II.

I giuochi rovinosi, gli amori illeciti, le bigamie, la corruzione domestica penetrano nella società veneziana appena la sua vita politica e commerciale s’assoda e s’allarga. Il Petrarca si lagna del turpiloquio e della troppa libertà del parlare per la quale in Venezia gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi sono impunemente vituperati...; mali inevitabili in qualunque società che non s’arresti nella barbarie dell’infanzia e varchi la soglia del gran tempio della storia. Ma già della Venezia primitiva esistono ormai pochi vestigi. Alle case di legno, soggette a frequenti incendii sono succedute da per tutto le case murate. Le popolane, basse, severe, con strette finestre a sesto acuto, senza ornamenti, senza comodi; ma quelle dei ricchi hanno due o tre piani, ampie finestre, cornici, sagome lavorate e sono ornate di stemmi, di scudi, di angioli o di puttini. La pesante mobiglia bizantina si trasforma anch’essa e adotta fogge italiane. Letti larghi, con lenzuola sino a terra, con strani padiglioni, con cupole sostenute da colonne intagliate; tappeti, coppe dorate, bacili e cucchiai d’argento, oggetti preziosi di ogni sorta splendono fra pareti dove, scrive un contemporaneo fiorentino, poco vi si vedeva altro che azzurro ed oro fino. Le chiese, i monasteri sfoggiano mosaici e colonne di porfido, di serpentino e di verde antico. San Marco diventa, come dice il Ruskin, un vasto messale alluminato, rilegato in alabastro invece che in parghemena, e il palazzo dei Dogi sorride gaiamente sotto il cielo azzurro, coi suoi mille archi acuti, coi suoi mille trafori, colle sue centinaia di colonnine, coi suoi svelti loggiati, come un palazzo creato dai gnomi in una notte per la festa nuziale d’una fata.

Si vede ancora per la città uno stato di formazione, ma di formazione avanzata. I canali s’incrociano chiusi da catene di sicurezza, fiancheggiati spesso da alberi; le vie sboccano innanzi a larghe piscine, o nei prati dove tuttavia pascolano armenti e vegetano boschetti; gli argini delle saline stendono qua e là le loro braccia in muratura, incassati fra i canali; gli aquimoli (mulini a vento) agitano le loro ruote all’azione del flusso e del riflusso; e, innanzi alle case e sui tetti, veggonsi sventolare e specchiarsi nelle acque della laguna le vele e le bandiere delle navi, le vere fattrici della veneziana grandezza.

È l’età virile: una nuova fase della felice e poderosa città. L’arte e la scienza si ricoverano all’ombra del suo libero governo. Sono aperte scuole e fondate accademie. L’architettura dà il Sammicheli, il Sansovino, il Palladio; la pittura il Bellini, il Giorgione, il Tintoretto, il Veronese; la tipografia dà Aldo. Gli orti del Manuzio a Murano, per la vaghezza dell’aiere e del sito, lioghi da ninfe e da semidei, raccolgono quanto di più eletto hanno l’erudizione e le lettere. Una chiesetta, quella di san Bartolomeo, s’apre a lezioni di filosofia dettate da patrizii in lingua latina. Le industrie producono trine meravigliose, cristalli, specchi, margheritine, vasi che sembrano d’aria condensata. Il commercio fa circolare undici milioni e sessanta mila zecchini di capitali. Il naviglio componesi di tremila bastimenti con diciassette mila uomini, di trecento con otto mila, e di quarantacinque galere di varia grandezza con undici mila marinai. Con una popolazione di 190,000 abitanti, si contano tre mila costruttori, tre mila calafati, tre mila tessitori di seta, sedici mila di panno di fustagno. Il sangue rigurgita nelle vene del gran corpo: sangue sempre nuovo v’affluisce da ogni parte d’Italia. La vita è una festa colossale, uno splendore fantastico. Ogni abitazione di patrizio è diventata un museo prezioso. Alle facciate di marmo, ricche di archi intrecciati e di colonnine spirali di suprema eleganza, corrispondono, nello interno, le splendide trabeazioni dei soffitti; le pareti rivestite di pelli conce, dorate e argentate con cuori di oro, come si chiamano i fregi e le figure impressi sopra di essi; i camini tutti fogliami, putti e sirene; le lampade di foggia orientale in rame dorato, in bronzo niellato; le suppellettili d’oro e di argento; i vasi di Murano; gli oggetti antichi trovati negli scavi, che già cominciano ad esser di moda; le immense alcove sostenute da cariatidi dorate; gl’inginocchiatoi, gli armadii, le cassepanche intagliate; i velluti, gli arazzi, i quadri dei grandi maestri; gli stipi d’avventurina, i libri con fermagli e cesellature stupendi; le maioliche, le coppe, i piatti in ismalto a rilievo; la profusione delle gemme.

