IV.

Tutto questo è uno sbiadito e rapido accenno del lungo lavoro del Molmenti. Ripeto che par di leggere non una storia, ma una biografia. Il libro è fatto con accuratezza, ricorrendo sempre alle fonti, facendo tesoro dei mezzi che la critica moderna mette in opera per risuscitare il passato, lasciando parlare di preferenza il documento sincrono, quadro, stampa, cronaca, poesia, legge, oggetto d’arte, monumento. Forse tutti gli elementi raccolti non hanno avuto il tempo di fondersi per produrre un lavoro veramente omogeneo, opera di scienza storica e nello stesso tempo opera d’arte. Si notano qua e là delle sproporzioni di parti. Quell’aggruppare in uno stesso capitolo notizie che riferisconsi a diverse età nuoce all’evidenza della pittura e genera un po’ di confusione. Ma questi e simili nèi sono compensati dalla ricchezza delle informazioni e, più che dalla quantità, dalla qualità di esse spessissimo inedite.

Per iscusare la mancanza di quel calore organico che fa sentire in un’opera d’arte la pulsazione del sangue, forse potrebbe dirsi che l’autore si contenga a posta, volendo mostrarsi giusto anche a costo di parer freddo, pur d’imprimere al lavoro un carattere tutto moderno di ricerca e di ricostruzione spassionate. Giacchè bisogna rammentarsi che per la critica storica moderna una nazione, una città sono degli organismi che nascono, crescono e muoiono seguendo, al pari di qualunque essere vivente, le leggi supreme della natura: niente altro. La loro storia la interessa perchè può verificarvi delle leggi, studiarvi l’azione delle piccole cause e delle accidentalità d’ogni specie che favorirono o impedirono il loro pieno svolgimento, che ritardarono o affrettarono il loro declino verso la morte: la interessa, ma la lascia completamente serena. La critica moderna non domanda alla storia insegnamenti di sorta. Sa che la esperienza di questa non serve a nulla; e, convinta di non esserci al mondo cosa che si ripeta, ha già scancellato dalla sua mente il vecchio detto historia magistra vitæ. Vuol sapere soltanto per sapere, per un elevato bisogno della ragione, non già, come prima, per un secondo fine di pratica utilità che un’accurata osservazione ha dimostrato illusorio.

Però la critica storica non ammazza il sentimento. Nel nome di Venezia c’è un fascino profondo. Chiuso il libro dello storico, si porge volentieri orecchio al poeta. Ed io non resisto alla tentazione di terminare la presente rassegna con alcune belle strofe tratte da un libro di versi del quale ho il torto di non aver parlato ai miei lettori[24]. Tramonto in laguna è il comento dell’arte alla severa parola della storia.

Dietro Fusina cala il sol; la gondola

presso i sepolcri scivola; lontano

una squilla perduta per l’oceano

vien da Burano.

E tutto parla d’un antico vivere:

un suon d’amor par che dica: «Una volta!...»

ah la dolce vision che nelle tenebre

sen va sepolta!

O mercanti sovrani, o baldi cantici

cantati al lampo della mezza luna

pensando ai baci cullati dal palpito

della laguna!

O paci in grembo delle belle adriache

novellando di Scutari e d’Egina,

mentre passavan cantando per l’aria

Ruggero e Alcina,

e gli occhi, specchïanti il brillar tremulo

del Cipro nelle tazze di Murano,

ebbri d’amore erravan sulle Veneri

di Tiziano!...

Oh tristo il dì, che addormentò sui morbidi

drappi la razza che da voi discese:

a civiltà vestita, la barbarie

l’ugne vi stese;

e, come sempre, ad infamar la vittima

i più turpi color non parver sozzi:

di voi null’altro aver parea la Storia

che i Dieci e i Pozzi!

NAPOLI[25]

Spesso i più bei libri sono quelli che si scrivono senza l’intenzione di fare un libro, oggi un brano, domani un altro, secondo il capriccio, secondo le occasioni. I fogli intanto si accumulano, un capitolo chiama dietro il compagno, quasi per forza, un bel giorno, che è, che non è, ecco formato il volume. L’idea di scrivere un libro forse non vi sarebbe mai passata per la testa; ma quando le diverse parti di esso son lì, venute fuori alla spensierata, legate dal tenue filo del soggetto o anche da quello più sottile delle vostre personali impressioni; quando si sa che quelle pagine lanciate, senza pretensioni, tra il bailamme della pubblicità dalle colonne d’un giornale o dal fascicolo d’una rivista, sono state lette con piacere, con avidità, e qualche volta, — onore troppo raro in Italia da non lusingare l’amor proprio, — anche tradotte in una lingua straniera, la tentazione di mettere insieme il volume diventa quasi irresistibile. Infine, perchè no?

Molte volte, disgraziatamente, il volume non si trasforma in un libro, che è una cosa ben diversa. Ma quando alla materia generale del soggetto corrisponde una giusta intenzione di sentimento e di forma, le diverse parti fanno presto ad adattarsi insieme, a fondersi e diventare un organismo.

Così è accaduto al Napoli della signora Cesira-Siciliani. I diversi bozzetti comparvero negli anni scorsi alcuni nell’Illustrazione italiana, altri nella Nuova Antologia; quello intitolato Una visita a Luigi Settembrini, in poche settimane fece il giro di quasi tutti i giornali d’Italia; qualch’altro meritò d’essere tradotto in francese da Julien Lugol; tutti ottennero un bel successo di lettura e misero il nome dell’autrice tra quelle delle donne italiane che sanno tener meglio la penna in mano. Certamente l’autrice (una madre di famiglia modello, senza neppur l’ombra di velleità di letterarie) deve essere rimasta sorpresa avvedendosi un giorno che, alla chetichella, fosse giunta a mettere insieme delle centinaia di pagine... Ma l’editore Morano ha fatto bene dando materialmente la forma d’un elegante volume a quei capitoli che già componevano virtualmente un bel libro.

