III.

Gli anni pesano sulle sue spalle. Non è men bella, nè meno corrotta; ma è già stanca e un po’ sciupata. La vita veneziana si riduce finalmente ad una specie di sonnolenza dolcissima e blanda. Il cuoco diventa un personaggio importante. Più importante il maestro di ballo, regolatore severo di cerimonie. Pari a questo, e qualche volta maggiore, il parrucchiere, confidente, mezzano, spesso amante fortunato delle sue gentili clienti. I cicisbei rendonsi indispensabili per le donne che passano sette ore ad abbigliarsi, studiando la posizione delle mosche da porsi sul volto, ognuno delle quali ha un significato speciale. Sono tutti radai el viso, leziosi, smorfiosi, da far dubitare del loro sesso. La toga riesce ad essi così pesante che la tengono riposta in certi camerini delle Procuratie per indossarla lì per lì, prima d’andare al Broglio e in Consiglio. Se vigor rimane in qualcuno dei discendenti degli antichi patrizii, trasmoda in azioni da bandito, in soperchierie, in duelli; ma è un’eccezione. Nemmeno la sensualità ha ormai trasporti violenti: molte volte il cavalier servente che aiuta la sua donna a vestirsi e a spogliarsi non va più in là di un bacio. Frequenti le frivolezze e sciolti i costumi, ma il libertinaggio non si avvoltola nell’oscenità, non prorompe, come nella decadenza di Roma, in isfoghi brutali e dementi. Vi è più difetti che colpe, più passioni minuscole che malvagità. È una quiete voluttuosa e ornata dall’arte. Il riposo d’una gente, che dopo aver vissuto virilmente, si ritira fra i piaceri eleganti.

L’agonia della grande città non ha sofferenze. Negli ultimi momenti della sua vita repubblicana, Venezia trova un lampo della antica fierezza nel Pizzamano che respinge colla forza una nave francese dal porto di Lido, nel Donà che risponde al Bonaparte che la violenza non l’atterrisce, nell’Alvise Mocenigo e nel Giustinian che protestano di ricever ordini soltanto dal Senato, nel Pesaro e nel Grimani che consigliano la resistenza. E quando sulla piazza di San Marco vengono bruciati il Libro d’oro e le insegne ducali e sfregiato il Leone alato, simbolo della virtù patria, mentre le baldracche seminude danzano attorno all’albero della libertà piantato tra le macerie dell’antico edifizio politico, l’ultimo grido del popolo è sempre il suo vecchio grido di guerra: Viva San Marco!...