli diventava insopportabile. Bisogna confessare che su questo conto le suo idee erano, per lo meno, troppo incomplete. Il suo ingegno plastico lo trascinava a preoccuparsi soltanto della forma, dell’esteriore; il suo istinto artistico gli dava la nausea della realtà. — Molière, egli diceva, innanzi tutto è un poeta e un poeta fantaisiste. Con quattro arlecchini tolti ad imprestito dalla commedia italiana, egli vi dà l’impressione della vita; ma la vita, no, mai; è troppo brutta, lo sa bene e se ne guarda! Oggi si scrivono forse delle commedie? Si fanno dei corsi di patologia. — E malgrado queste idee, il più delle volte era costretto a lodare. E quando se ne rifaceva sfogandosi a quattr’occhi cogli amici, o qualcuno d’essi gli domandava perchè non manifestasse quei giudizii nei suoi feuilletons: — Ecco una storiella, soleva rispondere. Un giorno il Waleski mi disse che d’allora in poi ero libero, assolutamente libero nel giornale: potevo bandire ogn’indulgenza, subissare chi volevo. Ma, gli soffiai in un orecchio, in questa settimana avremo al teatro francese la commedia del X... — Ah!... Sarà per l’altra settimana, rispose sua Eccellenza. — Quest’altra settimana l’aspetto tuttavia! —

In ogni modo la vera critica drammatica, secondo me, non ha perduto nulla per questa sua mancanza di libertà. Il Gautier era troppo esteriore da poter intendere quel che più importa nell’arte, la vita. Per lui non esistevano che la forma e il colorito: il sentimento, il carattere gli parevano cose secondarie. La sua guerra allo Scribe e al Delavigne fu, sopratutto, una questiono di forma. La forma! Il colorito! I suoi viaggi, le sue novelle, i suoi romanzi, le sue poesie, si può dire non siano altro. Gautier non lascia una sola creatura vivente, come n’ha lasciate a centinaia il Balzac: lascia dei quadri. Il bello egli lo trovava soltanto nella natura e nelle arti. L’intelligenza dell’uomo voleva ammirarla nei suoi prodotti senza preoccuparsi dei segreti del loro destino. Una città l’interessava unicamente pei monumenti. Gl’importava assai fosse sporca, oppure un covo di delitti! — Purchè non mi si ammazzi mentre sto ad ammirare! — Tutto il Gautier è in queste parole. La féerie, un turbinìo, un bagliore di luce e di colori: ecco l’ideale di lui pel teatro.