La signora Siciliani, un’innamorata di Napoli, ne ama ancora più, è tutto dire! i dintorni. Li ha percorsi palmo a palmo, e il suo entusiasmo trasparisce da ogni pagina e da ogni riga, con una sincerità che fa piacere. Alla città, alla Grande Sirena com’ella la chiama, consacra soltanto un capitolo, il primo, frettolosamente, quasi si sentisse stordita e sopraffatta da quell’immenso ribollire di vita che si versa per quelle viuzze strette, sporche, ingombre di cose d’ogni sorta e di persone d’ogni genere, per quei corsi, per quelle passeggiate di Chiaia e di Mergellina, in tutte le ore del giorno e fino a notte tardissima... Ah! dimenticavo la festa di S. Gennaro e il suo miracolo dello scioglimento del sangue. Però, visto il miracolo, eccola attorno; ad Ischia, a Procida, a Castellamare, a Sorrento, a Capri, ai Camaldoli, a Pompei; sempre nella cerchia della Grande Sirena, sotto la magìa di quel cielo e di quel mare che le strappano tanti gridi d’ammirazione, ma più volentieri alla periferia che al centro del circolo incantato.

L’ammirazione ripeto, è sincera, senza sentimentalità femminili. Anzi, se il libro ha un difetto, è appunto questo; tolta la squisita gentilezza della forma che irradia per esso un vero sorriso femminile, il cuor della donna vi sente di rado. Ma il libro è allegro, chiassone, come le passeggiate e le gite a cavallo dei ciucci fatte dall’autrice attorno a Napoli colla piccola brigata dei suoi amici e col marito che maturava allora in mezzo allo svago delle vacanze, i suoi severi dialoghi sulla filosofia zoologica del secolo XIX. La signora Siciliani non ha un’ammirazione superficiale per le località che percorre. Sa il valore d’ogni pietra e i ricordi che la storia antica e moderna vi ha sparso a piene mani, con profusione da sbalordire; infatti li accenna di volo, tanto per mostrare che non li ignori, tanto da potervi servire all’occorrenza, se voleste confrontare le sue impressioni colla realtà rifacendo i suoi passi. Però quello che più le piace è il tentar di rinnovare nell’animo del lettore le sensazioni da lei provate mentre palpitava sotto il fascino del cielo e del mare, il gran lusso di quella natura. Ecco un tramonto. Niente, ella avverte, che rassomigli ai malinconici tramonti di Fiesole, di Monte Senario, dei laghi lombardi, della riviera di Genova: i tramonti di Castellamare sono un’altra cosa:

«Il cielo con la sua limpidezza profonda, il mare azzurro, fosforescente, le nuvolette che si tingono delle più soavi sfumature, le isole che sembrano galleggiar come sirene

A mezzo il petto vagamente ignude,

i monti bruni e coperti di boscaglie sempre verdi, i paeselli candidi, il Gauro selvoso e maestoso di qua, il nudo e altero Vesuvio di là... tutto si veste di colori smaglianti, tutto si tinge del rosso più vivo; i pinnacoli delle chiese, delle ville, delle città brillano di luce adamantina, e tutto sembra una festa della natura. Se l’orizzonte è puro, se il mare è tranquillo, se il cielo è sereno, l’immenso disco solare, rosso come fiamma viva, spogliato dei suoi splendori abbarbaglianti, si tuffa lento nel mare imporporando l’occidentale volta celeste; mentre le coste bizzarre e le vaghe isole dell’arcipelago partenopeo ora paion trasparenti, e ora, pigliando forma più spiccata, si presentano brune come ricoperte d’una superficie di solido granito. Se poi si adagia nel suo letto di porpora circonfuso di nuvolette, un vivissimo color di croco si diffonde a sprazzi, e tutto rosseggia, tutto pare che s’infiammi, e un immenso incendio par che si susciti all’estremo orizzonte occidentale e lanci fiamme divoratrici per gli spazii sconfinati, mentre una striscia di fuoco, serpeggiando bizzarramente sulle acque, si dibatte ed effonde per l’apertomare.»

Il dialogo interrompe qua e là le descrizioni e impedisce che, a lungo andare, diventino monotone, se pure fosse possibile con quell’immensa varietà di soggetti. Schizzi, ritratti, ricordi di usi bizzarri, aneddoti ameni formicolano per tutto il libro con una vivacità serena, spensierata, napolitana, e lo rendono attraentissimo. Quando si è all’ultima pagina vien la voglia di metterlo in tasca e volare al paese fatato che la scrittrice ci ha dipinto con sì vivaci colori. Napoli e dintorni non ha la frizzante canzonatura del Vedi Napoli e poi... di Yorick figlio di Yorick; non ha la dolce tristezza del Napoli di Renato Fucini: è un libro oggettivo, come direbbe un tedesco. La stessa grande ammirazione dell’autrice non arriva ad offendervi; ve la sentite infondere, la partecipate, capite che non è punto esagerata; vi sentite anche liberi d’ammirare per vostro conto. Il libro però si chiude con un’impressione d’altro genere. Quel cielo sorridente, quella natura che sembra debba infiacchire i corpi sotto la prostrazione della sua dolcezza, hanno avuto questo di strano: non hanno mai prodotto un gran poeta, bensì molti profondi pensatori e molti caratteri nobili e fieri. Leggendo il capitolo Una visita a Luigi Settembrini si comincia a dubitare della teorica delle influenze dei climi sull’indole e sul carattere umano. Settembrini a Napoli non è un’eccezione. Poerio, Spaventa, cento altri son lì a protestare: l’eccezione, per lo meno, vi sta in bilancio colla regola. Sicchè, dopo tanto bagliore di luce e tanto sorriso di cose, al di sopra di tutta quella gente che brulica e s’agita ed urla e si diverte chiassosamente per le piazze, per le vie, lungo il mare, con la coscienza dell’istinto, colla tranquillità di grandi fanciulli contenti di nulla, fa una profonda impressione quella figura maschia, così severa e nello stesso tempo così semplice da somigliare a quella d’un eroe dell’antichità. Il cuore vien commosso e l’animo è trasportato su dal soffio d’un sentimento nobilissimo.

La signora Siciliani è nata Pozzolini. Un altro libro di donna[26] mi richiama in mente il salotto di casa Pozzolini in via dei Pilastri, che fino al 1870 fu uno dei più frequentati e dei più ricercati di Firenze.