Ogni avvenimento della vita privata, matrimonii, battesimi, funerali, dà facile pretesto a grandi sfoggi d’ogni maniera. Il corredo della sposa ha per lo meno una dozzina di vesti di velluto, di broccato, di raso, e un’infinità di ricche cose. I gondolieri che l’accompagnano alla chiesa debbono portar le calze rosse, se non vogliono esser fischiati dagli altri barcaiuoli. Damaschi, tappeti alle finestre, servidori in livree tutte oro ed argento; spari di mortaretti, un corteo di più di trecento persone, banchetto in piatti di oro ed argento, profusioni di regali, rappresentazioni teatrali, balli, tornei. La stessa cosa nei battesimi. La morte perde la sua tristezza in mezzo all’ondeggiare dei paliotti delle Scuole che precedono il corteo e dei gonfaloni della Scuola alla quale appartiene il defunto, tra la ricchezza degli apparati sacri, col cadavere vestito di panno d’oro portato sulla bara da otto persone, e una folla di popolo variopinta, curiosamente accalcata nella piazza di San Marco e lungo Rialto. Il cadavere del Doge rimane esposto tre giorni, guardato da due nobili vestiti in rosso e dai canonici di San Marco. Pel doge Loredano suonano a mortorio tutte le campane della città, si chiudono le botteghe, e i gentiluomini di guardia diventano ventidue: centodicianove gonfaloni precedono la bara seguita dai patrizii, dai magistrati, da marinai, da famigli, da un popolo intiero.

Si moltiplicano i festini e i conviti, e vanno famosi per l’Europa. Ai festini intervengono dei cardinali che ballano anch’essi il cappello, una specie di contraddanza. Nei conviti espongonsi sulle credenze argenterie del valore di 5000 ducati. I piatti si servono preceduti da servitori con torcie; il pane, le ostriche, fin le candele sono dorate. Le sale da pranzo vengono ornate di piante odorifere e d’acquarii. Dai rami delle piante pendono canestri d’argento pieni di frutta, di lepretti, di conigli e di uccelli vivi, legati con fettucce di seta. La fantasia dei cuochi si sbizzarisce non solamente nel condire ma nel foggiare le vivande. Le insalate han forma di castelli, colle torri di rape e colle mura di limoni, di fette di prosciutto, di suoli di capperi, di olive, di arenghe e di caviale, tutte ornate di fiori. Le paste di marzapane han forma di statue o di draghi. I pavoni arrosto vengono serviti coperti delle loro splendide penne, colle code a ruota e con nastri e confetti dorati pendenti dal collo. Enrico III riceve nelle stanze del Consiglio dei Dieci una colazione ove le tovaglie, le salviette, i piatti, i coltelli, le forchette, il pane, ogni cosa è di zucchero e imitata così al naturale che l’occhio n’è ingannato. E al lusso della tavola e delle feste fa riscontro quello delle vesti e degli ornamenti. Le fogge francesi già prevalgono. La piazza di San Marco, i listoni di S. Stefano e di San Polo, nei giorni di festa e di bel sole, paiono una fantasmagorica visione di rasi, di velluti, di sete, d’oro, di gemme, di capelli biondi, di seni scoperti, di gorgiere che sormontano la testa, di strascichi immensi, di veli, di cuffie, di reticelle d’oro, d’un vasto spumeggiare di trine. Lo scomodo di non poter andare attorno senza il sostegno di due fantesche e di due cavalieri non impedisce alle signore d’adottare dei trampoli alti più di mezzo metro. La smania d’aver la capigliatura d’un biondo d’oro non si lascia scoraggiare dalla fatica che costa. La raffinatezza dei bagni diventa eccessiva: si profumano di muschio, d’aloe, di mirra, di lavanda.

Il belletto invade anche i seni; e questi son così scollacciati che un contemporaneo non capisce come le vesti non caschino giù. Per conservare la freschezza del viso s’adoperano durante la notte fette di vitello crudo tenute già immerse nel vino. E alle frenesie esteriori corrisponde il costume. Non è soltanto un’orgia veneziana, ma europea, ma quasi mondiale. L’oriente e l’occidente si mescolano in riva alle lagune con una foga turbinosa di commerci, di interessi, di godimenti. Nel 1500, la città conta 11,000 prostitute e le leggi pei delitti contro natura si moltiplicano, arrivando perfino a comminare la pena di morte. Una prescrizione del Governo ordina alle meretrici di stare alla finestra col seno scoperto per allettar gli uomini e distoglierli dall’abominevole vizio. Disordini di ogni specie accadono nelle chiese aperte fino a tarda notte. Schiave d’oriente vendonsi al pubblico incanto a San Giorgio e a Rialto, e i preti (notai, sino al 1600) stendono i contratti dove le belle circasse e le giorgiane son dichiarate sane et integre nei loro membri occulti e manifesti. Già veggonsi patrizii che non si vergognano di dare il loro storico nome a una cortigiana. Le sale dei vecchi palazzi s’aprono a balli osceni di meretrici. Il doge Pietro Mocenigo, settuagenario, dorme fra due belle levantine. La cortigiana gareggia colla gentildonna e spesso vince; la gentildonna, per non farsi sopraffare, prende le maniere della cortigiana. La pia, l’onesta Veronica Gambara chiama lo Aretino divino signore Pietro mio. Coll’Aretino, sguaiato, sboccato, sfacciato fino al cinismo, cenano in casa del Tiziano le più nobili gentildonne, fin la gentile Irene da Spilimbergo, una vera fanciulla.

La bella città, stavo per dire la bella gentildonna, par presa da frenesia. Profusione e sperpero da per tutto, anche di leggi suntuarie che vorrebbero, in un baleno di resipiscenza, infrenar quella vertigine oramai diventata una seconda natura. Ma le leggi restano subito lettera morta. La baccante, col suo tirso in mano, col capo coronato d’edera, coi capelli d’oro sciolti al vento, torna ad agitarsi scompostamente, come in una notte dionisiaca, mezzo ignuda, provocante di forme e di bianchezza. È l’ultimo sforzo del suo rigoglio.