V.
Il suo carattere era simpatico. La sua conversazione brillante, argutissima, piena di frasi e di parole d’un piccante rabelesiano erudissimo, non si potrebbe stampare. Parlava volentieri; il sigaro gli si spegneva cento volte in un’ora, e le cose dette sembravano più belle per l’espressione della sua magnifica voce di gorgia, calda, vellutata, limpidissima. Malgrado questo, egli stonava cantando: ma sosteneva che l’essere intonati sia un’anomalia, e la voce musicale sviluppata nei Conservatorî una malattia della laringe. Gli uccelli stonano a detta dei maestri di musica, ma il canto degli uccelli è il canto per eccellenza. I cani abbaiano sentendo un vero cantante. Io che stono, aggiungeva, non li sveglio nemmeno; sono dunque nel vero. Il solfeggio perverte l’orecchio. —
Da giovane amò molto gli esercizi ginnastici. La sua forza erculea gli permetteva di far dei prodigi. Si vantava di poter traversare a nuoto l’Ellesponto come Lord Byron, e raccontava di aver fatto la prova d’andare così da Marsiglia al castello d’If e viceversa. Certamente il suo appetito eguagliava la sua forza muscolare. A tavola diluviava, e due ore dopo domanda qualche cosettina un po’ sostanziosa. Non mangiava pane colle vivande, e non beveva mai tra un piatto e l’altro; tracannava all’ultimo due, tre bicchieri di seguito. Come Dumas il vecchio, il Gautier la pretendeva un po’ a cuoco. La sua specialità era il risotto: nessuno (affermava) sapeva cuocerlo meglio di lui. Si vantava di aver dato una bella lezione al cuciniere dell’imperatore di Russia a proposito d’un certo piatto ove dovevano entrare come ingredienti le mandorle peste, e quegli vi metteva invece dei maccheroni tritati. La lezione gli fruttò la gran ricetta del risotto.
Buono, casalingo, negli ultimi anni aveva perduto ogni traccia d’eccentricità. Si divertiva a costrurre dei teatrini di marionette pei suoi bambini e ne dipingeva le decorazioni con un piacere straordinario. Quando tornava da Parigi col denaro dei suoi lavori giornalistici, rientrava in casa contentissimo e si vuotava le tasche sul suo tavolino da studio. Poi faceva colle monete tanti mucchietti disuguali e diceva: questo pel fitto della casa, questo per le spese di famiglia, questo per le sorelle, questo pei bimbi, questo pel sarto, questo pel calzolaio, questo per le tasse, questo pel giardiniere... — E per voi? gli chiese un giorno il Feydeau presente a questa scena. — Per me? Oh! pochino, rispose il Gautier dolcemente.
Quest’uomo che pareva un gran scettico era superstizioso come una femminuccia. Credeva al mal d’occhi, alla jettatura, al venerdì; aveva un orrore delle cose morte e una grande paura della morte. La più piccola indisposizione lo scoraggiava. Nell’ultima sua malattia la famiglia dovette prendere mille precauzioni per non fargli sapere il nome del male che lo uccideva. I giornali erano letti da cima a fondo prima di darli a lui pel timore che l’indiscretezza d’un reporter non gli riuscisse fatale. Finalmente queste precauzioni furono un po’ tralasciate, fidandosi del disgusto ch’egli mostrava pei giornali. Ma un giorno, a tavola: — Dunque ho una malattia di cuore! egli dice. Lo sospettavo! — Lo aveva letto in un foglio del mattino.
Povero Gautier! Prima che avesse questa certezza faceva mille progetti di lavori: un romanzo feuilletton interminabile, Le vieux de la Montagne; un dramma tragico, Fedra, apoteosi d’Ippolito, il casto adoratore di Diana; un romanzo storico su Venezia; un libro sul Gusto che doveva dimostrare come qualmente il pane ne sia uno dei corruttori supremi, e come qualmente l’umanità debba dividersi in frugivori o carnivori, se vuolsi trovare sul serio una filosofia della storia; un altro libro su Vittor Hugo, il suo grand’idolo; e finalmente un volume di pensieri da pubblicarsi dopo la sua morte, testamento di verità all’umanità intiera. — Sarà una cosa terribile! soleva dire parlando di questo. Vi si rizzeranno i capelli sulla testa! —
Ma già le gambe gli si gonfiavano e lo servivano male. La sua conversazione sembrava uno sforzo penoso; la parola era restìa sulle sue labbra: le idee gli si confondevano nel cervello. Una sonnolenza continuata gli aggravava le pupille.
La mattina del 23 giugno 1875, allo 8 e 35 minuti il Gautier spirava senza nessuna sofferenza visibile, come un uomo che si fosse addormentato per non risvegliarsi più.
Il Gautier confessava volentieri d’essere panteista. Ma lo era più per sentimento che per vera e ragionata convinzione.
— Hai tu mai potuto sapere quel che veniamo a fare quaggiù? domandò un giorno al Feydeau.
— Io? Niente affatto, rispose questi.
— Forse lo sapremo quando non ci servirà a nulla, riprese il Gautier: cioè, quando rosicchieremo le radici degli alberi al cimitero.
— In tal caso, replicò il Feydeau, chi di noi due sarà costretto a fare pel primo questo bel lavoro dovrà venire a rivelarne qualcosa all’altro.
— Sta bene! disse il Gautier.
— Ma finora non ha mantenuto la promessa! esclama tristamente il Feydeau nei suoi Souvenirs intimes.
E non ha nemmeno aspettato che la mantenesse: è sparito anche lui!
25 Agosto 1879.