A pian terreno, col parato giallo, ogni venerdì quel salotto formicolava di belle e gentili signore, di poeti, di artisti, di persone che avevano quasi tutte un nome noto, parecchie anche illustre. La conversazione era allegrissima, senza sussieguo. Si faceva della musica, si cantava, non di rado si finiva per far quattro salti.

Pochi anni appresso, ahimè, tutto era silenzio e tristezza in quella casa! Una delle figlie della signora Gesualda, l’autrice del Napoli e dintorni, avea seguito a Bologna il marito, professore in quell’università; l’altra, Antonietta, era morta alla vigilia delle sue nozze.

Povera Antonietta! Da quel profilo delicato, da quella personcina gracile s’indovinava il suo cuore d’artista. Scolara del Thuar, aveva scritto dei raccontini che promettevano molto; ma lei preferiva la pittura. La sua prima opera originale, sventuratamente anche l’ultima, fu un sant’Antonio, magra figura di monaco che mostra sul volto le macerazioni della carne e le mistiche esaltazioni dello spirito. La figura è in piedi, con una certa rigidità caratteristica; e il cielo scuro e malinconico diffonde la sua tristezza sul giovane aspetto del santo di Padova non ancora appassito dalle penitenze.

Lo stesso libro mi ricorda anche Bivigliano, una villa su Val di Sieve, una volta dei Cattani di Cervino, poi dei Ginori che l’abbellirono, ed ora proprietà della famiglia Pozzolini. Quei terreni nel 1858 erano o malamente coltivati o incolti del tutto, e i boschi che li circondavano in deplorevole stato. I contadini credevano agli spiriti, alle malie. Dopo il tramonto non s’arrischiavano di passare vicino un gran sasso, a poca distanza della villa, perchè vedevan lì sotto una vecchia strega che filava. Un pero, che trovavasi più in là, li faceva tremar di paura perchè, dicevano, la notte vi sbucava un cane bianco a custodirlo. Se un giovane era affetto di pneumonite, lo credevano stregato e ricorrevano ad una pretesa strega per isfatar l’incantesimo.

Oggi Bivigliano è trasformato.

Mentre il signor Luigi Pozzolini badava a dissodare e a fertilizzare i terreni, la sua colta Signora impiantava nella villa una scuola elementare a proprie spese. Non fu facile persuadere i contadini a mandarvi i ragazzi e le ragazze; ma l’energia della signora Gesualda sormontò ogni ostacolo. Lei e le due figlie, nella primavera e nella estate, erano direttrice, maestre, tutto. Alla fine le scuole rigurgitarono di scolari e di scolare e bisognò raddoppiarle e provvederle di veri maestri e di vere maestre. Così Bivigliano non ebbe più un palmo di terreno incolto, nè un contadino analfabeta.

Nel novembre del 1877 incontrai a Napoli la signora Siciliani col marito, il professor Pietro, tornati da poco dalle loro allegre escursioni. Lei sempre infaticabile, pronta a ricominciare, parlatrice piacevole e piena di spirito, faceva volentieri a voce tutte le descrizioni e le mille esclamazioni di meraviglia poi ripetute nei suoi bozzetti. Io non ho mai corso su e giù per una città come in quei giorni con lei: visite a chiese, a musei, al De Sanctis, al Fornari, cene allo scoglio di Frisio, tutta Napoli vista a volo di uccello: è la verità non un’iperbole.

Volevo visitare il Settembrini, e un giorno verso le quattro una carrozzella che ci riportava da non so più qual luogo, ma certamente da lontano, ci lasciava innanzi il portone della casa ove il Settembrini abitava.

A piè della scala il portinaio ci fece osservare che probabilmente il professore in quel momento andava a tavola. Non volli essere importuno; tornammo indietro. Proprio in quel momento un improvviso sbocco di sangue metteva fine al lungo martirio che fu la vita di Luigi Settembrini! Due giorni dopo, in mezzo alla folla che s’accalcava dietro il feretro del grande patriota, si notava come una singolarità una giovane signora che non sapeva frenare le sue lagrime: era la signora Siciliani.

LA RELIGIONE DELL’AVVENIRE[27]

A settantanove anni il Mamiani pubblica un volume di circa cinquecento pagine intorno il più grande problema dell’età nostra. E, quasi per accoppiare un segno della perpetua giovinezza del suo cuore a quello della durevole robustezza della sua mente, dedica il lavoro a colei che «la maggior parte del corso della vita gli ha consolato di sua bontà e bellezza, rallegrato di sue grazie native, temperato e corretto assai volte con soavità e pazienza non pareggiabile...

«Antecederà, spero, (egli conchiude) di tempo lunghissimo la mia partenza dal mondo alla tua; ma io sfido le potenze tutte della morte a levarmi dal cuore la memoria eterna di te e dei tuoi beneficii. E Dio, credo, sarà indulgente alla mia umana fralezza se io sento dentro dell’animo che io non potrei trovar pace, riposo e beatitudine in nessuna parte del cielo dove io fossi diviso e discompagnato dalla tua santa persona.»

Ma il poeta degli Idillj, che si mostra un pochino in questo madrigale della dedica, cede subito il posto al filosofo dalla parola severa.

Il libro è il testamento d’una nobile intelligenza e d’una nobilissima vita.

Il Mamiani non è stato soltanto un filosofo (che per molti vorrebbe significare un uomo assorto nello studio di astrazioni inconcludenti): è stato anche un uomo d’azione, e il suo nome trovasi mescolato a quasi tutti i grandi avvenimenti del risorgimento nazionale. Giovanissimo, fece parte del governo provvisorio quando i bolognesi insorsero contro il governo di Gregorio XVI. Fallito il tentativo, prese la via dell’esilio. Allora per giovare alla patria c’erano soltanto due modi: o buttarsi alle congiure e alle imprese ardite ma imprudenti, come fecero i Mazziniani; o servirsi delle lettere e delle scienze per fecondare e scaldare il sentimento nazionale. Il Mamiani cominciò da poeta. Voleva essere un poeta filosofo, un poeta civile. E scrisse inni cristiani in forma greca, tentativi d’ibridismo poetico che riusciron male e non lasciarono traccia. Poi si rivolse a cose più serie. Il Gioberti, il Rosmini avevano rimesso in onore gli studi filosofici; e il Mamiani, che non si sentiva attratto nè dall’ontologismo dell’uno, nè dal piscologismo dell’altro, propose una restaurazione dell’antica filosofia italiana. Tentativo anche questo che non riuscì e non lasciò traccia, perchè la speculazione filosofica ha la sua legge, il suo organismo, e i sistemi non si ricostruiscono a piacere, nè si rimettono in onore dopo la loro temporanea funzione nel mondo della scienza.

Ma in quegli anni che precessero il 48 anche la speculazione filosofica era una manifestazione patriottica. Si volevano un’arte italiana e una filosofia italiana come protesta contro lo straniero, come solenne affermazione della nostra coscienza nazionale. Infatti artisti e filosofi, quando venne il momento, lasciaron da parte i libri e diventarono uomini d’azione. Il Mamiani fu ministro di Pio IX; poi ministro della Costituente romana, finchè sperò far valere le sue idee moderate e costituzionali. Prevalso il partito repubblicano, egli si dimise. Avvenuta la restaurazione papale, riprese la via dell’esiglio e i suoi studii prediletti.

Nel 1856 rientrò nell’attività politica, e difese nel Parlamento sardo le grandi idee del Cavour dalla meschina opposizione del Brofferio e del Depretis che non capivano nulla della spedizione in Crimea. Nel 1859 era ministro della pubblica istruzione. Dopo il 1870 rappresentava la nazione italiana presso il governo greco in Atene.

Ma il suo patriottismo s’è esercitato volentieri in una sfera più elevata. Persuaso che le opere d’una nazione sono il prodotto della sua coscienza, il Mamiani ha tentato di rialzar la coscienza italiana per mezzo della speculazione filosofica. Le credenze religiose, la morale crollavano attorno a lui sotto i colpi della scienza positiva, del materialismo, dello scetticismo e del pessimismo filosofico; e i risultati pratici di tutto questo sconvolgimento intellettuale si traducevano sinistramente nell’orgia comunarda di Parigi.

Il Mamiani non disconosce gli alti diritti della scienza; ma tanta distruzione e così pronta, e la lenta e quasi impercettibile ricostruzione gli fanno spavento, «Rimossi i freni e le consolazioni intimi della fede e svigorito da ogni parte il senso morale» col problema sociale che si rizza terribile in mezzo alla società moderna, il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo dove ci faranno approdare?

Politici e pensatori sono inquieti. La stessa scienza distruttrice mostra aver paura dell’opera sua. Lo Strauss, convertito al naturalismo materialista, parla d’una fede; l’Hartmann, dopo aver presentato, nella sua Filosofia dell’incosciente, da un lato positivo il pessimismo dello Schopenhauer, volge lo sguardo alla religione dell’avvenire e tenta indovinarne il carattere e delinearne la fisonomia. Il cattolicismo è insufficiente, dice l’Hartmann; il protestantesimo, che concede molto alle libere esigenze del pensiero, non è abbastanza largo e liberale; e poi, senza l’infallibilità cattolica, non ha base sicura. Sarà possibile una nuova religione? E prossima ed apparire? L’Hartmann conchiude: Il panteismo dovrà penetrare nella coscienza dei popoli che rappresentano la civilizzazione moderna, altrimenti il naturalismo materialista irreligioso prenderà il posto vuoto.... Invece d’una fede nella persistenza dell’individualità umana dopo la morte, fede ristretta e perniciosa, il panteismo accorda al sentimento religioso l’emozione profonda e l’alta soddisfazione di sentirsi eternamente uno col suo Dio, di modo che non ci sia separazione possibile, l’uomo essendo una manifestazione di Dio nella quale non esiste altro che Dio. La coscienza di questa persuasione è lo scopo delle aspirazioni più esaltate dei mistici, scopo ch’essi non potranno mai raggiungere finchè Dio sarà per loro una persona distinta dalla loro e separata da un immenso abisso. Solo il panteismo realizza le ardite aspirazioni dei mistici senza offendere la ragione: esso soltanto rende affatto superfluo il dialogo con Dio, che nel deismo è il meschino espediente con cui si nasconde il difetto di unità[28].

Il Mamiani invece domanda se non sia possibile salvare dal naufragio l’idea della personalità di Dio e dell’immortalità dell’anima; e risponde di sì. Le conchiusioni negative delle scienze moderne gli paiono affrettate, esorbitanti, non positivamente provate. Su quelle due solide basi gli par facile stabilire non solamente la religione avvenire, ma la religione positiva e perpetua del genere umano.

È strano però che tanto nell’Hartmann quanto nel Mamiani non si trovi tenuto nessun conto dei due principali elementi che costituiscono una religione, l’immaginazione e il sentimento. Qualunque concetto astratto, sia di Dio, sia dell’immortalità dell’anima, per penetrare nel mondo religioso ha bisogno d’essere elaborato da quelle due facoltà o forze umane, e prender forma sensibile: nè questo si fa certamente a furia di speculazioni e di sistemi. Il Cattolicismo, nella sua forma attuale, soddisfa largamente le esigenze di molte menti e di molti cuori e durerà ancora un pezzo. Il protestantesimo, colla varietà delle sue chiesuole, adempie anch’esso una propria funzione attiva, la propria missione storica come l’Hartmann direbbe. Per coloro che il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo filosofico ha privati della primitiva ingenuità del sentimento e della fede è inutile qualunque ricostruzione sistematica e qualunque rifioritura di credenza religiosa. Sono spiriti che rimangono a mezza via, e rappresentano uno dei tanti stadii dello spirito umano, necessità naturale inevitabile, male del bene per così esprimermi; e in questo caso il bene è la scienza. Resta il popolo, la parte più larga che ha bisogno non di ragionare la sua fede e la sua morale ma di sentirla e di sentirsi trascinato a porla in atto per virtù spontanea e vigorosa della propria coscienza: resta insomma la parte che mette più paura e dà più da pensare nelle presenti condizioni sociali.

Come si comportano col popolo la filosofia e la scienza? Da un lato, distruggono arditamente; è il loro diritto, è il loro dovere di scienze. Dall’altro poi, lamentano gli effetti dell’opera loro. Il Cristo, per esempio, era pel popolo il figliuolo di Dio, il Redentore, la seconda persona della Trinità. Dio restava già una cosa troppo astratta, e il Cristo lo aveva reso uomo, sollevando così l’uomo a Dio. Tra lui e l’uomo non c’era soltanto una unione spirituale, ma sensibile, colla comunione eucaristica; e tale comunione esigeva un’anticipata purgazione dell’anima. Nel cattolicismo tutto questo non era astratto, ma vivo e parlante. Il dramma della purificazione e della comunione aveva la sua solennità, si traduceva in una serie di atti uno più significativo e più importante dell’altro, e con essi non s’acquetava la mente che non era entrata in funzione, ma l’imaginazione, il sentimento. Che ha fatto invece la scienza? Ha detto che Cristo non fu Dio: ha ridotto il predicatore di Nazaret alle proposizioni d’un’allucinato; distruggendo l’idea della colpa originale, ha distrutto l’illusione della necessità del mediatore. Non più comunione di sorta, quindi non più necessità nè possibilità di purgazione spirituale; la leggenda travolge nella sua rovina tutto un grand’ordine di concetti morali.

Che cosa potrà sostituire la scienza? Nulla, assolutamente nulla che equivalga il Cristo del Cattolicismo, la sua redenzione, la sua comunione eucaristica.

Perchè? Perchè la scienza, per la intima sua natura, non può dare che concetti nudi d’ogni ornamento fantastico.

Avrà un bel dire: la redenzione è un simbolo: la comunione un simbolo; elevarsi col cuore al bene, praticarlo, ecco la vera unione con Dio. L’astrattezza non ha presa nella mente del popolo. Dio è insufficiente per esso: ci vuole il Cristo, o il Buddha. L’astrattezza di tale concezione della vita avvenire non lo lusingherà e non lo persuaderà mai quanto il concetto semi-materiale del paradiso cattolico.

E quando sentirà il bisogno di sostituir qualcosa, lo farà a modo suo, cioè con tutte le assurdità del meraviglioso e a dispetto della scienza.

Quella religione che Mamiani vuol fondare sur una base platonica, rimessa a nuovo con una vernice di filosofia positiva; che l’Hartman intravvede possibile soltanto coll’adozione del panteismo indiano; quella religione il popolo è forse in via d’elaborarla. E il lavoro è progredito tanto, in mezzo agli splendidi trionfi del naturalismo contemporaneo, che la scienza sente il bisogno di studiarlo come ogn’altro fenomeno della vita spirituale.

Che saprebbe dirgli il Mamiani della natura e del modo dell’immortalità dell’anima umana? Tutt’al più dei sillogismi. Il nuovo popolo religioso ne ha già fatto un domma, una realtà. Secondo questi, l’anima umana non si separa affatto dal corpo, ma ne ritiene uno più sottile, ordinariamente invisibile, e che può rendersi visibile in certi casi, date certe disposizioni fisiche o morali in un individuo. La morte è quindi un’apparenza. L’immagine dantesca:

Noi siam vermi

Nati a formar l’angelica farfalla

non è più un’immagine, ma una profonda verità. Terminata la funzione del grossolano organismo corporale, comincia quella del nuovo corpo, il perispirito. L’individuo stenta ad accorgersi della sua morte. Le abitudini, le passioni, lasciano una traccia che si scancella più o meno lentamente, secondo la più o meno sviluppata spiritualità della sua natura, e la nuova esistenza è precisamente il risultato del bene e del male dell’esistenza, dirò così, mondana dalla quale è uscito fuori come da una vera crisalide.

Che saprebbe dirgli di concreto il Mamiani sul valore del merito e del demerito nella altra vita, sulla natura della punizione delle colpe e sull’espiazione? Il nuovo popolo religioso sa che l’esistenza individuale è una indefinita serie di esistenze nelle varie regioni dell’infinito siderale; e che ognuna di queste dipende dalla libera scelta d’un’espiazione liberamente riconosciuta e liberamente accettata. Così la felicità o la infelicità futura vengon tolte alla ferrea eternità del sistema cattolico.

Dio è concepito dallo spiritismo infinitamente buono e misericordioso. La scala delle rincarnazioni, che può elevare fino alla immediata cognizione spirituale, non è mai retta dall’arbitrio d’un’onnipotenza capricciosa e inesorabile. Un fonte inesausto di consolanti speranze scaturisce da questa dottrina e conforta il cuore del credente.

Assurdità! dice la filosofia! Assurdità ed impostura! dice la scienza, precisamente come dicevano la filosofia e la scienza al nascere del cristianesimo, nel pieno dello scetticismo e del pessimismo romano. Ed io non voglio dire con questo che abbiano torto. Intendo dire che una nuova religione è già venuta al mondo e si dilata, si propaga coi mezzi e coi modi più propri della nostra civiltà. Non ha apostoli, ma giornali; non ha martiri, ma ha le sue vittime che vanno a popolare gli ospedali di teste sconvolte da esaltamenti nervosi. Derisa, combattuta, oppone ai ragionamenti la forza della sua convinzione, i suoi fatti, i suoi miracoli, giacchè non è religione per nulla e non può far a meno del soprannaturale. Ma è religione come può esserla nel XIX, cioè senza rito, senza prete, e con una certa apparenza scientifica.

Certamente lo spiritismo, come pratica, vale assai più del platonismo e del panteismo filosofico. L’immaginazione, il sentimento vi trovano il loro pascolo, la loro attività; e se manca il rito, c’è l’invocazione, la preghiera, ed anche l’evocazione e la rivelazione continua. Io non pretendo discutere lo spiritismo; accenno ad esso come un esempio, unicamente per dimostrare che le religioni non si foggiano a furia di testa e col processo filosofico. Che lo spiritismo sia una nuova forma religiosa di qualche valore è impossibile l’affermarlo come il negarlo; è fuor di dubbio però che per parecchie centinaia di migliaia di uomini, in Francia, in Inghilterra, in Germania ed in America esso costituisca una vera religione, ed abbia grandissima influenza sulla loro condotta individuale. Secondo la scienza moderna il cristianesimo non fu fondato sopra basi più solide o meno assurde di quelle del moderno spiritismo; eppure ha dominato il mondo e rinnovato lo spirito umano. Tutta la civiltà greca e latina fu assorbita da esso e, se così vuolsi, asservita ai suoi mistici scopi. Accadrà lo stesso per lo Spiritismo?

Se si guarda alle mutate condizioni dello spirito umano, si giudica subito di no. Intanto non è da dimenticare che la società umana ha in sè stessa una divina forza salutare che la guarisce nelle sue grandi crisi e l’aiuta ad andare innanzi. A noi, meschine e passeggiere forme dell’umanità, può dispiacere il trovarci impigliati fra le terribili strette di queste crisi, lo spettacolo delle quali, visto da vicino, apparisce più terribile di quel che non sia. Ma la storia, cioè la vita del genere umano, quando sarà passata oltre, non si ricorderà dei nostri terrori e dei nostri guai; anzi si rallegrerà d’aver acquistato un qualche bene a prezzo degli orridi incendii, delle stragi comunarde e di quello che vi potrà essere di peggio nelle future rivoluzioni sociali.

Però la voce del pensatore non si perde nel deserto. Il sentimento moderno è meno schietto dell’antico, e s’alimenta e prende vigore e s’educa sotto l’influenza della verità scientifica. Per quanto sublime sia la regione dove spazia la filosofia, qualche eco della sua parola giunge sempre nei bassi piani del genere umano. Perciò i libri che, come questo del Mamiani, s’occupano del problema religioso, sono tutt’altro che inutili; massime in Italia, dove le grandi questioni di filosofia religiosa vengon trattate con un disprezzo che attesta una suprema ignoranza.

LA SCIENZA DELLE RELIGIONI[29]

Un libro di filosofia religiosa scritto da un laico è cosa troppo rara in Italia da lasciarlo passare inosservato. La scienza delle religioni conta in Germania, in Francia, in Inghilterra dei valentissimi cultori; e noi non abbiamo nessun nome da poter contrapporre neanche a quelli dei più modesti volgarizzatori francesi. Vuol dire che il problema religioso non si presenti alla nostra mente, non parli alla nostra coscienza, non turbi il nostro sentimento così insistentemente, così profondamente come presso le altre nazioni civili? Io credo di no.

Noi ce ne siamo occupati e ce ne occupiamo ogni giorno, ma da un punto di vista diverso. Ce ne occupiamo da gente pratica, positiva, da veri eredi dei romani pei quali la religione era una cosa affatto compenetrata colla politica. Mentre le altre nazioni si son travagliate intorno ai problemi storici e psicologici della scienza delle religioni, noi abbiamo risolto stupendamente, nella pratica, il più grande problema della civiltà moderna, quello delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa. Non abbiamo attuato l’assurdo stato teoretico, lo stato ateo, ma abbiamo regolato con mirabile saggezza le funzioni dei due organismi, il politico e il religioso, in modo che l’uno non soffra della prevalenza dell’altro, in modo che l’uno compia, quando occorra, la propria funzione coll’aiuto dell’altro. Abbiamo assicurato alla Chiesa cattolica la più larga libertà ch’essa goda nel mondo e così l’abbiamo resa impotente a turbare la libera funzione del nostro Stato. Abbiamo assicurato allo Stato un’uguale libertà e così gli abbiamo interdetto di penetrare in una sfera non sua, che gli è anzi superiore perchè rappresenta un’attività dello spirito umano assai più elevata della politica, l’attività del pensiero e del sentimento religioso. È un còmpito non meno glorioso di quello delle altre nazioni che, intanto, hanno creato coi loro profondi studi la nuovissima scienza delle religioni. Se si guarda alle nostre condizioni politiche, al nostro carattere nazionale, si riconosce subito che non potevamo fare altro. Ma quest’altro ci mette alla testa delle nazioni moderne. La Francia si dibatte fra le sue convulsioni clericali: la Germania è in piena lotta colla Chiesa e dà a questa il facile vantaggio della persecuzioni che mette lo Stato dalla parte del torto: l’Inghilterra resta avviluppata nella fortissima rete del suo culto meticoloso e meschino che la rende ipocrita ed antipatica. Soltanto l’Italia non prova nessuna scossa per l’agitarsi della forte vita della Chiesa cattolica, l’organizzazione più possente, più ammirabile e più vasta che abbia mai esistito da che il mondo è mondo. Non è unicamente un problema d’equilibrio politico quello risolto da noi. Il nostro modus vivendi tra lo Stato e la Chiesa è tutt’altro che un accomodamento empirico: lo dimostrano i fatti. I paragrafi delle guarentigie contengono i resultati più solidi del moderno concetto religioso e ne sono, forse senz’averne avuta la coscienza, l’attuazione più rigorosa e più sincera.

Ma non ci arresteremo lì, certamente. Entreremo anche noi nell’immenso campo della scienza delle religioni che è venuta al mondo da poco tempo ed è già così grande e piena di rigoglio: e porteremo in questo delicato genere di ricerche e di studii quella temperanza, quell’assennatezza pratica che formano l’intimo carattere dell’ingegno italiano.

Il metodo positivo ha rinnovato completamente gli studii religiosi. La polemica è sparita. La sentimentalità, mistica o irreligiosa, non vi ha più nulla da vedere. Il fatto religioso è diventato un fatto simile a tutti gli altri e vien sottomesso tranquillamente alla osservazione scientifica. La scienza moderna non ha altro scopo che di studiare il fatto in sè stesso, nelle sue origini, nel suo svolgimento, nelle sue relazioni cogli altri fatti, di qualunque natura essi siano, che formano l’insieme della storia, anzi della vita perenne del pensiero umano. Non si preoccupa dei risultati, nè delle conseguenze di questi. La religione, il fatto religioso è una cosa ben diversa delle religioni. Queste sono una forma, una delle tante forme di quella, una delle tante manifestazioni, attuazioni più o meno perfette, più o meno passeggiere del gran fatto religioso, che si risolve in una funzione dello spirito dell’umanità, indipendente da tutte le accidentali influenze della vita e dei bassi interessi individuali.

Alla scienza non importa nulla che i suoi studii favoriscano o contraddicano un dato, un postulato, un domma di questa o di quella delle religioni viventi. Non si dà pensiero se antiche tradizioni, se sentimenti radicati nella coscienza e ridotti la coscienza stessa vengano scossi, turbati e sto per dire violati dalla sua elevata indifferenza. Questa indifferenza, o meglio, questa imparzialità è la sua forza. Rimpetto a lei il rozzo culto dei Papuasi, le metafisiche concezioni indiane, i nobili dommi del cristianesimo si equivalgono, per la loro comune qualità di fatti. Non già perchè essa li giudichi di ugual valore, ma perchè sono dei fatti ugualmente degni di attenzione e di studio. Anche nelle religioni la teorica positiva e naturalistica delle forme ha trovato la sua giusta applicazione. Per la scienza, le religioni si seguono ma non si somigliano. La loro vita, la loro successione è un elevarsi di forme, un perfezionarsi di organismi; forme ed organismi c’hanno la loro intima legge per la quale essi sono quelli che sono e non avrebbero potuto essere altrimenti.

Lo studio di tale processione di forme, lo scoprimento di tali intime leggi mettono la scienza fuor di qualunque interesse che non sia la verità scientifica assoluta. Non la salvano però dai furori irragionevoli dei credenti e dei miscredenti. Considerare la religione come un fatto puramente umano, un fatto psicologico del quale possano rintracciarsi la storia, l’evoluzione e determinare le leggi è il colmo dell’empietà per coloro che credono alla rivelazione divina, diretta, immediata dei dommi religiosi. Considerare la religione come qualcosa di reale, d’essenzialmente umano, di nobilmente superiore nelle sfere del pensiero, qualcosa d’intimo, d’organico del nostro spirito e non una interessata speculazione della volpina malizia sacerdotale è il colmo dell’assurdo per tutti gli altri che si fermano alla superficie delle cose e mettono una sentimentalità di diverso genere nel loro criterio irreligioso, una sentimentalità borghesamente ridicola di volteriani in ritardo. Ma la scienza non si cura di questi suoi avversarii e procede cauta e serena.

Il libro I destini umani dell’avv. Caivano è un’opera ibrida. Non è intieramente religioso, cioè non appartiene alla teologia di una religione qualunque; non è intieramente scientifico, ciò non procede col metodo positivo nello studio dei fatti religiosi e delle leggi che li governano. Ha un po’ del sentimento superficiale volteriano nell’accordare una parte prevalente all’azione delle furberie dei sacerdoti nella formazione delle religioni; ha molto del mistico nell’accettare come dottrine solide e vere le credenze indiane rinnovate ai nostri giorni dallo Swedemborg e dagli spiritisti intorno alla rincarnazione delle anime.

«Accanto all’intimo sentimento dell’esistenza di Dio, di un Essere per eccellenza che tutto regge e governa, noi troviamo pure nel fondo della nostra coscienza il sentimento compagno della nostra propria esistenza: il quale ci avverte che i nostri destini furono strettamente legati a quelli del sommo fattore, da cui insieme all’essere ne vennero largiti e che, come quelli, esser debbono necessariamente sublimi ed immortali.» Sono le prime righe del libro, ed hanno un’intonazione tutt’altro che scientifica; contengono quasi più affermazioni vaghe e gratuite che non abbiano parole. La coscienza umana, pel signor Caivano, è ancora qualcosa di naturale, di fondamentale, non qualcosa che si sia venuta formando, esplicando, con lento lavorìo dell’eredità della razza, non qualcosa che si vada formando ed esplicando tuttavia e che bisogni oggi piuttosto interrogare nella sua attuazione scientifica e non nel suo stato popolare ch’è quanto dire basso e primitivo. Che cosa significano quei destini largiti dal Creatore che debbono essere necessariamente sublimi ed immortali? Qual’è la ragione scientifica di tale necessaria immortalità? Accenno questo per mostrare il carattere ibrido del libro.

Il signor Caivano ha il concetto moderno dell’organismo delle religioni, ma lo avviluppa tra le nebbie del suo misticismo, e lo rende appena riconoscibile. C’è, secondo lui, un verbo religioso, che nel corso dei secoli si è rivelato agli uomini per mezzo di apostoli e messaggieri; ma la setta sacerdotale, per fini di dominio e d’avarizia, lo ha sempre falsato e adulterato. Questo suo libro è destinato a far pienamente conoscere e distinguere la pura voce della religione dall’assordante, multiforme, invereconda ciarlataneria sacerdotale. Perciò egli traccia, dal suo punto di vista, un rapido quadro della storia delle religioni, dalla braminica fino alla cattolica, assegnando sempre una ragione piccola e superficiale all’organizzarsi delle varie dottrine religiose, all’esplicarsi dei riti. È un uomo pieno di sdegno e d’orrore contro le infamie sacerdotali, un entusiasta, un neofito quando parla di quella ch’egli crede la vera verità religiosa. Non gli passa per la mente che tutte le religioni siano e debbano essere scientificamente false, perchè tale è la loro essenza; non gli passa pel capo che, vice-versa, sono tanto più false, come religioni, quanto sono più vicine alla verità.

Pel signor Caivano, il Cristo non è un Dio: ed eccolo qui d’accordo colla scienza moderna. È un uomo? Sì e no. «È un uomo di lassù, egli risponde, che ha percorso tutto il lungo periodo delle incarnazioni mortali e pervenuto alle regioni superiori del creato, là dove non si muove — là dove facoltà è concessa ad ogni anima di vestire e svestirsi a suo talento dalle spoglie mortali di quei mondi inferiori, nei quali a portar la luce della verità la sua carità lo spinge.» (pagina 218). Le sue conchiusioni sono: che la vera voce della religione, quella sempre costantemente la stessa, che unicamente era informata alle pure rivelazioni dell’umana coscienza e dei celesti Messaggieri del Divino Verbo, ci presenta la dottrina della trasmigrazione e del continuo progresso dell’anima, come unica soluzione del gran problema dei destini umani. Come vede benissimo il lettore, nuotiamo entro il più schietto swedemborgismo.

Parlando del libro del Mamiani La religione dell’avvenire io dissi che le religioni non si fanno a furia di riflessione come pareva intendesse il filosofo pesarese, ed accennai allo spiritismo, allo swedemborgismo come ad una delle possibili forme religiose dell’avvenire. Queste dottrine che svincolano la religione dalle pastoie del culto e del rito e la ravvicinano sempre più alla pura speculazione filosofica serpeggiano da parecchi anni anche in Italia e cominciano a produrvi un movimento del quale il libro del signor Caivano potrebbe dirsi una specie di manifesto. Per ora trattasi d’una minoranza impercettibile, che vive nascosta, che non è chiesa. Però è attiva, lavora assiduamente alla propagazione delle sue dottrine: ha avuto perfino un apposito giornale. La traduzione italiana di alcune opere dello Swedemborg stampate a spese della società swedemborgiana di Londra ne ha diffuso il movimento e vi ha impresso una certa forza, specialmente nel Piemonte e nelle provincie meridionali. È un sintomo di risveglio religioso? È l’attività di un alto sentimento umano che si mette a funzionare nelle sfere della nostra società ove la schietta verità scientifica non potrà mai farsi strada?

Veramente non è da libri della natura di questi Destini umani che dovrebbe venir rappresentata in Italia la scienza delle religioni così fiorente in Germania, in Francia, in Inghilterra. Ma io credo che verrà la nostra volta anche in questo genere di studii, come è già venuta da un pezzo per gli altri rami dello scibile. La nazione che ha sciolto con tanta sapienza pratica il più complicato dei problemi religiosi moderni non potrà rimanersene estranea alle importanti ricerche storiche e psicologiche che tentano d’investigare il problema religioso e scoprirne le leggi. Il problema religioso si complica con tutti i problemi sociali che presentano agli stati moderni i loro terribili punti interrogativi. Risolverlo scientificamente, col metodo positivo, o meglio non risolverlo ma studiarne il vero e natural processo per lasciar funzionare liberamente il sentimento religioso in armonia cogli altri sentimenti umani e in relazione coi nuovi concetti della vita e dello stato, è il modo più sicuro per non isbagliare la via. E l’Italia vi è tanto più interessata quanto più elevato è il concetto dello stato moderno che il suo colpo di genio gli ha fatto così felicemente attuare.

Intanto sforziamoci a rimaner serii e riverenti innanzi alle aspirazioni che chiudono il libro dell’avv. Caivano.

«Progredire, e sempre progredire; aspirar sempre e raggiunger sempre la vicina meta a cui si aspira: domandar sempre, e sempre ottenere senza mai poter dire a sè stesso: nulla più mi rimane a desiderare; senza mai trovare in sè un’aspirazione, un desiderio rimasto insoddisfatto... Eterno stato di continua e costante felicità, risultante da una serie infinita di felicità sempre nuove e sempre desiderate; eterna, infinita scala che giammai si lascia di ascendere e ogni gradino della quale è una nuova e desiderata gioia sempre più bella e più squisita dell’anteriore... ecco la vera vita dell’uomo; ecco qui il brillante e grandioso avvenire riserbato all’umanità! (pag. 411).

Rimaniamo serii e riverenti leggendo la dottrina che il «matrimonio celebrato una prima volta sulla Terra ed in qualunque altro dei Mondi del periodo di scuola, sulla base del vero amor coniugale, è il primo appena dei tanti atti preparatorii del matrimonio celeste; null’altro che il primo anello di quella dolce e lunga catena matrimoniale, la quale si termina e si chiude col supremo matrimonio finale nelle superiori regioni del creato» (pag. 420). Non avremmo tratto nessun profitto dalla scienza delle religioni se, non soltanto queste, ma le più strane fioriture dell’imaginazione religiosa non ci trovassero curiosi e sereni come dinnanzi a qualunque altra creazione della Natura.

FINE.


[ INDICE]

PREFAZIONE[pag. V]
Gino Capponi[1]
Tullo Massarani[21]
Un ignoto[37]
Carlo Dossi[57]
Balzac[73]
Gavarni[101]
Giovanni Verga[117]
Neera[145]
Alfonso Daudet[159]
Emilio Zola[175]
Goethe e Diderot[191]
Don Giovanni[205]
Elzeviri e non Elzeviri[223]
Pietro Cossa[241]
A proposito del dramma storico[257]
Due commedie nuove[269]
Prometeo nella poesia[285]
Leggende ebraiche[299]
Venezia[315]
Napoli[335]
La religione dell’avvenire[347]
La scienza delle Religioni[363]

ERRATA CORRIGE
Pag. 9 linea 2 frequenta frequenza
» 16 » 20 ne fosse turbata. ne fosser turbate.
» 27 » 7 dalla forma della forma
» 77 » 7 pouvres pauvres
» 104 » 8, 26 Jardie Jardies
» 129 » 17 vera vero
» » » 18 accaduta accaduto
» 137 » 15 bisogna bisogni
» 139 » 19 che fanno altro che altro fanno
» 151 » 12 di zii, di tiranni di zii tiranni
» » » 22 qualunque ne sia natura qualunque ne sia la natura
» 168 » 13 di mascherare il mascherare
» 171 » 3 e che si mostra , che si mostra
» 172 » 17 n’importuna un’importuna
» 198 » 21 E il tono È il tono
» 200 » 22 alla gioia nella gioia
» 203 » 13 je te casseroi je te casserai
» 345 » 19 s’incalcava s’accalcava

DELLO STESSO AUTORE

Profili di Donne — Milano, Brigola, 1878 — Terza edizione.

Giacinta — Milano, Brigola e C., 1879 — Un volume.

Un bacio ed altri racconti — Milano, Ottino, 1881 — Un volume.

Il Teatro ContemporaneoSaggi critici — Palermo, Pedone Lauriel, 1873 — Un volume.

Studi sulla Letteratura ContemporaneaPrima Serie — Milano, Brigola, 1880.

Maura P. — Poesie in dialetto Siciliano, con una prefazione di L. Capuana e un fac-simile — Milano, Brigola e C., 1881 — Un volume.

DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE:

Giacinta — 2.ª Edizione riveduta e corretta, con prefazione.

Il Marchese Donna Verdina — Romanzo.

La Reginotta — Fiaba.